Capraia dalla Repubblica di Genova alla Repubblica Francese

  1. Dall’occupazione inglese all’occupazione francese dell’isola 1796-1800

Il 6 ottobre 1796, con il pretesto della violazione del suo territorio da parte degli Inglesi, la Repubblica di Genova abbandona il suo stato di neutralità e firma una convenzione con la Repubblica Francese. Con questa convenzione la Repubblica riconosce lo stato di fatto, in quanto, ormai, tutta la parte di ponente del suo Dominio è occupata dalle truppe francesi fin dal 22 settembre 1794 dopo la battaglia di Dego tra i Francesi e gli Austriaci.[1]

Inizia un periodo di turbolenze per la Repubblica Ligure che sarà sempre più coinvolta nei sommovimenti causati in tutta Europa dalla Rivoluzione Francese e dall’avvento al potere di Napoleone Bonaparte.

Capraia non rimane al margine di questi sommovimenti e si ritrova, suo malgrado, nel pieno della tempesta che sconvolge il Tirreno settentrionale. Passata la breve occupazione inglese, è la Francia che ha un grande impatto sulla vita dei capraiesi, nel mentre si allentano sempre di più i suoi legami con Genova. Come vedremo l’isola diventa il rifugio dei corsari liguri e francesi, che vi depositano le loro prede. La marina capraiese, dopo la grande crescita nella prima metà del secolo, accentua il suo declino iniziato dopo il distacco della Corsica dalla Repubblica di Genova. In questa difficile situazione, venendo meno il principale sostegno economico degli abitanti, si accentuano i motivi di contrasto tra le varie fazioni che si vengono a creare nell’isola. Alcuni, speculando con prestiti o addirittura partecipando alla guerra di corsa, si arricchiscono, mentre la maggior parte della popolazione si impoverisce e incomincia in questa prima fase l’emigrazione verso nuove terre. Si accentua in questo periodo anche l’emigrazione dei Capraiesi verso altri lidi: principalmente la Corsica e la Sardegna con insediamenti, in particolare, nell’isola de La Maddalena.

A Genova

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E, Detaille – Il generale Bonaparte in Italia

A Genova il partito filofrancese, anche sull’onda delle vittorie dell’armata francese agli ordini di Napoleone Bonaparte e della propaganda rivoluzionaria orchestrata dall’ambasciatore Guillaume-Charles Faypoult, sta prendendo il sopravvento opponendosi al regime oligarchico che accentua la sua vocazione repressiva. Il 21 maggio del 1797 scoppia a Genova un moto insurrezionale che ha scarso successo anche per la reazione del basso popolo e dei contadini delle valli che nei due giorni seguenti, armati dagli aristocratici, compiono una vittoriosa controrivoluzione. Il 29 maggio Lavallette, aiutante di campo di Bonaparte, legge in Senato un duro ultimatum del generale che, prendendo a pretesto l’uccisione di alcuni cittadini francesi durante i tumulti e l’incarcerazione di altri, intima al governo genovese il rilascio dei prigionieri, l’arresto degli inquisitori, e la riforma della costituzione. A questo scopo gli oligarchi decidono di inviare una delegazione a Bonaparte. Il 2 giugno parte per il quartiere generale di Bonaparte, a Mombello, una delegazione con pieni poteri che con una convenzione sancisce la definitiva caduta dell’oligarchia. La convenzione prevede il riconoscimento della sovranità popolare, l’uguaglianza giuridica di tutti i cittadini della Repubblica, l’abolizione di ogni privilegio, la creazione di due consigli rappresentativi, rispettivamente di 300 e150 membri, e di un senato di 12 membri presieduto da un doge, titolare del potere esecutivo, la nomina di una commissione legislativa incaricata di compilare la costituzione, e la formazione di un Governo Provvisorio di 22 membri.[2] Il 14 giugno si insedia il Governo Provvisorio. Il 23 giugno il Governo Provvisorio invita gli abitanti di Capraia a fraternizzare con il giusdicente provvisorio dell’isola e il 26 dello stesso mese stabilisce che Capraia avrà una Municipalità. Il 3 luglio promulga il decreto sulle Municipalità, nel quale vengono stabilite le loro funzioni: Capraia viene considerata una Municipalità e Giulio Cesare Langlade ne viene nominato commissario con il compito di organizzarla.

Il 19 luglio una deputazione dell’isola di Capraia viene ricevuta dal Governo Provvisorio e fa un discorso.

Nella seduta del 21 luglio il Governo Provvisorio considerando l’urgenza di una provvidenza pronta per ristabilire la tranquillità in Capraja, considerando altresì il richiamo, che dimanda il Maggior Comandante Sanguineti, e le ragioni, che non permettono al Commissario Langlad di portarsi colà, se non tra quaranta giorni, dilazione, che potrebbe nuocere anche a di lui giudizio, al buon servigio della Cosa pubblica, decreta: Di sostituire al Commissario Langlad altro Cittadino, a cui come Commissario Organizzatore, si commette la presente vertenza, con incarico di potarvisi senza dilazione, anche per permettere al Comandante Sanguineti di portarsi a Genova secondo i suoi desideri. Il 24 luglio viene eletto commissario organizzatore di Capraia il cittadino Giacinto Stefanini, maggiore del Genio.[3]

A Capraia

Lo Stefanini si reca subito a Capraia e l’otto agosto il maggiore Sanguineti può lasciare l’isola. Non sappiamo come la notizia della caduta della repubblica oligarchica sia stata accolta dai capraiesi. Ma dopo il suo arrivo il Commissario Stefanini nomina i membri della Municipalità che sono: Francesco Cuneo, Giovanni Cuneo, Antonio De Franceschi, Antonio Chiama e Giuseppe Solari. Come giudice civile nomina Domenico Bargone, e come giudici di pace il prete Solari ed un francescano, e come notaio, cancelliere e munizioniere Ottavio Vincenzo Graffigna.[4]

A Capraia rimane una guarnigione di 84 uomini al comando del maggiore Rossi e del tenente Bussolini, e ad essi si devono aggiungere i trenta capraiesi negli scali e i dieci nelle torri, che prestano ogni giorno servizio al soldo pubblico. Una forza che il commissario giudica eccessiva e il Governo Provvisorio, il 22 agosto, autorizza il comitato militare a sopprimere in tutto o in parte i cento scelti fin qui assoldati in Capraia. I cento scelti, che erano stati assoldati dalla Municipalità di Capraia, vengono sciolti il 9 settembre. La Municipalità ha pagato i 100 scelti, mediante un prestito di 2900 lire fattogli da Domenico Cuneo, detto Menichello, prestito che la Municipalità di Capraia chiede al comitato militare di rimborsare al Menichello.[5]

A Genova

In tutta la Liguria vi è un diffuso malcontento tra il clero che fomenta una notevole resistenza del popolo contro il nuovo regime. Il Governo Provvisorio prende delle drastiche misure e la commissione criminale sceglie Capraia per relegarvi il clero e i cittadini più riottosi. Il 27 settembre il Governo Provvisorio decreta che il matricida Stefano Valle venga relegato nella Fortezza di Capraia per dieci anni colla comminazione, in caso di fuga, di 20 anni di galea.

Nel mese di settembre la commissione criminale condanna alla deportazione a perpetuità nell’isola di Capraia il padre Tommaso Assereto domenicano, come calunniatore della Costituzione e fanatizzatore del Popolo, con l’obbligo di inviare ogni anno una fede sulla sua permanenza nell’isola, con una pena di dieci anni di carcere in caso d’inosservanza.[6]

Il 18 ottobre la commissione criminale condanna il prete Domenico Podestà di Chiavari, arciprete di Sestri Ponente, ad otto anni di relegazione nell’isola di Capraia. Nel novembre la stessa commissione condanna a 10 anni di relegazione in Capraia il padre Damaso da Vezzano e fra Angelo di Bolano terziario, ambi del convento di Oregina.[7]

Il 2 dicembre 1797 in un clima di tutta tranquillità la stragrande maggioranza dei cittadini della Repubblica approva la nuova costituzione repubblicana che prevede per il potere legislativo due camere quella dei seniori di 50 membri e quella dei giuniori di 60 membri, mentre il potere esecutivo è affidato al Direttorio Esecutivo di cinque membri eletti dal corpo legislativo.[8]

L’otto dicembre Capraia entra a far parte del cantone di Sarzana nel dipartimento del Golfo di Venere.

Il 13 gennaio 1798 il Governo Provvisorio tiene la sua ultima seduta essendosi ormai costituiti i due collegi, quello dei Seniori e quello dei Giuniori. Nasce così ufficialmente la Repubblica Ligure.

Il 30 aprile 1798 Capraia con la legge n. 77 viene assegnata alla Giurisdizione della Lunigiana, Cantone 1, con capoluogo Sarzana e con un giudice di pace di prima classe.[9]

A Capraia

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Redon de Belleville

Il 7 dicembre 1797 il ministro di Francia a Genova, Godefroy Redon de Belleville, sollecita il comitato delle relazioni estere della Repubblica Ligure a provvedere Capraia di uomini e viveri affinché gli Inglesi non abbiano il desiderio di occupare Capraia.[10]

Il 19 marzo 1798 si ancorano nel porto quattro navigli corsari francesi, comandati rispettivamente dai capitani Pietro Simone Zanzanini, Antonio Berlingeri, Antonio Bonfiglio, e Bartolomeo Giusone, i primi tre iscritti al Dipartimento di Corsica. Questi corsari, prima di entrare in porto, hanno sparato colpi di cannone fino alla sera non rispettando le regole marittime. Una volta attraccati non hanno voluto restare nella zona del porto assegnata alla quarantena ed hanno preteso di scendere a terra scontrandosi con le guardie. Tutte le imbarcazioni provenienti dalla Corsica erano soggette a quarantena a causa di un morbo epidemico scoperto a Fiumorbo. Il giorno dopo l’arrivo, i quattro corsari, avendo scorto un bastimento passare vicino alla costa, escono dal porto senza preavviso e quasi sotto il tiro del cannone lo fermano per ispezionarlo. Poiché i capitani hanno cominciato a protestare per essere stati trattenuti in quarantena, la Municipalità chiede alla sanità di Genova come deve comportarsi. Nel frattempo, arriva dalla sanità di Genova una lettera che comunica che il morbo si è estinto e che la quarantena è stata rimossa: pertanto a Capraia si devono applicare le consuete regole di sanità.[11]

Nella prima metà di maggio un gruppo di sette soldati, tra cui un sergente, rubano degli argenti di proprietà dei frati di San Francesco. I sette vengono catturati dalla Municipalità e processati il 15 maggio dal giudice criminale Ottavio Vincenzo Graffigna, che consegna il verdetto e i rei al comandante Rossi. Lo stesso giorno Il comandante Rossi spedisce i rei a Genova con la scorta di un sergente e di 13 comuni. Il comandante si lamenta che la Municipalità si è rifiutata di fornire la scorta, indebolendo così la già scarsa guarnigione.[12]

Il 9 giugno 1798 Giovanni Solari impresta in totale 3798 Lire al comandante Rossi per il mantenimento della guarnigione; il Rosi rilascia al Solari due cambiali da scontare presso la Tesoreria Nazionale a Genova.

Il 23 giugno 1798 il comandante Rossi comunica che Stefano Valle, condannato a dieci anni di reclusione e che gli era stato consegnato il 16 maggio, ha disceso con una corda le mura del Forte e si è rifugiato su una imbarcazione francese. Però il comandante francese lo ha mandato a terra su richiesta del viceconsole francese.

Il 5 luglio Giuseppe Solari impresta 1080 lire al comandante del Forte che gli rilascia una cambiale.

L’undici luglio la Municipalità chiede al comandante Rossi un piccolo cannone di ferro con due petrieri, polvere e palle per armare due piccole gondole: il comandante decide di accordarle tutto ciò a tenore della loro premura

Il 23 luglio due corsari liguri, al comando dei capitani capraiesi Pietro Luccari e Agostino Sussone catturano un lancione barbaresco algerino che conducono nel porto di Capraia. A bordo del lancione vi sono 5 algerini di cui tre feriti gravemente. I capitani corsari dichiarano di averne uccisi sei e di averli gettati in mare. Il comandante Rossi e la Municipalità ordinano ai corsari di recarsi con la loro preda al Lazzaretto del Varignano per ultimarvi la quarantena. Il 25 luglio il comandante Rossi rilascia una cambiale di 1600 franchi moneta di Francia al generale Casalta, comandante di Bastia.

Il primo agosto il Rossi comunica di aver deciso di licenziare la barchetta che portava soldati e provvigioni alle torri dello Zenobito e Barbici: i soldati d’ora in poi vi si recheranno a piedi; inoltre fa presente che il paese è ridotto alla miseria e poiché c’è bisogno di farina o galletta, olio e sale, ha mandato un caporale a Livorno per vedere se il locale console genovese può procurarli. Intanto invia a Genova con il padrone Simone Chiama le attrezzature del pozzo rotte affinché vengano aggiustate e richiede anche una catena, sempre per il pozzo, lunga 37 palmi, perché quella esistente è stata impiegata per incatenare 10 schiavi; manda anche il rollo della guarnigione che è costituita da 56 uomini.

Il 2 agosto, di notte, Stefano Valle si dà alla fuga scendendo con una corda dal Forte, lato mare, impossessandosi della barchetta di un capraiese.

Il 4 agosto il comandante Rossi riceve l’ordine dal ministro di Guerra e Marina di non far partire da Capraia il lancione barbaresco, che in effetti non si è ancora mosso dall’isola probabilmente per la resistenza dei due capitani capraiesi che temono di perdere la loro preda. L’ordine è ribadito il 18 agosto, e il 23 il notaio e giudice Graffigna intima ai due capitani capraiesi che si astengono di disporre ne far sortire cosa alcuna esistente al bordo del lancione predato alli algerini sino a nuovi ordini del cittadino Ministro.

Il 28 agosto il Rossi informa Genova che ha saputo dal capitano Antonio Simone Simici che intorno all’isola ci sono cinque bastimenti barbareschi tre a vela latina e due con vele quadre.[13]

A Genova

Il 18 settembre 1798 a Genova, il deputato Montesisto fa presente al consiglio dei giuniori che nell’isola di Capraia sussistono le autorità provvisorie per non essere state elette nel comizio di Sarzana le definitive. Questo in quanto gli elettori della Capraia non furono avvertiti a tempo di recarsi al comizio, ed inoltre il mare e i barbareschi lo hanno loro impedito. Il popolo forse malcontento come in tanti altri luoghi, ha obbligato gli elettori a procedere alle elezioni. I deputati sono ora venuti a chiedere conferma al corpo legislativo. Dopo lunga discussione, il consiglio giudica illegale la procedura seguita e autorizza il Direttorio Esecutivo ad eleggere le autorità definitive.[14] A questo fine viene nominato commissario del governo il colonnello del corpo dei veterani Francesco Gaulis.

Il colonello Gaulis parte immediatamente e arriva a Capraia il 20 settembre. Il 23 settembre comunica a Genova di aver trovato il Forte in condizioni deplorevoli e chiede l’invio di un ufficiale del genio per provvedervi; informa di aver chiesto alla Municipalità di organizzare una forza armata per la guardia degli scali e per la pubblica sicurezza. Il primo ottobre aggiunge che anche la truppa è tenuta in condizioni miserevoli e con un armamento che necessita di riparazioni.

Il primo ottobre arrivano in porto tre navigli corsari francesi comandati rispettivamente dai capitani Simone Jurcon, Girolamo Monti, e Cesare Rebufà, che non si sono attenuti agli ordini della Sanità. Il comandante Rossi si reca al porto informando i tre che devono attenersi agli ordini, ma essi dichiarano di essere stati inviati Capraia dal ministro Belleville per fare delle osservazioni . Il Rossi non sapendo come comportarsi chiede istruzioni anche perché teme che i corsari francesi diventino sempre più indisciplinati. A questo proposito cita il caso del capitano Parma entrato in porto al comando di un naviglio, dichiarato mercantile, e due giorni dopo, tirato fuori il suo armamento è uscito in caccia di un bastimento.  Il 6 ottobre viene formata una locale forza armata di cento uomini sulla quale però si può contare poco in quanto gli uomini sono poco presenti, perché in navigazione o per essere malati.  Il 26 ottobre il Gaulis chiede di essere richiamato a Genova non solo per mancanza di medicine e medici per curare i suoi acciacchi ma anche perché gli è stato promesso che l’incarico a Capraia sarebbe stato di soli quindici giorni.

Il 17 ottobre al porto scoppia una lite tra i marinai di ventisei coralline di Calvi, battenti bandiera francese e provenienti da Tunisi, ed un gruppo di capraiesi. È il dopopranzo, quando Simone Cuneo con un ragazzo stanno bagnando l’imbarcazione di Nicolao Roverano e alcuni schizzi d’acqua colpiscono Antonio Subrero, detto Gambicò, capraiese abitante a Calvi e imbarcato su una delle coralline. Il Subrero ritenendo di essere stato colpito intenzionalmente dal getto d’acqua, si scaglia con un coltello contro Simone Cuneo che è disarmato. Simone Biagini che si sta preparando per uscire alla pesca dei totani, accorre per dividerli e agguanta il Subrero per trattenerlo. Due calvesi accorrono in difesa del Subrero: scoppia un tumulto al quale si aggiungono altri calvesi armati di schioppi, bastoni e coltelli e diversi capraiesi tra cui Giuliano Cuneo capitano della forza armata. Il Biagini, che fa parte della forza armata, fugge in paese per prendere uno schioppo.  Intanto arrivano i soldati del corpo di guardia del Porto. Alla loro vista i calvesi si ritirano al riparo delle loro imbarcazioni mentre i capraiesi si nascondono dietro i Magazzeni. Quando il piccolo drappello di soldati, in tutto sette con i fucili spianati, si avvicinano ai capraiesi questi gli si scagliano contro per disarmarli. Il capraiese Anton Giuseppe Santone, armato di un coltello a lama lunga, si scaglia contro il soldato Janson, svizzero, che però riesce a parare il colpo e con la mano spezza la lama del coltello ferendosi però due dita. Aumenta il tumulto al quale accorrono anche Domenico Cuneo, viceconsole francese, e Pietro Luccari, che ha una locanda al porto, ed altri capraiesi. Intanto dal Forte arriva un drappello di soldati: alla loro vista torna la calma e i calvesi si rifugiano sulle coralline mentre i capraiesi si disperdono. Il giorno dopo il giudice di pace Ottavio Vincenzo Graffigna istituisce un processo che si protrae per tre giorni e nel quale vengono interrogati i soldati del porto, di cui tre svizzeri, e diversi capraiesi. Sulla base di questi interrogatori la Municipalità chiede che vengano messi in carcere i capraiesi Simone Cuneo e Anton Giuseppe Santone, più che altro per dare soddisfazione ai soldati. I due carcerati vengono rilasciati dopo 24 ore.  Il capitano Rossi invia il verbale dell’interrogatorio a Genova.[15]

Il 12 novembre il Rossi comunica che il 28 ottobre è stato ucciso il soldato che si trovava di posto al porto, quando la guardia era uscita per sedare dei disordini provocati dai marinai di un corsaro francese. Comunica altresì che la notte del 11 novembre hanno disertato un caporale ed un soldato che si sono imbarcati su un corsaro francese partito nella notte.

Il 26 novembre il Gaulis, poco dopo il suo arrivo, mentre chiede a Genova 30 gendarmi di rinforzo per acquartierarli in paese per tenere e freno i facinorosi e vegliare di notte alla tranquillità interna, fa presente che stante il vitto caro nell’isola ha deciso di aumentare di due soldi la paga ai soldati che ha condotto con sé.

Il 12 dicembre 1798 il comandante Rossi segnala a Genova che di giorno in giorno vanno mancando le provviste.[16]

Il 13 gennaio 1799 la Municipalità invita il comandante del Forte a fare arrestare due capraiesi. Nel tardo pomeriggio il comandante invia in paese un sergente con dieci soldati. Il drappello arresta uno dei due capraiesi, ma il drappello viene circondato da diversi capraiesi armati, circa 25 uomini, ed uno di loro, Angelo Colombani, spara un colpo di pistola contro il sergente, ma non lo colpisce perché la pistola fa cilecca. Il drappello però si spaventa e si ritira nel Forte minacciato dalla folla che lo insegue. Il comandante Rossi fa tirare un colpo di cannone e diverse fucilate per disperdere la folla dei capraiesi che finalmente si ritirano in paese. La Municipalità ordina alla forza armata di arrestare i facinorosi ma questa si rifiuta di ubbidire. Il giorno dopo la Municipalità si ritira nel Forte per paura dei facinorosi e in attesa delle disposizioni del direttorio. Sempre per ordine della Municipalità sono trattenuti nel Forte come ostaggi il cittadino Arciprete con altri due capraiesi padri dei capi dei facinorosi.[17]

In Europa: la Francia e la seconda coalizione

Mentre Napoleone è impegnato nella difficile spedizione in Egitto, ai primi di gennaio del 1799, si forma una seconda coalizione antifrancese, che riunisce Gran Bretagna, Austria, Russia, Regno di Napoli ed Impero ottomano. Le truppe della coalizione iniziano una serie di offensive contro i francesi in Egitto, in Germania, in Svizzera e soprattutto in Italia, dove un grosso esercito austro-russo guidato dal feldmaresciallo Suvorov coglie un successo dopo l’altro, cancellando in pochi mesi tutte le conquiste fatte da Napoleone. Poco alla volta le armate francese si riprendono e ottengono importanti vittorie particolarmente in Svizzera dove il generale Andrea Massena costringe il generale Suvorov ad una disastrosa ritirata. A questo punto la Russia esce dalla coalizione e il generale Bonaparte rientra dall’Egitto e con un colpo di stato viene nominato Primo Console. Bonaparte riorganizza l’esercito e discende in Italia dove, a Marengo (14 giugno), vince la decisiva battaglia che costringe l’Austria a firmare la pace di Luneville (9 febbraio 1801) e poi l’Inghilterra quella di Amiens (25 marzo 1802). È a partire dalla vittoria di Marengo che Bonaparte inizia la riorganizzazione degli stati italiani, riorganizzazione che ha un notevole impatto su la Repubblica Ligure e Capraia.

A Capraia

Il 19 gennaio giunge a Capraia una imbarcazione capraiese, scortata da un corsaro capraiese, che porta provviste e soldati per il cambio della truppa. Il commissario Gaulis decide di non inviare a Genova i soldati del cambio ma di trattenerli, avendone bisogno per le presenti vertenze degli isolani.

Il 10 febbraio la Municipalità informa Genova di non essere più in grado di fornire alla guardia al porto con la sua forza armata con la seguente motivazione:

Se li abitanti l’isola di Caprara fossero un Popolo fermo, e di continua esistenza in Patria sarebbe facile il poter provvedere colla forza armata alla guardia del porto; ma siccome detto popolo, e forza armata ad un tempo esistono nel loro quantitativo, alle volte in qualche parte, ed or in pochissimo numero per esser tutto obbligato alla navigazione e così è cosa impossibile di potervi continuare a provvedere.

 Il giorno dopo il Rossi ripristina la guardia al porto con i suoi soldati.

Il 15 febbraio il comandante Rossi comunica a Genova che la truppa a sua disposizione è composta da 79 uomini, compresa la guardia del commissario Gaulis formata da un sergente e 10 comuni. Nello stesso giorno il commissario Gaulis riceve da Genova una lettera che lo informa dell’arrivo a Capraia di un contingente francese di 100 uomini per rinforzare le difese dell’isola. Il commissario lieto della notizia, risponde facendo presente che il Forte non è in grado di accoglierli e che quindi li farà acquartierare in paese. Chiede inoltre, ancora una volta, di essere richiamato a Genova.[18]

Intorno alla metà di marzo i corsari francesi conducono nel porto di Capraia tre imbarcazioni predate: una nave veneziana, carica di lana, tabacco, e altri generi proveniente da Trieste; due navi ragusee, una proveniente da Smirne con cotoni e l’altra da Ancona con rame, lana, e fagioli. Le prime due vengono inviate al Lazzaretto del Varignano.

Il 29 marzo il commissario Gaulis invia a Genova la lettera ricevuta dal generale francese, comandante la Corsica, che gli comunica che il contingente francese di 100 uomini è pronto e rimane in attesa dell’approvazione del Direttorio Esecutivo, che conta di ricevere tramite il Belleville, ministro francese a Genova. Il commissario chiede che gli venga notificato la quantità di viveri che deve essere messa a disposizione dei francesi, facendo rilevare di avere solo del biscotto, farina, poco orzo, e fagioli.[19]

A Genova

il 29 marzo 1799 il consiglio dei Seniori approva la deliberazione per le nuove elezioni delle autorità costituite di Capraia, Municipalità e Giudice di pace con la seguente motivazione:  Considerando, che la lontananza di quel Comune dalla Giurisdizione della Lunigiana, a cui appartiene, ed il difficile accesso alla medesima reso attualmente maggiore dalle ostilità, che si esercitano in mare da nemici della Repubblica esiggono delle pronte provvidenze, e delle misure proporzionate, onde non restino impuniti i delitti, e non siano inutili in quel Comune i sacri diritti del Cittadini.[20] Ma come vedremo il Commissario Gaulis riesce a far eleggere la Municipalità definitiva solamente nel mese di maggio.

A Capraia

L’undici aprile 1799 il commissario Gaulis segnala che i francesi si sono impadroniti dell’isola d’Elba, eccetto Portoferraio che da più giorni continua a resistere.

Il primo maggio il comandante Rossi riceve un prestito di Lire duemila da Paduano Sarzana, al quale rilascia una cambiale. Il prestito serve per le paghe della guarnigione ed altre spese.[21]

Finalmente tra il 5 e l’8 maggio si tiene il comizio primario per eleggere gli elettori per il comizio elettorale.[22]

Il 7 maggio il commissario Gaulis comunica al ministro di Guerra e Marina di aver sospeso la spedizione in Corsica per il trasporto dei rinforzi francesi stante l’ordine dell’ufficio di sanità di Genova alla Municipalità di inviare al Lazzaretto del Varignano o a Livorno tutti i bastimenti provenienti dalla Corsica. Chiede anche istruzioni sulle razioni giornaliere da somministrare alle truppe francesi presenti nell’isola e informa di aver ricevuto dal console di Livorno farina e biscotto per oltre due mesi. Ma una deputazione della Municipalità inviata a Sarzana, capo cantone, ottiene una deroga sulla quarantena che prevede per i bastimenti provenienti dalla Corsica di fare la quarantena nel porto di Capraia. [23]

La disputa per la costruzione della casa Cuneo sotto il Forte

Casa Cuneo

Casa Cuneo sotto il Forte

Il 21 maggio 1799 Domenico Cuneo, viceconsole della Repubblica Francese a Capraia, scrive al ministro di Guerra e Marina a Genova, la seguente lettera:

La fisica situazione di quest’Isola resa più critica per le presenti circostanze, mi ha spinto a più procurare possibili vantaggi a questo luogo, con stabilire due Magazzini da viveri sotto la Fortezza, situazione adatta per esser garantiti da tentativi di malviventi, ed inoltre stabilire su di essi Magazzini delle abitazioni per comodo dei Repubblicani. E siccome la postazione dei medesimi resta sotto di un Forte, ne addimando la vostra approvazione. Fin ad ora ho presentato al Comandante Rossi la quarta petizione, e di questa a voi ne accludo una copia. Mi lusingo che un si giusto motivo non incontrerà alcuna difficoltà, massime che questi potranno all’occasione fornire dei viveri altresi alla Fortezza.

Il 24 maggio il Cuneo invia una petizione al comandante Rossi in cui rivendica la proprietà del terreno sul quale vuole costruire i magazzeni.

Il 25 maggio il Cuneo si rivolge alla Municipalità chiedendo una risposta alla sua petizione al comandante Rossi per costruire dei magazzini. Li avverte che il sito da lui indicato non deve essere utilizzato per alcuna Fabrica per non creare danno al Forte, perché la costruzione impedirebbe ai cannoni di battere la strada maestra che conduce al Forte e darebbe al nemico la possibilità di battere il portone del ponte levatoio e di impedire la sortita dal Forte. Informa altresì la Municipalità che ha intenzione di mandare in copia la lettera a Belleville, incaricato francese a Genova. Lo stesso giorno la Municipalità decide di nominare due periti Mastro Giovanni capo d’opera e mastro Giuseppe Morgana per quanto riguarda la strada che è di sua competenza. Sempre lo stesso giorno il Cuneo scrive una lettera dello stesso tenore al Commissario Gaulis e al comandante Rossi. Separatamente in una lettera indirizzata al solo comandante Rossi, oltre a ripetere le stesse motivazioni della precedente lettera aggiunge una minaccia non troppo velata: Pensate bene a casi vostri riparate provvedete mentre la presente si invia dal detto viceconsole francese all’incaricato Belleville in Genova, non tanto a riparo del pregiudizio che ne venirebbe a risentire la Repubblica Ligure che la Francese.

Il 26 maggio il Cuneo riscrive al comandante Rossi con tono minaccioso per assicurarsi che le sue missive vengano spedite a Genova in quanto Gio Batta Grimaldi continua a costruire sul sito.

Il 27 maggio, su richiesta del Commissario Gaulis e del comandante Rossi, si reca sul posto il capo d’opera Gio Andrea Mondini, milanese, che sotto giuramento, riferisce

essersi portato nel sito, e giacchè secondo il disegno, la fabbrica verso il Forte non eccede palmi ventisei di altezza, per venire in cognizione, se veramente la stessa fabbrica possa essere del divisato pregiudizio, ha piantato nello stesso sito un palo di legno di detta altezza, con avervi apposta nella sommità di 26 palmi una lenza, che per retta linea apportata, viene ad eguagliarsi un palmo sotto l’ombratura del camino coperto della barriera e perciò riffere, che al detto Forte non può apportare veruno pregiudizio, ciò tanto più, che rimane venti circa palmi addietro all’altre case.

 Lo stesso giorno, ricevuta la perizia dal Mondini, il comandante Rossi la invia, assieme alla lettera del Cuneo, a Genova.[24]

Il 28 anche il commissario Gaulis, con i suoi ufficiali, si reca sul luogo della costruzione e scrive al ministro di Guerra e Marina di aver fatto tirare delle linee coll’assistenza degli ufficiali, e di aver riconosciuto che l’altezza della suddetta casa portante 26 palmi, non domina né l’interno della Barriera, né il Ponte, essendo situata palmi venti dietro le case le più avanzate sotto del Forte.[25]

 Il 6 giugno, il Cuneo, non avendo ancora ricevuto soddisfazione, scrive direttamente al Direttorio Esecutivo:

Il cittadino Domenico Cuneo di Steffano comprò per mezzo degli cittadini Giuseppe Biagini, e compagni nel mese di marzo p.p. dal cittadino Gian Leonardo Bargone una Piazzola, ossia pezzo di terra situata in faccia alla Barriera della Fortezza colla condizione però, che non avesse effetto detta vendita se non otteneva detto Cuneo la permissione dal Governo Ligure per poter fabbricare in essa due magazeni.

Scrisse egli subito a voi cittadini Direttori, ed al vostro cittadino Ministro di Guerra e Marina, anche di consenso delli cittadini Gaulis vostro commissario e capitano Rossi comandante di detta Fortezza, che non stimavano permetterle un tal lavoro, affine di ottenere da chi spetta per la finale ultimazione del contratto la permissione indetta, come porta il dovere di un onesto, e vero cittadino che rispetta le leggi, e le autorità constituite.

Ma nel frattempo, che egli stava attendendo detta permissione vede portare in detto pezzo di terra dei materiali di calcina, pietre, ed altro, e vede contemporaneamente incominciarsi dal cittadino Gio Batta Grimaldi una fabbrica, che rende indiffesa la Fortezza da quella parte.

Ricorse subito con una sua petizione al comandante della Fortezza capitano Rossi, perché impedisse un tale lavoro, e le fece presente il grave danno che ne veniva a soffrire la Fortezza, ma nulla fu deliberato: Replicò nuovamente le sue proteste, come zelante Patriota, e vero cittadino non solo al sudetto comandante Rossi, ma ancora al vostro commissario Gaulis, ed alla nuova Municipalità, coll’intelligenza della quale il Grimaldi aveva sottomano fatto detto acquisto, anche con una …. al venditore, acciò fossero prese quelle preste deliberazioni, che erono troppo necessarie, ma ebbe la confusione di vedere, che sopra l’istessa sua petizione di protesta per il pubblico bene la stessa Municipalità invece di decretarsi in inibizione, vi decretò un ampia facoltà a favore del Grimaldo di poter fabbricare a suo talento, come da copia di detta petizione da esso trasmessa a voi Cittadini Direttori, ed al vostro ministro di Guerra e Marina, ed accettarlo presso di voi, come perturbatore della pubblica quiete.

In questo stato di cose non può a meno d’invitarvi a prendere sopra dell’esposto quelle giuste provvidenze, che meglio apprenderete per il bene della cosa pubblica, che è la difesa della Fortezza, e per far sentire a quella Municipalità di Capraja il poco attaccamento, che ha dimostrato alla Nazione per favorire un privato.

Il 6 giugno il Direttorio Esecutivo chiede al ministro di Guerra e Marina di informarsi e di fare un rapporto. Il 15 il ministro risponde che ha fatto chiamare il capitano del genio Stefanini, che era stato mandato a Capraia come commissario dal Governo Provvisorio perché riferisca quanto era a sua conoscenza. Dal rapporto dello Stefanini il ministro deduce che è necessario fare cessare i lavori per non pregiudicare la difesa del Forte. Infatti, lo Stefanini, riferisce che a suo tempo aveva già negato il permesso di costruire al Cuneo, come aveva fatto in precedenza il commissario Brignole ad una analoga richiesta, in quanto una costruzione in quella piazzola sarebbe pregiudizievole per la difesa del Forte.

Il 17 giugno il Direttorio Esecutivo decreta che il Ministro di Guerra e Marina è incaricato di dare gli ordini opportuni per impedire la fabrica, e far immediatamente demolire ciò che già fosse stato fabbricato.

Il 24 giugno il Grimaldi da inizio ai lavori di demolizione della casa oggetto della disputa. Nello stesso giorno mentre il colonello Gaulis, commissario, lascia Capraia, il Grimaldi presenta alla Municipalità una petizione contro l‘ordine di demolire la casa ricevuto da Genova e al quale ha prontamente ubbidito, ma nello stesso tempo, dopo aver riassunto quanto accaduto, ne chiede l’intervento presso il ministro affinché esponga la verità dei fatti.

La Municipalità scrive al ministro Botto per comunicare di aver preso atto della decisione di far demolire la casa del Grimaldi. Pur la cosa non essendo di competenza della Municipalità, per pura giustizia, ritiene la decisione ingiusta in quanto su quel sito il Cuneo aveva tramato per costruirvi la casa della sua abitazione con più magnificenza ed altezza.

Il 26 giugno il Grimaldi ottiene che Gio Leonardo Bargone, il proprietario originale della piazzola, si rechi a fare una testimonianza giurata davanti al notaio Graffigna. In essa Il Bargone attesta che Domenico Cuneo voleva carpirgli il sito per fabbricarvi una casa di abitazione con stratagemmi e ingiusti pretesti ad un minimo prezzo, ma in realtà senza mai concludere l’affare. Il Grimaldi gli chiese se volesse vendergli la piazzola, e alla richiesta di centoventi scudi, accettò. Prima di concludere il Bargone informò per ben due volte Domenico Cuneo tramite Agostino Dussol. Ma Domenico Cuneo non volle offrire più di pezzi cento duri. Allora il Bargone cedette la piazzola con regolare contratto al Grimaldi.

Lo stesso giorno ad istanza del Grimaldi 102 cittadini si presentano davanti ai municipali e al giudice di pace delegato Anton Giuseppe Artisi al quale rilasciano la seguente dichiarazione:

Primo che la fabrica stata demolita per ordine del Ministro di Guerra e Marina trasmesso a codesto comandante Rossi, ad istanza del cittadino Domenico Cuneo di Stefano non era altrimente di pregiudizio al Presidio prima per esser indietro palmi 40 circa all’altre case più prossime al detto Presidio.

Secondo dichiarano li sottoscritti segnati, che la pianta di detta demolita Fabrica oltre non dare alcun pregiudizio a detto Forte, ma bensì resta più al scoperto la strada, megliore assai quando vi era la demolita Fabrica, perché nella passata piazza o sia situazione vera più grande della pianta di detta demolita Fabrica, e restano più ample le strade tanto sia per tramontana come per mezzogiorno, come per tutte le altre strade del paese.[26]

Il 29 giugno il comandante Rossi comunica al ministro di Guerra e Marina che la casa è stata demolita, anche se la Municipalità gli aveva chiesto di avere qualche riguardo.

Il primo luglio Domenico Cuneo comunica al Ministro di Guerra e Marina di essere stato incaricato dal ministro plenipotenziario francese Belleville di distribuire una partita di grano di mille sacchi alla popolazione in base al numero dei componenti della famiglia e al prezzo di lire 36 alla mina. Invita il ministro a non prestare ascolto alle maldicenze sul suo conto fomentate dalla Municipalità e dal direttore delle poste del Regno di Sardegna e da Gio Batta Grimaldi per avergli fatto demolire la casa. Anzi ricorda gli aiuti in denaro e mercanzie per la guarnigione e la possibilità che ha il comandante Rossi di acquistare da lui 80 fucili nuovi che si è procacciato. Lo stesso giorno pubblica un proclama alla popolazione nel quale afferma che la partita di grano messa all’asta è stata predata dal corsaro Bargone padrone del Buonaparte e in accordo con lui 200 sacchi di grano vengono distribuiti tra i suoi marinai. La vendita verrà fatta il 2 luglio nella piazza della Libertà al prezzo di scudi tre grossi di Francia al sacco equivalenti a Lire 36 la mina, prezzo determinato dai periti Chiama e Danove.[27]

La casa, che si può vedere anora oggi fu infine costruita secondo il progetto di Domenico Cuneo, probabilmente quando Capraia divenne francese.

La nuova Municipalità

Il Comizio Elettorale, intanto, elegge i nuovi Municipali: Stefano Artisi, Giuseppe Andrea Danove, Pauolo Salese, Rinese, e Cuneo. Mentre si sta preparando l’insediamento della nuova Municipalità nella sera tra il 21 e il 22 maggio viene appeso sul portone della chiesa di S. Nicola il seguente manifesto:

“Avviso ai buoni patrioti

Un branco di nemici della libertà e dell’uguaglianza esistono in Capraia quali tremano sordamente sulla prospettiva di quella felicità e quiete che si procura di preparare ad un Popolo libero. Son molti sono i cani maligni che son nemici del Democratico sistema, e non possono soffrire in pace, che si faccino conoscere i Diritti del Popolo. Evidentemente fra questi ci sono compresi quelli che la mattina del 7 corrente maggio fecero comparire de cartelli, imitando il cartello trovato all’albero della libertà in Livorno ne seguenti termini albero senza radiche beretta senza testa la Municipalità non resta e con altri termini infamatorij. Non ignorate quali siano coloro che abboriscono i più veri Repubblicani, sichè vorebbero orgogliosamente soggettarli al suo Dispotismo, la prepotenza e l’orgoglio figlio dell’usurpazione si è fatta vedere a faccia scoperta.

Oh quante volte la calunnia ha denigrato l’onore che era il portaggio dell’innocenza? Quante volte si cangi ‘il nome di quei Cittadini, che coll’accortezza del consiglio accelerar voleano la commune felicità! Se i poveri cittadini riclamavano i loro diritti, se biasimavano le azzioni di chi aveva violata la Legge ben presto si scriveva al Direttorio nella Centrale e si diceva, che erano sussuratori, capi rivoluzionarij, e aristogratici, ed essi cedevano all’urto imperioso delle circostanze. Cittadini voi che avete sofferte tante persecuzioni, — all’osservanza della Legge. No cittadini, non mi saziero giamai di ripetervi, ciò che più volte a viva voce io ho declamato. Ma come convivere mai con questi tali, non svente il vostro zelo per la commune quiete, non deponete lo sdegno con persone, che non rispettano alcun dovere, che non riconoscono alcuna legge e che tutti hanno infranto e calpestato i più santi Diritti.

Questi non si vergognano di comparire macchiati in fronte, in faccia a tutto il creato, e che altra via non prescrivevano a loro passi che quella dell’inganno, che quelli della rapacità, e prepotenza, e siavi d’avviso non convenite mai con questi tali, che ci dissonorano nanti del mondo tutto.”

Il 22 maggio alle 9 di mattina si installa la nuova Municipalità che decide di recarsi, verso sera, alla spiaggia del porto per vedere in quale stato siano gli affari di pubblica sanità e di alcuni liuti in contumacia: Li nuovi municipali seguiti da quasi un intero popolo di sesso mascolino, che cantavano inni e canzoni patriottiche, arrivati nella spiaggia del porto trovarono che colà da alcuni buoni patriotti era stato eretto un nuovo albero di libertà, e colà fu da una dei municipali fatto un discorso pubblicamente sull’osservanza della Legge, sulla fedeltà e sulla quiete e democrazia.

Qui i nuovi municipali decidono, alla presenza del popolo, su chi deve o non deve essere ammesso a libera pratica.

 Il 24 maggio 1799 il Gaulis decide di ritornare a Genova anche se gli è stato imposto di attendere le truppe francesi prima di partire. Le truppe Francesi non possono arrivare in quanto la Sanità di Genova ha imposto la quarantena a Genova sulle imbarcazioni corse concedendo però che se il trasporto verrà effettuato con navigli capraiesi, i francesi possano scontare la quarantena a Capraia.[28]

Nel mese di maggio il liuto di Domenico Cuneo q. Andrea che si trova alla fonda vicino alla Punta di Casa – golfo di Alghero – viene scorto dalla feluca corsara francese La Coraggiosa comandata dal capitano Antonio Scasso che si trova a sottovento di Porto Conte. Il corsaro si avvicina al liuto e lo costringe a seguirlo fino a Porto Galera. Qui dato fondo il corsaro scende nel liuto e preleva una balla di panni turchini, delle pezze di mussolina e fazzoletti fini. Il povero Cuneo chiede di rilasciargli una ricevuta per quanto prelevato in modo da potersi giustificare con i mercanti che gli avevano affidato il carico. Cosa che il corsaro fece.[29]

Il 15 giugno il ministro di Guerra e Marina comunica al comandante Rossi che riceverà un rinforzo di 100 volontari francesi dalla Corsica.

Finalmente il 24 giugno il commissario Gaulis lascia Capraia.[30]

A Genova

Il 30 giugno il consiglio dei Giuniori riceve gli abitanti dell’Isola di Capraia che chiedono di essere staccati dalla Giurisdizione della Lunigiana, e riuniti alla Centrale ove più frequentemente li traggono gli oggetti del loro Commercio.[31]

Il 9 luglio il Consiglio dei Sessanta, a Genova, a seguito di una petizione dei deputati di Capraia decide di istituirvi un Tribunale del Commercio.[32]

A Capraia

Il 4 luglio la Municipalità segnala a Genova la presenza, da qualche giorno, nelle acque di Capraia di tre fregate, supposte inglesi, e numerosi altri legni che il giorno precedente sono comparsi provenienti da Piombino e diretti in Corsica. La Municipalità assicura che con guardie giornalieri sorvegliano per evitare una sorpresa.[33]

Il 17 luglio il comandante Rossi chiede alla Municipalità un prestito di lire 2000 per i bisogni della guarnigione.[34]

Il 19 luglio viene convocata una seduta straordinaria della Municipalità:

 Seduta straordinaria del giorno di venerdì

Radunata la Municipalità in quarto numero essendoci stata tramandata dal cittadino comandante Rossi il giorno 18 un messaggio il giorno 19 avendone fatta lettura e dichiara il sudetto Rossi di essere urgenza per la guarnigione atteso che non potendo venire nessuna occasione per via di mare per li nemici della nostra Repubblica la Municipalità avendo preso in considerazione su di questa urgenza prende la deliberazione seguente

Decreta

di tramandare messaggio alli cittadini Stefano Cunio q. Gio Leonardo, Leonardo Sussone q. Agostino, Domenico Cunio di Giuseppe, Gio Battista Grimaldi q. Bartolomeo, Agostino Sussone di Leonardo, Gio Olivieri q. Gio Lorenzo q. Lorenzo, Gio Leonardo Princivalle q. Giuseppe, Gio Grimaldi q. Bartolomeo come essendo per la somma di L. due mille moneta F.B. per il giorno 20 luglio e così fu sciolta la seduta alle ore 12 di mezzo giorno.[35]

Nel pomeriggio la Municipalità convoca nel Burò municipale i cittadini Giovanni Olivieri, Gio Leonardo Princivalle, Domenico Cuneo, Agostino Sussone, Stefano Cuneo, e Leonardo Sussone, ed impone loro di pagare Lire 250 a testa per il mantenimento della Fortezza, e così soddisfare in parte alla richiesta del comandante.[36] Tutti rifiutano di pagare. Il giorno dopo scoppia un putiferio. Ecco la versione ufficiale della Municipalità:

 Seduta del 20 luglio

Radunata la Municipalità in quarto numero accordò di già veduto l’urgenza della dietro scritta numerazione di Lire 250 per ogni cittadino

Decreta

La Municipalità sul momento seguente L. 250 F.B. per la ridietro urgenza di codesta guarnigione di questa Fortezza altrimenti voleste qualche torbido di non pagare la sudetta partita si piglierà in considerazione di quello e quanto.

Essendo stato chiamato il cittadino Gio Olivieri e con una impudenza corrispose che non vole pagare niente e con una tale superbia di volere le mane adosso al cittadino Presidente Pietro Rinese. Furiosamente sortindo fuori dalla Tribuna e gridando ad alta voce fuori fuori  ed in tratto si vede comparire il cittadino Gio Leonardo Princivalle, Francesco Cunio Domenico Cunio fratelli e figli di Giuseppe, Stefano Princivalle di Giacinto, Antonio Princivalle di Giacinto, Giuseppe Princivalle q. Giuseppe, Nicroso Princivalle q. Giuseppe, Gio batta Cuneo q. Nicolao dove il detto Gio Battista Cuneo a percosso con una pietra in faccia la cittadina Angela Maria di Benedetto Chiama mentre stando al suo Balcone fu percossa dal sudetto cittadino Cuneo di un colpo smisurato. In seguito, vi era d’altri cittadini di attruppamento Leonardo Sussone e Agostino figlio Sussone, Gio Battista Cunio di Giuseppe et altri che verranno noto a noi, ed altri cittadini parimente Gio Leonardo Sabadino di Francesco e Francesco Sabatino fratelli tutti questi sono comparsi formati come un attruppamento con arme cioè schioppi pistole sciable e bastoni con stocco per trucidare la detta Municipalità. Essendo stato sempre li dietro scritti un branco di … di superbi, di sediziosi, e al fine disturbatori contro la publica tranquillità che con prove evidentemente si vedono.[37]

 Chiusa la seduta la Municipalità chiede al comandante Rossi di accordargli 10 soldati ben armati per arrestare i sei. Il comandante si reca al Buro Municipale per fare presente che se accordasse i dieci soldati c’è il pericolo di qualche disordine tra la popolazione e ne approfitta per fare presente che diversi cittadini gli hanno offerto del denaro e non è più necessario che la Municipalità provveda alla sua richiesta. Mentre sta ritornando al Forte, il comandante sente un gran rumoreggiare nel paese. Dopo essere rientrato al Forte lo raggiungono quattro municipali che gli fanno presente che diversi cittadini hanno perso il rispetto della Municipalità e che vogliono che siano catturati i ribelli. Il comandante fa presente ai quattro municipali che essi hanno i mezzi per arrestare i dissidenti senza aver bisogno della forza armata. Il giorno seguente domenica, di prima mattina, la Municipalità chiede al comandante Rossi il servizio del tamburino per le ore otto per organizzare al Popolo le nostre Incombenze.[38]

Di quanto successe in quella giornata abbiamo tre diverse versioni. La versione ufficiale della Municipalità:

 Seduta straordinaria del giorno 21 luglio

Radunata la Municipalità in pieno numero avendo preso in considerazione di venire la forza armata per assicurare i Capi rivoluzionari che sono li seguenti Agostino Sussone, Gio Olivieri. Domenico Cuneo, Gio Leonardo Princivalle, e Nicroso Princivalle, Gio Leonardo Sabatino di Francesco prima si mandò messaggio che si costituissero in arresto per ore 24 poi la Municipalità prenderà in considerazione a tenor della legge. Mentre la forza armata era in piazza nazionale si vede sparare un colpo di fucile dal balcone di Nicroso Princivalle contro la forza armata mentre era in quieta. Che questo è stato il cittadino Giacomo Princivalle e altro cittadino essendo stato impostato per tirare alla forza armata, che questo fa il cittadino Francesco Sabatino di Francesco ed in seguito Antonio Princivalle. La forza armata si corse appresso di questo e non potendolo pigliare ma la Municipalità prenderà quelli opportuni risentimenti. La mattina del giorno 22 corrente luglio radunata la Municipalità in quarto numero si è mandato lo … del suo arresto alli cittadini qui sotto segnati.[39]

Il comandante racconta che al termine della messa nella parrocchiale scoppia un gran vociare di donne e cittadini sulla piazza antistante la chiesa, la piazza della Libertà, dove si trovano anche i municipali. Questi poco dopo si presentano al Forte dichiarando al comandante che il popolo gridava che era ben contento della loro condotta e poi chiedono di nuovo dieci soldati con un sergente. Il comandante rifiuta e li invita a convincere gli arrestati a portarsi spontaneamente al Forte, come poi avviene. Dopo che i sette si sono consegnati si odono dei colpi di fucile provenienti dalla piazza della Libertà: il comandante fa chiudere il Forte e poi fa sparare un colpo di cannone a vuoto. I colpi di fucile cessano. Il comandante invia quindi il sergente Storaci al Buro municipale per sapere cosa fosse successo. I municipali dichiarano che la sparatoria ha avuto inizio quando è stato sparato un colpo di fucile da una casa vicina alla piazza contro la forza armata che ha risposto al tiro.[40]

Un nutrito gruppo di cittadini – ben 142 che firmano il documento – dà invece la seguente versione dei fatti:

 Il giorno di domenica 21 corrente la Municipalità affisò publico editto alla Piazza della Libertà ove invitava tutto il popolo ad udire quanto pensava di disordine.

Il Cittadino Andrea Rossi Comandante del Forte pervenuta a sua notizia il risultato di tale invito esebito dalla Municipalità, si opose con … intesa il non potere conseguire tale congresso previo il decreto stato publicato, e ordinato dal Generale Franciese Comandante in Genova, il quale le toglie il diritto di poter formare adunanze e cose consimili, sotto il peso eser puniti militarmente.

Ma la Municipalità intenta a suoi caprici di nulla si cura l’oservazione del medemo, intesa tale aviso fa al momento rapelare a sono di tamburo non curando di quanto gli è stato rapresentato dal Cittadino Comandante.

Apena finita la messa parochiale unito il partito adirente alla Municipalità al Arbero della Libertà la major parte armatj si posero a solevare in una rivoluzione tutto il popolo. Indi radunata la Forza Armata di ragazzi adirenti a loro partito missero sotto fugilate la casa del Cittadino Giuseppe Sabatino q. Giuseppe istigando ed inpugiando le armi per le strade contro  i veri Cittadini Liguri faciendo altre si lo sparo di venti o trenta tiri di fugile ed alora il popolo era ridotto alla magior confusione per l’ ordini esibiti da una Municipalità tutta intenta e propensa a far stragie de veri cittadini col ritiro nascosto alle loro case asartando ed impugniando le armi per aterale a sera le porte de Cittadini j quali sierano ritirati per sua quiete nel Forte …. a loro riusciva eseguire ogni inconveniente nelle rispettive loro abitazioni.

Seguite tali cose la Fortezza fecie tirare un colpo di canone con balla a voto per sedare quanto era seguito j disordini.[41]

 Sempre nella mattinata, verso le 11, si presenta al Forte Bartolomeo Solari, capitano della Forza Armata che dice che per ordine della Municipalità il comandante deve tenere in arresto sino a nuovi ordini della Municipalità i cittadini Giovanni Olivieri, Gio Leonardo Princivalle, Domenico Cuneo, Agostino Sussone, Francesco Sabatini, Gio Leonardo Sabattini, Nicroso Princivalle, Giacomo Princivalle, Antonio Princivalle, che pacificamente si sono presentati alla barriera del Forte. Più tardi nella giornata si presentano anche Luigi Sesini e Giuseppe Princivalle.

Il 22 luglio si riunisce ancora una volta la Municipalità:

La mattina del giorno 22 corrente luglio radunata la Municipalità in quarto numero si è mandato lo … del suo arresto alli cittadini qui sotto segnati.

E così fu fatto messaggio al cittadino Rossi comandante per metterli in prigione e il detto Rossi eseguì nostri ordini. Stante mezza ora circa ricevendo la Municipalità dal cittadino Rossi altro messaggio a nome dei arrestati e fanno intendere che in quella carcere non era luogo per questi arrestati e che li mettessero in altra situazione. La Municipalità tramandò altro messaggio al cittadino Rossi che siano tenuti e siino messi nel luogo dove fu in istagio l’arciprete Sabatini, Domenico Colombano, Giuseppe Sabatino e Stefano Sussone ben chiusi e col suo custode.

Medemamente si mandò messaggio al cittadino Luigi Sesini e Giuseppe Princivalle per costituirsi in arresto in Fortezza essendo anche questi stati dichiarati in stato di accusa e di essere stati anche in seguito dei capi rivoluzionari e contro della tranquillità pubblicha.

Il 23 luglio si riunisce nuovamente la Municipalità:

 Seduta straordinaria del giorno 23 corrente luglio

Radunata la Municipalità in quarto numero si è fatto il Presidente definitivo del Burro Municipale e fattone due bollettino al cittadino Pauolo Salese e Giuseppe Antonio da Nove e sono estratti la sorte ed è stato eletto in qualità di Presidente definitivo Pauolo Salese di Domenico.

Seduta straordinaria del giorno 23 luglio alle ore 2 pomeridiane.

Radunata la Municipalità in quarto numero è stato presentato nanti di noi un messaggio del cittadino Rossi comandante a nome dei carcerati che vogliono li sudetti carcerati il vitto giornale. La Municipalità risponde che se vogliono il vitto giornale fa di bisogno che si costituiscono nelle carceri a tenor di legge.

Il giorno detto 23 corrente luglio alle ore 6 pomeridiane statoci presentata una petizione delli cittadini carcerati ma questa petizione di nessun valore che piuttosto era a noi contraria ed alla legge con invitandoci noi e obbligare a sottoscrivere alla detta petizione la Municipalità rispose che facessero in migliori termini e maniera. Allora li cittadini Gregorio Ramarone e Giuseppe Sabatino si ne sono andati altra volta in Fortezza per parlamento di detta petizione come se fosse un parlamento di pace. Ritornati stante mezzora eccoli altra volta nanti di noi li sudetti cittadini e risposero verbalmente che aspettassero la matina del giorno seguente che li 24 luglio avrebbero fatto una petizione in trattamento di pace e domandare scusa al popolo ed alla Municipalità dell’errore comesso e di non ritornare più a questo eccesso seguito. E così si tralasciò di inviare il nostro espresso di già pronto per partire. Allora si fece altra riflessione di aspettare la mattina seguente.

Lo stesso giorno l’arciprete Sabbatini, richiesto dal comandante di fornire notizie su quanto accaduto nel paese, così risponde:

Mi è stato presentato in un cittadino Municipale un suo biglietto, e sul fine dice che ha ordine dal Governo Ligure, che il Cittadino Arciprete debba riferirvi quanto accade nel Paese.

Vi risponde, che quello accade per il Paese lo sapete meglio di me, il quale vivo ritirato sapendo che mi vanno insidiando la vita. E tanto è vero, che il giorno 21 corrente non vedendomi li Capi partiti, di rabbia, e dispetto hanno … la mia nepote alla sua fenestra. ed hanno colpito gravemente la sua figlia in fronte che si trovava in letto sotto cura.

 Intanto continuano le negoziazioni tra la Municipalità e gli arrestati. Il 24 luglio si riunisce di nuovo la Municipalità:

 Seduta ordinaria del giorno 24 luglio

Radunata la Municipalità in quarto numero essendoci stato presentato un messaggio dei cittadini carcerati a mezzo del cittadino Rossi comandante rispondono li sudetti carcerati non possono sofrire un tale carcere e rispondono che la legge non lo vole e di più che vogliono il vitto giornale. La Municipalità per andare alla quiete e tranquillità li abbiamo mandato messaggio che se vogliono essere fuori di prigione non volle passare nessun mantenimento e si attende risposta. Stante mezz’ora di tempo ricevuto messaggio e sono stati risoluti di … fuori di prigione e che non vogliono mantenimento alcuno. Essendoci stato nanti di noi presentato li cittadini frate Assereto Domenicano di nazione ligure e il cittadino frate Gregorio di Capraja ed il cittadino giudice di pace che qui attende come mandatari di pace questi arrestati corrispondono che non vogliono riconoscere autorità costituita ne popolo.

Seduta del sudetto giorno alle ore 2 pomeridiane.

È stata presentata una petizione delli sudetti carcerati del tenor seguente

Cittadini Municipali

Li fatti occorsi li 20 e 21 del corrente luglio per li quali li sottoscritti cittadini volontariamente si sono costituiti in arresto in questo presidio non hanno mai preteso che fossero un vero attentato contro la legge, contro voi, e contro il popolo. Questi sono accaduti inconsideratamente e per sinistra intelligenza. Colla presente dichiarazione però noi qui sotto scritti concordemente ci protestiamo di non avere ne contro voi, ne contro il popolo Livore alcuno e semmaj cola nostra condotta vi chiamate offesi ve ne dimandiamo scusa e ci rimettiamo al vostro amore e fratellanza, promettendovi di vivere pacificamente in vera unione con voi e riconoscendovi vera Autorità costituita legittimamente eletta dal popolo al quale vi preghiamo di far presente questi nostri sentimenti, sperando si da voi, che da esso la nostra libertà. Ed inoltre intendiamo essere nullo e insusistente qualunque esposto che fosse fatto al Governo Ligure tanto contro di voi che di qualunque individuo, pregandovi di mettere in noi un grazioso silenzio … l’accordo, e vi preghiamo salute e fratellanza. Firme e firma Giudice di pace

 Il giorno seguente si raggiunge un accordo:

 Seduta straordinaria del giorno 25 luglio 1799

Radunata la Municipalità in quarto numero è stata presentata nanti di noi li sottoscritti a nome del Popolo a tenore della petizione sottoscritta dalli cittadini arrestati che domandano scusa alla Municipalità a ed il Popolo di tutte quelle mancanze … ed il popolo l’accorda della pace

Il popolo di Caprara

letta la retroscritta petizione firmata dalli nominati arrestati dal popolo nel Presidio, e inteso chiaramente il tenore della medesima dal detto Popolo nella piazza nazionale ha risposto a viva voce che li retroscritti arrestati siano messi in libertà sotto le condizioni in detta petizione espressa.

Ciò inteso da noi Municipali e fatta seria riflessione a tutti abbiamo accordato e contentato il popolo.

La Municipalità per la seguente urgenza prende la presente deliberazione di mandare un messaggio a nome del popolo al cittadino Rossi comandante del tenor seguente:

La Municipalità di Caprara al cittadino Rossi comandante

la Municipalità … della pace fatta e ottenuta dal Popolo ordina che sijno rilasciati li cittadini arrestati in numero di undici.

 Lo stesso giorno anche il viceconsole francese Domenico Cuneo che si è rifugiato nel Forte decide di ritornare in paese senza spiegare il motivo per il quale vi si è rifugiato fin dal giorno 22.

Il 27 luglio la Municipalità invia le sentenze, emanate il giorno 22, al ministro di Guerra e Marina a seguito di una petizione della popolazione, per giustificare il proprio operato e forse anche per essersi resa conto di aver provocato una mezza rivolta in paese.[42]

Il 28 luglio, a Genova, Francesco Gaulis, comandante del corpo dei Veterani, scrive al ministro di Guerra e Marina di essersi costituito agli arresti secondo l’ordine ricevuto.[43]

Il primo agosto il comandante Rossi chiede di essere richiamato a Genova.[44]

Il 12 agosto la Municipalità nomina provvisoriamente in qualità di giudici di commercio: Stefano Cuneo, Giuseppe Sabbatini e Stefano Sussone.[45]

Il 15 agosto alle nove di sera, alla luce della luna, viene scorta all’altezza della punta della Fica, una polacca. Questa scorta dal presidio e dalla popolazione viene obbligata con due tiri di cannone a spedire la lancia in terra. Detta polacca era stata catturata da un corsaro francese ma era stata trascinata dalla corrente verso terra. Arrivata in porto la lancia, sono stati catturati quattro dei suoi marinai e al loro posto sono imbarcati due locali con l’ordina di condurre in porto la polacca. La polacca si chiama Maria Favorita ed è comandata dal capitano Vincenzo Politica raguseo, è carica di grano e proviene da Salonicco per conto di mercanti liguri.

Il 17 agosto nella sua seduta giornaliera la Municipalità decide quanto segue:

La Municipalità in quarto numero radunata in coerenza alla Costituzione all’articolo 191 considerando trovarsi mancante di un membro municipale spirato il termine permesso dalla Costituzione a Decretato e Decreta avere rimpiazzato il sudetto municipale nominato Stefano Artisi dal Cittadino Pietro Antonio Sabatini Parrocho di questa parochia. Sul momento il detto Sabatini fatto il solito civico giuramento annunzia di effondere tutte le sue forze per servire la Patria e prega i municipali suoi colleghi a secondare in norma della Costituzione con tutta la sua intelligenza quanto essa li fa presente e di vivere in perfetta unione.

 Il 18 due dei municipali, Giuseppe Andrea Da Nove e Pauolo Salese rinunciano volontariamente alla loro carica. Mentre i restanti municipali si apprestano a scegliere i sostituti dei due dimissionari, si sparge la voce che questi siano stati seddotti dal partito delli provisori passati e non ad altro fine, che per mettere discordia disordini e risse

Il 20 agosto il padre domenicano Gian Tomaso Assereto relegato a Capraia chiede che gli venga pagata la pensione annua di lire 400 che il Governo ha accordato ai religiosi degli ordini soppressi.

Il 26 agosto il capitano Rossi comunica a Genova che il generale di Corsica lo ha invitato a inviare la polacca a Bastia e nello stesso tempo informa il ministro di aver ricevuto in prestito dal viceconsole francese 200 scudi grossi per la guarnigione.

Il 27 agosto la Municipalità scrive al Ministro di Guerra e Marina che il capitano francese chiede che gli sia restituita la polacca ma, la Municipalità dichiara, che in attesa di ordini da Genova, si oppone alla richiesta del capitano francese perché la polacca era stata smarrita dal capitano, perché era stata condotta in porto dai marinai capraiesi e perché la merce è stata commissionata da dei liguri. Inoltre, la popolazione si trova a corto di vettovaglie.

Il primo settembre i veri Repubblicani così scrivono al comandante Rossi:[46]

Cittadino le premure, e le stravaganze, che hanno usato le autorità esistenti in questa Isola, e per avere anche per così dire promosso in questo comune un spirito di partito, ed anche tentato l’impegno, per ottenere nomina in qualità di essere eletti Municipali sodisfate col premio di qualche interesse; non curando, e ponendo in oblio l’adempimento di quanto ordina una costituzione Sacrosanta in ciò che riguarda a tale Elezione.

Ad unta si sono posti in autorità; che vedute tali cose su riferite da cotesti Cittadini, favano pensare che ardessero di uno zelo, onde sacrificar si volessero per la pace, Giustizia, e vantaggio di questo comune; ma purtroppo i Cittadinj Caprajesi ponderar dovrà il caratere di chi è posto in autorità, che tale beneficenze erano al caso compartirle; perchè tali prerogative nelle respetive persone non anno mai avuto origine.

E invece si scorge a cognizione di tutti; che l’autorità di Municipale, e Giudice di Pace, da essi procoratesi sotto finte colorite finzioni ad altro non serve che dar appoggio non alla Giustizia e Buon ordine, ed al vantagio Comune: ma anzi tutto all’opposto li serve di mezzo per raguardare, e piuttosto prucurare il suo interesse … chi può capire capisca, vendicarsi contro questo e contro quello, usare delle prepotenze senza ritegno, delle parzialità, ed ingiustizia affidati alla loro autorità; e difatti tali cose non si ponno ignorare per esser vere e da loro medesimi notificate presso questo comune.

Quello però, che il Popolo soffre con dispiacere aver inteso che il suo pastore posto alla cura delle anime si sia ascritto per se medesimo Municipale, non per altro, ma però per esser contro la costituzione. Si può tradire con ragione secondo parla la scritura essere uno di quelli posto in ruina, e non in resurrezione. Quanto sarebbe di magior esempio in vece di andare assistere al Buro Municipale ad occuparsi in interessi ed affari che tutt’ora il suo stato li ricusa; ma invece andare alla sua Chiesa ad assistere con magior attenzione alla cura a cuj è apposto, e pregare Iddio per il suo gregge.

Ma si comprende bene, che il vizio di far male reprime far del bene.

In oltre Cittadino siamo in obligo notificarvi di quanto accade: sopponiamo che in questa Isola vi sia una gran parte di questi abitanti che desiderosi della venuta della truppa Francese in questa Isola in oggi si vede quanto su estende il Republicanismo dell’Autorità esistente; perchè in occorenzia anno dovuto ordinare la Municipalità al provedimento di letto e denaro, per mantenere la truppa: tutto da detta autorità sono state incombenzate, e ordinate a tal adempimento quelle persone da loro prese a parte e che dimostrano un spirito di vero Repubblicano dicendo con quelli che l’anno mandati a chiamare, e così li mantenghino.

Ed in tal caso l’autorità e la forza a loro serve di privata vendetta ed oppressione ai veri Republicanj, Loro meritevoli uniti a suoi aderenti complici di tante infrazioni alla legge, origine di tanti disordini vengono ad essere preservati da qualunque interesse, in seguito de suoj così detti partitanti.

Cittadino Comandante per esser vere tali cose e presi da noi a sospetto per giusti motivi le autorità Attuali e per andare anche al riparo di quanto possa essere di disordine per le violenze, prepotenze, ed ingiustizie usateci da dette autorità

Dichiariamo noi sottoscritti non volere aderire ne a consentire, come se non fosse a quanto ordinerà la Municipalità e Giudice

Ma bensì aggreghiamo a voi Cittadino Comandante del Forte tutta la cura di qualunque aministrazione da eseguirsi in questa Isola, sia politica che civile ed esecutiva; rendendoci con animo pacifico ubbidienti a vostri ordini; con rendere sospesa l’aministrazione di qualsivoglia autorità esistente in questa Isola con renderla dichiarata in stato sedizioso perché le circostanze attuali per giusti motivi così esigono per esser voi responsabile quanto al contrario accadesse.

Il 10 settembre per ordine della Commissione militare imperiale è stato spedito un bastimento armato parlamentario, con bandiera genovese ed imperiale, all’Isola di Capraja, coll’intimazione della resa per togliere un asilo ai Corsari Francesi.[47]

 L’undici settembre il generale Jean-Jacques Ambert, comandante in capo della Corsica comunica al capitano Rossi che su richiesta del Direttorio Esecutivo della Repubblica Ligure invierà a Capraia 40 soldati con i sottufficiali. Questo con due bastimenti scortati dalla feluca La Dangereuse. Il contingente, guidato da un ufficiale, rimarrà di guarnigione e sarà comandato dallo stesso Rossi. Il generale aggiunge che, per venire incontro alle richieste dei Capraiesi, gli venga inviato la metà del grano catturato sulla polacca.

Il 12 settembre arrivano a Capraia 40 volontari francesi comandati da un sottotenente: è il contingente promesso dal generale Ambert.

Il 24 settembre il capitano Rossi si rivolge direttamente al Popolo di Capraia:

“Il comandante del Forte di Capraia al Popolo

Pienamente informato sudetto Comandante dalli spiriti di partito, che regnano in questa Isola, che meritano un troppo necessario riparo, per evitare le triste conseguenze;

Viste le replicate instanze che le vengono fatte in nome di questa Popolazione, in n° di 171

sudetto Comandante passerebbe a dichiarare questa isola in grado di Assedio, ma non stimando di ciò fare senza l’approvazione del Governo Ligure; ciò non ostante rende inteso il Popolo che da oggi in appresso tutte le deliberazioni e autorità tutte constituite non saranno valide, senza che prima non siano concertate con esso, e senza la sua approvazione; e ciò sino a nuovi inviti del Direttorio Esecutivo”.

Il comandante Rossi invia copia del proclama a Genova e il 30 settembre il Direttorio Esecutivo emette il seguente Decreto:

1° L’isola, e la Comune di Caprara è in istato d’assedio

2° Il cittadino Rossi capitano comandante nella medesima Isola è autorizzato a prendere tutte le misure che crederà convenienti per assicurare la tranquillità, e per provvedere alla difesa dell’isola medesima

3° Il Ministro di Guerra e Marina è incaricato di procurare l’esecuzione del presente decreto.[48]

Il 19 ottobre il cittadino D. Goury comandante del distaccamento di truppa francese inviato a Capraia dal generale Ambert, comunica al comandante Rossi quanto è dovuto alla truppa francese in termini di razioni e di paghe. Il distaccamento è formato da 2 sergenti, 4 caporali, un tamburino, e 33 fucilieri. Il distaccamento è agli ordini del comandante Rossi.

Il 20 ottobre il comandante Rossi si reca nella piazza della Libertà con un picchetto di truppa e legge la dichiarazione dello stato d’assedio, che viene accolto con gioia dalla popolazione.

Il 24 ottobre il Direttorio Esecutivo decreta che il ministro di Guerra e Marina è incaricato di proporre al D.E. una persona militare atta a coprire la carica di comandante dell’Isola di Capraia.[49]

Il 2 novembre il comandante Rossi comunica a Genova i gravi danni subiti dalla torre dello Zenobito:

la furia de gagliardissimi venti, che dominano in quest’isola hanno fatto dirocare sette merli alla torre dello Zenopito e una gran parte del parapetto, di modo che è stato necessario di far ritirare li cannoni addietro e assicurarli con fune, perché non dirochino anch’essi. [50]

Il 30 novembre il Direttorio Esecutivo decreta di richiamare a Genova il comandante Rossi e di nominare al suo posto il cittadino Mariotti, capo del battaglione di linea N° 3, come comandante del Forte e dell’Isola di Capraia e commissario del Governo presso quella Autorità costituita.

Il 3 dicembre il ministro di Guerra e Marina Botto comunica al capitano Francesco Antonio Mariotti capo di battaglione la nomina a comandante e commissario straordinario di Capraia all’effetto di riunire gli animi e rimettervi l’ordine e la tranquillità. Nelle istruzioni per il Mariotti viene anche specificato: [51]

Si previene che esiste in quel Forte un distaccamento di truppa francese speditavi dal generale Ambert dalla Bastia. Al vostro arrivo saprete decidervi se colla nuova guarnigione che vi si spedisce vi sia una forza sufficiente a ben garantire e difendere il Forte medesimo indipendentemente dallo stesso distaccamento. In questo caso dovrete informarne il Ministro onde possa passare a quegli Uffizi, che stimerà presso gli Agenti Francesi per farlo ritirare, quando non riesca a voi medesimo di ottenerlo entrando in trattativa direttamente collo stesso Generale.

Il 3 dicembre il capitano Mariotti è a Capraia, ancor prima di ricevere le istruzioni scritte, e subito comunica al ministro che: il comandante Rossi ritorna a Genova conducendo con sé Angelo Colombani che già aveva sotto processo per farlo giudicare dai tribunali. Il Colombani incute non poco timore nei sussuroni, dei quali egli era il capo. Aggiunge che:

 tutti gli affari qui sono in un perfetto cahos, e gli abitanti sono talmente divisi fra loro che ci vorrebbe un Angelo del cielo per fare il prodigio di riunirli. La Municipalità è cattiva e la sospenderei, ma converrebbe eleggere un’altra, e non so se nelle facoltà accordatemi dal Direttorio è compresa. …. Vi prego a farmi conoscere, se posso in qualità di Commissario assistito dal mio aggiunto che è notaro giurato, giudicare le prese fatte dai liguri armatori, i quali conducendole qui devono poi correre il pericolo di perderle nel ricondurle alla Centrale. …Qui si godrebbe somma tranquillità, e si potrebbe andare a pesca e a caccia, ma per chi comanda è un vero purgatorio.

Il 5 dicembre ritorna sullo stesso argomento:

Tutto è in una tale confusione, che sembra un paese di selvaggi, dove mai non sia stato Governo.

La Municipalità è composta d’uomini a partito, e finché non è cambiata non se ne può cavare i piedi. … Alla partenza della guarnigione passata si è sentita al solito l’armonia dei corni, ma ho già fatto un piccolo processetto contro questi musici, e penso mandarli a suonare altrove, tanto più, che sono sempre gli stessi che l’hanno fatta al maggiore Sanguineti, Gaulis etc.[52]

In questo periodo si accentua l’arrivo nell’isola l’arrivo di navigli predati da corsari liguri e francesi.

Un nuovo cambio di governo a Genova. La città sotto assedio.

Negli ultimi mesi del 1799 la Repubblica Ligure è in uno stato di profonda crisi, derivante dalla crisi economica per il forte dispendio di risorse per mantenere i reparti militari francesi stazionati in Liguria e per lo sgretolamento degli apparati politici e amministrativi dello stato. Il 7 dicembre, con un atto di forza del generale Championet e dell’ambasciatore francese Belleville le istituzioni democratiche della Repubblica Ligure vengono formalmente sospese e in pratica soppresse.

Il 7 dicembre, abolito il Direttorio Esecutivo e aggiornato il Corpo legislativo al giugno 1800, tutti i poteri vennero concentrati in una Commissione di governo composta da uomini ritenuti abbastanza fidati e arrendevoli alle direttive francesi. Causa prima del mutamento di governo è stata la delicatissima posizione nella quale si è venuta a trovare la Liguria sul finire del 1799. Estremo caposaldo francese in Italia, accerchiata e già occupata fin quasi alle porte di Genova dagli Austriaci, la Repubblica Ligure riveste per la Francia un’importanza strategica tale da rendere indispensabile il più stretto controllo su di essa.[53]

Il 10 dicembre la Commissione di Governo incarica il ministro di Guerra e Marina di spedire un filucone armato per l’Isola della Capraia.

Sui problemi di Capraia, l’11 dicembre, la nuova Commissione di Governo, in uno dei suoi primi atti, dà le seguenti istruzioni al Ministro della Guerra:

Rispetto alla Municipalità e giudizi da farsi per le prede ivi condotte, e che potessero essere condotte in appresso da corsari liguri, incarichi in nome della Commissione quel commissario ad unirsi col giudice di pace, ed inviare alla Commissione due liste di quindeci per ognuna dei più probi, ed abili individui del paese dalle quali detta Commissione previe le opportune informazioni elleggerà la Municipalità ed il Tribunale di Commercio, avvertendo di distinguere la lista per la Municipalità da quella del Tribunale. [54]

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F. Renault – Andrea Massena

Il 10 Febbraio 1800 giunge a Genova il generale Massena inviatovi da Napoleone con l’incarico di riorganizzare l’esercito e di dirigere la difesa della città a tutti i costi, essendo l’ultimo baluardo in mano ai francesi in Italia.

Tra il 5 e il 6 aprile 1800 gli austriaci sferrano l’offensiva e con l’appoggio della flotta inglese isolano Massena con le sue truppe in Genova. La città piomba in una situazione deplorevole e la popolazione è ridotta allo stremo per mancanza di cibo e per l’insorgere di epidemie. Il 4 giugno il generale Massena è costretto a firmare la resa della città agli Austrici. Dopo la sconfitta di Marengo (14 giugno 1800) gli austriaci restituiscono la città ai francesi e al governo ligure il 24 giugno. Le sorti della Liguria, almeno per l’immediato, erano state però decise sin dal 23 giugno con tre decreti che Bonaparte aveva emanato a Milano. Il primo di essi istituiva una nuova Commissione Straordinaria di Governo di sette membri con pieni poteri esecutivi; il secondo stabiliva una Consulta legislativa di trenta membri incaricata di riorganizzare lo Stato; il terzo nominava un «ministro straordinario del governo francese» a Genova nella persona del generale Jean-François Dejean, lo poneva a capo della Consulta stessa e gli dava in primo luogo il compito di vegliare agl’interessi della Repubblica.

A Capraia intanto

Il 14 dicembre il Mariotti ritorna sulle disfunzioni trovate a Capraia e ribadisce la cattiva gestione della Municipalità:

La Municipalità eleggeva nella commissione di sanità o qualche parente o fidato individuo e percepiva tutti i proventi. in somma questa infelice popolazione era guidata da pochi intriganti diretti dall’Arciprete, che non è degno di avere una cura di anime, e che è il primo scandalo del paese, mentre assicurano che non si sia confessato da venti anni a questa parte,

Io non sono bigotto, ma so che un popolo se perde il freno della religione, non ha più morale, e non vi è legge che possa contenerlo nei termini dell’onesto.

Informa di aver creato un ufficio di Sanità composto da Domenico Bargone, Gio Olivieri, il prete De Franceschi, Gaspare Sussone e Gregorio Romarone e di aver nominato Giuseppe Maria Sussone ricevitore nazionale per la riscossione dei diritti di ancoraggio, alici e pesce in aceto e che anche il giudice di pace è da cambiare perché non sa quello che fa.

Il 26 dicembre il Mariotti, ottenuta la facoltà di scogliere la Municipalità, ne decreta lo scioglimento, a causa della poca cura tenuta nella conservazione dei libri previsti dalla costituzione, e nomina una Municipalità provvisoria formata da: Bartolomeo Paoletti, Antonio Sabadini q. Giuseppe, Gio Gerolamo Sesini q. Francesco, Giuseppe Andrea Danove, e Stefano Sussone di Domenico. Alla nuova Municipalità vengono affidati tutti i compiti previsti dalla costituzione eccetto quelli della commissione di Sanità. La Municipalità provvisoria deve anche, ogni settimana, nominare un censore tra i suoi membri con il compito di vigilare sui prezzi ed evitare ogni speculazione.[55]

Le comunicazioni con Genova si fanno sempre più difficili a causa del blocco degli inglesi e per la difficile situazione in cui si trova il nuovo governo ligure.

Il 3 gennaio 1800 un’azione di guerra nelle parole del commissario Mariotti:

Ieri all’ore undici abbiamo avuto alla vista un grosso bastimento giudicato da tutti per una preda. Un corsaro francese ed uno ligure sono tosto usciti per andarlo a riconoscere. Egli allora si è avvicinato sempre più all’isola al favore di poco vento, ha chiuso e ritirato i cannoni, e gran parte del suo equipaggio in modo che i corsari gli sono andati incontro sempre persuasi che fosse mercantile. Noi però nel Forte ci siamo preparati a difenderli in caso che fosse da guerra, e per invitarlo a spiegar bandiera, e dichiararsi gli abbiamo fatto fumata, e tirato un colpo a volo. A questo segnale la creduta preda ha tirato a mitraglia sopra i Corsari, e noi tosto abbiamo tirato a palla sopra di lei, che abbiamo giudicata bastimento nemico. Allora ha alberato bandiera inglese, e lasciando i corsari salvarsi ha scaricato per due volte la sua batteria contro di noi e forzando le vele ha procurato di allontanarsi. Di sessanta colpi circa che ha tirato contro il Forte, una sola palla è entrata senza far male ad alcuno. Le altre hanno passato fischiando sopra le nostre batterie, e sono andate a cadere nel paese, nei scogli, e nel Porto, dove una ha cagionato qualche guasto nel magazzino che serve di corpo di guardia alla truppa. Noi abbiamo tirato meno ma con più profitto, poiché le abbiamo fitto a bordo tre palle, e forzata così a correre verso Livorno per riattarsi.

Il 5 gennaio il commissario Mariotti comunica che nei giorni precedenti era arrivata una gondola sarda con bandiera sarda ed equipaggio sardo diretta a Livorno che trasportava 5 botticine d’olio di proprietà toscana. Il commissario la giudica buona preda ma sull’insistenza del padrone dell’imbarcazione decide di lasciarla partire contro il pagamento di 1000 lire, che divide tra sé stesso il capitano della guarnigione Torretti, il suo aiutante, e il preposto alla Sanità. Il commissario chiede a Genova se sia giusta la sua decisione visto che la somma appartiene alla Nazione.

Il 18 gennaio giunge a Capraia un battello imperiale con bandiera bianca che porta 10 prigionieri di guerra francesi e il ben noto Padre Solari ligure, professore di matematiche e membro dell’Istituto Nazionale di Roma. Il comandante dell’imbarcazione gli rivela che il capitano della fregata inglese che ha bombardato il 3 gennaio Forte, era il nipote di Nelson e che la fregata era rientrata a Livorno con tre marinai morti ed era malconcia per esser stata colpita da tre palle Negli stessi giorni arrivano alcune prede fatto dai corsari liguri e francesi: la più importante è un bastimento svedese carico di barzane, cotoni filati, galla nera e telerie da stampare. Questa preda, che viene da Tripoli di Barberia, possiede patente e passaporto netto. Ciò nonostante il commissario decide di porla in quarantena e vi pone delle guardie di Sanità a bordo, affinché gli armatori capraiesi e il capitano del corsaro non facendo scendere a terra alcuna mercanzia, in attesa delle deliberazioni di Genova. Nello stesso tempo chiede a Genova cosa deve fare della imbarcazione ragusea catturata da un corsaro francese. Non osa farla partire per Genova per paura di perderla, visto che nei canali di mare intorno all’isola vi sono numerose imbarcazioni nemiche. Fa presente che vorrebbe utilizzare il convento dei frati come lazzaretto con guardie, ma attende il parere di Genova. Il viceconsole francese e gli armatori chiedono spesso di poter inviare un parlamentare a Livorno per trattare di prede e ritirare del denaro. Il commissario chiede lumi a Genova, poiché fino allora ha negato il permesso. Comunica di aver saputo che il capitano della fregata inglese che ha bombardato il Forte il, era il nipote di Nelson (sic), e che la fregata era rientrata a Livorno.  Nella settimana precedente è arrivata una preda di un corsaro francese carica di grano. I Commissario Ordinatore di Bastia invia un suo delegato per requisire il grano, ma questi scopre che era già stato venduto a dei negozianti liguri e destinato a Genova eccettuati 400 sacchi che sono stati venduti alla popolazione al prezzo trenta lire alla mina. Aggiunge anche il commissario: Siccome poi i Monopolisti sono qui come altrove, ho proibito l’estrazione del grano per tutt’altri paesi, che la Liguria, mentre so che dei capraiesi ricchi lo comprano dai poveri per mandarlo a rivendere nel Capocorso, e sprovvedono in tal maniera questo paese, e non provvedono ai bisogni della Madre Patria. Non tutti sono contenti di queste disposizioni ma salus publica suprema lex est.

Il 27 gennaio il commissario Mariotti giudica come buona preda il navicello toscano S. Ranieri del padrone toscano Gio Batta De Santi, catturato dal capitano Giovanni Raffetti sulla costa romana a tre miglia da Montalto e carico di merci varie, partito da Livorno e diretto a Roma. La sentenza è basata sul fatto che il capitano e l’equipaggio erano toscani e le merci venivano trasportate da Livorno a Roma, due stati occupati dalle potenze coalizzate nemiche della Repubblica Ligure.

Il 31 gennaio il commissario informa Genova che sta partendo per la capitale una preda napoletana, carica di vino, fatta dal corsaro Raffetti, che non ha giudicato in quanto desidera lasciarla partire pe soccorrere di viveri la città. Comunica altresì che non avendo ricevuto istruzioni da Genova ed essendo difficoltosa la navigazione a causa dei vascelli nemici, ha deciso di giudicare le prese fatte dai corsari liguri, seguendo rigorosamente le regole e dando un resoconto degli incassi a beneficio delle casse della Nazione. La preda svedese è ancora in porto e ha una piccola falla. Il commissario vorrebbe scaricarla e immagazzinare le merci nel convento. Gli armatori capraiesi del corsaro sperano di fare un accordo con i mercanti proprietari delle merci e così poter versare i diritti alla cassa nazionale. Si sta scaricando una preda ragusea carica di grano da mandare a Genova. Due bastimenti, uno carico di grano e uno di granone sono pronti per partire per Genova, ma attendono un miglioramento del tempo.[56]

Le comunicazioni con Genova si fanno sempre più difficili per la presenza della flotta inglese che sta stringendo un blocco sulla città: mentre i corsari e qualche naviglio capraiese riescono a raggiungere Genova, dalla città non partono navigli per Capraia e il commissario Mariotti si sente sempre più isolato.

Il 13 febbraio il Mariotti scrive al Comitato di Guerra e Marina una lettera dove da voce alla sua frustrazione per non ricevere istruzioni da Genova:

… Vedendomi privo di ulteriori istruzioni ha giudicato due prede qui condotte dai nostri corsari, e si stà terminando la vendita dei generi per ritirare i diritti della Repubblica….

Intanto faccio partire per Genova alcuni legni capraiesi carichi di grano e spero arriveranno a salvamento. Se qualche bastimento da guerra, galera, o altro, potesse venire e star qui per scortarli, se ne manderebbe degli altri, e se io fossi autorizzato a comprare dei commestibili per conto pubblico, lo farei quando arrivano delle prede….

Cittadini io sono oppresso veramente dalle occupazioni in questo scoglio, e non so ancora, se ho la sorte d’incontrare la vostra approvazione. Qual’ora il Governo volesse conferire la mia carica in Capraia a qualche cittadino più idoneo, vi prego a secondare le sue intenzioni, mentre io ritornerei troppo volontieri al mio battaglione.

Vi ho fatto in gennaio delle nuove tratte per tremila e qualche lire, che ho dovuto prendere qui per la truppa. Adesso credo che non ve ne farò più, restando a mie mani i diritti che percepirò dalle prede, e di cui mi darò debito in seguito.

Il 19 febbraio arriva a Capraia il cittadino Drouin, aiutante di campo del generale Massena, con il compito di requisire il grano predato dai corsari liguri e francesi affinché venga inviato a Genova. Il Mariotti fa presente che ha già pronti su dei navigli seimila sacchi di grano che a causa delle continue cattive condizioni del mare non sono ancora potuti partire. Il Drouin prima di partire per Bastia lascia al commissario un plico da inviare con urgenza a Massena a Genova. Il commissario decide di requisire il vascello Il Vendicatore del corsaro ligure Raffetti, per il trasporto del plico a Genova[57]

  1. Il periodo di transizione dalla Repubblica Ligure a quella Francese (1800-1802)

Tra l’aprile e il maggio del 1800 da Bastia viene inviato a Capraia un ulteriore distaccamento di truppe francesi, per rafforzare la guarnigione del forte.[58]

Con l’arrivo di questo nuovo distaccamento, di fatto l’isola passa nelle mani francesi e il 21 aprile, Mariotti viene reintegrato nei ranghi dell’esercito francese con il grado di capo brigata mantenendo il comando della piazza di Capraia.[59] Per qualche mese ancora il Mariotti continua a giocare nel doppio ruolo di Commissario straordinario della Repubblica Ligure e di ufficiale francese della 23a Divisione Militare col grado di aiutante-generale comandante dell’Isola di Capraia in stato d’assedio.

L’undici giugno il commissario Mariotti comunica a Geneva la lista delle cambiali da lui emesse a favore di cittadini capraiesi che a varie riprese gli hanno imprestato un totale di lire 6337 e fa presente che passati sei mesi da quando è a Capraia non ha ricevuto un soldo da Genova e ha mantenuto la guarnigione, ormai di 200 uomini tra liguri e francesi, con il ricavato dei diritti sulla vendita delle prede.

Il 26 luglio 1800 viene istituita dai francesi la carica di commissario di marina a Capraia, affidata a un certo Arrighi (bastiese?) con il compito di giudicare le prede fatte dai corsari liguri e francesi. Gio Olivieri viene nominato cassiere provvisorio degli invalidi della marina.[60]

L’undici novembre 1800 (20 brumaio anno IX) Napoleone raccomanda al ministro della guerra di far sapere al comandante della 23a divisione che il governo annette grande importanza al possesso dell’isola di Capraia.[61]

Il 12 gennaio 1801 il generale Ambert ordina che il cassiere della marina a Capraia deve mettere a disposizione del commissario ordinatore di Capraia, Gaspard Louis Langeron, la somma di 1600 franchi per i bisogni della guarnigione francese nell’isola.[62]

Il 28 marzo 1801 Napoleone Bonaparte e il re di Napoli Ferdinando IV firmano la cosiddetta pace di Firenze.

L’accordo prevede la restaurazione dei regni di Napoli e di Sicilia sotto l’autorità dei Borboni, a condizione che l’esercito francese possa occupare per un anno le città di Pescara e la Terra d’Otranto, mantenuta economicamente dal regno di Napoli, e che il re indica l’amnistia e la grazia per i prigionieri politici giacobini. Il re di Napoli cede inoltre al Regno d’Etruria i territori che erano appartenuti allo Stato dei Presidii e alla FranciaPorto Longone e l’isola d’Elba.

Il 6 aprile Napoleone scrive al generale Berthier, ministro della guerra. per delineare il piano di occupazione dell’isola d’Elba, nel quale definisce l’isola di Capraia come un buon punto di partenza per le truppe che devono essere inviate da Bastia per occupare l’isola. Il primo maggio, un contingente di truppe francesi, 600 uomini, al comando dell’aiutante comandante Francesco Antonio Mariotti sbarca a Marciana proveniente da Bastia da dove era partito di prima mattina.[63]

Napoleone vuole Capraia

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A-L. Girodet Triosson – Ritratto di Giuseppe Fravega

Il 31 agosto 1801 i legati della Repubblica Ligure a Parigi, Giuseppe Fravega e Gian Carlo Serra, hanno un colloquio con Talleyrand, dove tra gli altri argomenti si tratta del destino di Capraia:

 Si domandò da lui la cessione della Capraja con straordinaria insistenza, eguale fù la resistenza nostra onde accordarla. Si fecero valere le ragioni della garanzia, che offre cotesta isoletta al Commercio Ligure si citò il trattato di Versailles, che ne garantisce il possesso alla Liguria, si disse apertamente, che un così gran sacrifizio non si sarebbe potuto ottenere dal nostro Governo senza compensi proporzionati alla sua importanza. Si fece sentire che solo compensi territoriali non basterebbero a determinare il Governo Ligure a spossessarsi d’un prezioso stabilimento, e che la libertà della bandiera potrebbe in qualche parte dar l’impulso a consentir alla cessione. Il ministro tentò di farci sentire, che quanto la Francia voleva ottener per mezzo d’un trattato poteva col fatto conservarlo, mentre n’era attualmente in possesso che la Capraja essendo una dipendenza della Corsica doveva ragionevolmente appartenere ai possessori di quell’isola, che d’altronde ora che l’isola dell’Elba era ceduta alla Francia, non era conveniente, che uno scoglio in mezzo a tanti stabilimenti francesi appartenesse ad un’altra nazione, che dovevasi dal Governo Ligure avere una qualche condiscendenza ai desideri d’un potente alleato, dal quale la Liguria poteva aspettarsi prove d’interesse, e delle quali ne aveva già avuto il saggio nell’incorporazione di Loano e di Oneglia, e che la cessione della Capraja era un punto sul quale il primo Console non avrebbe ammesso ripulse, o rifiuti. La Legazione non mancò di replicare che il Governo Ligure era troppo persuaso dell’equità che presiedeva alle operazioni del Governo francese per temere, che questo volesse profittare del diritto del più forte, per strappar ad un fedele alleato una parte importante del suo territorio, che i sacrifizj fatti dalla nazione Ligure a favor della Francia le davano un dritto alla riconoscenza del Governo francese, e che il primo Console personalmente conosceva troppo l’importanza della Capraja per il commercio Ligure per esigerne il sacrifizio senza prometter solennemente di riparar l’inevitabile danno che ne sarebbe la conseguenza col far dalle potenze barbaresche consentire alla pace, che da tanto tempo forma il voto più ardente del Governo e della Ligure nazione. L’ora estremamente avanzata non permise di proseguir più oltre la discussione intavolata quindi si riserbò il Ministro a farlo entro il termine della decade corrente, promettendoci, che nello stesso tempo ci comunicherebbe il risultato dell’esame del primo Console sul piano di Costituzione.  Dal sin qui riferto dovete aver chiaramente veduto l’importanza che si mette dal Governo francese alla conservazione della Capraja, mai vostri ministri a nulla autorizzati, niente possono combinare, ne profittare di quelle disposizioni che sembrano poter somministrare compensi vantaggiosi per codesta inevitabile cessione. Nella vostra saviezza prenderete le necessarie deliberazioni onde prescriver loro il contegno, e la condotta che debbono avere nella prosecuzione dell’intavolata discussione. …[64]

Le discussioni sulla sorte di Capraia riprendono nel maggio dell’anno successivo e il 22 maggio 1802 il Fravega comunica a Genova che

“… Finalmente è stato alla legazione officialmente comunicato dal Ministro Talleyrand, che lo stesso Gen. Dejean sarà munito de necessarj poteri per trattar della permuta della Capraja con Carosio, Serravalle, e i feudi di Val d’Orba, e Val di Scrivia. Essendo noi muniti delle vostre credenziali ad hoc ce ne occuperemo colla maggiore sollecitudine. …[65]

Intanto con una legge consolare del 26 maggio 1802 il porto di Capraia viene incluso tra quelli della Corsica dove si potevano riscuotere i diritti di importazione ed esportazione.[66]

Chateau de malmaison

La Malmaison

Dopo pochi giorni, i due legati liguri vengono ricevuti alla Malmaison da Napoleone, alla presenza di Talleyrand e di Dejean. Egli rivolge ai presenti un lungo discorso, che così viene riportato dal Fravega in una lettera al governo ligure:

Cominciò egli in quella memorabile sessione alla quale non intervennero che i Ministri Talleyrand, Dejean, il mio collega Serra ed io, a rinnovarci l’espressione del suo vero interesse per la Liguria alla quale disse legarlo e antica affezione di origine procedendo la sua famiglia da Sarzana, e … relazione di parentela con la famiglia Lomellini. Si compiacque mostrarsi si a noi che ai Ministri Dejean e Talleyrand pienamente istruito della Storia di Genova, e di far risaltare le occasioni nelle quali i nostri Padri hanno dato prove di saviezza ne consiglj e di valore nelle armi, ed aggiunse che la Repubblica sarebbe ancora uno stato considerabile, e considerato se l’antico Governo avesse saputo, con prestarsi alle giuste richieste de’ Corsi, conservare un un territorio cotanto importante sotto tutti i rapporti. Passò quindi a svilupparci i principj sui quali credeva egli doversi appoggiare ogni Governo, e ci espresse assai chiaramente che riguardava i proprietarj come i soli interessati alla conservazione dello stato. Disse che non può avere interesse a difendere i beni altrui, aver anzi un interesse diametralmente contrario colui che nulla possedendo si trova per legge costituito alla difesa delle proprietà. Nascere da cio le leggi spoliatrici, e tutti i disordini che le accompagnano, nei Governi affidati alle mani dei non possidenti. Fece un rapido ma profondo quadro della rivoluzione. Mostrò quanto aveva oltrepassato i limiti che si sarebbero dovuti porre alle riforme di Governi abusivi e degenerati, e concluse che per fissare uno stato permanente di cose, era assolutamente necessario che la proprietà o fondiaria o d’industria fosse la base sulla quale si doveva elevar l’edifizio di una buona Costituzione. … Parlò della Capraja, e ci propose di farne la cessione legale contro Loano, Oneglia, Carosio, e Serravalle, i primi due da noi non occupati che in seguito d’una misura militare, i due secondi incastrati e aderenti al nostro stato, perciò d’una immediata convenienza. … Vi trasmetto la Convenzione passata fra di essa [legazione] e il plenipotenziario Dejan per le rispettive cessioni che vi compiacerete ratificare.

Nella convenzione stipulata iersera appena, nulla si è parlato dell’artiglieria esistente nei forti di Capraja, e ciò ha dato luogo ad una nota che la legazione ha consegnato a Dejean, reclamandone la restituzione, e all’immediata risposta dello stesso. Qui unite troverete le carte tutte relative a quest’oggetto importante e che ha fatto differire la spedizione di Reta di alcuni giorni. Sarà cura della Commissione di mandar la ratifica della sudetta convenzione al più presto per mezzo di un corriere.[67]

Il 10 giugno 1802 (21 Prairial an X) viene firmata a Parigi la Convenzione tra la Repubblica Francese e la Repubblica Ligure, che così recita:

Art.1- La Repubblica Francese cede e garantisce alla Repubblica Ligure, Oneglia, il suo territorio e le sue dipendenze di cui la Repubblica Ligure è in possesso dal mese di Prairial dell’anno IX ( giugno 1801); Loano e il suo territorio; il territorio e borgo di Carosio; Serravalle e il suo territorio sulla riva sinistra dello Scrivia; e gli trasmette tutti i diritti che essa ha ottenuto su questi territori, sia per atti di guerra, sia per la rinuncia del Re di Sardegna.

Art. 2- La Repubblica Ligure cede alla Repubblica Francese l’isola di Capraia.[68]

Rimane soltanto in sospeso la sorte dei cannoni di Capraia, che diviene oggetto di uno scambio di lettere tra la legazione e Dejean:

« Au Citoyen Dejean Directeur de l’Administration de la guerre

Nella convenzione stipulata tra di noi oggi in nome dei rispettivi Governi e relativa alla cessione della Capraja, poiché non si fa menzione dell’artiglieria Ligure che si trovava nei forti di detta isola al momento dell’occupazione che ne è stata fatta nel 1800 per le truppe francesi, vogliate , cittadino generale, reclamarne in nome del nostro Governo al vostro, o la restituzione, o un numero di pezzi di artiglieria francese che si trovi attualmente sul territorio ligure, uguale a quello che si trova nei forti di Capraja, di proprietà del  Governo Ligure. Questa richiesta, che si basa su un principio di stretta equità, sarà senz’altro accolta dal Primo Console e non dubitiamo che egli darà gli ordini necessari per corrispondere alle nostre attese.”[69]

“Il Direttore dell’amministrazione della guerra al cittadino Fravega

Mi faccio premura, cittadino, di accusare recezione dela lettera che mi avete fatto l’onore di scrivere, in data odierna, a proposito dell’artiglieria ligure che si trovava nell’isola di Capraja, quando i francesi ne presero il possesso nel 1800, della quale non si è potuto far menzione nel trattato odierno. Sottoporrò il vostro reclamo al Primo Console, e vi prometto di fare tutto quello che dipenderà da me, affinché prenda in considerazione la vostra richiesta che mi sembra giusta.  …”[70]

Non sappiamo se la restituzione o lo scambio dei cannoni sia poi avvenuto.

Per Capraia e i suoi abitanti comincia una nuova vita.

Roberto Moresco                                                  27, giugno 2019

[1]  M. De Clercq, Recueil des Traités de la France, Tomo I, Parigi, 1864, pp.300-303; P. Nurra, La Coalizione Europea contro la Repubblica di Genova (1793 – 1796), Atti della Società Ligure di Storia Patria, LXII, 1933, p.103.

[2]G. Assereto, La Repubblica Ligure, Lotte politiche e problemi finanziari (1797-1799), Torino 1975, pp. 46-67

[3]Registro delle sessioni del Governo Provvisorio della Repubblica di Genova dal giorno della sua installazione 14 giugno 1797, Genova, Stamperia Nazionale, s. a. [1797].

[4]Il Tirannico Dispotismo le Prepotenze, Ingiustizie, e Concussioni della Municipalità ed Autorità Provvisorie Di Caprara del Notaro Graffigna, Commissario Gaulis esposte al Popolo Sovrano, ed al Corpo Legislativo, Genova 1799? Questi sono i nomi che vengono citati nel libello quali componenti della prima Municipalità, nominati dal commissario Stefanini. Dalle lettere inviate a Genova dalla Municipalità risulta che il primo presidente sia stato Gio Batta Grimaldi.

[5]ASGe (Archivio di Stato di Genova), Guerra e Marina, n. 89, lettera del commissario Stefanini del 5 ago. e lettera del presidente della Municipalità di Capraia Gio Batta Grimaldi del 10 set. 1797.

[6]Gazzetta Nazionale Genovese, n.15, 30 sett. 1797, pp. 138-139 e p. 142.

[7]Ibidem, n. 19, 21 ott. 1797, p. 165.

[8]A. Lanzellotti, Progetto di Costituzione per il Popolo Ligure del 1797, Napoli 1820.

[9]Raccolta delle leggi ed Atti del Corpo Legislativo della Repubblica Ligure, vol. I, Genova 1798, pp. 142-158.

[10]ASGe, Guerra e Marina, n. 89, lettera del ministro di Francia Belleville del 7 dic. 1797.

[11]ASGe, Guerra e Marina, n. 93, lettere della Municipalità di Capraia del 14 e 15 mar. 1798; lettera di risposta della Sanità n. d.

[12]Ibidem, lettere del comandante Rossi e del notaio Graffigna del 15 mag. 1798.

[13]Ibidem, n. 90, lettere del comandante di Capraia del 1, 3, 17, 23,25 lug. e 28 ago.; lettera del notaio Graffigna del 23 ago. 1798.

[14]Gazzetta Nazionale della Liguria, n. 15, del 22 set 1798, p. 117; Raccolta delle Leggi, e Atti del Corpo Legislativo della Repubblica Ligure, Vol. II, p. 123, Genova 1798.

[15]ASGe, Guerra e Marina, n. 91, lettere di Francesco Gaulis del 23 sett.; del 1, 6, 19, 26 ott. 1798; lettere di Rossi del 4 e 22 ott.  1798.

[16]Ibidem, n. 92, lettere di Francesco Gaulis del 26 nov. e 1 dic. 1798; lettere del comandante Rossi del 12 nov. e 19 dic. 1798.

[17]Ibidem, n. 95, lettera del comandante Rossi del 20 gen. 1799.

[18]Ibidem, lettere del Gaulis del 11 e 15 feb. 1799; lettera della Municipalità del 10 feb. 1799; lettere del comandante Rossi del 15 feb. 1799.

[19]Ibidem, n.  95/2, lettere del commissario Gaulis del 14 e 27 mar. 1799.

[20]Raccolta delle Leggi, e Atti del Corpo Legislativo della Repubblica Ligure, Vol. III, Genova 1798, pp. 129-130.

[21]ASGe, Guerra e Marina, n. 96, lettere del commissario Gaulis del 7 e 11 mag.  e del comandante Rossi del 1 mag. 1799.

[22]Ibidem, n. 99 lettera della Municipalità del 20 ago. 1799. Progetto di Costituzione, cit.: secondo la costituzione del 1797 potevano partecipare ai comizi primari tutti gli uomini attivi domiciliati nel comune di almeno venti anni. I comizi primari a loro volta eleggevano gli elettori del comizio elettorale, uno ogni 30 cittadini. Gli elettori dovevano avere almeno 25 anni e non vivere solamente di una mercede giornaliera.

[23]Ibidem, 96, lettere del commissario Gaulis del 7 e 11 mag.  e del comandante Rossi del 1 mag. 1799.

[24]Ibidem, n. 409, lettere di Domenico Cuneo del 21, 25, 26, mag. 1799; relazione Mondini del 227 mag. 1799.

[25]Ibidem, n. 97, lettera del commissario Gaulis del 28 mag. 1799.

[26]Ibidem, n. 409, lettera di Domenico Cuneo del 6 giu.; decisione del ministro di Guerra e Marina del 17 giu.; lettera della Municipalità del 24 giu.; dichiarazione di 102 cittadini del 26 giu.; dichiarazione di Gio Leonardo Bargone del 26 giu. 1799.

[27]Ibidem, n. 98, lettera del comandante Rossi del 29 giu.; lettere di Domenico Cuneo del 1 lug. 1799.

[28] Ibidem, manifesto anonimo del 22 e verbale Municipalità del 22 mag. lettera del commissario Gaulis del 24 mag. 1799

[29]Ibidem, n. 98, verbale di interrogatorio di due marinai del corsaro, steso a Genova presso il notaio Giuseppe Morchio del 17 lug. 1799.

[30]Ibidem, n. 98, verbale di interrogatorio di due marinai del corsaro, steso a Genova presso il notaio Giuseppe Morchio del 17 lug. 1799; lettera del notaio Graffigna del 24 giu. 1799.

[31]Gazzetta Nazionale della Liguria, n. 4, del 6 lug. 1799.

[32]Raccolta delle Leggi, e Atti del Corpo Legislativo della Repubblica Ligure, Vol. IV, Genova 1799, p. 23.

[33] ASGe, Guerra e Marina, n. 99, lettera della Municipalità del 4 lug. 1799.

[34]Ibidem, n. 98, lettera del Comandante Rossi alla Municipalità di Capraia del 17 lug. 1799.

[35]Ibidem, n. 100/1, verbale della seduta della Municipalità.

[36]Ibidem, n. 99, lettera della Municipalità del 19 lug. 1799

[37]Ibidem, n. 100/1, verbale della seduta della Municipalità.

[38]Ibidem, n. 98, lettera della Municipalità al comandante Rossi del 21 lug. 1799; relazione del comandante Rossi al Ministro di Guerra e Marina del 23 lug. 1799.

[39]Ibidem, n. 100/1, verbale della seduta della Municipalità.

[40]Ibidem, n, 98, relazione del comandante Rossi al Ministro di Guerra e Marina del 23 lug. 1799.

[41]Ibidem, n. 99, lettera di 142 capraiesi al Ministro di Guerra e Marina del 22 lug. 1799

[42]Ibidem, n. 100/1, verbali della seduta della Municipalità. Gli avisi di arresto sono: Gio Olivieri reo di lesa nazione perché si è appostato per due volte nel tribunale nel Buro per minacciare e dar di mano ai municipali; Domenico Cuneo viene dichiarato torbido, susteratore e rivoluzionario contro i municipali; Francesco Sabatino è dichiarato reo per esser stato impostato per tirare alla forza armata e per essere uno dei capi rivoluzionari; Antonio Princivalle reo di essere stato impostato per tirare colpi di fucile alla forza armata; Giacomo Princivalle reo di lesa nazione per essere stato il primo a tirare col fucile alla forza armata nella piazza nazionale; Gio Leonardo Princivalle reo  e capo di partito sedizioso e di natura discolo contro i municipali e il Popolo; Nicroso Princivalle per essersi fatto seguace del partito contro i municipali e il Popolo; Agostino Sussone reo di lesa nazione e capo di partito; il cannoniere  Sesini  per aver detto che l’imperatore non regnava ancora e che non dessero udienza alla Municipalità e tutto questo per aver veduto la Bandiera all’Albero della Libertà. verbale della seduta della Municipalità.

[43]Ibidem, n. 101, lettera di Francesco Gaulis del 28 lug. 1799. Probabilmente l’ex commissario Gaulis viene arrestato a causa delle pesanti accuse contro di lui contenute nel libello Il Tirannico Dispotismo cit.

[44]Ibidem, n. 100/2, lettera del comandante Rossi al ministro di Guerra e Marina del 1 ago. 1799

[45]Ibidem, n. 100/1, verbale della seduta della Municipalità.

[46]Ibidem, n. 99, lettere della Municipalità del 20 e 27 ago. 1799; lettera dei veri Repubblicani del 1 sett. 1799.

[47]Gazzetta Nazionale della Liguria, n. 16, 28 set. 1799

[48]ASGe, Guerra e Marina, n. 99, lettere del generale Ambert del 11 set, del comandante Rossi del 12 sett., proclama del Comandante Rossi del 24 sett., decreto del Direttorio Esecutivo del 30 sett. 1799.

[49]Ibidem, n. 100/2, lettera di Goury del 19 ott. 1799; lettera del comandante Rossi del 20 ott. 1799.

[50]Ibidem, n. 103, lettera del comandante Rossi del 2 nov. 1799.

[51]Ibidem, n. 100/2, decreto del Direttorio Esecutivi del 30 nov. 1799, Istruzioni per Francesco Antonio Mariotti del 3 dic. 1799. Francesco Antonio Mariotti era un corso nato a Venzolasca, circondario di Bastia, il 24 ottobre 1753. Aveva iniziato la carriera militare come tenente nel Reggimento Provinciale Corso nell’esercito francese. Nel 1790 emigrò a Genova e fu arruolato nelle truppe della Repubblica. Durante la Repubblica Ligure divenne capo di battaglione, finché nel 1800 rientrò nell’esercito francese. Nel 1814 fu nominato console francese a Livorno dove morì nel 1827. Nel 1804 fu nominato Ufficiale della Legione d’onore. Sui suoi incarichi sotto la Repubblica Ligure v. P. Palumbo, Al fianco della Francia …, cit.

[52]Ibidem, n. 100, lettera del commissario Mariotti del 3 e 5 dic. 1799.

[53]G. Assereto, La seconda Repubblica Ligure (1800-1805), Dal “18 brumaio genovese” all’annessione alla Francia, Milano 2000, pp. 9-25.

[54]Gazzetta Nazionale della Liguria, n. 27, del 14 dic. 1799, pp. 214-215; ASGe, Guerra e Marina, n. 100, decreto della Commissione di Governo del 11, dic. 1799.

[55]ASGe, Guerra e Marina, n. 100, lettera del commissario Mariotti del 14 dic. 1799.

[56]Ibidem, 102/2, lettere di Mariotti del 4, 5, 19, 30, 31 gen.  e 19 feb. 1800; Gazzetta Nazionale della Liguria, n. 37, del 1 mar. 1800; A. Amic, Histoire de Masséna, in Revue Contemporaine, II serie, 43, 1865, p. 753.

[57]ASGe, Guerra e Marina, n. 102/1, lettere di Francesco Antonio Mariotti del 13 e 19 feb. 1800;

[58]A. Petracchi, Istoria del Blocco di Genova del 1800, Genova 1800, p. 147. Sull’invio del distaccamento francese da Bastia vedi anche https://storiaisoladicapraia.com/2015/01/30/1806-lisola-di-capraia-sotto-la-francia-una-statistica-del-prefetto-del-golo/

[59]ANF, LH/1745/24. Etat de service de M. Mariotti; F. Beaucour, Un fidele de l’Empereur en son epoque : Jean Mathieu Alexandre Sari (1792-1862), Tomo III, Parte 2, Parigi 1973, pp. 481-482

[60]ADHC (Archives Départemental de la Haute Corse), Dépôt de la Marine, n. P3-24, Papiers relatifs à la gestion du commissaire Arrighi.

[61]Correspondance de Napoléon Ier, Tomo VI, Parigi 1861, pp. 505-506. La 23a divisione presidiava la Corsica.

[62]ADHC, Dépôt de la Marine, n. P3-24, Papiers relatifs à la gestion du commissaire Arrighi.

Gaspard Louis Langeron è un ufficiale francese della 23° divisione. Il 12 settembre 1801 sposa a Capraia Innocenza Graziosa Graffigna, figlia del notaio Graffigna.

[63]Correspondance de Napoléon Ier Tomo VII, Parigi 1861, p. 108.

[64]ASGe, Segreto, n. 2271, lettera di Giuseppe Fravega, da Parigi, alla Commissione Straordinaria di Governo della Repubblica Ligure del 2 set. 1801. Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord era in questo periodo ministro degli esteri della Repubblica francese.

[65]Ibidem, lettera di Giuseppe Fravega, da Parigi, alla Commissione Straordinaria di Governo della Repubblica Ligure del 22 mag. 1802.

[66] M. Lepec, Bulletin annoté des lois, décrets et ordonnances, Tomo 9, Parigi 1836, p. 343.

[67] Ibidem, lettera di Giuseppe Fravega, da Parigi, alla Commissione Straordinaria di Governo della Repubblica Ligure del 11 giu. 1802. Jean-François Aimé, Count of Dejean, in questo periodo, è incaricato da Napoleone di organizzare un nuovo governo della Repubblica Ligure, di fatto è il suo plenipotenziario a Genova.

[68] M. De Clercq, Recueil des Traitès de la France, Tomo I, p. 587, Parigi 1880.

[69] Ibidem, lettera (copia) di Giuseppe Fravega al generale Dejean del 21 Prairial an 10.

[70] Ibidem, risposta (copia) del Generale Dejean a Giuseppe Fravega del 21 Prairial an 10.

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Una lettera da Capraia del 1566. Prima testimonianza del dialetto capraiese?

  1. Premessa

Genova-Palazzo_San_Giorgio-DSCF7719Agli albori del XVI secolo inizia un periodo di turbolenza per l’isola di Capraia: nel 1504, i suoi abitanti si ribellano a Giacomo De Mari che li assedia e, due anni dopo, essi si affrancano dalla signoria dei De Mari divenendo vassalli delle Compere di San Giorgio.

Nei primi anni del loro dominio le Compere lasciano molta autonomia ai Capraiesi.

Ma sulla popolazione capraiese incombe un nuovo pericolo: nel Tirreno sono arrivati i corsari turchi e barbareschi. Nel giugno del 1540 il corsaro barbaresco Dragut sbarca nell’isola e dopo un furioso bombardamento prende il paese e ne cattura gli abitanti che sono liberati dopo pochi giorni da Giannettino Doria quando nella baia di Girolata sorprende i vascelli di Dragut e lo cattura. I Capraiesi che si sono salvati rientrano nella loro isola e le Compere di San Giorgio inviano a Capraia il Capitano e Commissario Genesio da Quarto con un contingente di uomini per la costruzione di un forte e di una torre. È da questo avvenimento che inizia la storia moderna dell’isola.[1]

Non abbiamo alcuna notizia sull’origine della popolazione dell’isola fino a questa data. È probabile che a partire dal Quattrocento vi siano stati continui scambi di persone tra Capraia e il Capocorso anche se gli abitanti dell’isola devono aver preservato una loro peculiare forma di isolamento, nella quale legami familiari, usi, e costumi, hanno evoluzioni molto lente. Nel 1540 gli abitanti sono circa 230, e l’economia è  basata sull’agricoltura e la pastorizia.

Dopo l’attacco di Dragut, prima le Compere e poi la Repubblica consolidano i legami con l’isola tramite la presenza di un Capitano e Commissario, con una sua piccola corte ed una guarnigione di soldati a presidio del Forte e delle torri..

La presenza di questi uomini nell’isola viene a rompere l’isolamento della popolazione e ne altera le caratteristiche: da subito diversi soldati sposano donne capraiesi, che in quel periodo sono maggioritarie nella popolazione locale poichè gran parte degli uomini sono periti nella difesa del paese assediato da Dragut. Sappiamo che nel 1556 tredici soldati si sono stabiliti nell’isola ed hanno sposato donne capraiesi.

In questo periodo le Compere arruolano i soldati da inviare in Corsica e a Capraia principalmente nei paesi della Lunigiana.[2]Da qui deriva probabilmente la tradizione tramandata da alcuni scrittori, che i capraiesi sono originari della Liguria di Levante.

Il 30 giugno del 1562, con il contratto tra le Compere e la Repubblica di Genova “l’Isola di Corsica, di Capraia, e tutti i luoghi di Terraferma” passano sotto il governo diretto  della Repubblica di Genova.

Mentre le Compere prima, e poi la Repubblica possiedono l’imperium dell’isola e i Capraiesi si considerano loro sudditi e vassalli, la comunità ha una sua autonomia regolata da dei  Capitoli o Statuti che sono riconosciuti dal principe. La comunità è retta da tre Padri del Comune che vengono eletti annualmente dall’assemblea dei capi dei fuochi. In rappresentanza dei soldati, che si erano stabiliti nell’isola dopo aver sposato donne capraiesi, uno dei Padri del Comune viene eletto tra di loro.

2.   La lettera del 26 febbraio 1566

Ai primi di dicembre del 1565 arriva a Capraia Jacobo Vassore, nuovo capitano e commissario dell’isola, e subito nella comunità capraiese scoppia il malcontento in quanto vessata dalle angherie che subisce da Francesco Gurlero luogotenente del Vassore. Il 22 febbraio 1566 i Padri del Comune scrivono di nascosto a Genova per lamentarsi delle angherie del Gurlero, citando tre episodi di cui dichiarano essere stati vittime.La lettera è stata scritta da uno di loro e non dal cancelliere della corte o dal pievano, come è uso corrente per le lettere scritte dalla Comunità.[3]

 “Jll. e cellentisimi s.rj nuj non potimu manchare che non ve damu avisu de lu covernu e procedere che fanu lj mandati dele Jll. e cellentisime S.rie vostre sobra alj vostri fedeljsimi e poveri suziti al locutenente[4] a prosumito demandare e pijare pallandu con reverencja e onore dele Jll. e cellentissime S.rje de li chapreti ala montaghja de questi vostri poveri suziti senza  ordine dal S.re cumesariu e chapetaniu[5] e cusi senza ordine de lj patroni de lj bestiamj: uno suo servitore onde e statu tutu un zornu dove conversavanu diti bestiami e li pasturi lu domandava che fai tu custi lui lj respose che vaj cerchandu certe cose che mea come su meu patrone lj pasturi non poteva manchare de andare deretu alu suo bastiame da poi questi abenu pasatu un pocu de montaghiola overu coljna come ponu comprendre le Jll. S.rie vostre. in questu lu ditu servitore e andatu alu stazu dove stavanu lj chapreti serati e ane pijatu unu delj meliori ghe ci fose perche cusi avja ordine del suo patrone a nuj cj pare che sia come unu la…cju benche er servitore e statu banditu dal S.re capetaniu: et piu vi dicimu che e locutenente si a pijatu di parole con unu omu anticu de la tera e li a dito tute  quele velanie che po dire un omu con dilli canaja quanti seti et dicenduli che voleva che lo conosese per patrone metendulj la manu al petu: et lu poveru veghiu li resspuse che non chonose altri patronie che la Jll. S.ria el S.re cumesariu et capetaniu mandatu de le Jll: S.re vostre. El S.re cumesariu seteva gridare e sendu sua S.ra alu restelu de la porta subetu vene jn piazia et je le narmanu: sapia le Jll. e celentisime S.re vostre che ne pareremu atediusi un pocu ma per questu non posimu manchare de dire quelu che presegue ala zornata e sendu una povera orfana in chasa con lu suo barba quale ditu suo barba aconzava el manicu ne la zapa de la povera orfana li scapo la pecoza di manu et dete sobra el sularo disotu al sularo era el S.re locutente subitu se  levo jn corera et a dire velanje a quela povera orfana che non se averia detu a una dona di partitu: el barba de la citela respunde al locutenente non diti velania ala zitela per che sono statu iu el locutenente respunde: tu sei veghiu buceron traditore et piu velanie asai et queste cose se la ditu  a un uomu anticu da la terra et a nuj ci pare multe stranie queste cose perche le Jll. e celentisime S.re vostre sano come sempre servimu pasati et acusi serimu ala zornata e le Jll. S.rje vostre dormanu con bonisimu animu versu di nuj perche sempre serimu fedelisimi suciti et questu ni dimu a le Jll, S.rje vostre perche simu stati el S.re cumesariu e a lamentarsi et sua S.ria li a datu uno rebufu et non altru. preghamu sempre le Jll. e celentisime S.rie vostre i dia nuque lu remediu che a quelu parera che fu a quele remetimu che el nostru S.re jdiu ne prospera    Schrita da Capraja a die 26 frebaru 1566.

 Li vostri fideli suziti et patri de cumune”

Da Genova, probabilmente ai primi di aprile, giunge una risposta che viene letta pubblicamente e sembra soddisfare solo in parte i Capraiesi. Il 19 aprile i Padri del Comune inviano una nuova lettera a Genova, questa volta non in modo segreto:

“Habbiamo ricevuto la gratissima di V.S.Illustrissime quale ci è stata di grandissima consolatione per rispetto del bon conto che le hanno sempre tenuto , e tengono di questi suoi poveri vassalli, del quali non eravamo in dubio, quale si è letta in publico et è stato come si suol dire giunger sproni a bon corridore… Ben è vero V.S. Illustrissime di quello e francesco gurlero luogotenente del Magnifico Capitano Giacomo Vassore nostro Commissario, perchè non contento delli mali trattamenti che ci ha fatto per quali siam stati forzati ricorrere da quelli, di nuovo alla gionata persevera in quelli di bene in meglio con minacciarne publicamente tutt’il giorno di volerci a Genova come che la fusse un bosco, e non quella città tanto ben governata e piena di Giustizia che da per tutto si sa. E mirinino V.S. Illustrissime se la malignita sua è grande, che questi giorni si era andato a sotterare una povera donna, è come quelli deveno sapere lontano il cimitero dalla terra un grosso miglio, et egli in piazza publica hebbe ardire di dire, bon turchi siano che me ne paghino siamo ben certi che queste cose dispiaceno a V.S. Illustrissime e che gli darano rimedio, similmente li giorni passati dui gioveni della terra facevano parolle insieme , et uno caporali si gli interpose per pacificarli, et il detto luogotenente il prese per il petto, e disse va in guardia e lassa che si amassino questa canaglia. il nostro reverendo prete  uno di questi giorni andava chiedendo elimosina in compagnia di un’huomo antico della terra per certi poverelli e siando andati a casa del detto gurlero a domandargli la elimosina egli disse se credesse che Dio fusse capraiese, mi renegaria cento volte al giorno, et in vero padroni Illustrissimi questa sua è una grandissima malignità e più grande ci pare per conoscere ch’egli non ha occasione alcuna di odiarci tanto, et il peggio di tutti è che va seminando discordie e risse fra noi altri, il che è contra la voluntà di Dio e di V.S. Illustrissime e se fusse bon cittadino di cotesta città como deveria essere, cercaria di quietare e pacificare e non accendere come fà …”

Con questa lettera parte per Genova anche una lettera del Commissario:

“… ho visto la lettera per V.S.Illustrissime mandata a questi padri di comune e, quello che V.S.Illustrissime mi scriveno che faci reprensione al logotenente, quando segui la cosa del capreto all’hora ge la feci e bandi il suo servitore qualle era stato a rubarlo, lui dice averlo pagato soldi dodece a detto suo servitore per essere stato portato in casa sua in uno sacho secreto e, essendo detto locotenente non sollo in mia compagnia quando il pastore si doleva del suo capreto e, non havendomelo rivelato se non quando fu scoperto per questo ge lo fatto pagar soldi vinti; delle altre cose mi par vergogna a farle estender a V.S. Illustrissime se non che li dico che ogni giorno e, a parole con tutta la comunità e, con quanta reprensione li o fatto non a voluto marcare? e si ha havuto tanto asdegno della lettera amndata da V.S. Illustrissime per li padri di comune che in mia presentia di nuovo li a menasati. a me saria bastato l’animo a remediarli percio no o voluto fare niente che prima non ne habbi dato aviso a V.S. Illustrissime. …”

Il 22 giugno il Commissario comunica a Genova di aver licenziato il suo luogotenente  Gurlero, obbedendo agli ordini ricevuti. Ma i Capraiesi temono la vendetta del Gurlero quando per i loro traffici debbano recarsi a Genova, e il 20 giugno scrivono:

Pensavamo alla partenza di Francesco Gurlero luogotenente del nostro Magnifico Comissario di stare in pace. Ma a noi pare che siamo piu in ruina che mai havendo il sudetto luogotenente detto che va in Genova dove quelli chi fanno fiustitia sono pari suoi e che in esso luoco ne vuole con mal’animo. Noi siamo poveri marinai e ci bisogna per sustentare le nostre povere famiglie andare in qua e in la con grandissimo pericolo di Mare e de infideli, et hora ci bisogna haver suspetto di lui. Preghemo le S.V Illustrissime voglino essere contenti farne dare bona sigurtà accio possiamo fare li nostri viaggi soliti in Genova senza alcun suspetto di lui. E tutto quello havemo scritto a quelli è l’istessa verità come si farà fede per tutta questa comunità ogni volta che V.S. Illustrissime vorranno saperlo. Il detto luogotenete novamenti ha detto a Mastro Batta Tabacco uno de nostri padri de comune perchè havemo scritto a quelli senza sua saputa che lo vuole amazzare, o far amazzare ad ogni modo di che ci è parso male tuttavolta siamo figlioli e vasalli d’un principe tento giusto …”.

3. Un commento

Non sappiamo chi abbia scritto la lettera del 26 febbraio 1566: i Capraiesi di quei tempi erano del tutto analfabeti. L’unico che può averla scritto è probabilmente Batista Tabachu o Tabacco, che non è un capraiese. Questa ipotesi è suffragata dalla sua firma in una sua lettera posteriore, redatta, però, dal cancelliere del presidio.

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Il Tabachu è probabilmente originario della Riviera di Levante o della Lunigiana, territori nei quali venivano arruolati gran parte dei soldati delle Compere.

Non mi addentro in una analisi della lettera non ne avendo la capacità, ma lascio agli specialisti il compito di analizzarla e trovare la giusta risposta su questo documento che è un unicum tra le migliaia di quelli inviati a Genova da Capraia:

è questa veramente la prima testimonianza del dialetto che si usava a Capraia attorno alla metà del Cinquecento?

 Se qualcuno è interessato a dare una risposta, può scrivermi e io gli metterò a disposizione i documenti che ho raccolto nell’Archivio di Stato di Genova.

Roberto Moresco, 15 maggio 2019

[1]R. Moresco, L’isola di Caprai dal dominio dei De Mari a quello del Banco di San Giorgio, in  Un’isola “superba”, Genova e Capraia alla riscoperta di una Storia comune, Genova 2012 ora      anche in: http://www.storiaisoladicapraia.com.

[2]R. Moresco, Gioan Maria Olgiati «ingegnero» in Corsica e a Capraia tra il 1539 e il 1554, in Atti della Società Ligure di Storia Patria, N.S. LIII, fasc. II, 2013, p. 97.

[3]Uno dei Padri del Comune è Gio Tabacco, probabilmente eletto come rappresentante dei soldati  che si sono stabiliti in Capraia, in quanto il suo cognome non risulta tra quelli degli abitanti  dell’isola nel 1556. Degli altri due non è noto il nome.

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Capraia: dal neolitico al periodo romano

 

Nei primi secoli del VI millennio a.C. arrivarono via mare sulle coste liguri e tirreniche i primi uomini neolitici. La civiltà neolitica, quando l’uomo abbandonò lo stadio di cacciatore-raccoglitore e produsse beni per il proprio sostentamento tramite l’agricoltura e l’allevamento, si sviluppò nel Vicino Oriente in un arco di tempo tra il 12000 e il 7000 a.C. Successivamente una parte della popolazione neolitica si trasferì in Grecia e di lì intorno a il 6100 a.C. raggiunse, via mare, la costa italiana dell’Adriatico e poi nell’arco di due secoli arrivò alle coste italiane del Tirreno settentrionale, delle due isole maggiori, la Sardegna e la Corsica, e delle isole dell’Arcipelago Toscano.[1]

Tra le prime materie a diventare oggetto di scambio, anche a vasto raggio, vi fu l’ossidiana, un vetro nero originato da colate vulcaniche acide che nel Mediterraneo occidentale, si trova essenzialmente nelle isole di Lipari, Pantelleria, Palmarola, e Sardegna. L’ossidiana era particolarmente ricercata per la sua duttilità e efficacia nella manifattura di strumenti. La società neolitica, divenendo parzialmente dipendente da questo singolare ‘vetro vulcanico’, ne apprezzò a tal punto le doti che ne ricercò le fonti e ne sfruttò i giacimenti, anche se lontani dai luoghi di utilizzazione, facendo viaggiare l’ossidiana per centinaia di chilometri, principalmente per mare. Si crearono così le prime rotte di approvvigionamento che possiamo definire commerciali. Si trattò di vie di percorrenza soprattutto marittima, dato che l’ossidiana, almeno nel Mediterraneo centrale era particolarmente presente nelle piccole isole. Ciò dimostra come l’uomo neolitico avesse già trovato una completa dimestichezza con il mare. Per le nascenti società neolitiche il mare non era, dunque, per nulla un ostacolo, bensì un formidabile veicolo di comunicazione che ne agevolava le capacità produttive, ne favoriva i contatti e indusse alla conquista di nuove terre da colonizzare.[2]

L’arrivo dell’uomo neolitico a Capraia è stato attestato dal ritrovamento, avvenuto alcune decine di anni fa nell’area meridionale dell’isola (piana dello Zenobito), di nove manufatti di ossidiana. Con l’impiego di diversi metodi analisi, è stato determinato che queste ossidiane provenivano dai giacimenti di Lipari e della Sardegna.[3] Recentemente altre ossidiane sono state rinvenute in diverse località dell’isola quali La Piana e il monte Castello.[4] Ad oggi le ricerche fatte sull’isola non hanno individuato un sito dove l’uomo neolitico si sia insediato, anche se numerosi manufatti di silice ed una punta di freccia (non ancora studiate) fanno pensare che non sia stato un passaggio sporadico ma via sia stata una frequentazione assidua. Probabilmente per il navigatore neolitico, che commerciava tra la Sardegna, la Corsica e la costa toscana, Capraia, come le altre isole dell’arcipelago, rappresentava uno scalo di transito per l’approvvigionamento di acqua e cibo, e rifugio in caso di mare in tempesta. Lo studio dei manufatti di ossidiana e dell’industria litica fa supporre una frequentazione dell’isola tra il Neolitico e l’età del rame (3400-2200 a.C.).[5]

Ossidiane -Naldi

Ossidiane di Capraia (A. Naldi)

Alcune strutture in pietra, simili a dei dolmen, che emergono in diverse parti dell’isola, potrebbero appartenere all’età del rame e potrebbero essere una testimonianza che nell’isola vi sia stato un insediamento umano.[6]

Man mano che si sviluppava l’età dei metalli il passaggio dell’uomo nell’isola divenne più evidente. Le prime testimonianze di questa presenza sono legate all’attività del commercio che si instaurò nel Tirreno a partire dal VI secolo a.C., attività promossa da i due popoli colonizzatori, i Fenici e i Greci, e dagli Etruschi.[7]  Mentre i Fenici, dalla loro colonia di Cartagine conquistarono inizialmente solo la Sardegna, i Greci si insediarono in Corsica e sulla costa della Provenza dove fondarono, intorno al 600 a.C., Massalia (Marsiglia).

Anfora Fenicia

Anfora fenicia (D’Angelo M.C)

La frequentazione dei Fenici a Capraia è testimoniata da un’anfora risalente al VII secolo a.C. ricuperata nel 1963 al largo della costa.[8]

I Greci provenivano da Focea, città greca sulla costa dell’Asia Minore, ed erano abili navigatori e mercanti. In Corsica essi fondarono, intorno al 565 a.C., un emporio commerciale in Alesia o Alalia (Aleria) pochi chilometri a sud dell’odierna Bastia da dove si poteva vedere all’orizzonte Capraia. La loro frequentazione dell’isola è testimoniata dal ritrovamento nella baia del Porto di un collo di anfora iono-massaliota.[9]  I Focesi di Alesia avevano frequenti scambi commerciali sia con i Fenici della Sardegna che con gli Etruschi. Quest’ultimo era un popolo che si era sviluppato principalmente lungo la costa della Toscana e del Lazio dove aveva fondato fiorenti città. Tra queste una delle più importanti e attiva negli scambi commerciali fu Caere (Cerveteri), mentre più a Nord si sviluppò la città di Populonia. Attorno al 540 a.C. per punire gli attacchi pirateschi dei Focesi di Alesia, gli Etruschi e i Cartaginesi si allearono e sconfissero la flotta focese. Dopo la sconfitta, i Focesi abbandonarono la Corsica che venne occupata dagli Etruschi che mantennero rapporti commerciali con Massalia, dove esportavano il loro vino.[10]

Fra V e IV a.C. il rapporto della città etrusca di Populonia con le isole dell’Arcipelago Toscano e la Corsica divenne molto stretto, in particolare con l’isola d’Elba inserita nel distretto metallurgico che faceva capo alla città. È probabile che in questo periodo gli Etruschi abbiano utilizzato per i loro forni metallurgici del legname proveniente da Capraia. Infatti, l’isola nel periodo preistorico doveva esser ricoperta da un manto boschivo, probabilmente di lecci.[11]

La presenza degli Etruschi a Capraia è testimoniata da tre anse di anfore provenienti dai fondali dell’isola.[12]

A partire dal V secolo a.C. un nuovo protagonista si affacciò sul mare Tirreno e con il suo espansionismo dapprima sottomise o assorbì le varie città etrusche e poi con la prima guerra punica (264-241 a.C.) si affermò anche come potenza navale decretando il declino inevitabile di Cartagine. Nel 259 a.C. i Romani presero Aleria in Corsica e subito dopo la fine della guerra iniziarono la conquista della Sardegna che fino ad allora era stata dominata dai Cartaginesi. Durante la seconda guerra punica (218- 202) i Romani conquistarono la parte meridionale e la costa orientale della Spagna scacciandovi i Cartaginesi.

Tra il III e il II secolo a.C. Roma conquistò anche l’Italia settentrionale, la Gallia Cisalpina, sottomettendo le popolazioni locali. Ma l’espansionismo di Roma non si arrestò e nella seconda metà del II secolo raggiunse la Gallia (l’attuale Provenza) creando nel 121 a.C. la provincia della Gallia Transalpina o Narbonense. Con questa ultima conquista I Romani possedevano tutte le coste del Mare mediterraneo nord-occidentale.

È a partire dalle vittorie navali della prima guerra punica che Roma divenne una potenza marinara e creò nel Mediterraneo un vasto sistema di commercio.

Nelle rotte commerciali del Tirreno settentrionale si inserì anche Capraia, anche se fino al I secolo d.C., quando fu creato un insediamento romano nella zona del Porto, non si ha notizia di uno stabile insediamento.

Prima di questo secolo la presenza dei Romani a Capraia deve essere stata legata principalmente alla possibilità di sosta e di rifugio che la sua baia principale consentiva in caso di mare tempestoso e di forti venti. Il principale ritrovamento in mare relativo a questo periodo è quello della nave romana delle Formiche, oggetto di un rilievo e scavo sistematico negli anni 2007-2009. Il relitto è stato datato, sulla base delle ceramiche e delle anfore, alla metà del II secolo a.C.: era probabilmente una piccola imbarcazione proveniente da uno dei porti della costa in navigazione verso il sud della Francia. Il carico della nave consisteva in anfore di diverso tipo, in ceramica campana a vernice nera tra cui due guttus o askos, e una lampada in ceramica. Nella zona del relitto fu rinvenuto, nel 1978, anche il ceppo di un ancora romana.[13]

In questo periodo apparve per la prima volta in un testo letterario il nome di Capraia, citato da Marco Terenzio Varrone (116 – 27 a.C.): sic quas alimus caprae a capris feris ortae, a quis propter Italiam Caprasia insula est nominata.[14]

Con l’avvento dell’età imperiale nel I secolo d.C. a Capraia, come in altre isole dell’Arcipelago Toscano, venne costruita una villa marittima, in fondo alla baia principale dell’isola, che rimase in vita fino al V secolo, dove ora sorge la chiesa dell’Assunta al Porto. Di questa villa non sono rimasti resti superficiali.

La Venere

La Venere di Capraia

Nel 1912 durante degli scavi agricoli nell’area fu rinvenuta una statua in marmo acefala di Venere e dei bassorilievi in marmo.

 

Il cavallo

Bassorilievo (Ritrovamento 1912)

 

Uno scavo di indagine, nella zona dove si presume fosse la villa romana, è stato condotto dalla Soprintendenza Archeologica della Toscana nel 1983-1985. Furono rinvenute due strutture murarie risalenti al tardo periodo di vita della villa: la prima era un impianto di vasche, in opus signinum, probabilmente destinato alla lavorazione del pesce, la seconda era un ambiente di uso produttivo, pavimentato con malta, e dotato di una vasca e un pozzetto di scarico.

Scavo al porto

Lo scavo al porto 1983-1985

Al V secolo sono state anche attribuite due sepolture rinvenute nella stessa area, la prima con un inumato privo di corredo, mentre la seconda, rinvenuta nel 1988, conteneva un inumato con il suo ricco corredo che comprendeva due fibbie per cintura, una spatha ed un pugnale. Quest’ultima sepoltura dovrebbe essere collocata negli anni centrali del V secolo e nell’inumato dovrebbe essere riconosciuto un federato, franco o alemanno, delle ultime milizie dell’Impero d’Occidente.

La spada

La spatha del guerriero

Nel 456 le forze imperiali, sulla via del ritorno dalla Gallia, intercettarono e distrussero nelle acque della Corsica una flotta vandala che stava muovendo al saccheggio della Gallia meridionale e dell’Italia tirrenica. Nella battaglia “della Corsica” potrebbe essere morto il militare di Capraia e i suoi commilitoni potrebbero avergli dato onorata sepoltura nell’isola.[15]

Le fibule

Le fibule del guerriero

Numerosi sono stati i reperti trovati nell’isola e nelle acque antistanti il porto di Capraia ad indicare una frequentazione dell’isola lungo tutto il periodo imperiale. Si tratta di frammenti di anfore italiche, ispaniche, galliche e africane, di un dolio, di ceramica africana da cucina, e di tre ceppi d’ancora, in gran parte ritrovati nella baia del Porto, e monete romane di epoca imperiale.[16]

Il nome di Capraia venne citato sempre più frequentemente nelle opere dei geografi e naturalisti del periodo imperiale. Tra i latini Gaio Plinio Secondo (23-79 d.C.) nella Naturalis Historia, descrivendo le isole del Mare Ligustico e la Corsica scrisse “…Capraria, quam Graeci Aegilon dixere …”;[17] Pomponio Mela (I secolo d.C.) nella Chorografia la elencò tra le isole a nord del Tevere con il nome “Capraria”.[18] L’astronomo e geografo Claudio Tolomeo (II secolo) nella sua Geografia, scritta in greco, pose Capraia nell’Arcipelago Ligure come Καπραρία νῆσος con le coordinate di 32° di longitudine dalle isole Fortunate (isole Canarie) e 42° di latitudine dall’Equatore.[19]

Roberto Moresco                                                                Febbraio 2019

[1] Pessina A., Tiné V., Archeologia del Neolitico, L’Italia tra VI e IV millennio a.C., Roma 2015. pp.17-34 e 235-240.

[2] Tusa S., Uomini, navi e merci nel Mediterraneo Antico, http://www.treccani.it/scuola/dossier, 2011.

[3] Tykot R. H., Obsidian procurement and distribution in the Central and Western Mediterranean, Journal of Mediterranean Archeology, 9. I, 1996, p. 54.; Ducci S., Perazzi P., Il Neolitico antico dell’Arcipelago Toscano, in Tozzi C., Weiss M. C. (a cura di), Il primo popolamento olocenico dell’area corso- toscana, Pisa 2000, p. 55.

[4] Naldi A., Monte Castello (Capraia Isola) Prime considerazioni sugli antichi insediamenti del Monte Castello. (Sopralluogo del 3 settembre 2017), in https://storiaisoladicapraia.com.

[5] Bigazzi G., Radi G., Datazione con le tracce di fissione per l’identificazione della provenienza dei manufatti di ossidiana, Rivista di scienze preistoriche, XXXVI 1-2, 198, p. 242.

[6] Questa è una speculazione dell’autore ma è un’ipotesi non del tutto fantasiosa visto che i dolmen si ritrovano nella vicina Corsica. Non risulta che vi sia stato alcuno studio sull’argomento

[7] Pallottino M., Genti e Culture dell’Italia Preromana, Roma 1981.

[8] D’Angelo M.C., Un’anfora fenicia da Capraia, Studi Classici e Orientali, 40, 1991, pp. 383-386.

[9] Pancrazzi O., Pisa, testimonianze di una rotta greca arcaica, La parola del passato, CCIV-CCVII, 1982, pp. 340-342.

[10] Moscati S., La Civiltà Mediterranea, Milano 1980, pp. 158-165; Erodoto, Le storie, I, Milano, 1988 [1988], pp.182-187.

[11] Cristofani M., Gli Etruschi del mare, Milano 1983, p. 85; E. Morelli L’isola di Capraia, Progetto di un paesaggio insulare mediterraneo da conservare, Firenze 2002, p. 41.

[12] Paoletti M, Isola di Capraia (Livorno): materiali romani e medioevali da recuperi subacquei, Rassegna di Archeologia, 4, 1984, p. 198.

[13] Atauz A. D., Peter Holt, Bartoli D. G., Gambogi P., A Roman Shipwreck off the Island of Capraia, Italy, http://www.fastionline.org/docs/FOLDER-it-2011-234.pdf, 2011; Cocchi D., Isola di Capraia, in Bollettino d’Arte, Supplemento, Archeologia Subacquea, 4, 1982, p. 86[1984]

[14] Varrone M. T., Rerum rusticarum de agricoltura, Liber II, III, in www.thelatinlibrary.com/varro: “… così le capre che noi alleviamo discendono da capre selvatiche, dalle quali vicino alle coste d’Italia ha preso il nome l’isola di Capraia …”.

[15] Ducci S., Ciampoltrini G., Archeologia a Capraia: la tomba di un militare tardo antico, Bollettino di Archeologia, 7, Roma 1991, pp. 53-72; Ducci S., Ciampoltrini G, Bedini E., Una sepoltura tardo-antica dal porto di Capraia, Archeologia Medievale, XIX, 1992, pp. 369-377.

[16] Paoletti M., Isola di Capraia (Livorno): materiali romani e medioevali da recuperi subacquei, Rassegna di Archeologia, 4, 1984; pp.181-208; Bejor G., Gras M., Capraia(isola), in Nenci G., Vallet G. (a cura di), Bibliografia Topografica della Colonizzazione Greca In Italia e nelle Isole Tirreniche, IV,1985, pp. 443-445; Riparbelli A., Monete romane rinvenute in Capraia Isola, Firenze 1982.

[17] Plinio G. S., Naturalis Historia, Parigi 1685, p. 339.

[18] Mela P., De Chorographia, a cura di P.G. Parroni, Liber Secundus, Roma, p. 154.

[19] Tolomeo C., Geographia, edito da Nobbe C.F.A., Tomo I, Lipsia 1843, p. 155; Isola di Capraia (traduzione).

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1697 – Gio Batta Costa ruba delle savine nell’isola di Pianosa

Ginepro sabina marittimo o Ginepro fenicio

Ginepro sabina marittimo o Ginepro fenicio

Nel mese di luglio del 1697 tre gozzi, dei padroni capraiesi Michele Sissone, Gio Batta Costa e Leonardo Gottuzzo, partirono da Capraia per Marciana nell’isola d’Elba per approvvigionarsi di savine (ginepro sabina marittimo o savina all’isola d’Elba) al fine di preparare il carico di tre gondole, probabilmente destinate a Genova.[1] Dopo pochi giorni il Costa fece ritorno a Capraia in fuga da Campo nell’Elba dove era stato sequestrato e privato dell’ancora e dei remi, dal locale vicegovernatore Simone Lupi con l’accusa di aver rubato nell’isola di Pianosa quaranta savine, già tagliate, di proprietà del Computista di Piombino.[2] Anche gli altri due gozzi vennero sequestrati a seguito della fuga del Costa, anche se dopo qualche giorno il gozzo del padron Sissone venne lasciato partire per Capraia, dopo aver lasciato in cauzione l’ancora e i remi, per portare al Commissario una lettera, datata 26 luglio 1697, del vicegovernatore di Campo. Nella sua lettera il Lupi riassunse la storia del furto e il comportamento del Costa che oltre al furto delle savine aveva pure rubato dei remi ad una imbarcazione locale. Il Lupi chiese inoltre che gli venissero rimborsate tutte le spese sostenute dalla sua corte per il mantenimento dei sequestrati pari alla somma di quattro pezze da otto reali. Il terzo gozzo, quello di Leonardo Gottuzo rimase sequestrato e privato dell’ancora e dei remi. Il commissario di Capraia ricevuta la lettera del Lupi decise di incarcerare Gio Batta Costa, anche se questi affermava di non aver rubato le savine, e decise di inviare a Campo il Padrone Pietro Antonio Sabadino per rimborsare le spese subite dal vicegovernatore e per ottenere il dissequestro del gozzo del Costa, al quale a Capraia sarebbero state addebitate tutte le spese sostenute. Prima della partenza del Sabatino era partito da Capraia, su richiesta del Costa, Antonio Morgana per vedere di risolvere il caso e poter ricuperare le savine. Il Morgana, giunto a Marciana fu catturato insieme al capraiese Antonio Barbasso che ivi si trovava per i suoi affari, ed entrambi furono condotti nelle carceri di Piombino.

Il console genovese a Portoferraio, Paolo Brignole, venuto a conoscenza della cattura del Morgana e del Barbasso si rivolse al governatore generale di Piombino per chiedere le motivazioni dell’arresto dei due capraiesi. Il 9 agosto il governatore rispose al console che nel suo stato si distribuisce la Giustizia con rettitudine e che per i sudditi della Repubblica s’usa ogni attentione, ma che i Capraiesi sono trattenuti con giusto motivo.

Il governatore generale mentre rispose al console, diede ordine che tutte le imbarcazioni genovesi che dovessero arrivare nei porti della sua giurisdizione venissero sequestrate.

Nel frattempo si sparse la voce che uno dei motivi dell’arresto del Morgana e del Barbasso fosse legato al fatto che il padrone capraiese Pier Antonio q. Agostino mentre ritornava dall’isola di Montecristo con un carico di aragoste si fosse fermato a Pianosa e con i suoi marinai avesse preso l’armamento della torre e degli oggetti dalla chiesa, che però insieme alla torre era stata svaligiata da tre caravelle turche il 6 aprile dello stesso anno..

A questo punto, a Genova, il Magistrato di Corsica, che aveva ricevuto relazioni sia dal commissario di Capraia che dal console di Portoferraio, decide, il 21 agosto, di affidare la pratica al Deputato al Criminale perché ne riferisca al più presto.

La relazione del Deputato, approvata il 26 agosto dal Magistrato di Corsica, ammette la colpevolezza del Costa per il furto del savine che però era stato risolto dall’intervento del commissario di Capraia che si era impegnato a risarcire il vicegovernatore di Campo, con il risultato che i gozzi del Costa e del Gottuzzo erano stati rilasciati. Per la cattura e prigionia del Morgana e del Barbasso non vi erano plausibili giustificazioni e che il supposto furto dei marinai di Pier Antonio a Pianosa era stato in realtà un atto di pietà in luogo della barbaria perché avevano raccolto un Crocifisso in abbandono.

Mentre a Genova si preparava la relazione, il 23 agosto, il Morgana e il Barbasso arrivarono a Capraia dopo essere stati rilasciati perché Giacomo Cortini di Campo aver versato una cauzione in loro favore di 200  scudi d’oro. Entrambi confermarono di non sapere la ragione della loro cattura e di non aver potuto prendere visione delle carte delle accuse a loro carico.

Il 30 agosto il Magistrato di Corsica ricevuta la notizia della liberazione dei due capraiesi, chiede alla Giunta di Marina di emettere un avviso affinchè le imbarcazioni genovesi si astenghino di navigare le parti ove è il pericolo di essere trattenuti.

Note:

  1. Il ginepro sabina marittimo o ginepro fenicio (Juniperus phoenicea) cresce nei litorali delle isole d’Elba, Pianosa e Montecristo. è una specie arbustiva sempreverde (cioè che mantiene le foglie durante tutto l’anno) della famiglia delle Cupressaceae. L’arbusto è generalmente ramificato dalla base, con foglie squamiformi. I semi sono raggruppati in galbuli carnosi e globosi di colore rosso scuro, fino al nero bluastro, dal diametro di 4-8 mm. Il ginepro fenicio è una specie longeva ad accrescimento molto lento e predilige ambienti soleggiati, resistendo a climi aridi. Cresce generalmente su suoli rocciosi calcarei e raramente sulla sabbia. Si riproduce solamente per seme. Queste piante non presentano dimensioni eccezionali (fino a 80-90 centimetri di diametro e 10-12 m di altezza), ma possono essere molto annosi e con legno durissimo. Il legno è duro, compatto, tenace, incorruttibile ed era molto apprezzato in ebanisteria per fare botticelle, bastoni da passeggio, manici per utensili da campagna come aratri e per l’aia come forconi, pale, setacci, balconate, sostegni per i pergolati, solai e correnti di tetti. Il legno veniva anche ampiamente utilizzato per la costruzione di telai, piattaforme lignee per barche, altari, sedie, cassapanche, lavori di intarsio, utensili per la casa.
    Juniperus_phoenicea

    Bacche di ginepro sabina marittimo

    I rametti giovani e i galbuli, trovano largo impiego in diverse pratiche tradizionali (liquoreria come aromatizzante delle acquaviti, medicina come diaforetico, antielmintico e antiodontalgico, inoltre la resina al posto dell’incenso nelle funzioni religiose ed ancora per aromatizzare arrosti, per la produzione di saponi etc.) da soli o con altre essenze. I ramuli giovani in infusione erano utilizzati, fin dai tempi più remoti per pratiche abortive, nonostante i gravissimi inconvenienti.  Il ginepro fenicio si ritrova ancor oggi lungo le coste di alcune isole dell’Arcipelago Toscano, Elba, Pianosa, e Montecristo.

    Ginepreti costieri

    Ginepreti costieri

    2.Lo Stato di Piombino, o meglio il Principato di Piombino, apparteneva in quegli anni alla famiglia Ludovisi e comprendeva anche l’isola dell’Elba, con l’esclusione di Portoferraio e Portolongone, e le isole di Pianosa e Montecristo. Lo stato era affidato ad un governatore, che risiedeva a Piombino, in quanto i Ludovisi normalmente vivevano a Roma. L’isola di Pianosa, al tempo dei fatti qui descritti era disabitata.

[1] Vedi nota 1.

[2] Computista era il contabile alla corte del governatore di Piombino in quei tempi proprietà dei Ludovisi.

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