1540-1545 – Jacomo di Capraia riscatta la moglie e la figlia

031-Girolata 2Il 15 giugno 1540 Giannettino Doria sorprende la flotta barbaresca di Dragut, nella baia della Girolata in Corsica, mentre i corsari sono intenti a spartirsi i prigionieri che avevano fatto nelle precedenti razzie a Gozo (arcipelago maltese), Capraia, e a Pino e Lumio in Corsica. L’azione di Giannettino Doria fu così improvvisa e rapida che solo due fuste barbaresche riuscirono a fuggire mentre i restanti navigli corsari, due galee e sette fuste vennero catturate e i loro equipaggi in parte presi sulle loro navi e in parte a terra. La prima preoccupazione di Giannettino fu di liberare i prigionieri di Capraia e quelli della Corsica, mentre i restanti furono portati a Genova.

Degli abitanti di Capraia, che aveva subito un attacco durato quattro giorni nel quale persero la vita 35 di loro, solo 165 furono liberati e tra questi si trovava Jacomo, che però perdette la moglie e la figlia che erano rimaste sulle due fuste corsare che erano sfuggite alla cattura.

 I Capraiesi liberati dopo un soggiorno a Bastia vennero ricondotti a Capraia e contribuirono alla costruzione della fortezza cercando di ritornare poca alla volta ad una vita normale, anche se tra di loro mai si spense il ricordo dei loro cari defunti e di quei pochi capraiesi che erano rimasti nelle mani dei corsari.

Jacomo, tornato a Capraia, fu uno dei venti uomini che in nome della comunità sottoscrisse il secondo atto di vassallaggio a Genova e come tutti gli uomini capraiesi fu costretto a fare dei turni di guardia nell’isola contro i corsari.

Nel luglio del 1542, Jacomo, durante una perlustrazione allo Zenobito, scoprì la presenza di un turco rimasto a terra, quando una galeotta corsara era stata messa in fuga dalle galee pontificie. Con una squadra di abitanti Jacomo riuscì ha catturare il corsaro.[1] Jacomo chiese a Genova di poter tenere per se e i suoi compagni lo schiavo per venderlo e dividere tra loro il ricavato della vendita.  Chiese anche che gli fosse riconosciuto un premio per essere stato il primo ad avere scoperto il corsaro. Il Magistato di Corsica a Genova accolse, in via eccezionale, le sue richieste, tenendo conto della miseria dei capraiesi, e gli assegnò due parti del ricavato della vendita del prigioniero.

Probabilmente dall’interrogatorio del corsaro, Jacomo apprese che la moglie e la figlia erano vive ed erano state vendute al mercato degli schiavi di Susa in Barbaria (oggi Tunisia) dove tuttora si trovavano. Nel mese di ottobre decise di partire per la Spagna per vedere di negoziare il riscatto: con i soldi guadagnati dalla cattura del corsaro, quei pochi ricavati vendendo i suoi beni, e quelli che gli amici capraiesi gli avevano donato.

La prima tappa del suo viaggio fu a Genova dove giunse con un piccolo barchino sul quale aveva caricato un poco di vino (otto mezzarole[2]) che sperava di vendere a Genova per raggranellare un po’ di denaro. Qui chiese al Magistrato di Corsica di poter essere sostituito a Capraia, nel suo ruolo di guardia, da un amico e di poter riavere il suo posto al ritorno.

Jacomo da Capraia riscatta la moglie e la figlia_Page_2_Image_0001

Il Regno di Tunisia

Il Magistrato di Corsica diede il suo assenso vista la volontà di Jacomo di riscattare i suoi congiunti. Partito da Genova, probabil-mente sempre con il suo barchino, fece rotta per la Sicilia[3] e di lì si recò a Susa, dove per spacio de uno anno, tanto feci, che riscatai mia moglere e figiola.

051-Mercato schiavi

Mercato di schiavi in Barbaria

Nell’anno passato a Susa, Jacomo deve essere riuscito a convincere qualche mercante locale a fargli un prestito che si era impegnato a restituire dando in pegno la propria vita. Partito da Susa, ai primi del 1545, egli arrivò a Genova con la moglie e la figlia e qui ancora una volta domandò l’aiuto del Magistrato di Corsica. Avendo saputo che si pensava di assoldare quattro uomini da mandare a Capraia, come soldati per la custodia della fortezza e per la difesa del nuovo cantiere per la costruzione della torre dello Zenobito, Jacomo chiese di far parte di detta squadra in modo da poter ricevere una paga che gli potesse permettere di sostentare la sua famiglia e pagare il debito. Non abbiamo prova che la richiesta sia stata accettata, ma tutto fa ritenere che l’avventura del povero Jacomo abbia avuto un esito positivo.[4]

 Roberto Moresco                                                      31 gennaio, 2009


[1] Per maggiori dettagli su questa prima parte vedere R. Moresco, Capraia sotto il governo delle Compere di San Giorgio (1506-1562), in Atti della Società Ligure di Storia Patria, XLVII, 2007 e R. Moresco, Pirati e Corsari nei Mari di Capraia, Debatte, Livorno 2007.

[2] Mezzarola: unità genovese di misura del vino pari a litri 159.

[3] Probabilmente a Genova, Jacomo apprese che per raggiungere Susa era meglio prendere la rotta della Sicilia e non quella della Spagna, come era la sua prima intenzione.

[4] Questa seconda parte è tratta dalle lettere delle seguenti filze dell’Archivio di Stato di Genova: San Giorgio, Primi Cancellieri, n. 81; San Giorgio, Cancelleria, n. 2384, San Giorgio, Cancellieri, n. 209.


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