1766 – Una foca monaca catturata a Capraia

 La Gazzetta Patria di Firenze del 13 dicembre 1766 riporta la notizia della presentazione alLa foca monaca_Page_1_Image_0006 Granduca di Toscana Pietro Leopoldo di Lorena di uno strano animale anfibio preso dalla parte dell’isola di Capraja. La breve descrizione dell’animale, riportata nell’articolo, indica chiaramente che si tratta di una foca monaca, non sappiamo se pescata appositamente o perché rimasta impigliata nelle reti dei pescatori[1]

Gazzetta Patria

Questa notizia è molto interessante in quanto prova la presenza di questo animale nei mari dell’isola già nel settecento. La foca monaca (Monachus monachus), classificata per la prima volta da Jean Herman nel 1779, è un mammifero marino. Si tratta di un animale che ha una lunghezza massima di circa 3 metri e un peso variabile da 240 a 300 kg. Il corpo, piuttosto massiccio, tozzo e coperto di brevi peli, è superiormente di colore variabile dal grigio scuro, al nero o al marrone scuro, come il saio dei frati (da qui forse il suo nome). Il capo è globoso, gli occhi neri, grandi e con lunghe sopracciglia, il muso piuttosto breve, provvisto di robuste vibrisse sulle labbra. Un tempo la foca monaca era diffusa in tutto il bacino del Mar Mediterraneo, il Mar Nero le coste atlantiche di Spagna, Portogallo, Marocco, Mauritania, Madeira e le Canarie ma oggi è uno degli animali più a rischio del Pianeta.[2]

Un secolo dopo, nel luglio del 1875, al comandante D’Albertis, che con il suo cutter Il Violante sta visitando l’isola di Capraia, viene mostrata la cosidetta grotta della Foca Monaca, come riportato nelle memorie del suo viaggio:

“Qui gli viene mostrata una delle diverse grotte scavate dai flutti, detta il Nido della Foca, dove se n’eran già prese delle vive, chiudendone l’angusta entrata con una forte rete a sacco e sparando poi uno schioppo per farle fuggire al mare.L’animoso capitano fa star pronti i suoi con ramponi, nel caso uscisse la foca al colpo della sua carabina e, nulle vedendo comparire, pe-netra nell’antro a nuoto tenendo fra i denti una candela accesa. La grotta ha una cinquantina di metri di profondità e termina con una piccola spiaggia; il D’Albertis non vi ha osservato alcunchè di rimarche-vole.” [3]

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Capraia, la Grotta della Foca  (Foto F. Guidi)

La cattura della foca monaca continuò a Capraia fino agli anni trenta dello scorso secolo. Una famiglia capraiese, i Cuneo del porto, si erano specializzati in questo tipo di pesca, e le loro prede finivano nei più impotanti zoo d’Europa. L’ultimo pescatore di foche di questa famiglia fu Alfredo Cuneo, con i figli Antonio Giuseppe (Beppone), Domenico, e Tullio.

Folco Giusti, nella sua giovinezza, ebbe l’opportunità, di ascoltare da Alfredo Cuneo, morto nel 1959 all’età di 92 anni, il racconto della cattura della foca monaca, che ha riportato nel suo libro, Un’isola da amare, e che qui trascriviamo:

“ Ci alzavamo di notte e, armata la barca, s’andava a ponente verso la grotta che sta là, un po’ nascosta, tra la punta del Trattoio e il Moreto. Due ore buone di remi, fradici di guazza, il fanale del paese a poppa fino alle Formiche, poi il buio più nero fino alla Manza e, qui, finalmente davanti, ma ancora lontano, i lampi rossi del faretto del Trattoio. All’orizzonte la Corsica, un’ombra scura come una grossa balena addormentata. … Arrivati vicino, silenzio assoluto e voga lenta, attenta, senza sbattere l’acqua. Sapevamo che d’estate almeno una femmina ci veniva a partorire e sapevamo che tra settembre e ottobre, di notte, sarebbe stata lì, sulla ghiaia in fondo alla grotta, a fare la guardia al suo piccolo appena cresciuto. Davanti alla grotta, a chiudere l’uscita, si calava un cerchio di rete robusta, a maglie larghe e con grossi nattelli che la tenevano ritta dal fondo a galla. Poi, … pronti a tenere, … un colpo di fucile nella grotta. …. E … ecco la foca spaventata, che schizza fuori e che s’infila nella rete. Si dimena come un diavolo, tira, strappa, sbatte l’acqua, ma … più che sbatte, più si imbriglia e … alla fine cede. Uno nella grotta ad acchiappare il piccolo, gli altri a tirare la rete in barca, prima che la foca annegasse. E via, indietro, verso il porto, carichi ma contenti.

Una volta a terra veniva il difficile perché le foche dovevano imparare a vivere prigioniere, nel magazzino di casa, e a mangiare il pesce già morto. Le tenevo parecchi giorni a digiuno, per affamarle. E la foca mamma, con gli occhi rossi, piangeva, piangeva …, pareva sapesse il destino che aspettava lei e la sua fochina.

Mi si spezzava il cuore, ma qualcuno di un circo me li avrebbe comprati e quella pesca sarebbe stata provvidenza per tutto l’anno.

Passati diversi giorni, gli buttavo del pesce fresco, boghe, sugherelli, muggini e …, se andava bene e la foca mangiava, era fatta. La foca si abituava, con lei il suo piccolo, e non restava che aspettare il compratore.”[4]

La peculiare attività di questa famiglia di pescatori, cessò dopo la Seconda Guerra Mondiale quando la foca monaca divenne sempre più rara e poi sparì dalle acque delle isole dell’Arcipelago Toscano.

Recentemente, nel giugno del 2009, una foca monaca è stata avvistata e fotografata all’isola del Giglio, e nel dicembre del 2010 è stata segnalata a Pomonte, all’isola d’Elba, anche se la notizia non ha avuto riscontri.[5]

La foca monaca del Giglio

Forse un giorno la foca monaca tornerà ad abitare nella grotta di Capraia che da lei ha preso il nome.

                                                            La foca monaca del Giglio

Roberto Moresco                         15 marzo  2011


[1] Gazzetta Patria, Firenze 1766. Trascrizione: È stato questa mattina presentato a S. A. R. a nome del Sig. Gen. Bourbon del Monte Governatore di Livorno un vitello marino, che si è conservato vivo per la strada fino alle Porte di Firenze. Questo animale è anfibio, e non si sa, se sia stato preso in terra, o in acqua, si sabene, che è venuto dalla parte dell’Isola di Capraja.  S. A. R. lo ha gradito per la particolarità della sua pelle, che rassomiglia quella della Lontra, ma è molto più fine, e delicata.

[2] F. Giusti, Un’isola da amare, Livorno 2003, pp. 16-20; http://www.wwf.it

[3] P. Pavesi, Le prime crociere del Violante comandato dal capitano-armatore Enrico D’Albertis, Annali del Museo Civico di Storia Naturale di Genova, VIII, 1876, pp. 407-409.

[4] F. Giusti, Un’isola da amare, …, cit., pp. 13-16.

[5] Corriere Fiorentino del 9 giugno 2009 e del 29 dicembre 2010.

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