1540-1545 – Jacomo di Capraia riscatta la moglie e la figlia

031-Girolata 2Il 15 giugno 1540 Giannettino Doria sorprende la flotta barbaresca di Dragut, nella baia della Girolata in Corsica, mentre i corsari sono intenti a spartirsi i prigionieri che avevano fatto nelle precedenti razzie a Gozo (arcipelago maltese), Capraia, e a Pino e Lumio in Corsica. L’azione di Giannettino Doria fu così improvvisa e rapida che solo due fuste barbaresche riuscirono a fuggire mentre i restanti navigli corsari, due galee e sette fuste vennero catturate e i loro equipaggi in parte presi sulle loro navi e in parte a terra. La prima preoccupazione di Giannettino fu di liberare i prigionieri di Capraia e quelli della Corsica, mentre i restanti furono portati a Genova.

Degli abitanti di Capraia, che aveva subito un attacco durato quattro giorni nel quale persero la vita 35 di loro, solo 165 furono liberati e tra questi si trovava Jacomo, che però perdette la moglie e la figlia che erano rimaste sulle due fuste corsare che erano sfuggite alla cattura.

 I Capraiesi liberati dopo un soggiorno a Bastia vennero ricondotti a Capraia e contribuirono alla costruzione della fortezza cercando di ritornare poca alla volta ad una vita normale, anche se tra di loro mai si spense il ricordo dei loro cari defunti e di quei pochi capraiesi che erano rimasti nelle mani dei corsari.

Jacomo, tornato a Capraia, fu uno dei venti uomini che in nome della comunità sottoscrisse il secondo atto di vassallaggio a Genova e come tutti gli uomini capraiesi fu costretto a fare dei turni di guardia nell’isola contro i corsari.

Nel luglio del 1542, Jacomo, durante una perlustrazione allo Zenobito, scoprì la presenza di un turco rimasto a terra, quando una galeotta corsara era stata messa in fuga dalle galee pontificie. Con una squadra di abitanti Jacomo riuscì ha catturare il corsaro.[1] Jacomo chiese a Genova di poter tenere per se e i suoi compagni lo schiavo per venderlo e dividere tra loro il ricavato della vendita.  Chiese anche che gli fosse riconosciuto un premio per essere stato il primo ad avere scoperto il corsaro. Il Magistato di Corsica a Genova accolse, in via eccezionale, le sue richieste, tenendo conto della miseria dei capraiesi, e gli assegnò due parti del ricavato della vendita del prigioniero.

Probabilmente dall’interrogatorio del corsaro, Jacomo apprese che la moglie e la figlia erano vive ed erano state vendute al mercato degli schiavi di Susa in Barbaria (oggi Tunisia) dove tuttora si trovavano. Nel mese di ottobre decise di partire per la Spagna per vedere di negoziare il riscatto: con i soldi guadagnati dalla cattura del corsaro, quei pochi ricavati vendendo i suoi beni, e quelli che gli amici capraiesi gli avevano donato.

La prima tappa del suo viaggio fu a Genova dove giunse con un piccolo barchino sul quale aveva caricato un poco di vino (otto mezzarole[2]) che sperava di vendere a Genova per raggranellare un po’ di denaro. Qui chiese al Magistrato di Corsica di poter essere sostituito a Capraia, nel suo ruolo di guardia, da un amico e di poter riavere il suo posto al ritorno.

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Il Regno di Tunisia

Il Magistrato di Corsica diede il suo assenso vista la volontà di Jacomo di riscattare i suoi congiunti. Partito da Genova, probabil-mente sempre con il suo barchino, fece rotta per la Sicilia[3] e di lì si recò a Susa, dove per spacio de uno anno, tanto feci, che riscatai mia moglere e figiola.

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Mercato di schiavi in Barbaria

Nell’anno passato a Susa, Jacomo deve essere riuscito a convincere qualche mercante locale a fargli un prestito che si era impegnato a restituire dando in pegno la propria vita. Partito da Susa, ai primi del 1545, egli arrivò a Genova con la moglie e la figlia e qui ancora una volta domandò l’aiuto del Magistrato di Corsica. Avendo saputo che si pensava di assoldare quattro uomini da mandare a Capraia, come soldati per la custodia della fortezza e per la difesa del nuovo cantiere per la costruzione della torre dello Zenobito, Jacomo chiese di far parte di detta squadra in modo da poter ricevere una paga che gli potesse permettere di sostentare la sua famiglia e pagare il debito. Non abbiamo prova che la richiesta sia stata accettata, ma tutto fa ritenere che l’avventura del povero Jacomo abbia avuto un esito positivo.[4]

 Roberto Moresco                                                      31 gennaio, 2009


[1] Per maggiori dettagli su questa prima parte vedere R. Moresco, Capraia sotto il governo delle Compere di San Giorgio (1506-1562), in Atti della Società Ligure di Storia Patria, XLVII, 2007 e R. Moresco, Pirati e Corsari nei Mari di Capraia, Debatte, Livorno 2007.

[2] Mezzarola: unità genovese di misura del vino pari a litri 159.

[3] Probabilmente a Genova, Jacomo apprese che per raggiungere Susa era meglio prendere la rotta della Sicilia e non quella della Spagna, come era la sua prima intenzione.

[4] Questa seconda parte è tratta dalle lettere delle seguenti filze dell’Archivio di Stato di Genova: San Giorgio, Primi Cancellieri, n. 81; San Giorgio, Cancelleria, n. 2384, San Giorgio, Cancellieri, n. 209.


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1837 – Antonio Chiama: un capraiese con Garibaldi corsaro riograndense

Fig.1 -ita_uni_top_left_240Negli ultimi mesi del 1835, Garibaldi (1807-1882), con alle spalle una vita di avventure e il peso di una condanna a morte in contumacia, giunse a Rio de Janeiro. Qui entrò subito in contatto con la piccola colonia di italiani, molti i liguri, tra i quali parecchi erano esuli con sentimenti rivoluzionari. Nel 1836, Garibaldi fondò, insieme ad altri esuli, la Giovane Europa ispirata agli ideali mazziniani e che si proponeva l’arruolamento di uomini disposti a combattere per la libertà dei popoli. Uno dei dirigenti dell’associazione, Giacomo Picasso, acquistò una piccola lancia di venti tonnellate, battezzata Mazzini,[1] che mise a disposizione di Garibaldi. Garibaldi da giovanePer tutto il 1836, l’imbarcazione venne utilizzata da Garibaldi per piccoli commerci, lungo le coste del Brasile, che gli garantirono il sostentamento. Ma Garibaldi non era adatto ad una vita tranquilla di commercio. Nel novembre, l’amico genovese Luigi Rossetti gli procurò una Patente di Corsa dalla Repubblica del Rio Grande do Sul. Era questa la regione meridionale dell’Impero del Brasile che si era rivoltata contro la capitale e che stava lottando,  con alterne vicende, contro l’esercito imperiale. Tra i membri più influenti del governo rivoluzionario del Rio Grande do Sul, c’era l’italiano Livio Zambeccari, esule in Brasile ed allora prigioniero dell’esercito imperiale. Nonostante la prigionia, Garibaldi riuscì ad incontrarlo nel febbraio del 1837 e gli dichiarò la sua disponibilità a collaborare per la libertà di quel popolo e a condurre la guerra di corsa a sostegno di quella Garibaldi da giovane                                                  Repubblica.

Il 4 maggio, arrivò a Rio la Patente di Corsa, documento ufficiale sormontato dall’emblemaStemma riograndense della nuova Repubblica. In questa Patente di Corsa erano affermati i principi giuridici e costituzionali che giustificavano la lotta della piccola Repubblica contro l’immenso Impero Brasiliano e veniva ribadito il diritto del corsaro a compiere atti bellici contro navi da guerra e mercantili del nemico. Nella patente erano elencati i nomi e le qualifiche dei quattordici membri dell’equipaggio.[2] Garibaldi raccolse, tra i suoi amici e sostenitori, i fondi per armare il Mazzini e il 7 maggio, dopo aver imbarcato delle armi, che nascose tra la merce, partì per questa sua prima avventura sudamericana. Alla partenza l’equipaggio era così composto:

 1)    Giuseppe Garibaldi, comandante

2)    Luigi Carniglia, di Deiva (Genova), nostromo

3)    Luigi Calia, di Malta, 2° nostromo

4)    Pasquale Lodola, di Genova, pilotino

5)    João Baptista, brasiliano, Capitano d’armi

6)    Antonio Chiama di Capraia (Genova), marinaio

7)    Giovanni Fiorentino, sardo della Maddalena, timoniere

8)    Giambattista Caruana, di Malta, marinaio

9)    Maurizio Garibaldi di Genova, marinaio

10)  Luigi Rossetti di Genova, in missione politica

11)  Giovanni Lamberti, di origine ignota, marinaio

12)  José María, portoghese, marinaio

13)  Un veneziano non meglio identificato[3]

Antonio Chiama, nato a Capraia il 20 marzo del 1811 da Antonio e Maria de Franceschi, era stato battezzato nella chiesa di San Nicola il 13 aprile dello stesso anno dal prete Sabbadini. Al Sacro Fonte Battesimale, aveva avuto per padrino Francesco Pinelli e per madrina Teresa Schiani. Antonio Chiama faceva parte di una delle famiglie di Capraia che nel Settecento possedevano diverse imbarcazioni utilizzate per la pesca, il trasporto e il commercio.[4]

Tra la fine del Settecento e i primi anni dell’Ottocento, in modo particolare nel periodo napoleonico, quando l’isola di Capraia venne annessa al dipartimento del Golo, le attività, che avevano portato un certo grado di benessere nell’isola, andarono scemando e la popolazione maschile fu costretta ad abbandonare l’isola, parte emigrando, parte imbarcandosi sulle navi mercantili.

È probabile che Antonio Chiama si fosse trasferito a Genova e lì avesse trovato imbarco su una delle numerose navi mercantili del Regno di Sardegna che facevano la spola tra i porti dell’America del Sud: Cuba, Brasile, Montevideo, Buenos Aires. Probabilmente, durante uno scalo a Montevideo, Antonio Chiama decise di abbandonare la nave piemontese sulla quale era imbarcato e di arruolarsi su un brigantino orientale: il Felis.[5] Con questo brigantino che trasportava carne, Antonio Chiama arrivò a Rio de Janeiro intorno al 24 aprile e qui incontrò il nostromo del Mazzini, Luigi Carniglia, che lo persuase ad abbandonare il Felis e ad entrare a far parte dell’equipaggio del Mazzini, dicendogli che mentre ufficialmente la lancia era diretta a Campos, in raltà stava partendo per andare in corso contro l’Impero del Brasile. Il Chiama si lasciò convincere e abbandonò  il Felis, perdendo tutti i suoi averi che il capitano non volle restituirgli, a causa della sua decisione di abbandonare il brigantino.

Non sappiamo cosa spinse Antonio Chiama a unirsi allo sparuto equipaggio di Garibaldi: la fama del comandante, lo spirito di avventura, la speranza del bottino, o la condivisione degli ideali di libertà. Certo, fu tra i pochi che condivise la sfortunata impresa fino all’ultimo.

Nulla si sa dell’origine del marinaio Giovanni Lamberti: non è azzardato ipotizzare che anche lui fosse nativo di Capraia. Due Giovanni Lamberti nacquero nell’isola all’inizio dell’Ottocento, quasi coetanei di Antonio Chiama, uno nel 1809, l’altro nel 1810.[6] Uno dei due poteva essere stato compagno di viaggio di Antonio Chiama, decidendo quindi di affrontare con lui l’avventura proposta da Garibaldi. Nel Settecento, i Lamberti, come i Chiama, erano piccoli padroni marittimi e commercianti di Capraia.[7]

 Ma ritorniamo alla descrizione del lungo viaggio.

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Bandiera del Rio Grande do Sul

La partenza da Rio de Janeiro ebbe luogo all’alba del 7 maggio, e, forse, nello stesso giorno il Mazzini, che inalberava la bandiera del Rio Grande do Sul, abbordò nei pressi del porto della città una lancia all’ancora presso l’isola Maricá. Sulla lancia catturò un schiavo negro di nome Antonio, e si impossessò di una pompa da acqua e di alcuni viveri. Garibaldi dopo aver lasciato libera la lancia diede la libertà al negro Antonio, primo schiavo a ricevere la libertà da Garibaldi. Quindi, il Mazzini iniziò la sua discesa lungo la costa brasiliana e, l’undici maggio, all’altezza dell’Isola Grande, catturò la sumaca Luisa, carica di caffè. Sulla Luisa, oltre al proprietario, vi era un equipaggio di tre marinai bianchi, quattro schiavi negri ed un passeggero. In un primo tempo, Garibaldi trasferì i prigionieri sul Mazzini ed affidò la Luisa al nostromo Luigi Carniglia e a due marinai. I quattro schiavi negri, subito dopo la cattura, vennero dichiarati liberi. Le due imbarcazioni proseguirono il cammino di conserva fino a che Garibaldi decise di colare a picco il Mazzini e di proseguire il viaggio con la sola Luisa, che era più solida, di maggior tonnellaggio e con un carico molto prezioso.

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      A.H. Brue – Carte du Bresil et d’une partie de pays adjacentes – 1826 (particolare)

 A questo punto, la  sumaca Luisa fu ribattezzata Mazzini.[8]

La sumaca continuò la sua rotta verso S.O. fino all’altezza del Capo Itapocuroi dove, il 17 maggio, Garibaldi decise di rilasciare i prigionieri bianchi e di far sbarcare anche il brasiliano João Baptista, suo capitano d’armi, dopo averli riforniti abbondatemente di viveri ed aver acconsentito che loro trattenessero gli effetti personali. Ai prigionieri venne lasciata l’unica lancia di salvataggio di cui disponeva la sumaca.

La sumaca proseguì il suo cammino in direzione di Maldonado, porto uruguaiano, ma durante la rotta i viveri cominciarono a scarseggiare e Garibaldi fu costretto ad improvvisare una zattera per scendere a terra per rifornirsi di viveri freschi.

Il 28 maggio, il Mazzini giunse finalmente a Maldonado, inalberando la bandiera riograndense [9]: in 21 giorni  i corsari avevano percorso oltre 1000 miglia.

A Maldonado, Garibaldi sperava di rifornirsi di viveri e di trovarvi un’accoglienza amichevole, in quanto, alla sua partenza da Rio, sia il governo uruguaiano, sia quello argentino erano in freddi rapporti con l’impero brasiliano ed appoggiavano i ribelli riograndensi. Ma, durante il viaggio, le alleanze si erano rovesciate e quando la sumaca giunse a Maldonado gli amici dei riograndensi non erano più visti con benevolenza nei due stati. Nel porto, erano alla fonda anche un bastimento della marina militare uruguaiana e una fregata francese da pesca. L’accoglienza delle autorità e della popolazione fu buona e Garibaldi riuscì a vendere parte del carico che aveva sequestrato sulla Luisa: alcuni sacchi di caffè e del legname. Rossetti sbarcò per recarsi a Montevideo, dove sperava di ricevere istruzioni e rifornimenti. Ma dopo pochi giorni, da notizie riservate, Garibaldi apprese che il governo imperiale stava facendo pressioni sulle locali autorità affinchè procedessero al sequestro della sumaca e all’arresto dell’equipaggio. Garibaldi decise, quindi, di partire improvvisamente nella notte fra il 5 e 6 giugno, dopo aver sostato otto giorni a Maldonado, e si inoltrò, nonostante una forte tempesta, all’interno del Rio della Plata. Dopo aver rischiato di finire sugli scogli e superata la tempesta, la sumaca arrivò infine, l’undici giugno, alla punta di Jesus Maria dove Garibaldi sperava di ritrovare il Rossetti il quale, però, era                                        stato arrestato dalle autorità uruguaiane. Con un mezzo di fortuna, Garibaldi e uno dei marinai riuscirono a scendere a terra e a procurarsi della carne. Mentre sostavano all’altezza della punta, scorsero una palandra[10] dalla quale Garibaldi riuscì a comprare una lancia per la sua sumaca, che, come già detto, ne era priva.

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Modello di sumaca

Sparsasi la notizia della fuga della sumaca da Maldonado, da Montevideo partì l’ordine di catturarla. La mattina del 15 giugno la sumaca avvistò due lancioni in avvicinamento: erano due lancioni della marina uruguaiana, i quali, avvicinatisi alla sumaca, improvvisamente inalberarono la bandiera uruguaiana e diedero inizio ad un furioso combattimento a fucilate. Un marinaio della sumaca, Giovanni Fiorentino, venne ucciso mentre Garbaldi ricevette un colpo quasi mortale al collo, con perdita di conoscenza.

Luigi Carniglia, il nostromo, assunse il comando e, insieme a Pasquale Lodola, Antonio Chiama, Maurizio Garibaldi, Giovanni Lamberti e ai due maltesi, rispose al fuoco, mentre il resto dell’equipaggio si riparò sottocoperta.

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V. Martin de Moussy – Carte des Provinces de Entre Rios, de  Santa Fe, et de la  Bande orientale – 1873 (particolare)

Dopo un ora di combattimento, i lancioni uruguaiani si allontanarono e Garibaldi, sebbene tramortito, riuscì ad indicare al Carniglia di fare rotta verso la città di Santa Fe sul Paraná. Giunti alla foce del dell’Ibicuí, Giovanni Lamberti, il veneziano e il portoghese decisero di abbandonare l’avventura e sbarcarono a terra.

La sumaca iniziò, quindi, a risalire lungo il Rio Paraná dove incontrò una goletta argentina che prestò soccorso ai feriti. Il proprietario consigliò a Garibaldi di sbarcare nel porto di Gualeguay nella provincia argentina di Entre Rios, dove il nostro giunse il 26 giugno. Nel frattempo, il governo argentino, informato dei movementi della sumaca, aveva dato ordine di sequestrare l’imbarcazione e di arrestare i membri dell’equipaggio. Tra il 10 e il 17 luglio, una commissione interrogò i membri dell’equipaggio. Tra questi anche Antonio Chiama, che rilasciò una dettagliata descrizione degli avvenimenti ai quali aveva partecipato.[11] Ai membri dell’equipaggio, lasciati liberi di muoversi in città con l’obbligo di presentarsi tutti i giorni alla polizia, venne concesso un sussidio di un peso al giorno da dividersi tra di loro. Ai primi di ottobre, i membri bianchi dell’equipaggio vennero lasciati liberi di partire e di loro non si ebbero più notizie. I cinque negri furono rimessi in schiavitù.

Garibaldi, trattenuto a Gualaguay, tentò di fuggire, ma fu ripreso,  torturato, e messo in prigione per due mesi. Finalmente, nel febbraio del 1838, il governo argentino, non avendo nulla da imputargli, lo lasciò libero di andarsene.

Si chiuse, così, la prima avventura militare di Garibaldi e del suo piccolo manipolo di coraggiosi marinai nell’America del Sud.

Di Antonio Chiama si sono perdute le tracce. Sappiamo, però, che diversi Chiama si installarono in Argentina nell’Ottocento e che tuttora i loro discendenti vivono tra le province di Corrientes e di Entre Rios: ma questa è una storia ancora tutta da raccontare.

  Roberto Moresco                                                                  15 aprile 2011

 Questo racconto è stato tratto dalle seguenti fonti:

– G. Garibaldi, Memorie, pubblicate da A. Dumas, Palermo 1860

– G. Garibaldi, Memorie Autobiografiche, Firenze 1888

– S. Candido, Giuseppe Garibaldi, Corsaro Riograndense (1837-1838), Roma 1964: è un’opera fondamentale per la storia della vita di Garibaldi in questo periodo, in quanto l’autore ha rinvenuto negli archivi sudamericani molti documenti originali.

– A. Scirocco, Giuseppe Garibaldi, Milano 2005

 Appendice

Dichiarazione di Antonio Illama (Chiama)

 «Nella città di Sant’Antonio di Gualeguay il quindici di luglio del milleottocentotrentasette comparve un altro individuo dell’equipaggio e richiesto del suo nome, Patria e professione: disse di chiamarsi Antonio Illama, nato a Capraia nello stato di Genova, professione marinaio. Essendo l’ultimo dei bianchi dell’equipaggio e richiesto del giuramento, promise di dire la verità su quanto gli fu domandato, come ha fatto negli interrogatori preliminari.

Interrogato – Dove era la sua residenza e di cosa si occupava prima di imbarcarsi sul Corsaro Mazzini, con il resto che sapeva di particolare; rispose: che così come quindici giorni dal suo arrivo a Rio de Janeiro, dove era approdato con un brigantino orientale carico di carne, chiamato Felis. Che successivamente pressato dal nostromo del Mazzini, che lo persuase a imbarcarsi sulla sua imbarcazione con destinazione Campos dove riservatamente gli lasciò intendere, che sarebbero partiti per il Rio Grande, per andare in corso contro l’Impero [del Brasile]. Che conformemente a tali prevenzioni, si sbarcò dal Brigantino Felis, perdendo i suoi … e il suo vestiario che il Capitano non gli volle consegnare, a causa del suo sbarco. Quindi si trasferì sul Mazzini, persuaso che sarebbero andati a Campos; ma quando erano già fuori del porto, il comandante Garibaldi, radunato l’equipaggio, lesse la Patente di Corso che aveva ricevuto dal Governo di Rio Grande e comunicò che il loro compito, da quel momento, era di effettuare la guerra di corsa; il dichiarante fu d’accordo con questa spiegazione.

Interrogato – quali eventi occorsero dopo quanto aveva raccontato; disse, che essendo alla fonda, alla vista di una Lancia vi salirono a bordo, essendo Brasiliana e carica di carne per Capo Frio; avevano tratto da essa un negro, una pompa d’acqua, 4 barili di vino, un orologio d’argento del Padrone della Lancia che fu prelevato dal comandante il quale diede in cambio l’equivalente in carne secca che aveva a bordo. Trattennero in loro potere detta lancia fino al mattino del giorno successivo e, poi, la lasciarono libera. Dopo questo navigarono con rotta verso ovest, e quando si trovarono all’altezza dell’Isola Grande catturarono la Sumaca Luisa. Che aveva un equipaggio di nove persone incluso un passeggero e quattro negri, gli stessi  furono imbarcati sulla Lancia con tutti i loro effetti, insieme al Capitano di Bandiera del Mazzini e lasciati andare ad una distanza di una lega e mezza da terra al nord di Santa Caterina; poi dopo aver autoaffondato il Corsaro portarono via gli attrezzi che aveva a bordo.

Interrogato – Che rotta presero successivamente e quale evento notabile accadde, rispose: che si diressero a Maldonado dove gettarono l’ancora innalzando la bandiera della Repubblica, e dopo un po’ ricevettero la visita di un Capitano di un Postale Orientale che stava all’ancora con il gagliadetto issato e che si ritirò senza sollevare alcun problema.

Che lo stesso giorno il comandante andò a dormire a bordo di una Fregata Francese, che stava anch’essa alla fonda, e il giorno dopo con una scialuppa della Fregata scesero a terra diversi membri dell’equipaggio. Che rimasero li per otto giorni durante i quali furono visitati da diverse persone del posto. Che il dichiarante non vide scaricare più che alcuni sacchi di caffè e una quantità di legna a terra ed a bordo di una piccola goletta che, dopo il loro arrivo, si era messa alla fonda in quel porto.

Le cose stavano così quando il comandante giunse a bordo e mostrò una lettera con cui, come l’interrogato potè capire, erano informati da terra che dovevano navigare verso le acque dell’Uruguay e per questo ripresero il largo andando a gettare l’ancora alla punta di Jesus Maria, dopo aver lasciato a terra un uomo che (come sentì dire) avrebbe dovuto occuparsi dell’impresa. Stando presso la punta di Jesus Maria avvistarono una palandra e si diressero verso di essa con l’intenzione di procurarsi dei viveri e di acquistare una nuova scialuppa di cui erano privi; e da essa comprarono la lancia che possiede la sumaca per venticinque patacon. Conclusa questa operazione ritornarono alla fonda e il giorno successivo  avvistarono due lancioni che si dirigevano verso di loro; per cui il comandante diede ordine di issare le vele e di avvicinarsi ai due lancioni, in quanto li ritenne amici. Giunti a portata di voce, da uno dei lancioni fu intimata la resa a nome del Governo uruguaiano. Il comandante, insospettitosi, comandò che si alassero i pennoni della sumaca che trovavasi in panna; si stavano dedicando a dette manovre, quando l’interrogato udì una scarica di fucileria cui fu risposto da parte dell’equipaggio della sumaca. Dopo un breve combattimento, i lancioni si allontanarono, dopo avere ammainato la bandiera uruguaiana che fu issata per pochi istanti nel momento di dare inizio alle scariche di fucileria. Che sfuggiti a questo pericolo presero la direzione dell’Uruguay con un morto e il comandante gravemente ferito; avendo il dichiarante sentito qualcuno dire di andare a Buenos Aires. Che senza … ne conoscere la rotta giunsero fino a Iviqüi dove tre dei suoi compagni scesero a terra di loro spontanea volontà, e di li guidati dalla Goletta Pintoresca arrivarono a questo porto.

Interrogato – se ha qualcosa d’altro da aggiungere a quanto esposto, dice che no, e quanto ha detto è la verità secondo il giuramento prestato, si ratificò letta che gli fu tutta la sua dichiarazione; precisando di avere ventisei anni; e non firmò perché disse di non saperlo fare, e lo fecero i Signori della Commissione».[12]

 [1] Nelle sue Memorie Autobiografiche, Firenze 1888, p. 16, Garibaldi dice che il Mazzini era una garopera, barca destinata alla pesca delle garope, pesce squisito del Brasile.

 [2] S. Candido, Giuseppe Garibaldi, Corsaro Riograndense (1837-1838), pp. 163-164.

[3] Ibidem, p. 79, S. Candido propone quest’elenco, basandosi anche sulla documentazione ufficiale da lui rinvenuta. Il cognome del capraiese è indicato come Illma, mentre nella patente si legge il nome Chiama, che fu spagnolizzato nel documento che riporta la sua testimonianza, resa a Gualaguay il 15 luglio 1837. Purtroppo, non solo nel lavoro di S. Candido ma anche in quello di A. Scirocco, Giuseppe Garibaldi, Milano 2005, viene mantenuto il cognome spagnolo: speriamo che nei futuri lavori a questo valoroso sia reso il cognome originario. Qualche nome di questa lista è diverso da quelli indicati nella Patente di Corsa: sicuramente tra la richiesta del documento e il suo arrivo qualcuno trovò altro ingaggio o ci ripensò e venne sostituito da altri.

[4] Archivio Diocesano di Livorno, Registro dei battesimi di Capraia, p. 74v.

[5] Brigantino Orientale: con questa qualifica si intende “uruguaiano”, in quanto il nome ufficiale dello stato era ed è ancor’oggi República Oriental del Uruguay

 [6] Archivio Diocesano di Livorno, Registro dei battesimi di Capraia: p. 70v., Giovanni di Giustiniano fu Giovanni Lamberti e di Maria Sabatini di Giuseppe; p. 72v, Giovanni di Domenico Andrea q. Giovanni Lamberti e di Maria Francesca Chiama di Antonio.

 [7] R. Moresco, La marineria capraiese nel XVIII secolo, Atti della Società Ligure di Storia Patria, 2003, p. 593.

[8] In G. Garibaldi, Memorie, pubblicate da A. Dumas, Palermo 1860, p. 62, l’autore dice: “Io diedi alla goletta il nome di Scarropilla, derivativo di Farrapos, gente sparsa, nome che l’impero del Brasile dà agli abitanti delle piccole repubbliche dell’America del Sud”. I documenti ufficiali uruguaiani e argentini, stilati dopo la cattura della sumaca, riportano il nome Mazzini, mentre quelli brasiliani il nome Luisa.

[9] Maldonado oggi Punta del Este.

 [10] Palandra: grossa imbarcazione a vela a fondo piatto usata nella navigazione costiera e fluviale.

 [11] Vedi Appendice.

[12] S. Candido, Giuseppe Garibaldi, Corsaro Riograndense (1837-1838), Roma 1964, pp. 221-223: il testo originale è in spagnolo e qui se ne da una traduzione letterale.

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1766 – Una foca monaca catturata a Capraia

 La Gazzetta Patria di Firenze del 13 dicembre 1766 riporta la notizia della presentazione alLa foca monaca_Page_1_Image_0006 Granduca di Toscana Pietro Leopoldo di Lorena di uno strano animale anfibio preso dalla parte dell’isola di Capraja. La breve descrizione dell’animale, riportata nell’articolo, indica chiaramente che si tratta di una foca monaca, non sappiamo se pescata appositamente o perché rimasta impigliata nelle reti dei pescatori[1]

Gazzetta Patria

Questa notizia è molto interessante in quanto prova la presenza di questo animale nei mari dell’isola già nel settecento. La foca monaca (Monachus monachus), classificata per la prima volta da Jean Herman nel 1779, è un mammifero marino. Si tratta di un animale che ha una lunghezza massima di circa 3 metri e un peso variabile da 240 a 300 kg. Il corpo, piuttosto massiccio, tozzo e coperto di brevi peli, è superiormente di colore variabile dal grigio scuro, al nero o al marrone scuro, come il saio dei frati (da qui forse il suo nome). Il capo è globoso, gli occhi neri, grandi e con lunghe sopracciglia, il muso piuttosto breve, provvisto di robuste vibrisse sulle labbra. Un tempo la foca monaca era diffusa in tutto il bacino del Mar Mediterraneo, il Mar Nero le coste atlantiche di Spagna, Portogallo, Marocco, Mauritania, Madeira e le Canarie ma oggi è uno degli animali più a rischio del Pianeta.[2]

Un secolo dopo, nel luglio del 1875, al comandante D’Albertis, che con il suo cutter Il Violante sta visitando l’isola di Capraia, viene mostrata la cosidetta grotta della Foca Monaca, come riportato nelle memorie del suo viaggio:

“Qui gli viene mostrata una delle diverse grotte scavate dai flutti, detta il Nido della Foca, dove se n’eran già prese delle vive, chiudendone l’angusta entrata con una forte rete a sacco e sparando poi uno schioppo per farle fuggire al mare.L’animoso capitano fa star pronti i suoi con ramponi, nel caso uscisse la foca al colpo della sua carabina e, nulle vedendo comparire, pe-netra nell’antro a nuoto tenendo fra i denti una candela accesa. La grotta ha una cinquantina di metri di profondità e termina con una piccola spiaggia; il D’Albertis non vi ha osservato alcunchè di rimarche-vole.” [3]

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Capraia, la Grotta della Foca  (Foto F. Guidi)

La cattura della foca monaca continuò a Capraia fino agli anni trenta dello scorso secolo. Una famiglia capraiese, i Cuneo del porto, si erano specializzati in questo tipo di pesca, e le loro prede finivano nei più impotanti zoo d’Europa. L’ultimo pescatore di foche di questa famiglia fu Alfredo Cuneo, con i figli Antonio Giuseppe (Beppone), Domenico, e Tullio.

Folco Giusti, nella sua giovinezza, ebbe l’opportunità, di ascoltare da Alfredo Cuneo, morto nel 1959 all’età di 92 anni, il racconto della cattura della foca monaca, che ha riportato nel suo libro, Un’isola da amare, e che qui trascriviamo:

“ Ci alzavamo di notte e, armata la barca, s’andava a ponente verso la grotta che sta là, un po’ nascosta, tra la punta del Trattoio e il Moreto. Due ore buone di remi, fradici di guazza, il fanale del paese a poppa fino alle Formiche, poi il buio più nero fino alla Manza e, qui, finalmente davanti, ma ancora lontano, i lampi rossi del faretto del Trattoio. All’orizzonte la Corsica, un’ombra scura come una grossa balena addormentata. … Arrivati vicino, silenzio assoluto e voga lenta, attenta, senza sbattere l’acqua. Sapevamo che d’estate almeno una femmina ci veniva a partorire e sapevamo che tra settembre e ottobre, di notte, sarebbe stata lì, sulla ghiaia in fondo alla grotta, a fare la guardia al suo piccolo appena cresciuto. Davanti alla grotta, a chiudere l’uscita, si calava un cerchio di rete robusta, a maglie larghe e con grossi nattelli che la tenevano ritta dal fondo a galla. Poi, … pronti a tenere, … un colpo di fucile nella grotta. …. E … ecco la foca spaventata, che schizza fuori e che s’infila nella rete. Si dimena come un diavolo, tira, strappa, sbatte l’acqua, ma … più che sbatte, più si imbriglia e … alla fine cede. Uno nella grotta ad acchiappare il piccolo, gli altri a tirare la rete in barca, prima che la foca annegasse. E via, indietro, verso il porto, carichi ma contenti.

Una volta a terra veniva il difficile perché le foche dovevano imparare a vivere prigioniere, nel magazzino di casa, e a mangiare il pesce già morto. Le tenevo parecchi giorni a digiuno, per affamarle. E la foca mamma, con gli occhi rossi, piangeva, piangeva …, pareva sapesse il destino che aspettava lei e la sua fochina.

Mi si spezzava il cuore, ma qualcuno di un circo me li avrebbe comprati e quella pesca sarebbe stata provvidenza per tutto l’anno.

Passati diversi giorni, gli buttavo del pesce fresco, boghe, sugherelli, muggini e …, se andava bene e la foca mangiava, era fatta. La foca si abituava, con lei il suo piccolo, e non restava che aspettare il compratore.”[4]

La peculiare attività di questa famiglia di pescatori, cessò dopo la Seconda Guerra Mondiale quando la foca monaca divenne sempre più rara e poi sparì dalle acque delle isole dell’Arcipelago Toscano.

Recentemente, nel giugno del 2009, una foca monaca è stata avvistata e fotografata all’isola del Giglio, e nel dicembre del 2010 è stata segnalata a Pomonte, all’isola d’Elba, anche se la notizia non ha avuto riscontri.[5]

La foca monaca del Giglio

Forse un giorno la foca monaca tornerà ad abitare nella grotta di Capraia che da lei ha preso il nome.

                                                            La foca monaca del Giglio

Roberto Moresco                         15 marzo  2011


[1] Gazzetta Patria, Firenze 1766. Trascrizione: È stato questa mattina presentato a S. A. R. a nome del Sig. Gen. Bourbon del Monte Governatore di Livorno un vitello marino, che si è conservato vivo per la strada fino alle Porte di Firenze. Questo animale è anfibio, e non si sa, se sia stato preso in terra, o in acqua, si sabene, che è venuto dalla parte dell’Isola di Capraja.  S. A. R. lo ha gradito per la particolarità della sua pelle, che rassomiglia quella della Lontra, ma è molto più fine, e delicata.

[2] F. Giusti, Un’isola da amare, Livorno 2003, pp. 16-20; http://www.wwf.it

[3] P. Pavesi, Le prime crociere del Violante comandato dal capitano-armatore Enrico D’Albertis, Annali del Museo Civico di Storia Naturale di Genova, VIII, 1876, pp. 407-409.

[4] F. Giusti, Un’isola da amare, …, cit., pp. 13-16.

[5] Corriere Fiorentino del 9 giugno 2009 e del 29 dicembre 2010.

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1721 – La guerra delle acciughe

acciugheNei primi decenni del XVIII secolo la principale e più proficua attività dei Capraiesi è la pesca delle acciughe che viene praticata con le reti nei mesi estivi. Nel 1705, poiché la popolazione dell’isola sta crescendo i Capraiesi pensano di aumentare il numero delle gondole e delle reti per questo tipo di pesca tanto che i Padri del Comune, con il sostegno del Commissario, chiedono a Genova di ordinare ad alcuni privati, che possiedono dei terreni incolti intorno alla spiaggia del porto, di venderli alla Comunità in modo che i pescatori vi possano stendere ad asciugare le loro reti, fatte di fili sottili e delicati.

Ma con il passare degli anni la pesca delle acciughe intorno all’isola diventa sempre meno proficua e i pescatori capraiesi sono costretti a spostarsi nelle acque delle isole vicine: Gorgona, che apparteneva al Granducato di Toscana, Pianosa e Montecristo, che appartenevano al Principe di Piombino. Per potere esercitare la pesca nelle acque di queste isole era necessario ottenere un permesso. La pesca a Pianosa e Montecristo era molto pericolosa poiché le due isole erano disabitate ed erano divenute un covo di corsari. Per i pescatori capraiesi non rimaneva che effettuare la pesca nelle acque di Gorgona, che per l’abbondanza del pescato – da anni si sapeva che nelle acque dell’isola nei estivi vi era il passaggio delle motte di pesce azzurro – era diventata anche la meta dei pescatori di acciughe della Riviera Ligure di Levante, in modo particolare dei camoglini.

Ortelius-Dominio di Florenza

Ortelius – Dominio di Florenza -1601  

I capraiesi, vedendo diminuire il pescato, nel giugno del 1721, decisero di fare un voto a Sant’Antonio come risulta dal seguente verbale dell’Assemblea della Comunità:

 «1721. 28 Giugno alla mattina

Li nominati Antonio Chiama, Gregorio Ramarone, e Giuseppe Biagini Padri del Comune di Capraja riguardando con grave loro sentimento le calamità, e miserie di detta Isola, e popolo di Capraja fatte ora più gravi dalla presente sterilità della pesca delle alici, con la quale tutto questo Comune va proccacciandosi il necessario sostentamento, hanno deliberato di movere il predetto popolo a porgere voti particolari a Sua Divina Maestà col mezzo del molto Illustre, e molto Reverendo Signor Pievano, e Reverendi Padri di questo Convento per impetrare dalla divina Clemenza il provvedimento di pesca sufficiente a sostenere con decoro il loro povero stato mediante l’intercessione de Santi Avvocati, e Protettori del luogo, e specialmente di Sant’Antonio di Padova, ordinando al sudetto effetto, processione di Divozione, portando in essa la reliquia di detto Santo, per mezzo del quale questo Popolo ha ricevuto in ogni tempo dalla misericordia di Dio grazie infinite il che effettivamente, e con particolar devozione questa mane si è adempita, e per render sempre più ragguardevole la divozione e venerazione appresso questo miracolosissimo Santo di Padova tanto propenso a consolarci in tutti i nostri bisogni hanno deliberato i sudetti nominati Padri del Comune a gloria di Dio e del predetto Santo nel modo, e forma, che si osservano le feste comandate dalla S. M. C. per questo voto particolare da farsi da questa comunità, e da osservarsi perpetuamente da tutto questo Popolo.

Quindi è, che mediante la Chiamata, o grida fatta dove preventivamente, e radunati l’anno sudetto e giorno sudetto in ora di terza nella piazza del presidio fuori del corpo di guardia, in forma solita, tutti i capi di casa, che compongono la comunità di Capraja alla presenza dell’Ill.mo Signor Giovanni Battista Di Negro Capitano, e Commissario di Capitana, e di me Cancellere Infrascritto li nominati Antonio Chiama, Gregorio Ramarone, e Giuseppe Biagini, Padri del Comune hanno proposto al popolo il voto da farsi, e la festa come sopra da celebrarsi con inviolabile osservanza da tutti il dì 13 Giugno dedicato al gran Santo di Padova loro Avvocato, e Protettore per i beneficj ricevuti, e che sperano ottenere da S. D. M. per l’intercessione di detto Santo qual proposizione, e voto fù da tutti accettato a viva voce, e confermato poi immediatamente con i sofragi e voti secreti racolti in detta adunanza in numero di duecento tredici. Tutti bianchi e favorevoli, nessuno affatto contrario, e così resta passato, fatto, e confermato il voto come sopra proposto. Atto fatto inscritto come sopra in detto luogo questo giorno 28 Giugno l’anno del Signore 1721, presenti in qualità di testimonj il Capitano Anton Domenico Bargone, e il Patrone Stefano Bargone».

Acciughe_1

La motta di acciughe    

Non sappiamo se questa pratica devozionale si sia mantenuta a lungo, senz’altro se ne è perso il ricordo a memoria d’uomo.

 Nel 1721 l’isola di Gorgona pur facendo parte del Granducato di Toscana era in possesso dei frati della Certosa di Pisa che vi erano ritornati dopo tre secoli in base ad un contratto stipulato nel 1704 con il Granduca Cosimo III de Medici. La difesa dell’isola era assicurata da un castellano di nome Moretti, che dipendeva direttamente dal Granduca. I frati e il castellano potevano entrambi rilasciare dei permessi di pesca ai forestieri, con il diritto di scendere a terra a far asciugare le reti e utilizzare i magazzini per la salatura: al castellano spettava il pescato di uno spigone (rete da pesca di 23 metri circa) per ogni barca che avesse fatto preda, ai frati spettava un quartarolo (5 chili) di acciughe salate per ogni barca, per ogni anno.

Il 6 luglio, alcuni bastimenti di pescatori di acciughe capraiesi si presentano nelle acque di Gorgona, ma subito provocano il malcontento dei pescatori che già vi stanno pescando: la scusa è che i capraiesi, i corsi e in genere i genovesi non hanno la libera pratica, il permesso cioè di scendere a terra e di commerciare con gli altri bastimenti per il pericolo di contagio, rischiando di essere messi in quarantena in caso di trasgressione del divieto.

Gorgona Island

Hydrographic Office – Italy West Coast  

Il castellano di Gorgona, Fernando Moretti, informa il Governatore di Livorno su quanto sta succedendo, chiedendo istruzioni, che gli pervengono a stretto giro di posta. Il Governatore ribadisce il divieto e, nel caso di un suo mancato rispetto, le sanzioni e promette l’invio di una squadra di soldati di rinforzo. A questo scopo una squadra di sei soldati viene affidata al caporale Giuseppe Coscia che arriva a Gorgona il 15 luglio, dopo i fatti che andiamo a raccontare.

Domenica 13 luglio dopo aver ascoltato la Santa Messa, le gondole capraiesi, in compagnia di qualche imbarcazione di Camogli e di Moneglia, presero il largo dirette verso le acque della Gorgona per pescare le acciughe perché intorno a Capraia non se ne erano ancora viste. Il lunedì, due ore prima dell’alba, a causa di una burrasca le imbarcazioni furono costrette ad avvicinarsi alla Gorgona dal lato più deserto, e quando furono ad una distanza di un tiro di schioppo, furono scorte dal figlio del castellano, Gorgonio Moretti, che guidava una pattuglia di sei o otto soldati, i quali, senza alcun avvertimento, spararono contro le imbarcazioni con i loro archibugi, ferirono mortalmente un capraiese e un camoglino, forarono le vele di molte imbarcazioni e ne spezzarono parecchi remi. I bastimenti, nonostante la burrasca che continuava ad imperversare, rientrarono la sera dello stesso giorno a Capraia «tutti strapazzati». Questo è il racconto dei pescatori capraiesi e camoglini.

 Il giorno dopo, essi denunciarono l’accaduto al Commissario di Capraia Gio Batta di Negro che scrisse a Genova e al Console della Repubblica a Livorno, Domenico Gavi, in modo che questi informasse il Granduca di Toscana «dell’opera fatta a capriccio, così bestialmente dal quel Castellano e da suo figlio».

Le rimostranze del Console Gavi e le notizie giunte da Gorgona preoccupano il Granduca, perché si stava rischiando un incidente diplomatico. Fa quindi raccogliere delle testimonianze presso alcuni personaggi che in quei giorni si trovavano in Gorgona: sono fra Gio Battista Facchinetti domenicano, Don Giusto Alessandri curato dell’isola, e fra Cosimo Fini certosino, che affermano che i bastimenti dei capraiesi, che si erano presentati dinnanzi alla torre di Gorgona nonostante fossero in contumacia e sottoposti alla quarantena, furono più volte avvisati di non accostarsi all’isola e di non mescolarsi alle altre barche camogline che già stavano pescando le acciughe, dicendo che durante la sparatoria né Gorgonio Moretti né i suoi fratelli erano presenti in quanto erano nei magazzini ad assistere alla salatura delle acciughe. Un soldato, Stefano Mummiani, testimonia inoltre che l’ordine di cacciare i capraiesi era stato dato dal castellano e non dal figlio Gorgonio.

Il 30 agosto, le testimonianze così raccolte vengono trasmesse dal segretario del Granduca, Coriolano Montemagni, al Console Gavi con il commento che «il fatto è assai diverso di quello che le fu figurato, e che per la parte del figlio del castellano, e dei soldati di Gorgona non vi è stato quell’eccesso, e soverchieria che sparsero i Capraiesi». Ad ogni modo assicura che il Granduca ha dato ordine al castellano che «salvi i dovuti riguardi di sanità faccia ogni buon trattamento et accoglienza ai bastimenti amici, che approdano a quel Isola, e particolarmente a quelli dell’Isole circonvicine».

La Torre di Gorgona

La torre di Gorgona

Il Console Gavi trasmette la lettera del Montemagni al Commissario di Capraia con il commento che dalle testimonianze «si riconosce essere il fatto predetto alquanto diverso da quello è stato figurato a V.S. Ill.ma, onde ella potrà rintracciarne il positivo, essendo probabile che abbino detti Capraiesi aumentato il caso».

Probabilmente il caso si chiuse qui. In realtà dietro quanto dichiarato dai Capraiesi e i fatti effettivamente avvenuti si nascondeva una guerra tra alcuni camoglini, che da anni avevano avuto il permesso dal castellano di Gorgona di pescare le acciughe nelle acque dell’isola e di servirsi dei magazzini per la salatura del pescato,  e i capraiesi  e altri pescatori liguri che volevano approfittare della abbondanza di acciughe nel mare di Gorgona e cercavano di rompere il monopolio che di fatto il castellano, a suo beneficio, aveva imposto.

 Roberto Moresco                                                                 7  gennaio, 2011

Nota – Le fonti di questi avvenimenti sono: Archivio di Stato di Genova, Corsica, n. 640; Archivio di Stato di Livorno, Sanità, n. 81; C. Errico-M.Montanelli, Gorgona Storia dell’Isola dal XVI al XIX secolo, Livorno 2000; Archivio Diocesano di Livorno, Parrocchia di Capraia, Registro Battesimi n. 3.

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