Una lettera da Capraia del 1566. Prima testimonianza del dialetto capraiese?

  1. Premessa

Genova-Palazzo_San_Giorgio-DSCF7719Agli albori del XVI secolo inizia un periodo di turbolenza per l’isola di Capraia: nel 1504, i suoi abitanti si ribellano a Giacomo De Mari che li assedia e, due anni dopo, essi si affrancano dalla signoria dei De Mari divenendo vassalli delle Compere di San Giorgio.

Nei primi anni del loro dominio le Compere lasciano molta autonomia ai Capraiesi.

Ma sulla popolazione capraiese incombe un nuovo pericolo: nel Tirreno sono arrivati i corsari turchi e barbareschi. Nel giugno del 1540 il corsaro barbaresco Dragut sbarca nell’isola e dopo un furioso bombardamento prende il paese e ne cattura gli abitanti che sono liberati dopo pochi giorni da Giannettino Doria quando nella baia di Girolata sorprende i vascelli di Dragut e lo cattura. I Capraiesi che si sono salvati rientrano nella loro isola e le Compere di San Giorgio inviano a Capraia il Capitano e Commissario Genesio da Quarto con un contingente di uomini per la costruzione di un forte e di una torre. È da questo avvenimento che inizia la storia moderna dell’isola.[1]

Non abbiamo alcuna notizia sull’origine della popolazione dell’isola fino a questa data. È probabile che a partire dal Quattrocento vi siano stati continui scambi di persone tra Capraia e il Capocorso anche se gli abitanti dell’isola devono aver preservato una loro peculiare forma di isolamento, nella quale legami familiari, usi, e costumi, hanno evoluzioni molto lente. Nel 1540 gli abitanti sono circa 230, e l’economia è  basata sull’agricoltura e la pastorizia.

Dopo l’attacco di Dragut, prima le Compere e poi la Repubblica consolidano i legami con l’isola tramite la presenza di un Capitano e Commissario, con una sua piccola corte ed una guarnigione di soldati a presidio del Forte e delle torri..

La presenza di questi uomini nell’isola viene a rompere l’isolamento della popolazione e ne altera le caratteristiche: da subito diversi soldati sposano donne capraiesi, che in quel periodo sono maggioritarie nella popolazione locale poichè gran parte degli uomini sono periti nella difesa del paese assediato da Dragut. Sappiamo che nel 1556 tredici soldati si sono stabiliti nell’isola ed hanno sposato donne capraiesi.

In questo periodo le Compere arruolano i soldati da inviare in Corsica e a Capraia principalmente nei paesi della Lunigiana.[2]Da qui deriva probabilmente la tradizione tramandata da alcuni scrittori, che i capraiesi sono originari della Liguria di Levante.

Il 30 giugno del 1562, con il contratto tra le Compere e la Repubblica di Genova “l’Isola di Corsica, di Capraia, e tutti i luoghi di Terraferma” passano sotto il governo diretto  della Repubblica di Genova.

Mentre le Compere prima, e poi la Repubblica possiedono l’imperium dell’isola e i Capraiesi si considerano loro sudditi e vassalli, la comunità ha una sua autonomia regolata da dei  Capitoli o Statuti che sono riconosciuti dal principe. La comunità è retta da tre Padri del Comune che vengono eletti annualmente dall’assemblea dei capi dei fuochi. In rappresentanza dei soldati, che si erano stabiliti nell’isola dopo aver sposato donne capraiesi, uno dei Padri del Comune viene eletto tra di loro.

2.   La lettera del 26 febbraio 1566

Ai primi di dicembre del 1565 arriva a Capraia Jacobo Vassore, nuovo capitano e commissario dell’isola, e subito nella comunità capraiese scoppia il malcontento in quanto vessata dalle angherie che subisce da Francesco Gurlero luogotenente del Vassore. Il 22 febbraio 1566 i Padri del Comune scrivono di nascosto a Genova per lamentarsi delle angherie del Gurlero, citando tre episodi di cui dichiarano essere stati vittime.La lettera è stata scritta da uno di loro e non dal cancelliere della corte o dal pievano, come è uso corrente per le lettere scritte dalla Comunità.[3]

 “Jll. e cellentisimi s.rj nuj non potimu manchare che non ve damu avisu de lu covernu e procedere che fanu lj mandati dele Jll. e cellentisime S.rie vostre sobra alj vostri fedeljsimi e poveri suziti al locutenente[4] a prosumito demandare e pijare pallandu con reverencja e onore dele Jll. e cellentissime S.rje de li chapreti ala montaghja de questi vostri poveri suziti senza  ordine dal S.re cumesariu e chapetaniu[5] e cusi senza ordine de lj patroni de lj bestiamj: uno suo servitore onde e statu tutu un zornu dove conversavanu diti bestiami e li pasturi lu domandava che fai tu custi lui lj respose che vaj cerchandu certe cose che mea come su meu patrone lj pasturi non poteva manchare de andare deretu alu suo bastiame da poi questi abenu pasatu un pocu de montaghiola overu coljna come ponu comprendre le Jll. S.rie vostre. in questu lu ditu servitore e andatu alu stazu dove stavanu lj chapreti serati e ane pijatu unu delj meliori ghe ci fose perche cusi avja ordine del suo patrone a nuj cj pare che sia come unu la…cju benche er servitore e statu banditu dal S.re capetaniu: et piu vi dicimu che e locutenente si a pijatu di parole con unu omu anticu de la tera e li a dito tute  quele velanie che po dire un omu con dilli canaja quanti seti et dicenduli che voleva che lo conosese per patrone metendulj la manu al petu: et lu poveru veghiu li resspuse che non chonose altri patronie che la Jll. S.ria el S.re cumesariu et capetaniu mandatu de le Jll: S.re vostre. El S.re cumesariu seteva gridare e sendu sua S.ra alu restelu de la porta subetu vene jn piazia et je le narmanu: sapia le Jll. e celentisime S.re vostre che ne pareremu atediusi un pocu ma per questu non posimu manchare de dire quelu che presegue ala zornata e sendu una povera orfana in chasa con lu suo barba quale ditu suo barba aconzava el manicu ne la zapa de la povera orfana li scapo la pecoza di manu et dete sobra el sularo disotu al sularo era el S.re locutente subitu se  levo jn corera et a dire velanje a quela povera orfana che non se averia detu a una dona di partitu: el barba de la citela respunde al locutenente non diti velania ala zitela per che sono statu iu el locutenente respunde: tu sei veghiu buceron traditore et piu velanie asai et queste cose se la ditu  a un uomu anticu da la terra et a nuj ci pare multe stranie queste cose perche le Jll. e celentisime S.re vostre sano come sempre servimu pasati et acusi serimu ala zornata e le Jll. S.rje vostre dormanu con bonisimu animu versu di nuj perche sempre serimu fedelisimi suciti et questu ni dimu a le Jll, S.rje vostre perche simu stati el S.re cumesariu e a lamentarsi et sua S.ria li a datu uno rebufu et non altru. preghamu sempre le Jll. e celentisime S.rie vostre i dia nuque lu remediu che a quelu parera che fu a quele remetimu che el nostru S.re jdiu ne prospera    Schrita da Capraja a die 26 frebaru 1566.

 Li vostri fideli suziti et patri de cumune”

Da Genova, probabilmente ai primi di aprile, giunge una risposta che viene letta pubblicamente e sembra soddisfare solo in parte i Capraiesi. Il 19 aprile i Padri del Comune inviano una nuova lettera a Genova, questa volta non in modo segreto:

“Habbiamo ricevuto la gratissima di V.S.Illustrissime quale ci è stata di grandissima consolatione per rispetto del bon conto che le hanno sempre tenuto , e tengono di questi suoi poveri vassalli, del quali non eravamo in dubio, quale si è letta in publico et è stato come si suol dire giunger sproni a bon corridore… Ben è vero V.S. Illustrissime di quello e francesco gurlero luogotenente del Magnifico Capitano Giacomo Vassore nostro Commissario, perchè non contento delli mali trattamenti che ci ha fatto per quali siam stati forzati ricorrere da quelli, di nuovo alla gionata persevera in quelli di bene in meglio con minacciarne publicamente tutt’il giorno di volerci a Genova come che la fusse un bosco, e non quella città tanto ben governata e piena di Giustizia che da per tutto si sa. E mirinino V.S. Illustrissime se la malignita sua è grande, che questi giorni si era andato a sotterare una povera donna, è come quelli deveno sapere lontano il cimitero dalla terra un grosso miglio, et egli in piazza publica hebbe ardire di dire, bon turchi siano che me ne paghino siamo ben certi che queste cose dispiaceno a V.S. Illustrissime e che gli darano rimedio, similmente li giorni passati dui gioveni della terra facevano parolle insieme , et uno caporali si gli interpose per pacificarli, et il detto luogotenente il prese per il petto, e disse va in guardia e lassa che si amassino questa canaglia. il nostro reverendo prete  uno di questi giorni andava chiedendo elimosina in compagnia di un’huomo antico della terra per certi poverelli e siando andati a casa del detto gurlero a domandargli la elimosina egli disse se credesse che Dio fusse capraiese, mi renegaria cento volte al giorno, et in vero padroni Illustrissimi questa sua è una grandissima malignità e più grande ci pare per conoscere ch’egli non ha occasione alcuna di odiarci tanto, et il peggio di tutti è che va seminando discordie e risse fra noi altri, il che è contra la voluntà di Dio e di V.S. Illustrissime e se fusse bon cittadino di cotesta città como deveria essere, cercaria di quietare e pacificare e non accendere come fà …”

Con questa lettera parte per Genova anche una lettera del Commissario:

“… ho visto la lettera per V.S.Illustrissime mandata a questi padri di comune e, quello che V.S.Illustrissime mi scriveno che faci reprensione al logotenente, quando segui la cosa del capreto all’hora ge la feci e bandi il suo servitore qualle era stato a rubarlo, lui dice averlo pagato soldi dodece a detto suo servitore per essere stato portato in casa sua in uno sacho secreto e, essendo detto locotenente non sollo in mia compagnia quando il pastore si doleva del suo capreto e, non havendomelo rivelato se non quando fu scoperto per questo ge lo fatto pagar soldi vinti; delle altre cose mi par vergogna a farle estender a V.S. Illustrissime se non che li dico che ogni giorno e, a parole con tutta la comunità e, con quanta reprensione li o fatto non a voluto marcare? e si ha havuto tanto asdegno della lettera amndata da V.S. Illustrissime per li padri di comune che in mia presentia di nuovo li a menasati. a me saria bastato l’animo a remediarli percio no o voluto fare niente che prima non ne habbi dato aviso a V.S. Illustrissime. …”

Il 22 giugno il Commissario comunica a Genova di aver licenziato il suo luogotenente  Gurlero, obbedendo agli ordini ricevuti. Ma i Capraiesi temono la vendetta del Gurlero quando per i loro traffici debbano recarsi a Genova, e il 20 giugno scrivono:

Pensavamo alla partenza di Francesco Gurlero luogotenente del nostro Magnifico Comissario di stare in pace. Ma a noi pare che siamo piu in ruina che mai havendo il sudetto luogotenente detto che va in Genova dove quelli chi fanno fiustitia sono pari suoi e che in esso luoco ne vuole con mal’animo. Noi siamo poveri marinai e ci bisogna per sustentare le nostre povere famiglie andare in qua e in la con grandissimo pericolo di Mare e de infideli, et hora ci bisogna haver suspetto di lui. Preghemo le S.V Illustrissime voglino essere contenti farne dare bona sigurtà accio possiamo fare li nostri viaggi soliti in Genova senza alcun suspetto di lui. E tutto quello havemo scritto a quelli è l’istessa verità come si farà fede per tutta questa comunità ogni volta che V.S. Illustrissime vorranno saperlo. Il detto luogotenete novamenti ha detto a Mastro Batta Tabacco uno de nostri padri de comune perchè havemo scritto a quelli senza sua saputa che lo vuole amazzare, o far amazzare ad ogni modo di che ci è parso male tuttavolta siamo figlioli e vasalli d’un principe tento giusto …”.

3. Un commento

Non sappiamo chi abbia scritto la lettera del 26 febbraio 1566: i Capraiesi di quei tempi erano del tutto analfabeti. L’unico che può averla scritto è probabilmente Batista Tabachu o Tabacco, che non è un capraiese. Questa ipotesi è suffragata dalla sua firma in una sua lettera posteriore, redatta, però, dal cancelliere del presidio.

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Il Tabachu è probabilmente originario della Riviera di Levante o della Lunigiana, territori nei quali venivano arruolati gran parte dei soldati delle Compere.

Non mi addentro in una analisi della lettera non ne avendo la capacità, ma lascio agli specialisti il compito di analizzarla e trovare la giusta risposta su questo documento che è un unicum tra le migliaia di quelli inviati a Genova da Capraia:

è questa veramente la prima testimonianza del dialetto che si usava a Capraia attorno alla metà del Cinquecento?

 Se qualcuno è interessato a dare una risposta, può scrivermi e io gli metterò a disposizione i documenti che ho raccolto nell’Archivio di Stato di Genova.

Roberto Moresco, 15 maggio 2019

[1]R. Moresco, L’isola di Caprai dal dominio dei De Mari a quello del Banco di San Giorgio, in  Un’isola “superba”, Genova e Capraia alla riscoperta di una Storia comune, Genova 2012 ora      anche in: http://www.storiaisoladicapraia.com.

[2]R. Moresco, Gioan Maria Olgiati «ingegnero» in Corsica e a Capraia tra il 1539 e il 1554, in Atti della Società Ligure di Storia Patria, N.S. LIII, fasc. II, 2013, p. 97.

[3]Uno dei Padri del Comune è Gio Tabacco, probabilmente eletto come rappresentante dei soldati  che si sono stabiliti in Capraia, in quanto il suo cognome non risulta tra quelli degli abitanti  dell’isola nel 1556. Degli altri due non è noto il nome.

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Capraia: dal neolitico al periodo romano

 

Nei primi secoli del VI millennio a.C. arrivarono via mare sulle coste liguri e tirreniche i primi uomini neolitici. La civiltà neolitica, quando l’uomo abbandonò lo stadio di cacciatore-raccoglitore e produsse beni per il proprio sostentamento tramite l’agricoltura e l’allevamento, si sviluppò nel Vicino Oriente in un arco di tempo tra il 12000 e il 7000 a.C. Successivamente una parte della popolazione neolitica si trasferì in Grecia e di lì intorno a il 6100 a.C. raggiunse, via mare, la costa italiana dell’Adriatico e poi nell’arco di due secoli arrivò alle coste italiane del Tirreno settentrionale, delle due isole maggiori, la Sardegna e la Corsica, e delle isole dell’Arcipelago Toscano.[1]

Tra le prime materie a diventare oggetto di scambio, anche a vasto raggio, vi fu l’ossidiana, un vetro nero originato da colate vulcaniche acide che nel Mediterraneo occidentale, si trova essenzialmente nelle isole di Lipari, Pantelleria, Palmarola, e Sardegna. L’ossidiana era particolarmente ricercata per la sua duttilità e efficacia nella manifattura di strumenti. La società neolitica, divenendo parzialmente dipendente da questo singolare ‘vetro vulcanico’, ne apprezzò a tal punto le doti che ne ricercò le fonti e ne sfruttò i giacimenti, anche se lontani dai luoghi di utilizzazione, facendo viaggiare l’ossidiana per centinaia di chilometri, principalmente per mare. Si crearono così le prime rotte di approvvigionamento che possiamo definire commerciali. Si trattò di vie di percorrenza soprattutto marittima, dato che l’ossidiana, almeno nel Mediterraneo centrale era particolarmente presente nelle piccole isole. Ciò dimostra come l’uomo neolitico avesse già trovato una completa dimestichezza con il mare. Per le nascenti società neolitiche il mare non era, dunque, per nulla un ostacolo, bensì un formidabile veicolo di comunicazione che ne agevolava le capacità produttive, ne favoriva i contatti e indusse alla conquista di nuove terre da colonizzare.[2]

L’arrivo dell’uomo neolitico a Capraia è stato attestato dal ritrovamento, avvenuto alcune decine di anni fa nell’area meridionale dell’isola (piana dello Zenobito), di nove manufatti di ossidiana. Con l’impiego di diversi metodi analisi, è stato determinato che queste ossidiane provenivano dai giacimenti di Lipari e della Sardegna.[3] Recentemente altre ossidiane sono state rinvenute in diverse località dell’isola quali La Piana e il monte Castello.[4] Ad oggi le ricerche fatte sull’isola non hanno individuato un sito dove l’uomo neolitico si sia insediato, anche se numerosi manufatti di silice ed una punta di freccia (non ancora studiate) fanno pensare che non sia stato un passaggio sporadico ma via sia stata una frequentazione assidua. Probabilmente per il navigatore neolitico, che commerciava tra la Sardegna, la Corsica e la costa toscana, Capraia, come le altre isole dell’arcipelago, rappresentava uno scalo di transito per l’approvvigionamento di acqua e cibo, e rifugio in caso di mare in tempesta. Lo studio dei manufatti di ossidiana e dell’industria litica fa supporre una frequentazione dell’isola tra il Neolitico e l’età del rame (3400-2200 a.C.).[5]

Ossidiane -Naldi

Ossidiane di Capraia (A. Naldi)

Alcune strutture in pietra, simili a dei dolmen, che emergono in diverse parti dell’isola, potrebbero appartenere all’età del rame e potrebbero essere una testimonianza che nell’isola vi sia stato un insediamento umano.[6]

Man mano che si sviluppava l’età dei metalli il passaggio dell’uomo nell’isola divenne più evidente. Le prime testimonianze di questa presenza sono legate all’attività del commercio che si instaurò nel Tirreno a partire dal VI secolo a.C., attività promossa da i due popoli colonizzatori, i Fenici e i Greci, e dagli Etruschi.[7]  Mentre i Fenici, dalla loro colonia di Cartagine conquistarono inizialmente solo la Sardegna, i Greci si insediarono in Corsica e sulla costa della Provenza dove fondarono, intorno al 600 a.C., Massalia (Marsiglia).

Anfora Fenicia

Anfora fenicia (D’Angelo M.C)

La frequentazione dei Fenici a Capraia è testimoniata da un’anfora risalente al VII secolo a.C. ricuperata nel 1963 al largo della costa.[8]

I Greci provenivano da Focea, città greca sulla costa dell’Asia Minore, ed erano abili navigatori e mercanti. In Corsica essi fondarono, intorno al 565 a.C., un emporio commerciale in Alesia o Alalia (Aleria) pochi chilometri a sud dell’odierna Bastia da dove si poteva vedere all’orizzonte Capraia. La loro frequentazione dell’isola è testimoniata dal ritrovamento nella baia del Porto di un collo di anfora iono-massaliota.[9]  I Focesi di Alesia avevano frequenti scambi commerciali sia con i Fenici della Sardegna che con gli Etruschi. Quest’ultimo era un popolo che si era sviluppato principalmente lungo la costa della Toscana e del Lazio dove aveva fondato fiorenti città. Tra queste una delle più importanti e attiva negli scambi commerciali fu Caere (Cerveteri), mentre più a Nord si sviluppò la città di Populonia. Attorno al 540 a.C. per punire gli attacchi pirateschi dei Focesi di Alesia, gli Etruschi e i Cartaginesi si allearono e sconfissero la flotta focese. Dopo la sconfitta, i Focesi abbandonarono la Corsica che venne occupata dagli Etruschi che mantennero rapporti commerciali con Massalia, dove esportavano il loro vino.[10]

Fra V e IV a.C. il rapporto della città etrusca di Populonia con le isole dell’Arcipelago Toscano e la Corsica divenne molto stretto, in particolare con l’isola d’Elba inserita nel distretto metallurgico che faceva capo alla città. È probabile che in questo periodo gli Etruschi abbiano utilizzato per i loro forni metallurgici del legname proveniente da Capraia. Infatti, l’isola nel periodo preistorico doveva esser ricoperta da un manto boschivo, probabilmente di lecci.[11]

La presenza degli Etruschi a Capraia è testimoniata da tre anse di anfore provenienti dai fondali dell’isola.[12]

A partire dal V secolo a.C. un nuovo protagonista si affacciò sul mare Tirreno e con il suo espansionismo dapprima sottomise o assorbì le varie città etrusche e poi con la prima guerra punica (264-241 a.C.) si affermò anche come potenza navale decretando il declino inevitabile di Cartagine. Nel 259 a.C. i Romani presero Aleria in Corsica e subito dopo la fine della guerra iniziarono la conquista della Sardegna che fino ad allora era stata dominata dai Cartaginesi. Durante la seconda guerra punica (218- 202) i Romani conquistarono la parte meridionale e la costa orientale della Spagna scacciandovi i Cartaginesi.

Tra il III e il II secolo a.C. Roma conquistò anche l’Italia settentrionale, la Gallia Cisalpina, sottomettendo le popolazioni locali. Ma l’espansionismo di Roma non si arrestò e nella seconda metà del II secolo raggiunse la Gallia (l’attuale Provenza) creando nel 121 a.C. la provincia della Gallia Transalpina o Narbonense. Con questa ultima conquista I Romani possedevano tutte le coste del Mare mediterraneo nord-occidentale.

È a partire dalle vittorie navali della prima guerra punica che Roma divenne una potenza marinara e creò nel Mediterraneo un vasto sistema di commercio.

Nelle rotte commerciali del Tirreno settentrionale si inserì anche Capraia, anche se fino al I secolo d.C., quando fu creato un insediamento romano nella zona del Porto, non si ha notizia di uno stabile insediamento.

Prima di questo secolo la presenza dei Romani a Capraia deve essere stata legata principalmente alla possibilità di sosta e di rifugio che la sua baia principale consentiva in caso di mare tempestoso e di forti venti. Il principale ritrovamento in mare relativo a questo periodo è quello della nave romana delle Formiche, oggetto di un rilievo e scavo sistematico negli anni 2007-2009. Il relitto è stato datato, sulla base delle ceramiche e delle anfore, alla metà del II secolo a.C.: era probabilmente una piccola imbarcazione proveniente da uno dei porti della costa in navigazione verso il sud della Francia. Il carico della nave consisteva in anfore di diverso tipo, in ceramica campana a vernice nera tra cui due guttus o askos, e una lampada in ceramica. Nella zona del relitto fu rinvenuto, nel 1978, anche il ceppo di un ancora romana.[13]

In questo periodo apparve per la prima volta in un testo letterario il nome di Capraia, citato da Marco Terenzio Varrone (116 – 27 a.C.): sic quas alimus caprae a capris feris ortae, a quis propter Italiam Caprasia insula est nominata.[14]

Con l’avvento dell’età imperiale nel I secolo d.C. a Capraia, come in altre isole dell’Arcipelago Toscano, venne costruita una villa marittima, in fondo alla baia principale dell’isola, che rimase in vita fino al V secolo, dove ora sorge la chiesa dell’Assunta al Porto. Di questa villa non sono rimasti resti superficiali.

La Venere

La Venere di Capraia

Nel 1912 durante degli scavi agricoli nell’area fu rinvenuta una statua in marmo acefala di Venere e dei bassorilievi in marmo.

 

Il cavallo

Bassorilievo (Ritrovamento 1912)

 

Uno scavo di indagine, nella zona dove si presume fosse la villa romana, è stato condotto dalla Soprintendenza Archeologica della Toscana nel 1983-1985. Furono rinvenute due strutture murarie risalenti al tardo periodo di vita della villa: la prima era un impianto di vasche, in opus signinum, probabilmente destinato alla lavorazione del pesce, la seconda era un ambiente di uso produttivo, pavimentato con malta, e dotato di una vasca e un pozzetto di scarico.

Scavo al porto

Lo scavo al porto 1983-1985

Al V secolo sono state anche attribuite due sepolture rinvenute nella stessa area, la prima con un inumato privo di corredo, mentre la seconda, rinvenuta nel 1988, conteneva un inumato con il suo ricco corredo che comprendeva due fibbie per cintura, una spatha ed un pugnale. Quest’ultima sepoltura dovrebbe essere collocata negli anni centrali del V secolo e nell’inumato dovrebbe essere riconosciuto un federato, franco o alemanno, delle ultime milizie dell’Impero d’Occidente.

La spada

La spatha del guerriero

Nel 456 le forze imperiali, sulla via del ritorno dalla Gallia, intercettarono e distrussero nelle acque della Corsica una flotta vandala che stava muovendo al saccheggio della Gallia meridionale e dell’Italia tirrenica. Nella battaglia “della Corsica” potrebbe essere morto il militare di Capraia e i suoi commilitoni potrebbero avergli dato onorata sepoltura nell’isola.[15]

Le fibule

Le fibule del guerriero

Numerosi sono stati i reperti trovati nell’isola e nelle acque antistanti il porto di Capraia ad indicare una frequentazione dell’isola lungo tutto il periodo imperiale. Si tratta di frammenti di anfore italiche, ispaniche, galliche e africane, di un dolio, di ceramica africana da cucina, e di tre ceppi d’ancora, in gran parte ritrovati nella baia del Porto, e monete romane di epoca imperiale.[16]

Il nome di Capraia venne citato sempre più frequentemente nelle opere dei geografi e naturalisti del periodo imperiale. Tra i latini Gaio Plinio Secondo (23-79 d.C.) nella Naturalis Historia, descrivendo le isole del Mare Ligustico e la Corsica scrisse “…Capraria, quam Graeci Aegilon dixere …”;[17] Pomponio Mela (I secolo d.C.) nella Chorografia la elencò tra le isole a nord del Tevere con il nome “Capraria”.[18] L’astronomo e geografo Claudio Tolomeo (II secolo) nella sua Geografia, scritta in greco, pose Capraia nell’Arcipelago Ligure come Καπραρία νῆσος con le coordinate di 32° di longitudine dalle isole Fortunate (isole Canarie) e 42° di latitudine dall’Equatore.[19]

Roberto Moresco                                                                Febbraio 2019

[1] Pessina A., Tiné V., Archeologia del Neolitico, L’Italia tra VI e IV millennio a.C., Roma 2015. pp.17-34 e 235-240.

[2] Tusa S., Uomini, navi e merci nel Mediterraneo Antico, http://www.treccani.it/scuola/dossier, 2011.

[3] Tykot R. H., Obsidian procurement and distribution in the Central and Western Mediterranean, Journal of Mediterranean Archeology, 9. I, 1996, p. 54.; Ducci S., Perazzi P., Il Neolitico antico dell’Arcipelago Toscano, in Tozzi C., Weiss M. C. (a cura di), Il primo popolamento olocenico dell’area corso- toscana, Pisa 2000, p. 55.

[4] Naldi A., Monte Castello (Capraia Isola) Prime considerazioni sugli antichi insediamenti del Monte Castello. (Sopralluogo del 3 settembre 2017), in https://storiaisoladicapraia.com.

[5] Bigazzi G., Radi G., Datazione con le tracce di fissione per l’identificazione della provenienza dei manufatti di ossidiana, Rivista di scienze preistoriche, XXXVI 1-2, 198, p. 242.

[6] Questa è una speculazione dell’autore ma è un’ipotesi non del tutto fantasiosa visto che i dolmen si ritrovano nella vicina Corsica. Non risulta che vi sia stato alcuno studio sull’argomento

[7] Pallottino M., Genti e Culture dell’Italia Preromana, Roma 1981.

[8] D’Angelo M.C., Un’anfora fenicia da Capraia, Studi Classici e Orientali, 40, 1991, pp. 383-386.

[9] Pancrazzi O., Pisa, testimonianze di una rotta greca arcaica, La parola del passato, CCIV-CCVII, 1982, pp. 340-342.

[10] Moscati S., La Civiltà Mediterranea, Milano 1980, pp. 158-165; Erodoto, Le storie, I, Milano, 1988 [1988], pp.182-187.

[11] Cristofani M., Gli Etruschi del mare, Milano 1983, p. 85; E. Morelli L’isola di Capraia, Progetto di un paesaggio insulare mediterraneo da conservare, Firenze 2002, p. 41.

[12] Paoletti M, Isola di Capraia (Livorno): materiali romani e medioevali da recuperi subacquei, Rassegna di Archeologia, 4, 1984, p. 198.

[13] Atauz A. D., Peter Holt, Bartoli D. G., Gambogi P., A Roman Shipwreck off the Island of Capraia, Italy, http://www.fastionline.org/docs/FOLDER-it-2011-234.pdf, 2011; Cocchi D., Isola di Capraia, in Bollettino d’Arte, Supplemento, Archeologia Subacquea, 4, 1982, p. 86[1984]

[14] Varrone M. T., Rerum rusticarum de agricoltura, Liber II, III, in www.thelatinlibrary.com/varro: “… così le capre che noi alleviamo discendono da capre selvatiche, dalle quali vicino alle coste d’Italia ha preso il nome l’isola di Capraia …”.

[15] Ducci S., Ciampoltrini G., Archeologia a Capraia: la tomba di un militare tardo antico, Bollettino di Archeologia, 7, Roma 1991, pp. 53-72; Ducci S., Ciampoltrini G, Bedini E., Una sepoltura tardo-antica dal porto di Capraia, Archeologia Medievale, XIX, 1992, pp. 369-377.

[16] Paoletti M., Isola di Capraia (Livorno): materiali romani e medioevali da recuperi subacquei, Rassegna di Archeologia, 4, 1984; pp.181-208; Bejor G., Gras M., Capraia(isola), in Nenci G., Vallet G. (a cura di), Bibliografia Topografica della Colonizzazione Greca In Italia e nelle Isole Tirreniche, IV,1985, pp. 443-445; Riparbelli A., Monete romane rinvenute in Capraia Isola, Firenze 1982.

[17] Plinio G. S., Naturalis Historia, Parigi 1685, p. 339.

[18] Mela P., De Chorographia, a cura di P.G. Parroni, Liber Secundus, Roma, p. 154.

[19] Tolomeo C., Geographia, edito da Nobbe C.F.A., Tomo I, Lipsia 1843, p. 155; Isola di Capraia (traduzione).

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1697 – Gio Batta Costa ruba delle savine nell’isola di Pianosa

Ginepro sabina marittimo o Ginepro fenicio

Ginepro sabina marittimo o Ginepro fenicio

Nel mese di luglio del 1697 tre gozzi, dei padroni capraiesi Michele Sissone, Gio Batta Costa e Leonardo Gottuzzo, partirono da Capraia per Marciana nell’isola d’Elba per approvvigionarsi di savine (ginepro sabina marittimo o savina all’isola d’Elba) al fine di preparare il carico di tre gondole, probabilmente destinate a Genova.[1] Dopo pochi giorni il Costa fece ritorno a Capraia in fuga da Campo nell’Elba dove era stato sequestrato e privato dell’ancora e dei remi, dal locale vicegovernatore Simone Lupi con l’accusa di aver rubato nell’isola di Pianosa quaranta savine, già tagliate, di proprietà del Computista di Piombino.[2] Anche gli altri due gozzi vennero sequestrati a seguito della fuga del Costa, anche se dopo qualche giorno il gozzo del padron Sissone venne lasciato partire per Capraia, dopo aver lasciato in cauzione l’ancora e i remi, per portare al Commissario una lettera, datata 26 luglio 1697, del vicegovernatore di Campo. Nella sua lettera il Lupi riassunse la storia del furto e il comportamento del Costa che oltre al furto delle savine aveva pure rubato dei remi ad una imbarcazione locale. Il Lupi chiese inoltre che gli venissero rimborsate tutte le spese sostenute dalla sua corte per il mantenimento dei sequestrati pari alla somma di quattro pezze da otto reali. Il terzo gozzo, quello di Leonardo Gottuzo rimase sequestrato e privato dell’ancora e dei remi. Il commissario di Capraia ricevuta la lettera del Lupi decise di incarcerare Gio Batta Costa, anche se questi affermava di non aver rubato le savine, e decise di inviare a Campo il Padrone Pietro Antonio Sabadino per rimborsare le spese subite dal vicegovernatore e per ottenere il dissequestro del gozzo del Costa, al quale a Capraia sarebbero state addebitate tutte le spese sostenute. Prima della partenza del Sabatino era partito da Capraia, su richiesta del Costa, Antonio Morgana per vedere di risolvere il caso e poter ricuperare le savine. Il Morgana, giunto a Marciana fu catturato insieme al capraiese Antonio Barbasso che ivi si trovava per i suoi affari, ed entrambi furono condotti nelle carceri di Piombino.

Il console genovese a Portoferraio, Paolo Brignole, venuto a conoscenza della cattura del Morgana e del Barbasso si rivolse al governatore generale di Piombino per chiedere le motivazioni dell’arresto dei due capraiesi. Il 9 agosto il governatore rispose al console che nel suo stato si distribuisce la Giustizia con rettitudine e che per i sudditi della Repubblica s’usa ogni attentione, ma che i Capraiesi sono trattenuti con giusto motivo.

Il governatore generale mentre rispose al console, diede ordine che tutte le imbarcazioni genovesi che dovessero arrivare nei porti della sua giurisdizione venissero sequestrate.

Nel frattempo si sparse la voce che uno dei motivi dell’arresto del Morgana e del Barbasso fosse legato al fatto che il padrone capraiese Pier Antonio q. Agostino mentre ritornava dall’isola di Montecristo con un carico di aragoste si fosse fermato a Pianosa e con i suoi marinai avesse preso l’armamento della torre e degli oggetti dalla chiesa, che però insieme alla torre era stata svaligiata da tre caravelle turche il 6 aprile dello stesso anno..

A questo punto, a Genova, il Magistrato di Corsica, che aveva ricevuto relazioni sia dal commissario di Capraia che dal console di Portoferraio, decide, il 21 agosto, di affidare la pratica al Deputato al Criminale perché ne riferisca al più presto.

La relazione del Deputato, approvata il 26 agosto dal Magistrato di Corsica, ammette la colpevolezza del Costa per il furto del savine che però era stato risolto dall’intervento del commissario di Capraia che si era impegnato a risarcire il vicegovernatore di Campo, con il risultato che i gozzi del Costa e del Gottuzzo erano stati rilasciati. Per la cattura e prigionia del Morgana e del Barbasso non vi erano plausibili giustificazioni e che il supposto furto dei marinai di Pier Antonio a Pianosa era stato in realtà un atto di pietà in luogo della barbaria perché avevano raccolto un Crocifisso in abbandono.

Mentre a Genova si preparava la relazione, il 23 agosto, il Morgana e il Barbasso arrivarono a Capraia dopo essere stati rilasciati perché Giacomo Cortini di Campo aver versato una cauzione in loro favore di 200  scudi d’oro. Entrambi confermarono di non sapere la ragione della loro cattura e di non aver potuto prendere visione delle carte delle accuse a loro carico.

Il 30 agosto il Magistrato di Corsica ricevuta la notizia della liberazione dei due capraiesi, chiede alla Giunta di Marina di emettere un avviso affinchè le imbarcazioni genovesi si astenghino di navigare le parti ove è il pericolo di essere trattenuti.

Note:

  1. Il ginepro sabina marittimo o ginepro fenicio (Juniperus phoenicea) cresce nei litorali delle isole d’Elba, Pianosa e Montecristo. è una specie arbustiva sempreverde (cioè che mantiene le foglie durante tutto l’anno) della famiglia delle Cupressaceae. L’arbusto è generalmente ramificato dalla base, con foglie squamiformi. I semi sono raggruppati in galbuli carnosi e globosi di colore rosso scuro, fino al nero bluastro, dal diametro di 4-8 mm. Il ginepro fenicio è una specie longeva ad accrescimento molto lento e predilige ambienti soleggiati, resistendo a climi aridi. Cresce generalmente su suoli rocciosi calcarei e raramente sulla sabbia. Si riproduce solamente per seme. Queste piante non presentano dimensioni eccezionali (fino a 80-90 centimetri di diametro e 10-12 m di altezza), ma possono essere molto annosi e con legno durissimo. Il legno è duro, compatto, tenace, incorruttibile ed era molto apprezzato in ebanisteria per fare botticelle, bastoni da passeggio, manici per utensili da campagna come aratri e per l’aia come forconi, pale, setacci, balconate, sostegni per i pergolati, solai e correnti di tetti. Il legno veniva anche ampiamente utilizzato per la costruzione di telai, piattaforme lignee per barche, altari, sedie, cassapanche, lavori di intarsio, utensili per la casa.
    Juniperus_phoenicea

    Bacche di ginepro sabina marittimo

    I rametti giovani e i galbuli, trovano largo impiego in diverse pratiche tradizionali (liquoreria come aromatizzante delle acquaviti, medicina come diaforetico, antielmintico e antiodontalgico, inoltre la resina al posto dell’incenso nelle funzioni religiose ed ancora per aromatizzare arrosti, per la produzione di saponi etc.) da soli o con altre essenze. I ramuli giovani in infusione erano utilizzati, fin dai tempi più remoti per pratiche abortive, nonostante i gravissimi inconvenienti.  Il ginepro fenicio si ritrova ancor oggi lungo le coste di alcune isole dell’Arcipelago Toscano, Elba, Pianosa, e Montecristo.

    Ginepreti costieri

    Ginepreti costieri

    2.Lo Stato di Piombino, o meglio il Principato di Piombino, apparteneva in quegli anni alla famiglia Ludovisi e comprendeva anche l’isola dell’Elba, con l’esclusione di Portoferraio e Portolongone, e le isole di Pianosa e Montecristo. Lo stato era affidato ad un governatore, che risiedeva a Piombino, in quanto i Ludovisi normalmente vivevano a Roma. L’isola di Pianosa, al tempo dei fatti qui descritti era disabitata.

[1] Vedi nota 1.

[2] Computista era il contabile alla corte del governatore di Piombino in quei tempi proprietà dei Ludovisi.

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Achille Donà, l’ultimo capraiase nato in provincia di Genova

IN MEMORIA DI ACHILLE DONÀAchille

Capraia Isola (Genova), 11.05.25; Cecina (Livorno), 19.01.18

 

Anche Achille se n’è andato: un dolore forte, sincero, ma non mi riesce di piangere.  E non tanto perché ai suoi 93 anni, morire non sorprende, quanto, piuttosto, perché ho di lui troppi ricordi, tutti allegri, tutti divertenti e mi pare impossibile, quindi, che la sua morte sia reale o che sia un evento tragico.  In effetti, tragica non lo è stata: sentiva male allo stomaco, per mezz’ora ha atteso che passasse, poi si è sdraiato sul letto e in un attimo il suo cuore ha ceduto ed è spirato.  Morire nel suo letto, con Anna accanto, senza aspettarselo, senza accorgersene, un’altra fortuna tra le tante che hanno segnato la sua vita.

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La nascita di Achille nella stampa italiana

 

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…. e la notizia viene ripresa a Tatanarive (Madagascar)

Una vita fortunata, sì: nato da un parto gemellare, è venuto alla luce subito e bene a Capraia, mentre suo fratello ha dovuto attendere fino al giorno seguente, dopo un fortunoso trasferimento della madre all’Elba (non a caso, fu chiamato Elbano).  È cresciuto a Capraia in una famiglia benestante, spensierato e conteso dalle rare fanciulle disponibili sul posto.  Arruolato in Marina (il padre ne era un maresciallo), mentre dopo l’8 settembre si trovava a Capraia, è sfuggito per miracolo alla cattura da parte dei tedeschi e ha raggiunto rocambolescamente la Sardegna dove ha ritrovato il padre.  Sveglio e volenteroso, è stato arruolato dagli americani come telegrafista e ha, così, imparato l’inglese, una seconda lingua che gli sarà preziosa nel suo successivo impegno di commerciante di gioielli.  In vacanza a Capraia, ha conosciuto e, quindi, sposato Anna, una delle più belle ragazze presenti allora sull’isola, donna perfetta, capace di controllarne le esuberanze e di dedicargli l’intera sua vita.  Una salute di ferro che mai lo ha visto sofferente se non negli ultimi suoi anni per disturbi, peraltro, superati bene e presto.  Un carattere aperto, gioviale, allegro, burlone, sempre in prima linea, nella compagnia di amici capraiesi della quale per fortuna anch’io ho fatto parte, a tenere alto il morale e divertente ogni incontro.

E alla Capraia di incontri con lui ce ne sono stati tanti, anno dopo anno, in mare a fare bagni e a raccogliere patelle per successive gustose pastasciutte; a terra per serate trascorse a scambiarsi le cene, a guardare la luna distesa sul mare della Bellavista o le stelle chiare e brillanti come mai se ne vedevano altrove.

E lui, lì, nel buio, non lo vedevi, ma lo sentivi con le sue battute fulminanti, i suoi racconti di vita vissuta, le sue barzellette genovesi raccontate con la verve di un attore consumato.

In questi ultimi anni, ritirata la patente, Anna e lui sono mancati spesso a Capraia.  Era un dolore, ma sempre lenito dalla immediata promessa per telefono di rimediare appena possibile.  Ci speravo, anche se sapevo che probabilmente sarebbe stata una promessa da marinaio, questa volta, però, suggerita solo dal peso degli anni.

Con Achille Allori Donà, scompare l’ultimo vero capraiese, nato quando ancora l’isola era sotto il dominio di Genova, l’ultimo erede di una tradizione che ha reso il nostro piccolo scoglio famoso nel mondo.

Le sue ceneri, per suo volere, verranno disperse in mare allo Zenobito: sarà l’ultimo bagno di Achille nel mare di Capraia, l’ultimo abbraccio all’isola che ha sempre amato.

Folco Giusti

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