Achille Donà, l’ultimo capraiase nato in provincia di Genova

IN MEMORIA DI ACHILLE DONÀAchille

Capraia Isola (Genova), 11.05.25; Cecina (Livorno), 19.01.18

 

Anche Achille se n’è andato: un dolore forte, sincero, ma non mi riesce di piangere.  E non tanto perché ai suoi 93 anni, morire non sorprende, quanto, piuttosto, perché ho di lui troppi ricordi, tutti allegri, tutti divertenti e mi pare impossibile, quindi, che la sua morte sia reale o che sia un evento tragico.  In effetti, tragica non lo è stata: sentiva male allo stomaco, per mezz’ora ha atteso che passasse, poi si è sdraiato sul letto e in un attimo il suo cuore ha ceduto ed è spirato.  Morire nel suo letto, con Anna accanto, senza aspettarselo, senza accorgersene, un’altra fortuna tra le tante che hanno segnato la sua vita.

IMG-20180304-WA0000

La nascita di Achille nella stampa italiana

 

Achille_Page_3 rid

…. e la notizia viene ripresa a Tatanarive (Madagascar)

Una vita fortunata, sì: nato da un parto gemellare, è venuto alla luce subito e bene a Capraia, mentre suo fratello ha dovuto attendere fino al giorno seguente, dopo un fortunoso trasferimento della madre all’Elba (non a caso, fu chiamato Elbano).  È cresciuto a Capraia in una famiglia benestante, spensierato e conteso dalle rare fanciulle disponibili sul posto.  Arruolato in Marina (il padre ne era un maresciallo), mentre dopo l’8 settembre si trovava a Capraia, è sfuggito per miracolo alla cattura da parte dei tedeschi e ha raggiunto rocambolescamente la Sardegna dove ha ritrovato il padre.  Sveglio e volenteroso, è stato arruolato dagli americani come telegrafista e ha, così, imparato l’inglese, una seconda lingua che gli sarà preziosa nel suo successivo impegno di commerciante di gioielli.  In vacanza a Capraia, ha conosciuto e, quindi, sposato Anna, una delle più belle ragazze presenti allora sull’isola, donna perfetta, capace di controllarne le esuberanze e di dedicargli l’intera sua vita.  Una salute di ferro che mai lo ha visto sofferente se non negli ultimi suoi anni per disturbi, peraltro, superati bene e presto.  Un carattere aperto, gioviale, allegro, burlone, sempre in prima linea, nella compagnia di amici capraiesi della quale per fortuna anch’io ho fatto parte, a tenere alto il morale e divertente ogni incontro.

E alla Capraia di incontri con lui ce ne sono stati tanti, anno dopo anno, in mare a fare bagni e a raccogliere patelle per successive gustose pastasciutte; a terra per serate trascorse a scambiarsi le cene, a guardare la luna distesa sul mare della Bellavista o le stelle chiare e brillanti come mai se ne vedevano altrove.

E lui, lì, nel buio, non lo vedevi, ma lo sentivi con le sue battute fulminanti, i suoi racconti di vita vissuta, le sue barzellette genovesi raccontate con la verve di un attore consumato.

In questi ultimi anni, ritirata la patente, Anna e lui sono mancati spesso a Capraia.  Era un dolore, ma sempre lenito dalla immediata promessa per telefono di rimediare appena possibile.  Ci speravo, anche se sapevo che probabilmente sarebbe stata una promessa da marinaio, questa volta, però, suggerita solo dal peso degli anni.

Con Achille Allori Donà, scompare l’ultimo vero capraiese, nato quando ancora l’isola era sotto il dominio di Genova, l’ultimo erede di una tradizione che ha reso il nostro piccolo scoglio famoso nel mondo.

Le sue ceneri, per suo volere, verranno disperse in mare allo Zenobito: sarà l’ultimo bagno di Achille nel mare di Capraia, l’ultimo abbraccio all’isola che ha sempre amato.

Folco Giusti

Pubblicato in Il Novecento | Contrassegnato , | Lascia un commento

I Corsi occupano Capraia (1767- 1768)

102-Accinelli Forte.

Fig. 1- F.M. Accinelli, Fortezza di Capraia – 1774

Nella storia dell’isola di Capraia la presa dell’isola da parte dei corsi di Pasquale Paoli è l’episodio che ha avuto più risonanza a livello internazionale in quanto ha rappresentato il guanto di sfida di una piccola nazione, la Corsica, contro un potente “oppressore”, la Repubblica di Genova. Questo episodio ha avuto anche una notevole influenza sulla storia degli abitanti dell’isola in quanto rappresenta la rottura di un ciclo di relativo benessere e l’inizio di un cambiamento delle condizioni economiche che porteranno nel giro di quasi un secolo al lento abbandono dell’isola.

L’origine di questo episodio si può far risalire al 1729 quando inizia la rivolta dei corsi contro Genova, rivolta che con alterne vicende si protrae per circa quarant’anni.

L’economia dell’isola di Capraia, nel 1729, è basata essenzialmente sulla pesca del pesce azzurro e della sua conservazione. Con l’inizio della rivolta, ai Capraiesi, che ormai possiedono una notevole flotta di imbarcazioni, si offre l’opportunità dapprima di impiegarle nel trasporto di merci tra Capraia, la Corsica, Genova e le sue Riviere, e la costa della Toscana, principalmente il porto di Livorno, e poi dedicarsi al commercio, approvvigionando in modo particolare Bastia con prodotti del continente.

Nel 1764 Genova ha ormai perso il controllo di buona parte dell’isola di Corsica: l’interno dell’isola è saldamente nelle mani del governo di Pasquale Paoli, mentre Genova controlla solamente le principali città della costa, Bastia, S. Fiorenzo, Calvi, Aiaccio, Bonifacio.

Nel corso dell’anno S. Fiorenzo viene bombardata dai ribelli e si teme che anche Bastia possa cadere nelle loro mani.

A Capraia, nell’aprile, ripetutamente, giungono voci che i ribelli corsi vogliono tentare di effettuare uno sbarco a Capraia. Allarmati da queste voci il commissario Leandro Lomellino e i Padri del Comune chiedono a Genova di aumentare le provviste e le vettovaglie che sono scarse e di aumentare la dotazione di armamenti dell’isola. Le richieste vengono soddisfatte solo parzialmente.

Genova, stremata finanziariamente dai costi sostenuti per sottomettere i ribelli corsi, chiede insistentemente l’aiuto della Francia. Si arriva così, il 6 agosto 1764, alla firma del secondo trattato di Compiègne con il quale le truppe francesi ritornano in Corsica per presidiare le città costiere di Bastia, Aiaccio Calvi, Algajola e S. Fiorenzo, nelle quali però Genova continua ad esercitare la sua sovranità. La durata del trattato viene stabilita in quattro anni durante i quali Genova deve cercare di raggiungere un accordo di pacificazione con i ribelli anche con i buoni uffici del comandante militare francese.

Nel novembre il nuovo commissario di Capraia Francesco Doria, e il munizioniere Domenico Scotto, tornano a chiedere viveri, munizioni e soldati, facendo presente che diversi scali come la Mortola, Porto Vecchio, Ceppo, Saline e Moreto si prestano ad un facile sbarco dei ribelli. È quindi necessario fortificare la costa e soprattutto le due cappelle di S. Rocco e San Leonardo. Nel dicembre, il commissario, in risposta alla richiesta di chiarimenti da parte di Genova, assicura che si vigila attentamente per impedire il temuto sbarco e che ha dato ordini per staccare parte della truppa e locali a quei scali, ne quali potessero tentare il sbarco.

Il 15 gennaio 1765 le truppe francesi sbarcano a Bastia al comando del generale Charles Louis de Marbeuf. Solo Bonifacio e Capraia rimangono sotto il diretto controllo di Genova.

Nel febbraio, probabilmente per la prima volta, i padroni capraiesi si ribellano agli ordini di un rappresentante della Repubblica: il commissario di Capraia, per ottemperare alla richiesta del vicegerente di Bastia di inviargli dieci gondole per rifornire di truppe e viveri  la guarnigione di Macinaggio, chiede ai dieci padroni di gondole che in quel momento si trovano in porto di partire per Bastia. Questi si rifiutano e il commissario è costretto a incarcerarne tre di loro: poi, convinti i padroni, sono i loro marinai che si rifiutano di imbarcarsi.

È evidente che ormai parte della popolazione di Capraia si è resa conto che la Repubblica non ha più la capacità e il volere di mantenere il proprio dominio sopra il suo Regno di Corsica e isola di Capraia.

Il primo maggio Agostino Speroni, commissario genovese vicegerente a Bastia e, il 6 maggio, il console genovese a Livorno, informano Genova delle voci raccolte su un piano dei ribelli corsi di impadronirsi di Capraia.[1]

Il 10 maggio 1765 il vicegerente Speroni così scrive ai Serenissimi Collegi:

Fino del scorso aprile scrissi all’Ill.mo Commissario di Caprara, che dovesse far prestare la più esatt’attenzione in quell’isola, affine di prevenire ogni attentato,  che per avventura puotesse fare il De  Paoli, e sebbene allora credei che l’idea di sorprendere la Caprara fosse un discorso promosso dalle azioni, ritrovo in oggi da relazione di persona di tutto il merito, che il detto de Paoli se ne va procacciando il maneggio; sicché replico al detto Ill.mo Commissario, che dia le più esatte provvidenze, onde dalla pubblicità di queste venga delusa ogni di lui speranza. Stimarei intanto necessarie qualche provviste più dell’ordinario, e anche rinforzare la Guarnigione diretta da qualche ufficiale dello Stato Maggiore, avvedendosi che al Macinaggio assai prossimo alla Caprara non mancano Pinchi capicorsini per un simile attentato.[2]

Il 13 giugno Pasquale Paoli e Marbeuf si incontrano a Vescovado, per discutere di una eventuale pacificazione tra Genova e i ribelli corsi. L’incontro non porta ad alcuno sblocco della situazione. Il generale Paoli rimane nella sua posizione di quanto stabilito dalla Consulta di Casinca nel 1761: in alcun tempo non saremo per dare orecchio a veruna proposizione di accomodamento cò Genovesi, se questi per preliminari non riconoscono la nostra libertà, l’indipendenza del nostro governo, e non cedono al medesimo le poche piazze che ancora tengono nel Regno.[3]

Genova non vuol perdere la sua sovranità sull’isola, anche se nominale, per il timore che altri stati italiani, Piemonte e Sardegna, possano occupare l’isola, mentre la Francia teme che i Corsi si possano alleare con gli Inglesi. Una cessione pura e semplice della Corsica a Pasquale Paoli sarebbe uno smacco troppo grande per l’orgogliosa Repubblica di Genova.

Il 31 gennaio del 1766, il nuovo commissario di Capraia Bernardo Ottone, che spera lontano il timore delle giattanze de ribelli corsi accompagnate in oggi da quelli di Bastia ed Ajaccio, fa presente a Genova che durante l’ispezione alle torri dell’isola si è reso conto che esse sono presidiate da vecchi artiglieri per cui chiede che gli vengano inviati non solo artiglieri più giovani, ma anche degli ufficiali per la guarnigione del Forte.[4]

Ai primi giugno giunge a Capraia il commissario surrogato Domenico Centurione inviato Capraia a sostituire temporaneamente il commissario Bernardo Ottone richiamato a Genova. Intanto il corsaro corso Conte Peri, che ha con sé il tenente Sanguineti detto il Chiodo e un altro corsaro detto il Moro, cattura quattro gondole capraiesi e tre bastimenti di Camogli. Questi corsari fanno parte della marineria corsara organizzata da Pasquale Paoli per danneggiare i traffici di Genova nell’alto Tirreno. La Repubblica viene sfidata non solo a terra ma anche in mare.

099-Centurione-AMA-332

Fig. 2 – D. Centurione, parte della Fortezza nel 1766

Nel giugno il commissario Centurione, insieme al Capitano Astengo comandante della truppa, compie un’ispezione del Forte e prepara una relazione davvero preoccupante non solo per lo stato della Polveriera e della Munizione, ma anche per le condizioni igieniche in cui vivono i soldati. Inoltre visitando la casa del capitano dei volontari capraiesi trova che questi ha in dotazione 34 fucili pieni di ruggine e guasti, che fa subito riparare anche perché nel paese non vi sono altri fucili. Alla relazione il commissario allega un bel disegno dello stato della Munizione con parte delle mura del Forte.[5]

Nel luglio il commissario Centurione riesce a far ottenere da Genova la patente di caposquadra dei capraiesi volontari a Gio Batta Bargone.[6]

Il 12 settembre il commissario di Capraia riceve dal vicegerente di Bastia una lettera che lo avverte che nel Capocorso si stanno preparando bastimenti e gente per fare un distaccamento forse per sorprendere l’Isola di Capraia. Il commissario convoca i Padri del Comune ai quali comunica la notizia. I Padri del Comune, Gio Bargone, Filippo Bargone, Francesco Solaro preparano due suppliche con le quali fanno presente che per essere or mai privi affatto di potersi guadagnare il loro sostentamento nell’Isola di Corsica, come anche di Terraferma per dover in quest’oggi fermarsi nell’Isola per ostar alla venuta de Corsari ribelli. Chiedono pertanto che agli abitanti vengano fornite armi e munizioni, di arruolare almeno cinquanta locali per sorvegliare gli scali e due guarda coste bene armati che girino intorno all’isola, e di fornire del pane alla popolazione.[7]

Il 22 settembre si avvicinano alla torre dello Zenobito tre bastimenti latini con equipaggio vestito come i corsari corsi, ma che poi si allontanano, e secondo quanto riferito al commissario da un capocorsino che è venuto a vendere vino in Capraia, si ritiene che siano venuti a vedere se i Capraiesi erano vigilanti.

Il 12 ottobre il commissario comunica a Genova di aver deciso di espellere dall’isola tre frati corsi del convento di San Francesco dopo averne parlato con il padre guardiano: sono fra Isaia da Pigna, fratello del comandante di Corte, fra Antonio Maria Durante di Bastia, e il chierico Francesco di Biguglia. Il primo è sospettato di aver avuto segrete corrispondenze con i ribelli corsi di Livorno e di essere presente nell’isola in modo irregolare per essere stato cacciato da Genova, il secondo perché fa frequenti viaggi a Bastia dove incontra corsi per introdurli in Capraia, e il terzo, che a suo tempo aveva ricevuto uno schiaffo dal commissario Ottone, perché si è dimostrato avverso al governo genovese.[8]

Nell’ottobre del 1766 i Pasquale Paoli e il generale Marbeuf hanno un altro colloquio durante il quale Paoli espone un suo progetto per tentare di occupare Capraia sapendo il buon genio di quelli abitanti, già di antica pertinenza alla Corsica.[9]

Il 21 ottobre rientra a Capraia il commissario Bernardo Ottone e il 3 dicembre scrive a Genova di aver ricevuto della farina ma di essere stato costretto a comprare del grano per la truppa.[10]Dopo il suo arrivo il commissario Ottone consegna al caposquadra dei capraiesi cinquanta fucili affinché essi si portino a far le guardie negli scali dell’isola.[11]

Nello stesso mese sbarca a Capraia, a causa del maltempo, Paolo Mattei, un corso di Centuri (Capocorso), di ritorno dalla Francia dove si è recato per i suoi affari. A Capraia ha modo di parlare col commissario e di raccogliere notizie sullo stato delle fortificazioni dell’isola, della situazione dei viveri e delle munizioni. Appena ritorna in Corsica ne riferisce al generale Paoli al quale propone un piano di conquista dell’isola. Il Paoli accetta il piano e ne affida la realizzazione ad Achille Murati, comandante di Erbalonga e a Giambattista Ristori comandante di Furiani. La base delle operazioni viene posta a Macinaggio, piccolo porto del Capocorso, la località più vicina a Capraia. Giuseppe Barbaggi, nipote di Pasquale Paoli, si insedia a Macinaggio per tutta la durata dell’impresa e di lì dirige le operazioni di supporto quali i trasporti di truppe e rifornimenti.[12]

Il 13 gennaio 1797 il commissario Ottone rinnova la richiesta a Genova di farine per fare biscotto per la truppa e perché il paese è sprovvisto del tutto di pane e di grano, anche perché i corsari corsi hanno predato un’imbarcazione di un capraiese che trasportava grano da Bastia. Chiede anche che gli vengano inviati due cannonieri genovesi perché quelli esistenti non sono sufficienti per munire la torre dello Zenobito e un posto tra il Forte e la torre del Porto.[13]

Il 29 gennaio arrivano da Genova 100 cantari di farina che in parte vengono restituite ai locandieri dell’isola che gli hanno imprestato mille gallette e tre stara di grano.[14]

Intanto in Corsica si prepara la spedizione e tutto viene fatto in modo che la notizia non trapeli. Un piccolo corpo di soldati viene inviato in Casinca e in altri posti con il pretesto di impedire il contrabbando di grano e castagne, mentre si prepara del biscotto per rifornire un felucone. Ai primi di febbraio queste truppe si riuniscono a Macinaggio, suscitando però i sospetti dei genovesi. Queste notizie arrivano al vicegerente Speroni ed egli il 9 febbraio scrive una lettera allarmata al commissario di Capraria. Nella lettera afferma che secondo i suoi informatori

in Capo Corso si vadano preparando col filucone alcune gondole senza esprimermi per dove siano destinati detti bastimenti. Io combinando le attuali colle passate notizie dubbito con fondamento, che non vogliano fare qualche tentativo in codesta isola, però ne prevengo V.S. acciò dia quelle providenze che stimerà più a proposito per un’esatta vigilanza a diffesa di codesto paese.

La lettera non può partire lo stesso giorno a causa di un libeccio che soffia strepitosamente e quindi il giorno successivo aggiunge una postilla nella quale informa il commissario che le notizie gli sono state confermate e di aver fatto partire la gondola del padrone capraiese Gio Bargone q. Giuseppe con 500 lire contanti e dieci sacchi di farina. Poi aggiunge

La sperimentata prudente capacità di V.S. nell’interessi particolarmente che riguardano il pubblico serviggio della nostra Serenissima Repubblica mi risparmia di farle dettaglio di come potrebbonsi munire tutte codeste Torri e Paese, e solamente l’averto che l’idea de Corsi si è col beneficio delle scale di impadronirsi delle Torri del Zenopito, e delle Barbici, per indi passare di notte tempo alla scalata della Fortezza. E se bene io mi rida di questa bella idea, non ostante sarebbe ben fatto che dette due Torri con fidi soldati e zelanti capraiesi si provedessero, siccome di buone provviste, e non lasciate come si faceva per lo passato dirrette da ragazzi affamati.[15]

Il 12 febbraio il vicegerente scrive un’altra lettera al commissario confermando le precedenti notizie aggiungendo però che il tutto è dovuto alle trame di un prete e di un capraiese, di cui non conosce il nome, che si trovano a Capraia e godono della fiducia del commissario. Afferma altresì che se i corsi falliscono nell’occupare le torri e la fortezza sono intenzionati a lasciare nell’isola trecento uomini con provviste da bocca e da guerra per almeno due mesi. Raccomanda di provvedere con buone guardie gli scali dell’isola che non sono protetti dalle torri. Il commissario lo stesso giorno trasmette la lettera a Genova affermando che a lui non risulta siano presenti nell’isola il prete e il capraiese menzionati dal vicegerente.[16]

Il 16 febbraio arrivano a Genova le citate lettere del vicegerente di Bastia e del commissario di Capraia. Subito i Serenissimi Collegi danno disposizione che vengano inviati a Capraia biscotto a sufficienza, materiali per le cariche dei cannoni (carta reale, tela e stracci), e un rinforzo di quattro cannonieri.[17]

Intanto a Macinaggio fervono i preparativi per la spedizione e secondo i Ragguagli dell’Isola di Corsica:

achille-murati-13

Fig. 3 – Achille Murati

Si risolsero nientedimeno i nostri due comandanti [Achille Murati e Gianbattista Ristori] di tentare l’impresa, e la sera dei 16 si imbarcarono sopra quattordici gondole con un corpo di soli 200 uomini creduti bastanti per questa prima spedizione in compagnia del mentovato signor Mattei e di molti altri capi e valorosi giovani delle principali famiglie di questa provincia del Capocorso e del Nebbio, che vollero imbarcarsi in qualità di volontari, con due piccoli pezzi di artiglieria, e con sufficienti proviste da guerra e da bocca, avendo per guida alcuni capraiesi ritrovatosi a sorte in questi nostri scali. Verso le quattro della notte approdò il nostro piccolo convoglio alla costiera di Capraja, ed il distaccamento pose piede a terra in un piccolo scalo detto il Ceppo, che fu trovato senza alcuna guardia.[18]

 Secondo un rollo delle spese di febbraio della guarnigione corsa di Capraia risulta che il 17 febbraio sbarcano in Capraia circa 290 uomini, tra soldati e ufficiali, mentre altri 70 uomini circa arrivano tra il 22 e il 23 del mese. Tra gli ufficiali è presente anche Paolo Mattei.[19]

Ragguagli

Fig. 4 – Testata dei Ragguagli dell’isola di Corsica

Ecco come i capraiesi si sono arresi: la sera del 16 febbraio verso le 23 una donna riferisce a Giustiniano Solaro di Francesco che le guardie che erano alle Cote hanno avvistato il convoglio dei corsi. Questi subito invita il caposquadra Bargone a distribuire i cinquanta fucili con cartucce che gli erano stati affidati dal commissario. Si formano diverse squadre che si recano a sorvegliare le principali cale dell’isola. Tre uomini che si sono recati verso Santo Stefano, vi arrivano quando già i corsi sono sbarcati. Questi li bloccano e gli tolgono i fucili. Stessa sorte tocca a quattro uomini che sono andati in Carbicina. Tutti vengono condotti alla chiesa del porto. Quando al sorgere del sole, la trentina di uomini che presidiano le varie cale della Mortola, Teglia, Portovecchio, e sul monte Capo si incamminano sulla strada del ritorno al paese arrivati sulla Ruta scorgono i corsi nei pressi della chiesa del Porto. Allora si fermano ma vengono convinti da Giovanni e Filippo Bargone, Padri del Comune, a proseguire senza temere ma, giunti nei pressi della chiesa vengono disarmati dai corsi che gli prendono i fucili e le cartucce.[20]

La resistenza dei capraiesi è stata inesistente ed è evidente che il partito favorevole ad una alleanza con i corsi gode ormai il consenso della maggioranza della popolazione.

Riprendiamo la descrizione dei Ragguagli:

Gionto tutto il distaccamento in vicinanza del paese i nostri comandanti fecero intendere agli anziani e padri del comune di Capraia che l’oggetto di quella spedizione non era che per espellere dalla loro isola i genovesi comuni nemici, ed unirla al corpo della nazione, per fargli godere i frutti della comune libertà: che perciò si lusingavano che il loro popolo, anziché mettere ostacolo a questa spedizione, l’avrebbe accolta di buon animo ed  avrebbe cooperato col suo zelo al buon esito di quella impresa. Avute queste sicurezze comparvero poco dopo i padri del comune, e la nostra truppa entrò colla maggiore segretezza e con tutto il buon ordine nel paese, ove furono immediatamente occupati i posti e le case più vicine al castello, per impedire che non vi penetrasse cosa alcuna, essendo stato spedito nel tempo stesso un ufficiale con dodici soldati ad occupare la cappella e li magazzini del porto. Avvedutosi la mattina il commissario genovese dell’entrata dei nostri nel paese e di essere assediato, cominciò a minacciare i capraiesi perché non si fossero difesi, avendo loro fatti distribuire qualche giorno avanti 140 fucili. E principiò l’artiglieria a tirare contro le case, e specialmente contro il convento che era stato pure occupato dai nostri.[21]

Nel Forte la mattina del 17 febbraio rimangono assediate le seguenti persone:[22]

– il commissario Bernardo Ottone, il capitano Emanuele Massari, l’alfiere Giacinto Poggi, il cannoniere Giuseppe Connio, il chirurgo Antonio Maria Cocchi, l’arciprete Giuseppe Solaro, il cappellano, il tenente dei cannonieri Emanuele Morgana, il cannoniere Giuseppe Maria Bargone, il bargello Domenico Canepa, 4 famegli, 49 tra donne e loro figli, 36 soldati

In totale 99 persone. Le donne con figli sono sia le mogli dei funzionari e soldati della guarnigione genovese, sia quelle di padroni capraiesi assenti al momento dello sbarco dei corsi.

Le difese del forte non sono imponenti, ma sufficienti a resistere all’attacco dei corsi:[23]

1 colubrina, 2 mezze colubrine, 1 mezzo cannone, 1 quarto di cannone, 2 sagri, 3 falconi, 1 falconetto, 2 smerigli

Nei primi giorni dell’assedio il commissario Ottone fa rinforzare con pietre le feritoie e riempire di terra numerosi sacchi da porre a rinforzo delle mura. Inoltre, ritenendo di non aver sufficiente farina tiene scrupolosamente conto delle razioni giornaliere da distribuire a tutti gli assediati in ragione di una razione per adulto e delle mezze razioni quando vi siano dei figli. Ogni razione è di circa 500 grammi di farina che viene cotta per farne del pane. Su consiglio dei suoi ufficiali il commissario Ottone decide di assegnare ai soldati una gratificazione di soldi 2 e 8 denari al giorno in ragione del servizio che prestano per maneggiare l’artiglieria.[24]

Il 17 febbraio il vicegerente di Bastia scrive a Genova che, secondo notizie ricevute da Macinaggio, alle ore 22 del 16 febbraio sono partiti da quel porto venti vascelli tra cui quattro gondole capraiesi, che hanno imbarcato cinquecento fucilieri diretti dai migliori capi della nazione corsa con quattro cannoni e provviste di biscotto, farina, castagne, grano e legnami.[25]

Il 18 febbraio arriva a Genova con la sua gondola il padrone capraiese Michel’Angelo Agostini che così depone:

che lunedì mattina, 16 corrente, partì da Livorno per andare in Caprara, e che camin facendo sentÌ due colpi di cannone, per il che dubitò che i corsi potessero avere sbarcato nell’Isola. Si trattenne perciò sino allo spuntare del giorno, ed allora essendosi incamminato per entrare nel porto di Caprara, fu chiamato dalla Fortezza, la quale tirò tre in quattro schiopettate per dare un maggiore segnale. Essendo dunque andati in vicinanza della Fortezza quel Signor Commissario, comandante della truppa, Cancelliere, ed altri li dissero di dover subito partire per Genova per avvisare che il Paese era preso dai Corsi, i quali avevano sbarcato la sera avanti. Il Signor Commissario ha raccomandato al padrone di venire subito a Genova per domandare soccorso. Detto Signor Commissario disse che le Torri non erano ancora state occupate dai ribelli. Disse al detto padrone che sua moglie, con altre donne si erano ritirate in Fortezza.[26]

Pinco genovese

Fig. 5 – Pinco genovese

Il 19 febbraio a Genova vengono date disposizioni affinché vengano spedite, sulla gondola dello stesso Agostini e di quella del capraiese Angelo Roverano che si trova nel porto di Genova, del biscotto, dell’acquavite, della farina, del riso, dei fagioli, delle cariche per fucili e per cannoni. Inoltre si decide di noleggiare un pinco da guerra comandato dal capitano Antonio Giugge detto Catalano, sul quale vengono imbarcati del vino e della polvere da sparo, e un rinforzo di soldati. Vengono dati ordini perché si allestiscano due feluche con quattro spingarde ciascuna, armi, provviste e 62 soldati con i loro ufficiali.  Tutte queste imbarcazioni, partite il 21 febbraio da Genova, giunte all’altezza di Capraia e trovandola già occupata, ripiegano nel porto di Livorno e poi ritornano a Genova.[27]

A Capraia, intanto, capitolano anche le torri, prima quella delle Barbici, poi il la mattina del 19 quella dello Zenobito e la sera quella del porto.

I corsi non perdono tempo e già il 17 febbraio arruolano numerosi capraiesi che dividono in tre compagnie, una di 27 soldati al comando Gio Batta Princivalle, una di 25 soldati comandata da Nicolò Bargone, e una di 25 comandata da Antonio Sabbadini. I tre comandanti ricevono un compenso mensile di 40 lire, mentre ai soldati ne ricevono 10.

Nei giorni successivi diverse imbarcazioni capraiesi vengono noleggiate per i trasporti di vettovaglie e uomini dalla base logistica di Macinaggio. Anche le donne capraiesi vengono utilizzate per il trasporto di grano e farina dal porto al paese e per la fabbricazione del pane.[28]

Per i Capraiesi che hanno perduto ormai ogni sostentamento dall’attività dei trasporti per mare e del commercio, l’occupazione dell’isola da parte dei corsi costituisce un insperato sostegno alla loro sopravvivenza.

Il 28 febbraio il vicegerente di Bastia scrive che, secondo le voci a lui pervenute, il numero dei corsi in Capraia è ora di almeno seicento combattenti, che le tre torri dell’isola si sono arrese, perché i soldati che le custodivano le hanno cedute senza sparare un tiro di fucile in cambio di ottenere un passaggio per Livorno o contro un pagamento in moneta (storia vera in quanto a Stefano Tomei per gratificazione della resa della torre delle Barbici vengono versate d’ordine di Achille Murati lire 10). Inoltre i corsi stanno scavando una trincea nella prima casa più vicina al Forte per batterlo con sei cannoni. Secondo il vicegerente di Bastia:

Il Magnifico Commissario di Caprara, con cui i corsi hanno fatto un giorno di armistizio, ha ricevuto tutte le capitulazioni stategli proggettate, e perché da Corsi è stato minacciato che doppo che sarà formata la loro trincea, non gli accoderanno alcuna capitulazione, ha loro risposto che si darà fuoco quando si vedrà al punto estremo di essere vinto o dalla forza, o per mancanza di provvigioni, delle quali però ne aveva per sé e per la sua guarniggione per tutto agosto prossimo.[29]

Occorre far qui presente che le uniche informazioni, su quanto succede tra il Macinaggio e Capraia durante il periodo dell’assedio, vengono fornite al generale Pinello e a Genova dai messaggi inviati dal vicegerente di Bastia Speroni sulla base delle notizie che gli vengono fornite da informatori che lui ritiene di sua fiducia e che sono dislocati in vari paesi del Capocorso. I corsi che probabilmente sono al corrente di queste tresche ne approfittano per spargere notizie, che amplificano i loro sforzi per catturare Capraia, sia sul numero delle truppe sia sui rifornimenti di armi e cannoni, sia sulle vettovaglie.

Sempre il 28 febbraio, a Genova, i Serenissimi Collegi e il Minor Consiglio decidono di inviare a Capraia due galee, quattro pinchi e cinque feluconi con armi, provvigioni, e soldati, e nominano il senatore Agostino Pinello a commissario generale e supremo comandante della spedizione di Capraia. Agostino Pinello fa parte di una delle famiglie nobili della Repubblica, ma non risulta che abbia avuto in precedenza esperienza di mare e di comando.[30]

Raggia

Fig. 6 – La galea Raggia

Prima della partenza la spedizione viene rinforzata perché ne fanno parte tutte  le quattro galee della Repubblica, Capitana, Raggia, S. Giorgio e Santa Maria, comandate rispettivamente dai capitani Paolo Spinola Cesare De Marchi Giacomo De Marchi e Vincenzo De Benedetti; due squadre da corsa una al comando di Cesare Lomellino, capitano del porto di Genova, formata da quattro pinchi, oltre al suo, comandati dai capitani Giovanni Domenico Botto, Pietro Paolo Spinola, Carlo Fabrizio Staglieno, Antonio Giuge, e l’altra al comando del capitano Antonio Foglietta formata da nove feluconi; il tutto accompagnato da una decina di imbarcazioni da trasporto e da quattro minolli.[31] Il 5 marzo la flotta lascia il porto di Genova in ordine sparso con l’intento di trovarsi all’altezza di Gorgona, manca soltanto la galea Raggia che si unisce agli altri navigli solo più tardi. Ma le cattive condizioni del mare costringono i bastimenti a cambiare sovente rotta e solo la sera dell’8 marzo le tre galere e i pinchi si ritrovano davanti a Capraia. Il 9 marzo il generale Pinello decide di disporre le galee a ponente dell’isola per intercettare i trasporti da Macinaggio, mentre i pinchi veleggiano lungo la costa di levante per impedire sia l’entrata sia l’uscita di bastimenti dall’isola. Subito ci si rende conto che non è possibile portare alcun aiuto al forte assediato e il generale Pinello osserva che la Fortezza fa poco fuoco, per lo che congetturo abbia poca polvere, li tetti si vedono per anche intatti, e conseguentemente non penuria di legna. Aggiunge: avevo fissato di distruggere col cannone delle galee due filuconi esistono nel porto, ed ero sul ponto d’effetturlo, ma il dubio di non far crdere alla guarniggione che potesse essere il tentativo del sbarco, e far loro consumare quella poca polvere, m’ha fatto cambiar d’idea, e differirla ad altra occasione. Emerge qui tutta l’indecisione e l’incapacità del generale, indecisione e incapacità che si protraggono per tutto il lungo periodo dell’assedio.

botto

fig. 7 – Il capitano Gio Domenico Botto

Viene quindi convocata una riunione segreta alla quale partecipano il colonello Schèiber comandante della truppa, il maggiore Codeviola, del corpo degli ingegneri della Repubblica, e il tenente d’artiglieria Giacomo Bertolotto, che stendono la seguente relazione:

“Unico progetto per attaccare l’Isola della Caprara fissato dal consiglio di Guerra tenuto al Bordo della Galea Comandante, alla mattina del giorno 9, dopo tutte l’osservazioni state fatte in poca distanza dalla Terra, per osservazione de postamenti del nemico, composto del Sig.r Tenente Collonello Schèiber, dal Sig.r Maggiore Codeviola, e del Sig.r Tenente d’Artiglieria Giacomo Bertolotto s’è ristretto unicamente à medesimi per il maggiore secreto, essendo questi assolutamente necessario, qualora vi fosse il pensiero di porlo in esecuzione. Essendosi dunque riconosciuto in questo giorno il stato, e disposizione de portamenti del nemico per il blocco della Fortezza della Caprara, anno ritrovato, che vi sono quattro batterie, e diversi trincieramenti. La prima batteria è d’un cannone da libre sei, in una grotta posta sotto dello scoglio, sopra del quale è fondata la fortezza indicata n° 1, dalla quale si scuopre il seno fraposto alla ponta immediata X. La seconda batteria, è in questa istessa ponta X, d’un cannone da libre dieci, per via più impedire l’accesso al detto seno. La terza batteria è il cannone da libre dieci situato nella Torre del Porto; e la quarta batteria, è nel seno del Porto di rimpetto alla bocca, in vicinanza de magazeni, la quale è di due cannoni dà libre dodeci circa. Le trinciere sono tutte dirette ad impedire lo sbarco, e soccorso dell’accennata fortezza, conforme chiaramente si vede marcato nel disegno con li numeri 2:4:5, essendo perciò imposibile si possa intraprendere lo sbarco, non solo per occupar l’Isola, ma ne tanpoco per soccorere la fortezza, atteso anche al numero de nemici, che da accertata notizia avuta è di 600, ben fortificati, non solo in dette trinciere, ma ancora nelle case, non scoperte dalla fortezza, attesa la disposizione del Colle. Avendo perciò fatte le dovute riflessioni sopra del mettodo, che si dovrà tenere per occupare la detta Isola, altro non anno ritrovato più opportuno, che quello d’attacarla da tre parti, cioè di dare due falsi attachi, ed un vero attacco. Il primo delli due falsi attachi, sarà allo scalo delle saline P. tentando d’attaccare la Torre del Zenopito. Il secondo sarà allo scalo di S. Francesco Q., tentando di voler introdurre il soccorso nella piazza da quella parte. Il vero attacco sarà scalendo per il porto vechio S. occupando la costiera, che domina non solamente lai magazeni H, e batteria .6., ma ancora la Chiesa dell’Assonta G, per indi inoltrarsi a prender il nemico di fianco, restando in questa guisa il nemico fra due fuochi, cioè da questo attacco, e dal fuoco della fortezza. Essendo donque il nemico nell’accenato numero di 600, benche dovrà distribuirsi alla diffesa di quelli posti, atteso il vantaggio d’esser dominante, e fortificato, esigge almeno 800 huomini di sbarco, non compresi però le corrispondenti guarniggioni delle Galee, de Pinchi, e Filuche, atteso il corso, che queste devono fare per impedire il rinforzo di Gente, già preparata nel Macinaggio con li viveri corispondenti, non potendosi in verun modo con quel numero di soldati, che sono in quest’armamento fare alcun tentativo, ne di sbarco, ne di soccorso, atteso la forza del nemico, e l’avantaggiosa situazione dello stesso, per esser l’accenata Isola di Caprara un scoglio, solamente accessibile per li detti tre scali, e doversi passare per sentieri strettissimi, e senza esservi terra per alzare trinciere, per quali ragioni, e circostanze di fatto s’esigge maggior numero di soldati di quello che sia il numero de nemici, ad effetto d’ottenere sicuramente l’intento, cioè di ricuperare un’Isola, posto così importante, meritando perciò il zelo d’una puntuale deliberazione, per potersi aproffittare dell’occasione d’esser la fortezza, in stato di fare qualche diffesa, perche poi, se questa si perdesse, vi vorrebbe per questa impresa maggior numero de soldati di quello si dimanda. A questo numero di truppa doverà seguitare 2000 fascine, sachi a terra, barili per aqua, et altro secondo il formal detaglio, che bisognerà presentarsi in tutto lo necessario per fortificarsi, ed approssimarsi, ed impadronirsi del Paese.

Assedio

Fig. 8 – Pianta di Capraia assediata, 1767

Lo stesso giorno il Pinello invia a Genova il maggiore Codeviola con la relazione in modo che possa riferire direttamente sulla situazione dell’isola.[32] Intanto, verso sera, il capitano Lomellino trovandosi poco distante dalla costa dell’isola decide

di riconoscere la forza di fuoco dei ribelli, m’avvicinai a mezzo tiro di cannone; principiò a farmi fuoco un cannone postato sotto S. Francesco, che giudicai essere da sei.  Altro postato nel centro del Porto su la spiaggia fece parimente fuoco, e lo giudicai essere da 18.  Altro postato a’ piedi della Torre del Porto piccolo cannone, et altro più a mezzo giorno della Fortezza parimente piccolo fecero fra tutti quattro da 12. tiri in circa sopra di me, le palle de quali niuna colpì, passarono in gran distanza stimai farle qualche poco fuoco sopra le loro batterie, e inoltratasi la notte mancava il vento, mi staccai.[33]

Sulla base della relazione e della audizione dello stesso maggiore Codeviola, i Serenissimi Collegi il 18 marzo inviano al Minor Consiglio una relazione che prospetta due alternative: la prima è quella di effettuare uno sbarco anche se richiede un numero considerevole di soldati, la seconda e quella di effettuare un blocco dell’isola in modo da impedire ogni tipo di rifornimento ai ribelli corsi. La discussione e le votazioni nel Minor Consiglio si protraggono fino al giorno 20 con diversi interventi che mettono in rilievo l’importanza di Capraia perché perduta Capraia deve anche considerarsi perduta la piazza di Bonifacio. Perdute queste piazze altro non vi ha su cui contare possa la Repubblica, perché perduta la Corsica è perduta la Terraferma.[34]

Le condizioni del mare in questo periodo sono piuttosto cattive e le galee hanno difficoltà a tenere il mare e passano la maggior parte del tempo nel golfo di La Spezia, solo i pinchi rimangono a presidiare i mari dell’isola.[35]

Il 21 marzo i Serenissimi Collegi scrivono al Pinello di aver approvato lo sbarco e gli inviano anche un elenco di soldati disponibili a Genova e Savona. Fatti i conti, il Pinello, anche se racimola soldati delle galee e buonavoglia arriva ad una forza per lo sbarco di soli 456 soldati, giudicati insufficienti per l’impresa.[36]

Intanto la guarnigione corsa in Capraia si rinforza e secondo il racconto fatto al vicegerente di Bastia da due capraiesi e da Pasquale Badaracco di Chiavari, che hanno lasciato Capraia il 26 marzo, il numero dei corsi in Capraia è di circa 480 uomini di cui 308 nelle postazioni dotate di 7 cannoni. I tre consegnano al vicegerente la lista delle postazioni ed alcune loro annotazioni.[37] 

 

La sera tra il 27 e il 28 marzo verso l’una di notte il commissario Ottone riesce a far scendere in mare, con una fune, un coraggioso soldato genovese, Francesco Toso, che a nuoto riesce a raggiungere una lancia, comandata dal sergente Pellegrini, inviatagli incontro dal pinco del capitano Spinola in mezzo al tiro dei moschetti e del cannone dei corsi. Il soldato porta con sé la seguente lettera del commissario Ottone indirizzata al generale Pinello:

Con mio sommo piacere ho inteso la degna scelta fatta nella persona di V. E. al soccorso di quest’isola, riservandomi in appresso a dovergliene fare le mie congratulazioni in persona, dopo sarà V. E. felicemente sbarcato a terra.

I ribelli Corsi sono circa duecento, compreso un terzo di Capocorsini, sono vilissimi di spirito compreso i Capi, perché fuggono da longi un miglio quando sentono le schioppettate, onde mediante la Providenza, e la bravura d’un così degno Capo, che l’affare andrà bene. I detti ribelli hanno serrato la bocca del Porto con dell’alberi de bastimenti, che hanno uniti con delle corde, e dato fondo con due ancore alla metà di detti alberi, e legate con corda le due teste. Nella piccola bocca poi v’anno posto un vecchio bastimento pieno di pietre.

Devo poi far presente a V. E. così convenuto con questo comandante di truppa, aver fatto misurare l’altezza, che v’è dal piede della Fortezza verso levante fino al mare, e si ritrovò circa duecento palmi, come potrà meglio vedere dalla misura, che si consegna al presente latore.

Onde se stimasse far costruire una scala di corda per montare centocinquanta uomini, che sarebbero bastanti per scacciarli dal scalo detto il Bagno, che resta immediatamente su la dritta della Fortezza, verso mezzogiorno, ed allora montare il restante della truppa, o pre far costruire un recipiente dove potessero stare uno, o due uomini, che … dal sito indicato, mediante due … sottili, ed una taggia che V.E. ordinerà si provveda, che si tirerebbe subito fossero arrivati al scalo.

Deve V. E. aver presente, che quando le scialuppe sono sotto il scalo indicato, non rischiano più niente, essendo al coperto de portamenti de ribelli, come potrà meglio informarsi dal coraggioso latore, il quale dice di esser pratico, pure di alcuni nati dell’isola. Sarà necessario, se V. E approva uno de due partiti, dare avviso con due tiri di cannone alla mattina o all’ora che meglio stimerà, e che dovrà passare mezz’ora da un tiro all’altro. La prego pure darmi avviso con un tiro di cannone, subito sarà arrivato il soldato a bordo per mia tranquillità.

Quando mai V. E. giudicasse poi appiliarsi ad altro partito procuri almeno farmi avere qualche proviggioni da bocca, e da guerra, avendone tutta la necessità, ritrovandosi la truppa da molti giorni a pane e acqua. I capraresi sono quelli che portano le proviste a ribelli, e si adoperano molto in suo vantaggio, comprese le donne, e ragazzi di cui averà V. E. inteso le grida la prima sera che venero le filuche poco lontano dalla Fortezza, che poco avessero più avanzato restavano al coperto de ribelli.

Prenda pure coraggio la truppa e sij V. E. persuasa della facilità nell’ottenere vittoria. Desidero presto poter riverire V. E.[38]

Ed ecco come i Ragguagli descrivono l’avvenimento:

Il comandante del castello per agevolarsi la comunicazione col mare avea fatti scendere alcuni soldati sopra il ripiano di una rupe che domina una piccola cala sottoposta, ed avea loro fatta occupare una grotta detta del Margano che è sopra la detta rupe. La notte del 27 marzo fu fatto calare da questa rupe con una lunga fune un soldato nella cala sudetta, da dove a nuoto passò a bordo di una feluca che si era accostata in molta vicinanza.

Grotta Margana

Fig. 9 – Le grotte sotto la Fortezza durante l’assedio

Sotto la Fortezza oggi

Fig. 9 – La costa sotto la Fortezza oggi (Foto F. Guidi)

Fin qui la descrizione coincide con quella del generale Pinello, quello che manca nella descrizione del generale è quanto segue:

Il soldato sceso dalla fortezza viene raccolto dal pinco del capitano Spinola, che dopo aver parlato con il comandante Lomellino, si reca nel golfo di La Spezia dove si trova la galea del generale Pinello per consegnarli il messaggio del commissario Ottone.

Il 29 marzo il comandante Lomellino, appreso che la fortezza era sprovvista di munizioni decide di tentare un’impresa che da tempo divisava. Ecco il suo racconto:

feluca genovese XVIII secolo

Fig. 10 – Feluca genovese del Settecento

… avendo osservato varj bastimenti mercantili restati in calma in vicinanza di 4 miglia circa del Senopito, credei che questi potessero in qualche modo favorire l’impresa che meditavo. Concertai adunque a tall’efetto col Cap. Foglietta e i miei ufficiali di fingere un falso attacco contro la vicina cala del Ferletto [Zurletto] e mentre che io mi tratteneva in quello per attirare l’attenzione e le premure dei ribelli verso quel porto, detto capitano con la sua filuca si portasse allo scalo della Fortezza e procurasse di farle tirar dentro, oltre una lettera ed altro bisognevole, sei barili di polvere e due di cartuccie. Per facilitare ai quali ed assicurarli dall’urto scabroso degli scogli nel tirarli sopra, gli avevo fatti fasciare di corda di sparto e guarnire di foglie e funi appropriate per prevenire ogni mancamento e disordine. Feci altresì impagiettare, per quanto si poteva, la di lui filuca e la providdi del necessario a tale affare; esortai ancora il patrone della medesima a levar l’albero di trinchetto e bittarlo per potersi più francamente approssimare allo scalo destinato, il che esso non giudicò necessario perché uno dei suoi marinari, che già vi era stato altra volta, lo assicurò che la filuca vi poteva stare traversa senza disalberare. Finalmente gli rinfrescai l’equipaggio e per animarlo gli promisi che, riuscendo il tentativo, lo avrei rimunerato col regalo di dodeci zecchini. Ordinai altresì al tenente Alessandro Reta, volontario in questa campagna, il quale non solamente in questa ma in tutte le altre occasioni generosamente offeriva l’opera sua, di garantire con altre due filuche esso Cap. Foglietta da qualunque bastimento ribelle, che potesse attaccarlo e da qualunque altra disgrazia che potesse avvenirli, e che però si tenesse con tutta attenzione alla bocca del porto. Andavamo ancora intesi fra i nostri bastimenti che alla prima notte tutti ci trovassimo in una segnata distanza e che ognuno di essi stasse in attenzione che, al uscire di un razzo dal mio bordo, ogni altro di essi ne sparasse un altro e che la mia lancia ne lasciasse varj in varie situazioni per fare così una maggior illusione a ribelli. Fra questi bastimenti non ebbi la sorte di aver compagno il Cap. Botto, che avevo sempre lontano, il quale però non mancò di secondare alla lontana il nostro segnale così concertato. Il tutto all’ora assegnata che era per questo finto attacco, l’una e mezza di notte e le due e mezza per la filuca del Cap. Foglietta, diedi l’avvisato concertato segnale e tutti li bastimenti secondarono e si portarono a terra in aria di sbarcare. Una truppa ribelle, ch’era alla guardia di quello scalo, fece subito fuoco addosso le filuche e lancia: le corrisposero i nostri bastimenti; mi avvicinai col pinco in terra più che fu possibile e cominciai a far delle cannonate per maggiormente collorire il finto sbarco: di fatto varie truppe di ribelli venivano in furia e calavano dalle alture allo scalo e facevano continuamente fuoco sopra le suddette filuche. In questo mentre, secondo l’accordato, le filuche s’indrizavano verso la Fortezza per eseguire la loro incombenza. Continuai a far fuoco col pinco e mia scialuppa e al termine di questo il Foglietta, secondo l’ordine concertato, dovea presentarsi allo scalo della Fortezza. Continuavano intanto a calare i ribelli, facendo fuoco e grandi voli. Quando viddi il fuoco della Fortezza, girai di bordo verso la suddetta per osservare e provvedere ad ogni accidente de bastimenti e prevalermi di qualunque favorevole occasione mi avesse presentato la sorte e le circostanze di poter soccorere in qualche maniera di provigioni anche da bocca l’angustiata Fortezza, non avendo omesso di far accendere un fanale di poppa per segno alle filuche. Verso le ore 4 viddi comparire la filuca del Cap. Foglietta senza aver fatto nulla, il quale dissemi aver incontrato il pinco del Cap. Spinola ed, avendole communicata la sua commissione, lo dissuase d’eseguirla con dirle che non avrebbe fatto nulla (non so con qual fondamento se prudente o prudentissimo), con dirli anche che all’imboccatura di questo scalo vi era una secca, quando si sa che la scialuppa dello Spinola non vi era stata e che il soldato scalato dalla Fortezza era ito a nuoto molto fuori al bordo della di lui cialuppa, sicché era una secca immaginaria, colla quale gli è riuscito spaventarlo: in somma le disse che non era di sentimento che tentasse cosa alcuna. Tanto bastò perché andasse a vuoto ogni cosa. Il tenente Resta, ch’era portato nel suo paraggio, non vedendo comparire il Foglietta, fece varj giri intorno allo scalo e, non vedendo uscire alcun bastimento di terra, fu sorpreso quando se ne vidde comparire uno di fuori ed, avvicinatisi ambi, si diedero il Santo e trovò essere il Foglietta ed, essendo il detto Reta bersagliato dalla moschetteria ribelle, si ritirò e consigliò il Foglietta ad eseguire la sua commissione, congetturando essere i ribelli tutti occupati a diffendere lo scalo fintamente attaccato, dal vedere, radendo  la costa, sempre truppe di ribelli che colà correvano, delle quali alcuna le facevano fuoco addosso. Pare che se avessimo avuto più fortuna e minor prudenza, tale spedizione sarebbe terminata con esito più felice.[41]

Il 31 marzo il vicegerente Speroni comunica che il commissario Ottone ha

alberata bandiera negra, e da quel vero Patrizio, ch’egli è, va facendo da pochi giorni a questa parte delle gran cannonate bersagliando sommanente il Paese e li postamenti che scopre de nemici, e fra li morti si conta il Antonio Oletta, detto Chipa, perdita ch’è causa d’infinito dispiacere al Paoli, ed al Barbaggi, di quali era confidentissimo.[42]

Intanto a Capraia il numero degli assedianti aumenta ed arriva nel mese di marzo a circa quattrocento uomini più i circa ottanta uomini delle milizie capraiesi.[43]

Il primo aprile il generale Pinello, dopo essersi approvvigionato dei materiali necessari a realizzare il piano suggerito dal commissario Ottone, ritorna a Capraia e si posiziona con la sua galea davanti al Forte ma si accorge d’un gran travaglio fatto dai ribelli in pochi giorni. Decide allora di inviare lo schifo della sua galea verso terra per vedere se sia facile di far calare dalla fortezza delle corde per far risalire le scale, mentre la galea San Giorgio con i pinchi e le lance attende un segnale per tentare l’impresa. Ecco come prosegue il racconto del generale Pinello:

le due galee [Capitana e S. Giorgio] si sono accostate verso la terra, e non hanno tralasciato di bersagliare col cannone loro rispettivo li postamenti del nemico, che potevano impedire allo schifo l’approssimarsi al luogo indicato, attesi li travagli fatti da ribelli, particolarmente dentro il medesimo seno, e nel luogo altresi più scosceso, che è a perpendicolo, per dove necessariamente si dovea, col mezzo delle scale salire nella fortezza, anno costrutto delle piccole caverne, ove da tutte le parti vanno facendo un continuo fuoco, la fortezza medesima ha gridato più volte, che non dovessero approssimarsi, mentre sarebbero rimasti inutilmente offesi, e che dovessero ritirarsi, a qual partito à abbisognato si sia rivolto, anche chi comandava nel schifo i volontari, soldati e buonavoglia che in esso erano, in vista altresi dell’instruzione di ritirarsi, in caso che dentro il seno vi fossero con forza maggiore fortificati i ribelli, se il tempo fosse stato migliore, e con poco vento si sarebbero potute la galee, anche maggiormente approssimarsi, per fare giocare il cannone a mitraglia.

Il generale Pinello rinuncia quindi all’impresa e decide di eseguire il piano preparato dal maggiore Codeviola, non appena gli saranno inviate delle truppe.[44]

A causa del mare cattivo e della difficoltà per le galee di restare alla cappa il generale Pinello decide di ritirarsi nel golfo di La Spezia lasciando soltanto i pinchi a sorvegliare le coste di Capraia per impedire i contatti dei ribelli con il Macinaggio, dove si sono radunati numerosi fucilieri e vengono rafforzate le difese per timore di un attacco da parte della flotta genovese. Nello stesso porto c’è una gondola capraiese, carica di rifornimenti per Capraia, che è in attesa del vento favorevole per partire.[45]

Il 6 aprile il generale Pinello comunica che una cinquantina di volontari di Sarzana con un loro ufficiale sono fuggiti per paura dell’impresa e del mare. Chiede quindi altre truppe per lo sbarco, un ufficiale di stato maggiore, un ingegnere in sostituzione del maggiore Codeviola. Comunica altresi di aver deliberato una ricompensa di Lire 200 per il soldato che si è calato dalla Fortezza di Capraia. Lo stesso giorno Genova gli comunica di aver deciso l’invio di 100 uomini di truppa e 50 paesani di Polcevera oltre ai capitani Berlengeri e Siri.

Lo stesso giorno due delle galee, la S. Giorgio e la Raggia, che il generale Pinello ha inviato a Capraia a sorvegliarne la costa, si scontrano nei pressi della Gorgona e sono costrette a rientrare a la Spezia per le riparazioni.

Il 15 aprile il Pinello è ancora fermo nel golfo di La Spezia ma, scrivendo ai Serenissimi Collegi, dice di essere pronto a partire avanzando una serie di scuse per giustificare la sua scarsa attività:

… certo si è che le circostanze presenti, attesa la somma difficultà delli scali, li travagli hanno avuto i ribelli al comodo intraprendere, li continui rinforzi vanno loro giongendo dal Capo Corso, a segno che ora mai è maggiore il numero de difensori che quello dell’aggressori, rendono più difficile l’evento, e male volontieri  accorere, e rimediare a mio grado, ma in queste operazioni di mare con bastimenti che non prestano la totale ubidienza, dipendendo anche dall’incostanza de tempi, cagionata dalla presente stagione, rende la cosa viepiù malagevole.[46]

Lo stesso giorno il commissario, concordata una breve tregua con gli assedianti, fa uscire dalla Fortezza 10 donne capraiesi, riuscendo coì a ridurre il numero di razioni giornaliere.[47]

Nel frattempo, l’8 aprile, Pasquale Paoli è arrivato al Macinaggio con dei rinforzi e corre voce che vi rimarrà finché non terminerà il blocco dell’isola di Capraia.

Il 17 aprile il generale Pinello lascia il golfo di La Spezia con la Capitana e la Santa Maria diretto al Capocorso per vedere di intercettare bastimenti che portano rifornimenti a Capraia e per incontrare a Bastia il vicegerente dal quale spera di ottenere maggiori informazioni su quanto succede al Macinaggio e a Capraia. Dopo di lui anche il resto della squadra si dirige su Capraia. Il mattino successivo si alza un forte vento di Ponente e tutta la squadra, comprese le due galee del generale Pinello, si rifugia nel porto di Portoferraio.

Secondo i Ragguagli il 19 aprile i corsi rendendosi conto che la Fortezza resisteva

consultarono di tentare una scalata dalla parte del Bagno ove il muro era più basso, ma essendo il luogo troppo scoperto ed inacessibile di giorno per poter riconoscere la giusta altezza del muro, fu allestita una scala alta 38 palmi e creduta sufficiente, e si elessero di salirla i primi i signori Giancarlo Saliceti, Antonio Gentili, Angelo Franceschi di Centuri, Casella, Gio Natale Rutali e molti altri. La notte soffiando un vento forte fu portata la scala al luogo destinato ed appoggiata al muro, e vi salì il primo il Rutali, ma avendo trovata la scala troppo corta se ne voltò in dietro, e fattovi salire un altro più alto di statura a questo poté riuscire di attaccarsi alla somità del muro. Nell’atto di ritirar la scala per aggiungerla si staccò una pietra dalla muraglia ed avendo fatto nel cadere un gran strepito chiamò a quella parte l’attenzione degli assediati, che avvedutisi del disegno dei nostri cominciarono a gettar giù dei gran sassi e delle granate per cui furono i nostri obbligati a ritirarsi e ad abbandonare la scala, che la notte seguente con uncini di ferro fu tirata dagli assediati dentro il castello.[48]

Il 23 aprile Pasquale Paoli è a Macinaggio dopo essersi incontrato il giorno precedente in Erbalunga con il generale Marbeuf.[49]

Finalmente calmatisi il vento e il mare, il primo maggio, il generale Pinello con tutta la squadra è nelle acque di Capraia, per tentare lo sbarco. A sera il capitano Berlengeri, secondo un piano che ha elaborato per portare soccorso alla Fortezza fa accostare verso il Bagno un piccolo brulotto che viene incendiato e che getta in aria un turbine di sassi. Una seconda imbarcazione dotata di scale non riesce nel suo intento e rinuncia all’impresa attesa la situazione presentanea de nemici. Due marinai rimangono feriti, uno leggermente e l’altro mortalmente.[50]

Ma nella notte si leva una forte grecalata con abbondante pioggia. Un piccolo consiglio di guerra, sentiti i piloti, decide che è opportuno rientrare a Portoferraio anche per raccogliere delle provviste. Fattosi giorno sale a bordo della galea Capitana il capitano Lomellino che chiede di conferire con il generale. Appreso che era stato deciso di partire per Portoferraio, il capitano riesce a dissuadere il generale dal partire ma di approfittare del tempo, che è nel frattempo migliorato, e di tentare l’impresa. Il generale si dice d’accordo e quindi decide di dare inizio alle operazioni. Al capitano Lomellini viene affidato il compito di coordinare lo sbarco delle truppe. Un primo contingente, al comando del tenente colonello Antonio Matra, è formato da tre picchetti da 50 uomini ciascuno imbarcati su due barchi e due feluconi al seguito del pinco del capitano Lomellini. Il secondo, comandato dal colonello Lantiani e composto da 6 picchetti e una compagnia di granatieri, imbarcati su una barca al seguito del pinco del capitano Domenico Ferretto deve muoversi quando gli viene segnalato che il primo contingente è sbarcato con successo. Il primo contingente deve impadronirsi dell’altura della Figa o delle vicinanze della stessa. Le quattro galee e due pinchi si devono portare di fronte alla Fortezza, e il tenente colonello Schreiber, dopo essersi conto che gli sbarchi precedenti hanno avuto successo, deve effettuare uno sbarco al Bagno con il resto della truppa. Di notte la galera S. Giorgio con il pinco del padron Giacomo Piaggio, che ha portato dei rinforzi di truppa, deve portarsi davanti a Portovecchio e non appena sente dei tiri di fucile provenienti dalla punta della Fica deve fingere di tentare uno sbarco facendo tirare dei colpi di fucili e qualche tiro di cannone, e non appena ode le altre galee sparare tiri di cannone deve raggiungerle davanti alla Fortezza.

Durante la notte viene distribuito pane e vino alle truppe da sbarco. La mattina del 3 maggio verso le sei, le truppe del primo contingente iniziano le operazioni di sbarco nella piccola cala della Civitata che non è sorvegliata dai corsi e dalla quale inizia un sentiero che porta verso la punta della Figa e il paese svolgendosi a circa un centinaio di metri dal livello del mare lungo la pendice orientale del monte Campanile.

Ecco come il generale Pinello riferisce gli avvenimenti dopo lo sbarco:

Fatto lo sbarco de 150 volontarij, comandati dal colonello Matra, nel luogo detto la Civittà, per una strada incognita, e molto comoda, seguendo di guida un forzato caprarese, quale ha servito molto bene, avendolo lusingato di procurarle la grazia da VV. Serenissime, il che è riuscito assai felicemente, avendo occupate, non solo l’alture, ma sorpreso e tagliato a pezzi un postamento nemico, ma invece d’eseguire l’instruzione, abbandonata l’altura, che poteva garantire loro la ritirata, si sono accunzati con troppo coraggio, avendo senza molto contrasto, entro nel paese obbligati li nemici a ritirarsi, essendo arrivati alle prime case dello stesso, lusingati, che il colonello Lantiani, con il distaccamento da lui comandato, composto di sei picchetti, ed una compagnia di granatieri, facesse in seguito succedere lo sbarco, ma questi in vece d’eseguire gl’ordini, ed instruzioni, s’è lasciato trasportare colla barca, e col pinco da otto miglia circa in mare, nonostante la calma, senza darsi molta pena d’accostarsi, abenchè sia stato spedito il commissario di guerra Ferrari al di lui bordo, oltre la lancia del M.co Staglieno, perlochè soprafatti li detti volontarij da tutto il numero de nemici, sono stati parte tagliati a pezzi, o fatti prigionieri, essendosi solamente salvato assai fortunamente il colonello Matra, ferito leggermente, ed alcuni altri pochi, la maggior parte feriti, stati salvati longo li scoglij. … Appena accortomi della mancanza della barca, e pinco, non ho tralasciato spedirle la galee a rimorchiarli, ma inutilmente, sicome sono state inutili le tre compagnie granatiere, spedite subito colle barcasse delle galee, ed alcune filuche, per portarsi a terra, per sostenere solamente , e facilitare l’imbarco ai volontarij, mentre avevano questi abbandonata, come ho detto di sopra, l’altura sopra il scalo, e di questa se n’era di già impossesato il nemico, ed assai subito s’è veduto cessare il fuoco da tutte le parti, essendosi li rimasti vivi resi prigionieri a Corsi, perloche essendomo portato in luogo, avendo ciò considerato, ho stimato opportuno far ritirare ogniuno a suoi rispettivi bordi.

La baia della Civitata oggi

Fig. 11 – La cala della Civitata e il sentiero della Civitata coperto dalla macchia

 

Sentiero della Civitata

Fig. 12 – Il sentiero della Civitata nel 1843

Lo sbarco al Bagno non viene effettuato, e il tutto si limita ad uno scambio di cannonate che causa alcuni feriti sulle imbarcazioni genovesi. Si concorda una tregua ed una barchetta porta a bordo della Capitana un messaggio di uno degli ufficiali feriti nello sbarco con l’elenco dei prigionieri e dei feriti catturati dai corsi. Il generale Pinelli convoca il consiglio di guerra e quello di marina per vedere se sia il caso di fare un altro tentativo, ma tutti concordano che si debba desistere. Allora lasciati nelle acque di Capraia i pinchi dei capitani Lomellino, Spinola, Botto, Giugge con due feluche comandate del capitano Foglietta, il generale, obbligato dal tempo cattivo, si ritira con il resto della squadra nel golfo di La Spezia. [51]

Il colonello Lantiani viene messo agli arresti che ritiene ingiustificati in quanto, secondo quanto scrive al generale, lui non si è allontanato, bensì non gli è stato fatto il segnale convenuto dopo lo sbarco del contingente del colonello Matra[52].

I prigionieri fatti dai corsi sono 95 di cui 9 corsi che vengono incarcerati a Nonza, mentre i restanti, di cui 11 feriti, vengono portati a Rogliano. Gli uomini ritornati a bordo sono 38, mentre i caduti sono 24 tra cui gli ufficiali capitani Massone e Magni, tenente Michele Paciola, e alfiere Cassarà.[53]

Il 4 maggio il colonello Matra, anche se non del tutto ristabilito, chiede al generale Pinello di potersi recare a Genova per illustrare lo stato dell’isola ed un suo piano per effettuare un nuovo tentativo di sbarco in Capraia.[54]

Il 5 maggio, a Genova, il colonello Matra riferisce il suo piano al Magnifico Costantino Pinello fratello del generale.  Il piano prevede di imbarcare 400 soldati corsi al servizio della Repubblica che con il loro sbarco devono aprire la strada alle altre truppe. Lo sbarco deve essere effettuato al postamento della Fica dove trincerarsi per poter soccorrere la Fortezza.

Il piano viene illustrato ai Serenissimi Collegi che con il loro placet lo trasmettono per approvazione al Minor Consiglio. Qui, dopo diversi interventi, viene approvato e per coprire le spese diversi membri del Consiglio offrono delle donazioni.[55]

Si dà quindi incarico al generale Pinello di implementare il piano. Ma subito incominciano a sorgere dubbi sulla volontà dei corsi di combattere i loro concittadini In effetti mentre i corsi vengono radunati dalle diverse piazze della Terraferma, molti di loro disertano.[56]

Intanto il 9 maggio il generale Pinello, sempre fermo nel golfo di La Spezia, invia le due galee, Raggia e S. Giorgio, con i pinchi a sorvegliare le acque di Capraia per impedirne ai corsi il rifornimento degli assedianti e per assicurare il commissario Ottone ed animarlo con la speranza del pronto soccorso.[57]

Il 16 maggio il capitano Cesare de Marchi, che con la sua galea, la galea S. Giorgio e i pinchi, a  partire dall’otto maggio ha costeggiato la Capraia, riferisce al generale Pinello che i corsi hanno moltiplicate le trincee e le loro fortificazioni e che i corsi si sono moltiplicati perché da ogni scalo se ne vedevano molti apostati anche in luoghi che precedentemente non erano presidiati; che il giorno 10 verso le ore 18 la Fortezza fece una fumata, e poco dopo un’altra e mentre si avvicinava con la sua galea spedì una feluca per sentire che cosa voleva la Fortezza, ma da essa partì un colpo di cannone e i corsi risposero sparando sette cannonate a mitraglia contro la feluca; che  la sera del 14 maggio la Fortezza sparò un colpo di cannone e allora egli inviò una feluca per sentire che cosa voleva, ma avvicinandosi la feluca venne fatta segno da dodici colpi di cannone a mitraglia sparati dalle trincee dei corsi e dovette ritirarsi. Anche i comandanti delle altre tre galee e quelli dei pinchi concordano che il progetto di sbarco al Bagno deciso nel consiglio di guerra del tre maggio è senza speranza di riuscita visto che i corsi vi hanno posto un altro cannone e costruito alcune trincee.[58]

Il 15 maggio tre pinchi con la truppa corsa arrivano a La Spezia dove il generale Pinello ha posto la sua base. Egli si appresta a partire il mattino del 16, ma ancora una volta si alza vento di levante-scirocco che sconsiglia la partenza. Condizioni pessime del mare che costringono le due galee inviate a Capraia a ritornare nel golfo di La Spezia, lasciando nei pressi di Capraia le due feluche che vi hanno portato il colonello Matra e l’ingegnere Ronco a ispezionare le postazioni dei Corsi.

Nella notte del 24, le truppe incominciano ad imbarcarsi sulle scialuppe per lo sbarco ma verso il fare del giorno si leva vento di ponente-maestro e le galee ed altri bastimenti, a parte i pinchi armati che continuano a veleggiare intorno a Capraia, si rifugiano in Portoferraio. Il 27 maggio calmatosi il vento e spirando un leggero vento di levante il Pinello si appresta a ripartire per Capraia quando scoppia una controversia tra lui e il comandante del porto circa i saluti che il comandante del porto chiede che gli vengano prestati. Solo la sera del 28 la squadra navale lascia Portoferraio e muove verso Capraia.[59]

Intanto la situazione a Capraia prende una nuova piega: la mattina del 29 maggio, il commissario Ottone non vedendo arrivare alcun soccorso, nonostante diversi giorni di calma di mare, sentiti i suoi ufficiali, decide di arrendersi e chiede ai corsi di poter uscire con le loro armi e bagagli a tamburo battente e con un piccolo pezzo di artiglieria e di essere trasportati a bordo dei loro bastimenti. I corsi non accettano quanto richiesto e ingiungono al commissario la seguente capitolazione i cui termini erano stati dettati da Pasquale Paoli già il 29 aprile:[60]

 

Capitolazione completo                      

La squadra genovese giunge in vista di Capraia solo verso l’alba del 29. Avvicinatasi alla costa scorge due fumate alzarsi dalla Fortezza. Un minollo viene inviato verso terra per vedere cosa sta succedendo. Nel mentre una imbarcazione capraiese con bandiera bianca si avvicina alla galea Raggia comandata dal De Franchi, al quale consegna la seguente lettera del commissario Ottone indirizzata al generale:[61]

La Piazza è resa, come in seguito Vostra Eccellenza sentirà. Si sono fatte due fumate questa mattina, e non s’è veduto venire alcun battello. Questi signori comandanti ed ufficiali anno avuta la compiacenza a nostra istanza, di fare la spedizione che V. E. vedrà, e da cui riceverà questa mia pregandola a voler ordinare, ci vengano a prendere, in attenzione di poter riverire di persona Vostra Eccellenza passo con tutta stima a protestarmi.

Il De Franchi, legge la lettera e come risposta invia al commissario un messaggio per chiedere quante imbarcazioni servono per raccogliere le persone da evacuare e i loro beni.[62]

Secondo le istruzioni di Pasquale Paoli, dopo la resa della Fortezza, i corsi regalano al commissario una vitella e ai soldati vino e carne.[63]

Nel frattempo si leva un forte vento di ponente-maestro e tutta la squadra si allontana dall’isola con l’eccezione dei due pinchi dei capitani Lomellino e Staglieno. Quest’ultimo riesce ad imbarcare il commissario Ottone e il capitano Massari, leggermente ferito in un occhio, e li conduce nella rada di Piombino dove si è radunata la maggior parte della squadra per sfuggire al maltempo. Alcuni giorni dopo il resto dei soldati e delle loro famiglie viene ricuperato da un pinco inviato appositamente.

Termina così con un grave smacco l’ultima impresa marittima della Repubblica di Genova. Nelle parole finali del giornale di bordo del capitano Lomellino bene è descritto lo stato d’animo di chi si è reso conto del grave insuccesso:[64]

Se poi non ho avuta fortuna di attrapare alcuno dei bastimenti ribelli che traggitavano dalla Corsica alla Capraja, come si desiderava, con qual ragione da chi ha qualche notizia della distanza e situazione di quei luoghi, della qualità dei bastimenti, e particolarmente del mio, e delle cose marittime, si potrà ascrivere a mio mancamento, quando particolarmente si è veduto che neppure alle molte filuche armate e alle galere, legni del mio più veloci e construtti per le calme, è mai riuscito di uno arrestarne!

In effetti non solo la liberazione della Fortezza si è risolta in un fallimento, ma anche il blocco dell’isola per impedire l’arrivo di uomini e rifornimenti per gli assedianti corsi ha avuto uno scarso successo, come abbiamo visto. Le gondole capraiesi, nonostante le cattive condizioni del mare hanno continuato a fare la spola tra Macinaggio e Capraia, rivelando ancora una volta le capacità marinare dei Capraiesi.

Il 5 giugno Pasquale Paoli con un suo editto che celebra la conquista definitiva di Capraia antica dependenza del nostro regno, ordina

… ai potestà maggiori, anziani, padri del Comune, e capi d’arme di tutti i rispettivi paesi del nostro Regno, di scegliere una giornata a loro beneplacito e di lor comodo, per festeggiare la memoria di questo successo collo sparo generale di tutte la armi, e con pubbliche illuminazioni di gioia la sera dello stesso giorno; ed esortiamo nel tempo stesso la pietà e zelo di tutti i pievani, parrochi, e vice-parrochi, di ordinare nel giorno suddetto le pubbliche preci della Chiesa, per un solenne rendimento di grazie.[65]

La resa della Fortezza suscita a Genova un notevole sconforto come si può riscontrare in un biglietto di calice ai Serenissimi Collegi:

Per castigo d’Iddio, e per opera di chi ha mancato così solennemente al suo dovere, la Caprara è perduta. La Città tutta troppo risente una tale perdita, e più ne aprende le fatali conseguenze. Una così disgraziata comissione deve illuminarci per il Tratto successivo. Tochiamo con mano quanto poco posiamo comprometersi da nostri Ufficiali di Terra e di Mare, a rivalsa di pochi nessuno ha fatto il suo debito, tutti però lo vanteranno, ogni cosa si porrà in silenzio, ed ad ognuno non mancheranno Protetori.[66]

Intanto tra Genova e Parigi continuano gli scambi diplomatici per raggiungere una soluzione negoziata sulla Corsica prima che le truppe francesi si ritirino dall’isola alla scadenza dei quattro anni previsti dall’accordo di Compiegne.

La Gazette de Cologne del 18 febbraio 1768 riporta alla data del 20 gennaio la seguente interessante notizia da Capraia:[67]

Da quando quest’isola è passata sotto il dominio del generale Paoli, diversi ufficiali scozzesi che sono al suo servizio e fanno parte della guarnigione, nel fare lavorare il terreno, hanno trovato una grossa quantità di antiche monete d’oro e d’argento, coniate sotto il regno dell’imperatore Tiberio. Da ciò si può dedurre che il principe romano frequentasse durante l’estate l’isola.

Il 15 maggio del 1768 a Versailles viene firmato il trattato tra la Francia e la Repubblica di Genova che prevede la cessione della Corsica alla Francia con il diritto di retrocessione per la Repubblica qualora essa ne faccia richiesta e paghi tutte le spese sostenute dalla Francia a partire dalla data del trattato. L’articolo 6 del trattato prevede anche:

Si obbliga il Re di rimettere a mani della Repubblica al più presto che sarà possibile, ed al più tardi nel 1771 l’Isola di Capraja, attualmente in possesso dei Corsi.

Una clausola segreta prevede altresì che la Francia per un periodo di dieci anni si impegna a pagare alla Repubblica di Genova 200.000 lire tornesi all’anno.[68]

Pasquale Paoli affida il comando della guarnigione corsa di Capraia ad Antonio Gentile che già alla fine del mese di giugno licenzia i volontari capraiesi.  La guarnigione corsa di Capraia è formata di circa 150 persone tra ufficiali, sottoufficiali e soldati, tutti corsi. Come bombardieri vengono arruolati cinque capraiesi al comando del caporale Giuseppe Gaetano Chiama. I capitani Nicolò Bargone e Antonio Sabatini con una trentina di marinai capraiesi vengono trasferiti all’Isola Rossa per equipaggiare il felucone L’Entreprenant, che con una mezza galera forma la marina da guerra di Pasquale Paoli.[69]

Subito dopo la firma del trattato di Versailles la Francia inizia l’occupazione della Corsica. Il 19 maggio due battaglioni di truppe francesi sbarcano ad Ajaccio. Il generale Marbeuf ordina alle gondole capraiesi di tenersi pronte per il trasporto delle truppe, ma subito Pasquale Paoli ordina ai capraiesi di disubbidire agli ordini del generale francese. Altri otto battaglioni francesi sbarcano a San Fiorenzo il 27 luglio al comando del generale François Claude Bernard Louis de Chauvelin.

Quando i Corsi si rendono conto che con il trattato di Versailles stanno perdendo la loro indipendenza, per la quale hanno combattuto per trent’anni, si ribellano. Pasquale Paoli prende il comando della rivolta contro i francesi che scoppia nel Capocorso il 29 luglio 1768.

Nel frattempo Antonio Gentili che comanda la guarnigione di Capraia viene richiamato in Corsica da Giuseppe Barbaggi per combattere i francesi e al suo posto viene nominato un certo Astolfi originario di Vescovato nel Capocorso.

Dopo alterne vicende nel settembre i corsi infliggono alle truppe francesi una sconfitta nei pressi di Borgo, paese a sud di Bastia.

L’undici settembre arriva a Capraia con un pinco armato M.de Joannes, ufficiale del reggimento della Linguadoca, inviato dal generale Chauvelin, che dopo brevi trattative con l’Astolfi prende possesso di Capraia, senza sparare un colpo di fucile.[70] I corsi della guarnigione evacuano l’isola e vengono portati a Bastia. I corsi, in armi contro i francesi, arrabbiati con l’Astolfi per la cessione, senza combattere, di Capraia, saccheggiano i suoi beni a Vescovato.[71]

Ma resistenza corsa è di breve durata e non può resistere all’esercito francese ben armato e disciplinato. La libertà dei corsi termina a Ponte Nuovo il 9 maggio 1769 dove le truppe di Pasquale Paoli subiscono una cocente sconfitta. Il 13 giugno il generale corso si imbarca per un lungo esilio in Inghilterra.[72]

Nel settembre del 1768 inizia la prima occupazione francese dell’isola di Capraia che termina solamente nel novembre 1771 quando Genova invia il commissario maggiore Massari a prendere in consegna dai francesi l’isola di Capraia. Il Massari, già a Capraia come capitano durante l’assedio, viene quindi premiato e promosso. Tutt’altra sorte per il commissario Bernardo Ottone che viene sottoposto dalla Camera a presentare diverse memorie per giustificare le spese e i consumi, in modo particolare delle farine, durante l’assedio. Il povero commissario è costretto per mesi a giustificare le spese sostenute durante l’assedio e il compenso straordinario giornaliero di soldi 2.8 da lui accordato ai soldati. Solo nell’agosto del 1768 si decide di tranquillizzare i conti.[73]

L’accanimento contro il commissario Ottone, che valorosamente ha resistito per mesi all’assedio, contrasta con il comportamento del generale Pinello che, nonostante la squadra navale messagli a disposizione, per ignavia o incapacità, non è riuscito a liberare l’isola dai corsi. La classe dirigente della Repubblica, per proteggere uno dei suoi membri, sminuisce il ruolo del valoroso commissario per nascondere il proprio fallimento.

 

 

Roberto Moresco                                                    Febbraio 2018

 

 

Referenze iconografiche

  • Campodonico, La Marineria Genovese dal Medioevo all’Unità d’Italia, Milano 1989: Figg. 5, 6, 7.
  • Moresco, L’isola di Capraia, carte e vedute tra cronaca e storia, Secoli XVI-XIX, Livorno 2008: Figg. 1,2, 8, 9 12.
  • Ragguagli dell’Isola di Corsica, edizione critica di A.-M. Graziani e C. Bitossi, Aiaccio 2010: Fig. 4.

 

Appendice

  1. Guarnigione corsa di Capraia in ADHC, Gouvernement Corse de Pascal Paoli, 2Mi 157 (R12), Garnison del l’isle de Capraia (1767-1768)

Corsi a Capraia – arrivo 17 febbraio 1767
compagnia di Furiani 79
compania di Leonardo Tomasi 24
compagnia di Domenico Agostini 33
compagnia di Luciano Grimaldi 15
compagnia di Franzini 17
compagnia di Achille Murati 14
volontari del Capocorso 93
Cannonieri 1
ufficiali 14
Totale 290

 

Corsi a Capraia – arrivo 22-23 febbraio 1767
compagnia di Giancarlo Saliceti 39
volontari del Nebbio 27
volontari di Ortiporio 3
Totale 69
Corsi a Capraia – marzo 1767
Compagnia di Furiani 78
Compagnia di Giancarlo Saliceti 40
Compagnia di Domenico Agostini 33
Compagnia  di Franzini 17
Compagnia di Luciano Grimaldi 23
Squadra di Gio Giacomo Costa 8
Squadra del sergente Santorino 10
Volontari del Nebbio 53
Volontari del Capocorso 84
Compagnia di Leonardo Tomasi 24
Compania di Achille Murati 13
Bastiesi 2
Ufficiali 17
Cannonieri 3
Totale 405
Corsi a Capraia – aprile 1767
Compagnia di Domenico Agostini 33
Compagnia di Ignazio Rocca 74
Compagnia di Giancarlo Saliceti 40
Compagnia di Scata Angelo 58
Volontari del Nebbio 47
Squadra di Gio Giacomo Costa 7
Compagnia di Agostini 33
Volontari del Capocorso 76
Volontari di Tavagna 15
Compagnia di Franzini 17
Compania di Achille Murati 13
Squadra di Giannettini 12
Compagnia di Luciano Grimaldi 12
Compagnia di Leonardo Tomasi 24
Bastiesi 2
Cannonieri 10
Ufficiali 12
Totale 452
Corsi a Capraia – maggio 1767
Compagnia di Ignazio Rocca 72
Compagnia di Giancarlo Saliceti 39
Compagnia di Scata Angelo 66
Volontari del Nebbio 36
Squadra di Gio Giacomo Costa 7
Compagnia di Agostini 34
Volontari del Capocorso 75
Volontari di Tavagna 12
Compagnia di Franzini 17
Compania di Achille Murati 13
Squadra di Giannettini 12
Compagnia di Luciano Grimaldi 12
Compagnia di Leonardo Tomasi 34
Bastiesi 2
Cannonieri 10
Ufficiali 30
Totale 471
Capraiesi arruolati Febbraio Marzo Aprile Maggio Giugno
Compagnia Sabatini 26 26 18 17
Compagnia Princivalle 28 26 27 27
Compagnia Bargone 26 26 17 17
Totale 80 78 59 62 61
  1. Postazioni dei corsi al 26 marzo 1767 secondo testimonianze

Postamenti Uomini Cannoni Calibro LB Materiale
1 Cala sotto il Convento 50 1 12 bronzo
2 Bagno alla Grotta 20 1 6 ferro
3 Fica 25 1 8 ferro
4 Zorleto 6
5 Civitata 6
6 Ceppo 6
7 Carbicina 6
8 Porcili 6
9 Saline 6
10 Torre Zenobito 9 Soliti
11 Moreto 6
12 Cote 6
13 Reciso 4
14 Manza 4
15 Torre Barbici 8
16 Cala  Motola 25
17 Portovecchio 16
18 Bocca del Porto 12
19 Primo Magazzeno 15
20 Trincea 25 2 18 lega
21 Grotta 12
22 Sotto torre Porto 25 1 6 bronzo
23 Dietro il Convento 10 1 12 bronzo
Totale 308 7

Annotazioni

N° 2 Bagno alla Grotta a questo postamento vi era una strada per passare alla Fortezza, e li corsi l’hanno tagliata a forza di picco, e resa inacessibile.

N° 15 Torre Barbici sopra questa torre i corsi vi vogliono postare due cannoni di ferro da lb 8, che dicono già avere imbarcato al Macinaggio

N° 20 Trincea questa trincea è allo scalo del Porto tutta cinta di fossi.

Nella chiesa dell’Assunta al porto vi tengono i corsi parte de loro viveri e munizioni, oltre quelle che hanno nel paese.

Per chiudere la rottura del mole vi hanni i corsi affondato una gondoletta carica di pietre

Per chiudere la bocca di detto mole hanno i corsi afffondati diversi legni della grossezza dell’alberi delle gondole capraresi, e dalla parte del mole hanno attaccato a detti legni una catena per aprirla , e chiudere a loro piacere.

Delli reparti corsi capraresi armati, non compresi nelli posti fissi, ne hanno formato diversi corpi di pattuglie affine di accorrere secondo le loro situazioni alli di contro postamenti, e specialmente alli posti di marina

 

Note

[1]ASGe, Corsica, n. 427A, lettere del commissario Francesco Doria del 6 e 8 mag. 1765. Il pinco mediterraneo, molto diffuso in Liguria, aveva le seguenti misure tipiche: fra 12 e 30 metri di lunghezza, fra 4 e 7 di larghezza e 2 o 3 di puntale. Normalmente era armato con tre alberi a vela latina, il maestro e il trinchetto con calcese. La gondola era simile a una scialuppa, poteva avere oltre ai remi anche una vela a tarchia. Era molto diffusa nel ponente ligure e in Corsica.

[2]F. Dal Passo, «Amici e non di ventura», Francia e Inghilterra nei documenti della Corsica rivoluzionaria, (1718-1815), vol. II, 2016, p. 29.  Il vicegerente di Bastia aveva il comando militare e amministrativo della città di Bastia. I Serenissimi Collegi, formati da Camera e Senato, erano il massimo organo governativo della Repubblica di Genova.

[3]A. Rossi, Osservazioni storiche sopra la Corsica, Livre XI, 1761-1769, in Bulletin de la Société des Sciences Historiques & Naturelles de la Corse, IV trim. 1902, p. 250.

[4]ASGe (Archivio di Stato di Genova), Corsica, n. 427A, lettera del commissario Bernardo Ottone del 31 gen. 1766.

[5]Ibidem, lettera del commissario Domenico Centurione del 7 e 22 giu. 1766. Per il disegno v. R. Moresco, L’isola di Capraia, carte e vedute tra cronaca e storia, Secoli XVI-XIX, Livorno 2008, p. 120.

[6]N. Calvini, Timori di sbarchi corsi in Capraia (1761-1766), in Archivio Storico di Corsica, n. 3, 1941, p. 393. In questo articolo Nino Calvini fa la cronistoria di quanto avvenne a Capraia prima dello sbarco dei corsi, secondo le fonti di archivio genovesi.

[7]ASGe, Corsica, n. 427A, lettera, con allegati, del commissario Domenico Centurione del 18 sett. 1766.

[8]Ibidem, lettere del commissario Domenico Centurione del 5 e 12 ott. 1766. Il città di Livorno era diventata la base di numerosi esuli corsi che vi godevano l’appoggio del console piemontese Antonio Rivarola, corso di nascita e grande amico di Pasquale Paoli.

[9]A. Rossi, Osservazioni storiche … cit., pp. 247-267.

[10]ASGe, Corsica, n. 427A, lettere del commissario Ottone del 22 ott. e 3 dic. 1766

[11]Ibidem, n. 430, lettera di Gio Batta Bargone del 3 aprile 1774.

[12]Ragguagli dell’Isola di Corsica, edizione critica di A.-M. Graziani e C. Bitossi, Aiaccio 2010, p. 641. In questo libro i curatori hanno raccolto il periodico che venne pubblicato in Corsica per volere di Pasquale Paoli tra il primo settembre 1760 e il luglio 1768. Il direttore del periodico era l’abate Carlo Rostini seguace di Pasquale Paoli.

[13]ASGe, Corsica, n. 427 A, lettera del commissario Ottone del 13 gen. 1767.

[14]Ibidem, n. 430, supplica ed attestato del commissario Ottone del 31 ago. 1767. Il cantaro è pari a kg. 47,6 e lo staro di grano è pari a kg. 22,7.

[15]Ibidem, n. 427A, lettera del vicegerente di Bastia del 9-10 feb. 1767. La feluca nel Settecento era un bastimento misto, a vela e remi. Solitamente aveva fino a una dozzina di coppie di remi utilizzati in caso di bonaccia e per le azioni militari. Il felucone era una grossa feluca.

[16]Ibidem, Segreto, n. 2109, lettera con allegati del commissario di Capraia del 12 feb. 1767.

[17]Ibidem, Sotto relazione del 16 febbraio dei Magnifici Togati sulle pratiche di Corsica del 16 feb. 1767.

[18]Ragguagli… cit., p. 644.

[19]Vedi Appendice per i dettagli.

[20]ASGe, Corsica, n. 430, testimonianze del 27-30 mar. 1774 allegate a lettera di Gio Batta Bargone del 3 apr. 1774.

[21]Ragguagli… cit., p. 644: in realtà i fucili distribuiti dal commissario erano solamente cinquanta.

[22]ASGe, Corsica, n. 430, Ruolo della gente si ritrovava nel Forte di Caprara dal giorno dell’assedio.

[23]Ibidem, Inventario delle munizioni da guerra.

[24]ASGe, Corsica, n. 430, Conto della somministrazione delle razioni in Capraia, Rolo della truppa per la gratificazione di s.2.8 al giorno, Conto delle spese straordinarie fatte dal M.co Commissario Ottone nel tempo del blocco, lettera del generale Gio Batta Cambiaso del 31 ago. 1767.

[25]Ibidem, Segreto, n. 2109, lettera del vicegerente di Bastia del 17 feb. 1767. Le notizie che il vicegerente inviava a Genova non erano mai molto precise, Egli infatti si serviva di informatori che sicuramente facevano lievitare i numeri anche per meglio accreditarsi.

[26]Ibidem, deposizione di Michel’Angelo Agostini del 18 feb. 1767.

[27]Ibidem, Lista delle munizioni da bocca e da guerra imbarcate e pagamenti fatti all’occasione della spedizione del 19 feb. e lettera del generale Pinello del 9 mar. 1767; Ibidem, Corsica, n. 427 A, disposizioni dei Serenissimi Collegi del 19 feb, 1767.

[28]ADHC (Archives Departementales de la Haute Corse), Gouvernement Corse de Pascal Paoli, 2Mi 157 (R12), Garnison del l’isle de Capraia (1767-1768), 1767 a Febraro in Capraia.

[29]ASGe, Segreto, n. 2109, lettera del vicegerente di Bastia del 28 feb. 1767. ADHC, Gouvernement Corse de Pascal Paoli, 2Mi 157 (R12), Garnison del l’isle de Capraia (1767-1768), 1767 a primo maggio in Capraia per la gratificazione di Stefano Tomei. Le notizie fornite dal vicegerente di Bastia sul numero dei corsi che sbarcano a Capraia sono molto più alte della realtà. I rolli della guarnigione corsa di Capraia sono più precisi, V. Appendice.

[30]ASGe, Segreto, n. 2109, deliberazioni dei Serenissimi Collegi e del Minor Consiglio del 28 feb. 1767. Il Minor Consiglio, formato da duecento membri, partecipa con i Serenissimi Collegi alla funzione legislativa della Repubblica di Genova e insieme possono deliberare guerra, pace, ed alleanze.

[31]E. Beri, Genova e il suo Regno, Novi Ligure 2011, p. 170; E. Beri, “Genova ed il  Suo Regno”, Ordinamenti militari, poteri locali e controllo del territorio in Corsica fra insurrezioni e guerre civili (1729–1768), in https://www.academia.edu/10361510, pp. 220 e 244.  I minolli erano grossi leudi trasformati in rudimentali mezzi da sbarco, armati con petrieri e spingarde, e dotati di una copertura in legno a protezione della truppa ammassata sul ponte.

[32]ASGe, Segreto, n. 2109, lettera di Agostino Pinello del 9 mar. 1767. Il disegno di cui si parla nella relazione non si è trovato, ma esiste un disegno simile, probabilmente fatto dall’ingegner Ronco che sostituì il maggiore Codiviola a bordo della galea comandante, v. R.Moresco, L’isola di Capraia … cit., p. 47.

[33]C. Lomellino, Giornale esatto di tutto quello è accaduto nella campagna principiata a’ 5 marzo 1767 con li cinque pinchi armati in guerra, comandati da Cesare Lomellino sotto gli ordini dell’Eccellentissimo Agostino Pinello Commissario Generale di tutto l’Armamento, Manoscitto di collezione privata. Ringrazio il dott. Marco Repetto, direttore della sezione genovese dell’Istituto Internazionale di Studi Ligure che mi ha gentilmente inviato una sua trascrizione del manoscritto.

[34]ASGe, Segreto, n. 2109, relazione dei Serenissimi Collegi del 18 mar. e votazioni del Minor Consiglio del 20 mar. 1767.

[35]La galea per la tipologia del suo scafo non era in grado di navigare con facilità con il mare grosso. A Genova la galea di stato navigava normalmente dal 15 aprile al 15 ottobre e nel resto dell’anno veniva messa a riposo nella Darsena.

[36]ASGe, Segreto, n. 2109, lettera del generale Pinello del 27 mar. 1767.

[37]Ibidem, lettera con allegati, del vicegerente di Bastia del 31 mar.1767. Per gli allegati v. Appendice 2.

[38]Ibidem, lettera del commissario Ottone del 28 mar. 1767.

[39]Ragguagli… cit., pp. 644 e 646.

[40]R. Moresco, L’isola di Capraia … cit., pp. 47 e 121.

[41]C. Lomellino, Giornale … cit.. Darsi il Santo, scambiarsi la parola d’ordine; E. Beri, La Marina da guerra genovese nelle guerre di Corsica (1729-1768), Giornata di studio sul giornale di bordo di Cesare Lomellino Museo di Sant’Agostino, 30 novembre 2012, in http://www.academia.edu/12792430: Cesare Lomellino negli anni Cinquanta del Settecento era emerso quale valente capitano di mare e guerra nelle operazioni di controcorsa antibarbaresca al comando dei bastimenti armati dalla Deputazione all’Armamento contro i Corsari Barbareschi. Il talento del Lomellino corsaro e la sua intraprendenza non erano passati inosservati tanto che, alla fine degli anni Cinquanta, era in procinto di passare al servizio della Francia. Per non farsi sfuggire un capitano di tale levatura ed esperienza i Collegi decisero di affidargli le cariche di Capitano del Porto di Genova e di Sovraintendente all’Arsenale. Si trattò di un incarico sui generis, le cui prerogative andarono oltre le competenze tradizionalmente attribuite al Capitano del Porto. Lomellino divenne di fatto il responsabile degli armamenti straordinari, ovvero sia dell’allestimento che del comando in mare delle flottiglie di bastimenti mercantili noleggiati ed armati in guerra e in corsa; e si occupò anche di fortificazioni, e di difesa costiera, con competenza a ampiezza di poteri.

[42]ASGe, Segreto, n. 2109, lettera del vicegerente di Bastia del 31 mar. 1767. Antonio Oletta era un capitano corsaro al servizio di Pasquale Paoli.

[43]ADHC, Gouvernement Corse de Pascal Paoli, 2Mi 157 (R12), Garnison del l’isle de Capraia (1767-1768), 1767 a Marzo in Capraia v. in Appendice 1 il dettaglio anche per i mesi successivi.

[44]Ibidem, lettera del generale Pinello del 2 apr. 1767.

[45]Ibidem, lettera del vicegerente di Bastia al generale Pinello del 3 apr. 1767.

[46]Ibidem, lettere del generale Pinello del 6, 7, 8 e15 apr. 1767. Al posto del maggiore ingegnere Codiviola viene inviato il capitano ingegnere Ronco.

[47]ASGe, Corsica, n. 430, conto della somministrazione delle razioni in Capraia.

[48]Ragguagli … cit., pp. 646 e 648.

[49]ASGe, Segreto, n. 2109, lettera del vicegerente di Bastia del 6 mag. 1767.

[50]Ibidem, n. 2109, lettera del generale Pinello del 2 mag. 1767; Ragguagli … cit., p. 648.

[51]Ibidem, lettera del generale Pinello del 4 mag. 1767. Il generale non parla del falso tentativo di sbarco alla Mortola compiuto dalla galea e dal pinco genovesi, ma secondo i Ragguagli  le due imbarcazioni furono bersagliate dai cannoni e dalla moschetteria dei corsi che presidiavano la baia. Il sentiero che dalla cala della Civitata porta alla Fica e al paese è oggi scomparso tra la macchia ma un tempo era percorribile. Mi ricordo di averlo percorso, negli anni 50 dello scorso secolo, insieme al Dottore Cristino Teofili sotto la guida di Gerolamo Lupi. La parte del sentiero che scendeva al mare è franata prima del 1842.  Il tenente colonello Antonio Matra è un corso lealista che ha combattuto contro Pasquale Paoli e da lui era stato esiliato, v. E. Beri, L’esercito genovese in Corsica negli anni del generalato di Pasquale Paoli (1755-1764), https://www.academia.edu/12644216.

[52]Ibidem, lettera del colonello Lantiani del 4-5 mag. 1767

[53]Ibidem, Rollo delli tre picchetti volontarij comandati dal M.co Colonello Matra.

[54]Ibidem, lettera del generale Pinello del 4 mag. 1767.

[55]Ibidem, Rapporto del M. Costantino Pinello e Proposizione al Minor Consiglio per la spedizione di 400 corsi del 5 mag. 1767.

[56]Ibidem, Relazione dell’Ill.mo Generale intorno alla missione dei corsi del 9 mag. 1767.

[57]Ibidem, lettera del generale Pinello del 9 mag. 1767.

[58]Ibidem, lettera del capitano de Marchi del 16 mag. 1767 e copia di lettera dei capitani de Marchi e de Franchi, sottoscritta dai capitani Spinola e de Benedetti.

[59]Ibidem, lettera del generale Pinello del 27 e 31 mag. 1767.

[60]Ragguagli … cit., p. 650; Resa consegna, fatta del Forte dell’Isola della Capraia in mano della Nazione Corsa dall’Illustris. Sig. Commissario Bernardo Ottone Comandante in capite del suddetto Forte, Corte 1767, Collezione M. Amirfeiz; N. Tommaseo, Lettere di Pasquale De Paoli, Firenze 1846, p.91.

[61]Ibidem, lettera del generale Pinello del 31 mag. 1767.

[62]Ibidem, copia di lettera scritta dal M.co Bernardo Ottone dalla Caprara e risposta del M.co capitano Cesare de Franchi del 29 mag. 1767.

[63]ADHC, Gouvernement Corse de Pascal Paoli, 2Mi 157 (R12)., Garnison del l’isle de Capraia (1767-1768), 1767 a maggio in Capraia.

[64]C. Lomellino, Giornale … cit.

[65]N. Tommaseo, Lettere … cit., pp. 97-98.

[66] ASGe, Segreto, n. 2109, biglietto di calice del 7 mag. 1767.

[67]Gazette de Cologne, XIII, 18 feb. 1768. Questa notizia potrebbe avere un fondamento in quanto tra le truppe corse vi erano almeno due cannonieri inglesi, come riportato in ADHC, Gouvernement Corse de Pascal Paoli, 2Mi 157 (R12)., Garnison del l’isle de Capraia (1767-1768), 1767 a Febraro e maggio in Capraia. Uno, di nome Berton, nel marzo 1767 lascia Capraia, si reca a Bastia e poi passa sulla flotta genovese, v. ASGe, Segreto, n. 2109, lettera del vicegerente di Bastia del 6 mag. 1767.

[68]G. F. De Martens, Recuil des Traités d’Europe, Tome I, Gottinga 1817, pp. 591-596.

[69]ADHC, Fonds du Governement corse de Pascal Paoli, Gouvernement central, 2Mi 157 (R12) (52), Rôles des équipages des navires de la Flotte (1767-1768).

[70]M. Vergé-Franceschi, Paoli, un corse des Lumières, Parigi 2005, p. 371; F.R. de Pommereul, Histoire de l’isle de corse, t. II, Berna 1779, p. 269, che in quel periodo era ufficiale di artiglieria dell’esercito francese in Corsica, afferma che l’Astolfi fu comprato dal generale Chauvelin.

[71]Gazette de Cologne, Supplement du 11 et 18 octobre 1768.

[72]A.-M. Graziani, Pascal Paoli, Père de la Patrie Corse, Parigi 2004, pp. 242-259.

[73]ASGe, Corsica, n. 430, Relazione ai Serenissimi Collegi sopra la posteriore Commissione riguardo alla tranquillazione di ogni conto economico della Caprja del 14 mag.1768. La Camera è la tesoreria della Repubblica di Genova.

Pubblicato in Il Settecento | Contrassegnato , , , , , , , | 1 commento

Horatio Nelson e Capraia, covo di corsari francesi (1793-1796)

047-Francia 1822 Part.

Carta francese 1822, particolare

L’avvento della Rivoluzione Francese nel 1789 e gli sconvolgimenti che ne sono conseguiti nella politica europea negli anni successivi hanno avuto un impatto notevole sugli abitanti dell’isola di Capraia.

Un decreto dell’Assemblea Nazionale Francese del 30 novembre 1789 incorpora la Corsica nell’impero francese, contravvenendo al trattato di Versailles tra la Francia e la Repubblica di Genova del 1768, e concede agli esiliati corsi il rientro in patria. Un reclamo del doge Alerame Maria Pallavicini contro questa decisione viene rigettato nella seduta dell’Assemblea del 21 gennaio 1790 in quanto “gli abitanti della Corsica hanno chiesto di far parte integrante della monarchia francese”.

A Genova questi avvenimenti e le notizie che arrivano sia da Londra sia da Parigi sull’imminente ritorno di Pasquale Paoli fanno temere che i Corsi ancora una volta vogliano impadronirsi di Capraia. Nel governo della Repubblica non ci si è dimenticati dell’affronto subito con la presa di Capraia da parte dei Corsi di Pasquale Paoli nel 1767. Il 3 marzo i Serenissimi Collegi ordinano ai Deputati all’Isola di Capraia di spedire nell’isola il capitano Ingegnere Ronco per effettuare una perizia sullo stato delle difese.[1]

L’8 marzo, Pietro D’Oria, commissario e capitano di Capraia così scrive a Genova:

“Passo ora a rendere cerziorate VV.SS. Ill.me et Ecc.me qualmente ne dì passati in Bastia è gionto Clemente de Paoli colla comitiva de seguaci del Fratello con universale soddisfazione del Popolo.

Trovansi in oggi li Corpi guarniti d’armi d’ogni genere recate colà da molti bastimenti, anziché hanno questi tentato di farne compra parimente qua in Caparra; in vista di ciò stimaj opportuno andare al riparo di tale inconveniente per mezzo di proclami proibitivi.

Si sono dalli sudetti formate le loro Milizie con dipartirle nei posti già occupati dalla Truppa Francese, parte della quale è sloggiata da quell’Isola, e deve quanto prima partire il Generale.

Sono sulle mosse della partenza quattro Deputati corsi diretti per Tolone, quali vanno a prendere il noto De Paoli: devono parimente partire da Livorno per detta Isola di Corsica due Milordi Inglesi, e si sospetta d’intelligenza della Corte. Si dice poi che nell’ultima Assemblea tenutasi in Bastia abbiano a pieni voti deliberato di venire ad impadronirsi di quest’Isola. Altro per ora non mi rimane a communicarLe.

Questi MM. PP. Del Comune mi hanno fatto presente, che per la difesa dell’isola sarebbe d’uopo assoldare circa cento Capraiesi, parte per guardare gli scali essendo senza di questi, inevitabile lo sbarco, e parte per formare un squadrone volante: m’hanno essi detto riflettere qualmente una quantità di questi Isolani trovansi nelle maggiori angustie per essere stati espulsi dalle Poste di Francia, conseguentemente in caso di qualche sorpresa trovandosi sprovvisti di sussistenza, diverrebbero infallantemente nostri nemici”.[2]

Il 13 marzo il capraiese Leonardo Sussone segnala a Genova, tra l’altro, che i Francesi in Corsica hanno licenziato svariati bastimenti capraiesi che da numerosi anni hanno esercitato servizio di posta, aggravando così la situazione economica dei Capraiesi, già gravata dalle catture dei corsari barbareschi.[3]

Tra il 5 e il 12 aprile l’Ingegnere Ronco presenta ai Deputati alla Capraia la sua perizia con annessi due disegni. La perizia prevede diversi lavori di rafforzamento delle difese del Forte e in particolare il progetto per la realizzazione di una sortita per via di mare: è la torre del Bagno con il camminamento e la torre di risalita al forte, oggi andata distrutta.

Nel giugno da Genova inviano a Capraia due mortai da bombe, uno da cento per la batteria dello stendardo e il secondo da 200 da installarsi nel bastione di tramontana.

I lavori proposti dall’Ingegnere Ronco vengono approvati ed iniziati nello stesso anno.[4]

Il 1 giugno 1792 la Repubblica di Genova emana un nuovo decreto che rinnova la sua neutralità nel conflitto tra le Francia e le potenze europee coalizzate. Il decreto copre tutto il territorio della Repubblica e quindi anche l’isola di Capraia.[5]

Intanto Pasquale Paoli il 3 aprile 1790 arriva a Parigi dove è ricevuto dal re e dall’Assemblea Nazionale, dopo un esilio di ventuno anni in Inghilterra.

Il 14 luglio 1790, Pasquale Paoli sbarca a Macinaggio e il 13 settembre l’assemblea elettorale della Corsica lo elegge presidente del Consiglio Generale e comandante generale della Guardia Nazionale. Mentre la maggioranza dei Corsi sostiene Pasquale Paoli, una minoranza pro francese si schiera contro di lui e lo accusa all’Assemblea Nazionale di voler separare l’isola dalla Francia. Quando, nel 1791, si decide di applicare anche nell’isola di Corsica la costituzione civile del clero, nell’isola scoppia la rivolta. Nel 1793 si compie la rottura con la Francia quando la Convenzione Nazionale, il 17 luglio, decreta che Pasquale Paoli ha tradito la Repubblica. I francesi e i loro sostenitori corsi si asserragliano a San Fiorenzo, Calvi e Bastia.

Mentre nel maggio del 1792 viene proposto all’Assemblea Legislativa di abolire la guerra di corsa, il 31 gennaio 1793 la Convenzione nazionale, preludendo alla dichiarazione di guerra all’Inghilterra, decreta che “I cittadini francesi potranno armare in corsa” e che “il Ministro della Marina emetterà dei permessi per l’armamento dei navigli privati affinché essi possano attaccare i nemici della Repubblica”.[6] Il giorno successivo la Convenzione dichiara guerra alla Gran Bretagna, che si unisce agli altri stati europei che dal 1792 combattono contro la Francia. L’apporto della Gran Bretagna alla guerra sarà essenzialmente sul mare.

Da subito i corsari francesi iniziano la loro attività nel Tirreno. Nel marzo del 1793 il commissario di Capraia Giulio Franco Di Negro segnala a Genova che giornalmente dei corsari francesi giungono nell’isola, che dei capraiesi si lamentano per i soprusi che ricevono lungo le coste della Corsica e del blocco dei bastimenti capraiesi e di quelli di Rapallo e Santa Margherita. Il 17 marzo molti francesi, sbarcati da una imbarcazione armata, con le sciabole sfoderate entrano nella chiesa parrocchiale, probabilmente con cattive intenzioni ma, il commissario con miti parole riesce a calmare lo sdegno della popolazione e a farli ripartire [7]

La flotta inglese entra nel Mediterraneo. Horatio Nelson a Capraia

nelson capitano

Il capitano Horatio Nelson

Ai primi di giugno del 1793 una flotta inglese agli ordini del viceammiraglio Samuel Hood entra nel Mediterraneo e tra le navi che la compongono c’è anche la HMS Agamemnon, nave da guerra da 64 cannoni, al comando del capitano Horatio Nelson.[8] Il porto di Livorno diventa la base logistica della flotta inglese, approfittando della neutralità del granducato di Toscana. La prima azione della flotta inglese fu quella di porre il blocco a Tolone, base della flotta francese del Mediterraneo. Tra il giugno e il settembre mentre la flotta inglese staziona davanti a Tolone, Nelson viene incaricato di diverse missioni tra cui un viaggio a Napoli e nei suoi spostamenti nel Tirreno compie diverse catture di navigli nemici sia militari che mercantili. Il 9 ottobre Nelson lascia la flotta per dirigersi a Cagliari dove deve congiungersi con la squadra navale del commodoro Robert Linzee per dare la caccia ai vascelli nemici in quell’area. Il 16 ottobre sulla costa orientale della Corsica, Nelson intercetta e cattura la tartana francese L’Aimable che affida alla nave HMS Colossus, vascello da 74 cannoni, per condurla a Livorno. Il 17 ottobre è nelle vicinanze di Capraia da dove vuol fare uscire un corsaro francese. Dapprima manda un suo ufficiale a chieder il permesso di attaccare il corsaro e poi invia il suo primo tenente Martin Hinton con due scialuppe armate a dargli la caccia. Di questo episodio abbiamo il resoconto fatto dal commissario e capitano di Capraia Gerolamo Partenopeo:

“Ieri verso le ore cinque e mezza giunse allo scalo della Grotta vicino la Torre del Porto una lancia d’una nave inglese armata con due spingardi avendo al bordo un Ufficiale, il quale sceso a terra dimandò se la gondola poc’anzi ritornata in porto era nazionale francese, ed inteso non essere andossene al luogo detto la Ficha per procurare di vedere un corsale con Bandiera Nazionale francese, che avea la mattina abbandonata una predata Nave spagnola a vista di quest’Isola; il che fatto portossi sulla lancia, e partì; di subbito comparse dalli Barbici la Nave [è l’Agamemnon]  ed inalberata la bandiera inglese l’assicurò col tiro del cannone. Verso le 4 inanzi mezza notte la sentinella della polveriera chiamò, e si riconobbero vicino la Torre della nuova sortita due lancie, ed un lancione armati con molta gente, e chiamati col porta voce risposero Inglesi, ed andorrono inanzi. Verso le due dopo mezza notte vennero sotto questa Torre del Porto, ed avendogli detto la sentinella di dar fondo si fermarrono per brevi momenti, e di poi a voga sforzata entrarono tutti, e tre nel porto, e si portarrono al bordo del Padron Michele Sardi caprarese. Così avendo riferito il Caporale Angelo Ramponi di posto al porto; ed in appresso andorno al bordo del Patron Bernardo Roisecco di S. Margherita, che ha bandiera genovese qui giunto l’altrieri procedente di Bastia con passaggieri francesi, corsi, e napoletani, ed al medesimo li visitarono il Passaporto, e Patente, e visitandogli il bastimento gli presero tutte le lettere, e dissero al caporale di farlo immediatamente partire, il quale avendogli risposto, che non poteva tagliarrono le corde, e lo condussero fuori del porto; essendo sotto la Torre la sentinella gli disse di fermarsi, e seguitando essi il loro corso gli fece fumata ed un tiro di cannone senza palla; vedendo dalla Fortezza, che a voga sforzata seguitavano il loro camino avendo acodato il preso legna essendo pochissimo discosti da terra gli feci fare due tiri di cannone con palla sperando con ciò che ritornassero in porto, ed abbandonassero il Genovese Bastimento, ma inutilmente, perchè continuarrono il loro corso andandosene alla Nave, che non era molto discosta la quale appena giunti fece rotta verso mezzo giorno avendosi acodato il Genovese Legno.”[9]

I Collegi, letta la lettera, decidono che venga inviata una rimostranza al Ministro plenipotenziario inglese a Genova e che vengano inviate nuove istruzioni al commissario.

1024px-Capnoli

La HMS Agamemnoon (a sinistra) alla battaglia di Capo Noli

Lasciata Capraia, Nelson fa rotta su Cagliari che raggiunge il 24 ottobre con la sua nave in cattive condizioni, a seguito di uno scontro con una squadra navale francese. Di lì riparte agli ordini del commodoro Robert Linzee per Tunisi, porto neutrale ma che ospitava delle navi da guerra e numerosi mercantili francesi. Il 15 novembre Hood gli ordina di recarsi in Corsica per effettuare il blocco delle guarnigioni francesi e a questo scopo gli affida una piccola squadra navale composta da quattro fregate e un brigantino.[10]

Intanto il 4 novembre i Padri del Comune, Francesco Cunio, Pasquale Sussone e Domenico Bargone inviano a Genova la seguente supplica che ben testimonia la situazione dei Capraiesi in questi frangenti:

“Non ponno, ne devano li moderni Magnifici P.P. del Comune di Caprara ommettere di rappresentare a V.S. Ser.me lo stato deplorabilissimo della loro Comunità, e delli individui della stessa. È giunta al colmo l’insolenza rapace de corsari e Bastimenti Armatorj specialmente corsi francesi, contro non solo i dichiarati nemici, ma ancora contro tutti coloro, che à loro piace rivolgersi. Infinite sono le dimostrazioni di fatto, e di nociva prepotenza, che à nararle sarebbe a V.S. Ser.me di non leggiero incomodo; ma fra queste tante sia permesso una almeno di descrivere. Ecco il disordine Ecco il pericolo. Oh disgrazia di questa Isola? Ser.mi Sig.ri se li Capraiesi, si difendono con le loro armi i loro bastimenti e le vanno perdenti, ecco che anno perso le sue ragioni, perché non si devono difendere per non aver guerra con la Repubblica Francese; se poi non di difendono, ecco che anno perso il tutto e restano preda e forse vittima deal rapacità Corsa Francese; ma oh casi strani? Mentre da un male si allontanano all’altro si avvicinano; simili fatti di cose hanno obbligato tutti li Padroni Capraiesi di stabilirsi, con i loro Bastimenti in terra, e di sospendere la navigazione, ed il loro Commercio. Ser.mi Sig.ri nulla dal terreno del Isola, nulla dal Mare ricavasi, e conviene in conseguenza perrire. Il Commercio è finito, son cessati li commestibili li Bastimenti son tirati in terra, e questi sono la principal cagione della Povertà de Padroni, ed in specie delli Marinari, che più non anno il loro sostentamento che prima ricavavano dalla continua Navigazione, in somma tutta l’Isola perisce.[11]

Il 5 novembre entra nel porto di Capraia una cannoniera francese comandata dal capitano Cipriano Fournier di Tolone con un equipaggio di diciotto persone e il giorno dopo arriva anche un galeone sempre francese comandato dal capitano Giorgio Rossi, calvese, con sessanta persone tra cui sette passeggeri fra i quali una donna. Il quindici nel pomeriggio si presentano davanti al porto due fregate inglesi, sono la HMS Meleager, da 32 cannoni, e la HMS Romulus, da 36 cannoni. Alla vista delle due fregate gli equipaggi dei vascelli francesi abbandonano i loro navigli e in parte con delle lance in parte a nuoto raggiungono terra, dopo aver gettato in mare i cannoni e le loro armi. Gli inglesi mettono in mare quattro lance ed un lanò con uomini armati che si dirigono nel porto e dopo essere saliti a bordo dei due navigli francesi li portano via. Il commissario raduna la truppa nel Forte ma non fa alcun segnale alle fregate inglesi perché restituiscano le due prede. Ecco cosa scrive il commissario sul comportamento dei francesi:

“L’equipaggi nazionali francesi, che alla vista de a loro nemici legni fugirono a terra colle disopra accennate circostanze pretendevano scalare armati di schioppo, pistole  e stili dicendo voler far fuoco il che non gli fu permesso con raggione da P.P. di questo Comune e Popolo la accorso sul riflesso, che non conveniva ricettare in si stretto terreno quasi spopolato tanta gente armata e temendo che nel caso questi di terra avessero fatto fuoco, che gl’Inglesi rovesciassero col cannone le loro abitazioni, e gli dissero che se volevano agire andassero al loro bordo. Ora Ser.mi Sig.ri considerando che sessantotto persone sfaccendate e non poco invase da spirito di libertà e che si lagnano di me perché alla vista de a loro nemici legni non gli ho fatto far fuoco per garantire i loro abbandonati bastimenti, e così esporre la vita de sudditi della Repubblica unitamente a qualche loro sostanza, mentre cercavano di salvare la loro ranichiati ne scogli non stanno bene in quest’Isola procurerò al più presto di poterli far trasportare altrove presentandosene l’occasione, tanto più, che essendo il paese disperato non v’è di che alimentarli. L’altrieri ordinai, che depositassero le armi, cioè stili e pistole e scialbe, che presso di loro avevano per torre qualunque inconveniente potesse succedere, che però a loro farò restituire quando dovranno di qui partire”.    

Quando la notizia del fatto giunge a Genova si decide di convocare il commissario per dare spiegazioni del suo comportamento nonostante che i Padri del Comune lo giustifichino e ne lodino il comportamento irreprensibile in quelle circostanze, mettendo anche in rilievo che se vi fosse stata una reazione, gli inglesi col cannone avrebbero recato un gran danno ai loro bastimenti e ai magazzini del porto.[12]

Nelson per la seconda volta a Capraia

Paoli

R, Cosway, Pasquale Paoli, 1798

Pasquale Paoli, ricevuta la notizia che la Convenzione lo ha dichiarato traditore, decide di rompere con la Francia e già nell’agosto scrive al viceammiraglio Hood per chiedere la protezione di Sua Maestà Britannica e l’intervento della sua flotta. Hood invia in Corsica una squadra navale che tenta invano di occupare Bastia e San Fiorenzo con l’aiuto di forze paoliste. Ormai quasi tutti i Corsi si schierano con Pasquale Paoli.

Il 17 dicembre Paoli ordina di non lasciar accostare al Capocorso, Bastia, Capraia e Bonifacio i navigli che cercano dei rifornimenti per i presidi francesi.

Il 14 gennaio 1794 Gilbert Eliot, commissario plenipotenziario britannico, con alcuni ufficiali inglesi sbarca all’Isola Rossa e l’indomani incontra a Murato Pasquale Paoli con il quale viene definito il piano di attacco ai presidi francesi nell’isola. Il 5 febbraio la flotta inglese effettua uno sbarco in forze presso San Fiorenzo che dopo pochi giorni viene evacuata dai francesi. Il 5 febbraio Nelson occupa Centuri e successivamente Rogliano.

Così il capitano Nelson descrive il suo primo incontro con Capraia in una lettera al suo comandante viceammiraglio Samuel Hood:

“devo informarla che domenica 9 [febbraio], mi sono ancorato a Capraia per vedere se qualche corsaro nemico fosse in quel porto. Ho inviato a terra un messaggio al Governatore per dire che il commercio in questi mari è stato molto disturbato dai corsari nemici che trovano rifugio in Capraia, e che se vi erano dei vascelli appartenenti a dei francesi, li avrei catturati. La risposta inviatami fu che aveva ordine di non permettere alcuna perquisizione in Capraia, e che se io avessi tentato di farlo, mi avrebbe respinto con il massimo vigore. Il mio successivo messaggio al Governatore affermava che desideravo essere amico, me che se non mi dava la sua parola d’onore che non c’erano vascelli nel porto battenti bandiera francese repubblicana, io li avrei perquisiti. In risposta il Governatore diede la sua parola d’onore, ed io decisi di non insistere. Questo è un nuovo Governatore, poiché il precedente è stato sostituito per aver permesso alle nostre fregate Romulus e Meleager di condurre via due bastimenti dal porto.

Tutti gli abitanti dell’isola erano in armi per respingerci. Nel porto ci sono quindici vascelli e i loro carichi di farina venivano scaricati, mentre noi eravamo nella baia. Molti di loro battono bandiera corsa, che i Francesi impongono ai bastimenti corsi, in modo di avere libero accesso a Livorno per scaricarvi grano. Anche tutti i bastimenti genovesi vengono da Livorno. Le invio un passaporto che è stato rilasciato impropriamente dal console di Sardegna. Ieri mattina, tre bastimenti a vela, battenti bandiera corsa, sono arrivati a Capraia: quando li fermiamo dichiarano di essere amici di Pasquale Paoli; quando sono lontani, sono contro di lui. Ieri ho inviato la mia scialuppa della cannoniera all’estrema punta dell’Isola, e passando davanti ad una piccola baia dove c’era un bastimento, gli fu sparato addosso ferendo gravemente un marinaio. Mi fu difficile sopportare quanto accaduto. Presi delle lance, delle truppe, e il cutter Fox e mi diressi alla baia, dove, nascosti dietro le rocce, c’erano numerosi uomini che ci spararono contro, tanto che non potemmo sbarcare. Era un punto d’onore catturare il bastimento: dopo aver tentato invano di far allontanare gli uomini, ho abbordato il bastimento, e l’ho trascinato fuori della baia, ma con mio dispiacere sei nostri uomini rimasero feriti. Il bastimento era un postale francese da Bastia ad Antibes. Un ufficiale francese, con la coccarda nazionale sul cappello, fu ucciso insieme a diversi uomini. Non penso che le truppe genovesi dell’Isola li abbiano aiutati, poiché non vedemmo le loro divise.”[13]

Nelson, dopo l’azione invia subito il postale francese a Livorno perché venga venduto. Nel messaggio che invia al console inglese a Livorno dice che “il postale naviga come il vento e che la sua cattura gli è costata cara con sei uomini feriti dai nemici aiutati dai genovesi di Capraia.”[14]

La Corsica si dà agli Inglesi

Dopo questa azione a Capraia, Nelson partecipa con la sua flotta alla conquista delle piazzeforti francesi in Corsica. Bastia cade in mano degli inglesi il 22 maggio dopo un assedio di quaranta giorni. Il 10 giugno si riunisce a Corte, su richiesta degli inglesi, la Consulta Generale del popolo corso che sanziona la separazione della Corsica dalla Francia e promulga l’indipendenza dell’isola sotto la protezione dell’Inghilterra e affida il potere esecutivo ad un viceré inglese. Sir Gilbert Eliot diventa viceré del regno di Corsica. Il primo agosto cade anche Calvi dopo un lungo bombardamento inglese da terra a cui partecipa anche Nelson al comando di alcune batterie di cannoni. Durante questo assedio Nelson perde un occhio a causa di schegge di roccia provocate da un tiro di cannone francese. Tutta la Corsica è ormai in mano agli inglesi e ai corsi di Pasquale Paoli.

Il 14 ottobre 1795 Pasquale Paoli è costretto ad andare in esilio sotto la pressione degli inglesi e dei suoi nemici interni: sfuma così il suo sogno di diventare viceré dell’isola sotto protettorato inglese.[15]

Nelson dopo la presa di Calvi viene assegnato a sorvegliare con la sua piccola flotta le costa francese a partire da Tolone fine a Genova. Compie diverse missioni a Genova anche di carattere diplomatico e partecipa alla così detta battaglia navale di Genova contro i francesi nel marzo del 1795. Spesso soggiorna a Livorno che è diventata la principale base degli inglesi nel Mediterraneo. Nel luglio 1795 l’ammiraglio John Jervis sostituisce l’ammiraglio Hood nel comando della flotta inglese del Mediterraneo. Nel luglio del 1796 Nelson prende il comando della HMS Captain, una nave da battaglia armata con 74 cannoni.

La prima campagna d’Italia di Napoleone

In Francia, a seguito delle sconfitte militari e delle ribellioni intestine, la Convenzione il 6 aprile 1793 crea il Comitato di Salute Pubblica di cui fanno parte i maggiori rivoluzionari francesi con a capo Maximilien Robespierre. E il 4 dicembre la Convenzione delega il potere esecutivo al Comitato. Inizia così il breve periodo del Terrore. Il Comitato di Salute Pubblica riesce dare nuovo vigore all’esercito francese che in poco tempo ottiene numerose vittorie contro la coalizione arrivando ad occupare il Belgio.

Con le vittorie delle armate francesi la Convenzione decide di finirla con il Terrore e con i membri più influenti del Comitato di Salute Pubblica che nel luglio del 1794 vengono ghigliottinati. La Convenzione elabora poi una nuova costituzione (22 agosto 1795) che prevede la divisione dei poteri: il potere esecutivo è affidato a un Direttorio di cinque membri, che è ben deciso a dare un nuovo impulso alla guerra contro la Coalizione.

Nel settembre del 1795 il generale Barthélemy Acherer assume il comando dell’armata d’Italia, invadendo il territorio della Repubblica di Genova per cacciare i piemontesi dalle loro due enclave sulla Riviera Ligure, Oneglia e Loano. Poi le truppe francesi arrivano fino a Savona.

Il Direttorio è deciso a portare la guerra nel cuore della Germania e fa partire nella primavera del 1796 una nuova offensiva, che inizia però con una serie di sconfitte per l’esercito francese. Il 2 marzo 1796 il comando dell’armata d’Italia viene affidato al generale Napoleone Bonaparte che mette in atto un piano di attacco preparato da alcuni anni per sconfiggere le truppe austro-piemontesi. Le truppe francesi poco alla volta occupano la Riviera di Ponente, territorio della Repubblica di Genova, con la scusa di voler impedire agli inglesi di portare rifornimenti all’esercito austriaco. Napoleone pone il suo quartier generale a Savona e di lì si appresta a sferrare l’attacco allo schieramento austro-piemontese. Inizia così una serie di conquiste, prima il Piemonte (aprile) costretto ad arrendersi, poi la Pianura Padana (maggio) e il Veneto (settembre).

SAMSUNG DIGITAL CAMERA

E. Detallie, Napoleone Bonaparte comandante dell’Armata d’Italia

Nel giugno intanto, violando il trattato di pace con il granducato di Toscana che si era dichiarato neutrale sin dall’inizio del conflitto, Napoleone decide di occupare Livorno, base della flotta inglese nel Mediterraneo, che cade nelle sue mani il 27 giugno. Gli inglesi sono allora costretti ad occupare l’isola d’Elba, sbarcando il 9 luglio a Portoferraio, per farne una base della loro flotta.

Intanto a Capraia

Il 7 marzo del 1794 ritorna a Capraia il commissario Gerolamo Partenopeo scagionato da ogni accusa per la cattura in porto della tartana francese da parte delle due fregate inglesi.[16]

Il porto di Capraia è diventato il rifugio dei corsari francesi che vi portano le loro prede, in modo particolare grano e farina, che poi lasciano nei magazzini dell’isola.

Mentre gli inglesi si stanno impadronendo della Corsica, Capraia diventa anche un punto di transito per quanti sono costretti a fuggire dai combattimenti in corso: un vescovo e diversi preti nel marzo, poi francesi fuggiti da Bastia e San Fiorenzo.

Ormai i capraiesi devono subire non solo le angherie dei corsari francesi e dei loro equipaggi quando scendono a terra, ma anche le insidie dei corsari corso-britannici che non esistano ad attaccare i navigli capraiesi.

Il 13 aprile 1794, per far fronte alle continue aggressioni dei corsari corsi, i Padri del Comune inviano a Genova una nuova supplica chiedendo l’autorizzazione ad armare due o tre bastimenti per andare a loro volta in corsa contro i corsi, per far valere le proprie ragioni, per non soccombere ad una sì vile nazione che li fa arrossire ad ogni incontro, e per potersi vendicare. Chiedono inoltre che sia aumentata di 50 soldati la guarnigione dell’isola per portarla a 150, e di mettere al soldo 100 locali per potere, assieme ai soldati, respingere il nemico corso e creare dei posti di guardia negli undici scali dell’isola ed al porto. Il 23 aprile i Collegi deliberano di autorizzare il Commissario di mettere al soldo 100 capraiesi, con una paga che possa essere sopportata dal pubblico erario, e dà ordine ai Deputati all’Armeria di inviare a Capraia dell’artiglieria di piccolo calibro, e quaranta schioppi per l’armamento di due guardacoste capraiesi, in modo che possano proteggere tutti i bastimenti battenti bandiera genovese che transitano nel canale, tra la Corsica e Capraia.[17]

Nello mese di luglio, due feluche nazionali francesi hanno rinforzato i loro equipaggi con gente capraiese. Una è in porto sin dalla resa di Bastia, mentre l’altra è venuta dal golfo di La Spezia. Il 18 luglio entrambe le feluche partono e una di esse, comandata dal corsaro francese Sapett ed equipaggiata da marinai capraiesi, rientra la mattina del 21 conducendo seco una polacca ragusea catturata il 19.[18]

La situazione economica di Capraia è deteriorata a tal punto che circa cinquanta marinai capraiesi si sono imbarcati sui navigli corsari mettendo a rischio i commerci con i porti della Sardegna, di Napoli, di Livorno e della Corsica, tutti facenti parte di nazioni della coalizione. Infatti la presenza di capraiesi sui navigli corsari francesi costringe i coalizzati a ricusare alle barche capraiesi carico e credito, mettendo a rischio la sussistenza di tutti gli abitanti di Capraia. I Padri del Comune, Giuseppe Cuneo q. Simone, Paduano Sarzana q. Pasquale e Giuseppe Sabbatini q. Angelo, su sollecitazione del Popolo di Capraia, chiedono a Genova di proibire l’accesso al porto di corsari di qualunque nazione e a qualsiasi capraiese di imbarcarsi su imbarcazioni corsare.[19]

Il 20 agosto, il console francese a Genova, Pierre Francois Lacheze, per evitare problemi con la popolazione di Capraia, chiede che sia prestato aiuto a Domenico Cuneo, suo procuratore, quando questi, su sua istruzione, deve ritirare le lettere di marca ai corsari francesi. Ordina anche a Domenico Cuneo di far sbarcare tutti i marinai capraiesi che, non rispettando gli ordini della Serenissima Repubblica, si trovano sui navigli corsari.[20]

La popolazione allo stremo non sopporta più i corsari francesi tanto che, il 2 settembre, i Capraiesi manifestano contro un corsaro francese scendendo allo scalo della Grotta e sotto la torre, gridando ad alta voce: “Non vogliamo corsari né le loro prede in questo porto, fuori, fuori”. Il giorno dopo verso le sei e mezza, al suono della campana, gran parte del Popolo capraiese si raduna nella chiesa parrocchiale e poi invia i Padri del Comune dal Commissario per comunicargli che non vogliono né corsari francesi né le loro prede nel porto, perché sono alla fame.[21]

Capraia 1790 circa SHAT

Il porto di Capraia , circa 1790

Ormai i corsari francesi arrivano nel porto impunemente, senza aver rispettato le regole di Sanità, scendono a terra e si mescolano con la popolazione facendo temere il pericolo di contagio e suscitando le preoccupazioni non solo di Genova ma anche della Sanità del porto di Livorno che decide di sospendere la libera pratica di tutto ciò che proviene da Capraia.

Il 15 novembre Genova ordina al Commissario di licenziare i cento capraiesi che erano stati arruolati in aprile.[22]

Il 24 novembre, il console francese Lacheze, con una sua nota al Magistrato di Guerra e Marina, segnala che il suo ordine di far sbarcare dai navigli corsari i marinai capraiesi, è stato disatteso e chiede un intervento del governo sul commissario affinché faccia cessare l’abuso: i Collegi danno l’ordine al Commissario di far pubblicare una grida nella quale si dica che è proibito a qualunque capraiese di arruolarsi, o prendere servizio su legni corsari di qualsivoglia nazione belligerante, pena la pubblica indignazione oltre le pene contenute nell’Editto di Neutralità, e qualora l’ordine sia contravvenuto, faccia catturare il contravventore, o contravventori, tenendoli in carcere a disposizione dei Collegi.[23]

Il 20 dicembre giunge la fregata inglese HMS La Fleche, il cui comandante in nome dell’ammiraglio William Hotham[24], chiede, come richiesto a suo tempo da Giuseppe Brame, console di S.M. Britannica a Genova, la restituzione di una scona, che era stata trovata e ricuperata da un guardacoste capraiese il 15 giugno: il guardacoste, una gondola, era stato armato a proprie spese, escluso l’armamento, da Pietro Lercari, con il permesso dei Collegi, per proteggere il commercio genovese nel mare di Capraia dai corsari corsi. Il commissario consegna la scona e tutto l’armamento ma trattiene tutto il ricavato della vendita all’asta delle merci trovate sulla scona stessa, per coprire le spese sostenute nel ricupero e per la mercede dell’equipaggio del guardacoste.[25]

Il 20 luglio del 1795 il console Lacheze chiede al governo genovese di revocare il decreto che proibisce  ai corsari francesi e le loro prede l’accesso a Capraia perché le circostanze non sussistono più. Chiede altresi che il governo perdoni i marinai capraiesi che hanno servito sui navigli corsari francesi e che a seguito di condanne sono dovuti espatriare, e di permettere al console Sapey di soggiornare liberamente a Capraia per i suoi affari e per gl’interessi della Repubblica di Francia. La proposta viene accettata dal governo genovese che, il 12 agosto, comunica la decisione al Commissario, fermo restando: la proibizione ai Capraiesi d’imbarcarsi su navigli corsari, il rispetto delle regole di sanità e quanto prescritto dall’Editto di Neutralità.[26]

Il 7 ottobre arriva ai Collegi la seguente supplica:

Sono già vari mesi, che si trovano ramenghi per il mondo gli infrascritti individui capraiesi, componenti fra tutti diecisette famiglie. Il motivo di tale loro assenza si è perché è pervenuto a loro notizia, che contro ognuno di essi vi sia l’ordine di cattura per aver servito sopra i corsari francesi. L’oggetto per cui essi si erano ingaggiati sopra corsari, altro non è stato che quello di procacciarsi un qualche tenue guadagno per mantenere le loro miserabili famiglie, nella crisi massima della mancanza del commercio, unico sostegno di quelli Isolani. Rendesi ora di totale loro rovina l’ulteriore lontananza, ed è la desolazione delle rispettive loro famiglie; che pertanto si fanno animo di umiliarsi a piedi del sovrano loro consesso, supplicandole di compiacersi riammetterli nella loro grazia, perchè non esser mai stata intenzione loro di operare contro il loro Principe, ma solo di procurarsi la forma di vivere meno penosamente. Questa grazia che implorano è già stata dalla benignità di VV.SS. Ser.me accordata ad altri, ed essi pure si lusingano di ottenerla colla promessa di non più dar luogo a simili disavventure.”

I Collegi deliberano che, se i supplicanti si costituiscono in carcere, il commissario è autorizzato a rilasciarli dopo un periodo di tempo a sua discrezione. A parte comunicano al commissario che in realtà può rilasciarli dopo aver fatto scontare solamente ventiquattro ore di carcere.[27]

La situazione economica sull’isola diventa sempre più precaria per i suoi abitanti anche se qualche fortunato riesce ad approffittare della situazione per arricchisersi offrendo i suoi servizi ai corsari.

Per ingraziarsi la popolazione di Capraia ed evitare inutili apprensioni a Genova, il console Sapey, con una astuta manovra, trova il modo di fornire ai capraiesi della carne di cui hanno notevole bisogno convicendo dei corsari francesi a far ammazzare e vendere due buoi alla settimana.[28]

Ormai per I corsari francesi l’isola non è più solamente un rifugio e deposito delle loro catture, ma viene utilizzato anche per lo scambio di prigionieri e la vendita delle merci catturate.

Il 10 novembre, una feluchetta corsara francese cattura una tartana, nominata La Madonna di Montenero, di proprietà del Padron Pietro Livori toscano e battente bandiera toscana, proveniente da Livorno e diretta a Bastia, con a bordo 25 bovi per la Municipalità di Bastia, 4 cavalli e carrozza del viceré inglese, 7 colli per il suo segretario ed altre merci di privati corsi.[29]

Il 19 novembre 1795, si presenta al commissario di Capraia il capitano Francesco Vidau, parlamentare inglese, inviato dal viceré di Corsica Sir Gilbert Elliot, e gli consegna la seguente lettera del viceré a lui diretta:

“Il signor Vidau, che ha l’onore di consegnarvi la presente, è incaricato di sollecitare presso di voi, o presso qualunque altra autorità competente in Capraia, per gli interessi dei proprietari di differenti beni, che sono stati presi sotto bandiera toscana da dei corsari francesi. Lo invio a lei, Signore, perché ottenga tutti gli atti di giustizia, che lei potrà accordargli e i riguardi che i governi neutrali non rifiutano mai in casi simili. Vi prego altresì di prestar fede a tutti gli accordi che il Sig. Vidau potrà concludere per quanto riguarda dette prese e per quello che deciderà di farne.”[30]

Consegnata la lettera, il Vidau s’intrattiene a conversare con il commissario dicendo che la feluchetta corsara si era armata in Capraia, che non è possibile che avesse i documenti in regola non essendo stata armata sul litorale francese, che la feluchetta era partita da Capraia mentre la tartana ed altre imbarcazioni in convoglio, scortate da un cutter inglese, erano in vista dell’isola. A queste contestazioni il commissario risponde che la feluca non era stata armata a Capraia, che aveva i documenti in ordine, che non era partita quando il convoglio era in vista. Il colloquio si conclude infine con la richiesta da parte del Vidau di essere assistito nelle trattative col corsaro, al che il commissario risponde che non può intromettersi in decisioni che spettano al console francese a Genova sulla base del rapporto dell’agente francese a Capraia, ma promette di raccomandarlo a quest’ultimo affinché le sue trattative si svolgano velocemente. Terminato questo primo colloquio ufficiale, il commissario invita a pranzo il Vidau che, durante la conversazione caduta sulla vita laboriosa che stanno soffrendo le donne capraiesi, dice “presto verremo con un ramo d’olivo a liberarle”, e conclude il colloquio chiedendo al commissario di ammettere nell’isola un agente di S.M. Britannica, e dicendo che prima di partire lascerà una sua dichiarazione da inviare ai Collegi. Dopo pranzo accompagnato dal capitano Cartabona, al quale era stato affidato, il Vidau, si reca in casa dell’arciprete Sabatini dove è ospitato. Il commissario viene poi a sapere dal Cartabona che nei colloqui con Vidau, questi ha affermato che vi sono 500 corsi pronti a venire a prendere la tartana predata e liberare l’isola dal nido di corsari con l’accordo dei Capraiesi, e che il viceré ha in mente d’inviare quattro o cinque fregate. Su quanto appreso il commissario stende una relazione che invia al Doge per mezzo di Domenico Cuneo.

Il 24 novembre, il Vidau, dopo aver noleggiato il bastimento del padrone capraiese Giacinto Princivalle, parte portando con sé la carrozza del viceré, sette colli del suo segretario ed altre piccole cose che ha riscattato contro la promessa di pagamento di milleottocento lire tornesi, ma lasciando a Capraia i quattro cavalli per mancanza di un’imbarcazione adatta al trasporto. Prima di partire consegna al commissario la sua memoria nella quale fa presente che: il contegno e la condotta dei corsari francesi stazionati nell’isola non è conforme ai principi di neutralità; che mai l’isola può esser usata per scoprire i bastimenti diretti in Corsica; che corsari francesi debbano essere ammessi nell’isola solo per motivo di cattivo tempo e non per avervi sicuro ricovero e stabilirvi il deposito dei loro beni e delle loro prede con pregiudizio dei fedeli sudditi di S.M. Britannica; che è palese e notorio che molti capraiesi hanno interessi nell’armamento dei corsari; che l’agente francese, stabilitosi nell’isola per l’assistenza ai naviganti della sua nazione, è anche armatore e decide il destino delle prede fatti dai corsari convenzionali; che esistono nel porto, tirate a terra, varie feluche, o coralline di costruzione napoletana, destinate ad essere armate in corso. Facendo appello alla buona armonia che esiste tra S.M. Britannica e la Serenissima Repubblica, il Vidau chiede di eliminare tutti gli inconvenienti suddetti e di far presente ai corsari convenzionali francesi che l’isola di Capraia può servire da ricovero, ma non di magazzino e arsenale dei legni armati in guerra delle potenze belligeranti. Anche questa memoria viene subito inviata dal commissario a Genova. La Giunta di Marina[31], il 30 novembre, prepara una relazione per i Collegi dove ricapitola tutta la storia concernente il Vidau e fa le seguenti raccomandazioni: poiché dalle risposte date dal commissario al Vidau non traspare che egli abbia ammesso che la cattura della tartana è invalida, si consiglia di ordinare al commissario di continuare a tenere lo stesso contegno d’aiuto nelle trattative per il riscatto delle restanti mercanzie, ma di farlo a titolo personale; che non si possa ricusare la richiesta di ammettere un agente britannico nell’isola, essendovi già un agente francese, ma in nessun modo si deve parlare di un console, perché nel ristretto dell’isola verrebbero a moltiplicarsi i consoli; che il commissario informi direttamente il viceré, tramite il Vidau, che un agente britannico è ammesso nell’isola; che pur non potendosi proibire il deposito delle prede nell’isola, è necessario segnalare al ministro francese il gravissimo pericolo cui va esposta la Repubblica per la perdita della Capraia e il danno che ne risulterebbe alla nazione francese se l’isola fosse assalita e occupata dagli Inglesi. Le proposte della Giunta vengono approvate dai Collegi e in tal senso vengono dati gli opportuni ordini al commissario. La memoria del Vidau è fatta pervenire di nascosto all’agente francese a Capraia, che il primo dicembre con una lettera diretta al commissario, con tono sostenuto, confuta tutte le accuse del Vidau, e scarica la colpa delle cattive informazioni ricevute dal Vidau sul comitato dei capraiesi, capeggiato dall’arciprete e dai Padri del Comune, tutti imparentati con quelli che nel 1767 avevano tradito la Repubblica di Genova, i quali non hanno altro obiettivo che d’ingraziarsi gli Inglesi e distruggere la buona armonia che esiste tra la Nazione francese e la Repubblica di Genova.[32] Ai primi di dicembre giunge la notizia che il bastimento noleggiato dal Vidau è stato catturato poco distante dall’isola da un corsaro barbaresco, il quale prese le merci, le vele, e i passeggeri, lo ha abbandonato alla deriva. Il bastimento è stato ricuperato da un corsaro imperiale e rimorchiato a Livorno. Il commissario pensa che il Vidau sarà presto liberato in quanto inglese e che l’equipaggio capraiese dovrebbe seguire la stessa sorte in quanto trasportava un parlamentare.[33]

Gilbert Elliot

W. Aikman, Sir Gilbert Elliot

Il 4 dicembre entra in porto il cutter inglese HMS Vanneau, proveniente da Bastia, che saluta la Fortezza con undici tiri di cannone. Il commissario, pur non avendo precise istruzioni, fa rispondere con cinque colpi di cannone. Dal cutter sbarca il capitano de Sade, Cavaliere di Malta, con il capitano John Gourly, comandante del Vanneau, che salgono alla Fortezza e il de Sade consegna al commissario la seguente lettera del viceré di Corsica[34]:

“Avendo appreso con molto dispiacere che il Sig. Vidau è stato catturato da un corsaro barbaresco, dopo la sua partenza da Capraia, ho pregato il Sig. Cavalier de Sade di passare in quest’isola per ritirare i miei cavalli ed altri effetti che ancora vi si trovano. Il Sig. de Sade rispetterà l’accordo fatto dal Sig. Vidau, e vi pregherei, Signore, di far comprendere da parte mia alle persone interessate che debbano prestar fede a quanto deciderà il Sig. de Sade per quest’affare. Ho l’onore di presentarvi il Sig. Cavalier de Sade, e mi prendo la libertà di raccomandarlo alla vostra bontà durante il suo soggiorno a Capraia.”[35]

A causa del maltempo il cavalier de Sade è costretto a fermarsi a Capraia ospite del commissario fino al giorno tredici, quando, arrivati i due cutter inglesi, HMS Vanneau e HMS Rose, i cavalli vengono imbarcati su un bastimento capraiese che scortato dai due cutter parte per Bastia. Il cavalier de Sade approfitta della sua permanenza a Capraia per stendere una dettagliata relazione sia del paese e dei capraiesi sia del Forte con la consistenza dei suoi armamenti e della sua guarnigione.[36] Quando parte il commissario gli affida una lettera per il viceré:

“Ho ricevuto stimatissimo Foglio dell’E.V. de 3 corrente Xbre da M. le Chevalier de Sade spedito espressamente per il ricupero de Cavalli lasciati ultimamente da Capitan Vidau parlamentario dell’E.V. alla partenza de 24 9bre pp.

Riguardo all’onorevoli incarichi, che l’Eccelenza v.ra mi dà per quanto mi sia possibile di prestarmi alla cura degli di lei interessi, come da pregiatissime sue, mi dò l’onore di significarle, che quantunque non abbia io alcuna autorità nè sopra le prede qui condotte, nè sopra i predatori, mi son fatto non ostante un preciso dovere colle più buone maniere per quanto mi fu possibile combinare colle parti, affine di venire ad un onesto convegno, come di tutto ciò potra renderla sicura il raccomandato Capitan Vidau, se non avesse avuta la disgrazia di essere stato predato da Corsaro Barbaresco; la qual cosa mi recò non poca afflizione, non già perchè dubiti non abbia al più presto a ritornare, quanto per li disastri, che dovrà forse soffrire, coma anche di quelle povere famiglie quì gementi, de qualii loro rispettivi mariti pregiavansi condurre all’E.V. un simile soggetto, siano incorsi nell’istessa sorte più per essi fatale, e quasi fuor di speranza di libertà.

 All’arrivo de M. le Chevalier de Sade in Bastia ne ricceverà i più veri riscontri, e se posso renederla maggiormente servita m’onori de pregiatissimi suoi comandi nel mentre, che colla maggior stima, ed ossequio mi dò l’onore rassegnarmi.”[37]

 Oltre alla lettera del commissario, il de Sade porta a Bastia anche la copia dell’accordo, fatto a Capraia tra l’agente francese Sapey e il capitano Vidau, che attiva un nuovo canale di contatto tra la Francia e la Gran Bretagna per lo scambio dei prigionieri:

“Il Parlamentare Inglese venuto a Capraia per ordine di sua Eccellenza il Vicere di Corsica, per richiedere i beni presi da un corsaro francese, essendo stato obbligato ad acquistarli, li ha imbarcati sul bastimento genovese del Padron Princivalle per la somma di 600 tonesi al loro felice arrivo a Bastia al prefato Padrone secondo la somma convenuta con l’agente francese. I quali beni non possono essere ripresi ne possono essere soggetti ad alcun riscatto. Per quanto riguarda i quattro cavalli e finimenti si prenderà a Bastia un bastimento adatto per caricarli e lo si invierà a Capraia, a condizione che la somma di 1200 tornesi sia pagata per l’acquisto al momento della consegna, ben inteso che i cavalli non potranno Più essere catturati, Che sua Eccellenza il Viceré prenderà in considerazione le rimostranze fatte dall’agente francese al plenipotenziario per il cattivo trattamento a cui sono sottoposti i prigionieri corsari del naviglio Le Terrible comandato da Lucca. Il suddetto ufficiale ha promesso all’agente francese che, al suo ritorno in Corsica, ne parlerà a Sua Eccellenza il Viceré, e lo pregherà di far consegnare (se sarà possibile) al detto agente i suddetti prigionieri per essere scambiati con altrettanti inglesi dello stesso grado e qualità, o almeno di pregarlo di fare in modo che i prigionieri siano trattati come gli altri prigionieri francesi.”[38]

 Dopo questo accordo lo scambio di prigionieri tra il viceré e il Sapey prima, e poi il suo successore Francesco Maria Levie si intensificano e porteranno tra l’altro anche al riscatto di alcuni prigionieri capraiesi in mano agli inglesi.

Nello stesso mese viene catturato per la seconda volta il bastimento del padron Giacinto Princivalle, capraiese, che era stato portato a Livorno da un corsaro imperiale che lo aveva trovato abbandonato. Il bastimento è riscattato dai parenti del Princivalle per 200 scudi, ma mentre è in navigazione, diretto a Capraia, a circa dieci miglia da Livorno, è catturato dai corsari barbareschi che probabilmente lo hanno condotto al Capocorso.

Il 20 dicembre, il console genovese a Livorno, Gio Antonio Gavi, informa il commissario che nel porto di detta città vi sono numerosi bastimenti corsari – austriaci, galeotte napoletane e sarde – che, secondo le notizie raccolte, intendono fare un attacco di sorpresa all’isola d’accordo con gl’inglesi.[39]

Il 5 gennaio 1795 arriva un emissario che consegna al nuovo commissario Agostino Ayrolo la seguente lettera del vicere Elliot:

Signore,

approfitto di una occasione che si presenta per la gentile lettera che avete affidato al Cavalier de Sade, e per dimostrarvi come io sia sensibile a tutte le gentilezze che avete fatto al signor Videau e al signor de Sade durante il loro soggiorno a Capraia. Sarei felice di poter manifestarvi in persona tutta la mia stima, e la mia riconoscenza, e se mai si presentasse l’occasione di visitare l’isola vicina che voi possiate venire a casa mia dove avrete un appartamento a vostra diposizione. In attesa vi prego di accettare come ringraziamento della stagione un paté di merli corsi, e qualche bottiglia di vino che mi è sembrato buono.”[40]

Il 15 gennaio il commissario risponde alla missiva del viceré per ringraziare dei doni:

“Sono in dovere di rispondere brevemente al Gentilissimo foglio dell’E.V. per renderle le più distinte grazie non solo del Bonnè, che così noi chiamiamo, quale era molto gustoso, quanto del vino veramente pretioso, che si è compiaciuta favorirmi, ed il quale me lo godrò per amor suo, e ne farò dei Brindisi all’E.V., come già ho fatto.

Sull’aspettativa di qualche buona notizia di Vidau, passo ad offerire all’E.V. la costante mia servitù, e mi creda, quale piena di obbligazioni, ed ossequio mi preggio d’essere.”[41]

Questo scambio di corrispondenza non deve essere considerato eccezionale poiché non solo al momento le relazioni tra la Repubblica di Genova e la Gran Bretagna sono buone ma anche perché è uno scambio di cortesie tra due gentiluomini – il commissario è un patrizio genovese.

Il 28 gennaio 1796 verso le ore 24, si affaccia all’imboccatura della rada del porto la fregata HMS Lively[42] con bandiera inglese, sosta per circa un quarto d’ora e poi si allontana. Ricompare il giorno successivo verso mezzogiorno, si ferma ad un miglio dal porto e manda a terra, con una lancia, un ufficiale che sale alla Fortezza con una missiva, che il commissario, non sapendo leggere l’inglese, invia a Genova. Un marinaio della lancia che capisce un poco di francese, fa da interprete al colloquio tra l’ufficiale e il commissario. Prima di tutto l’ufficiale chiede perché la Fortezza non inalbera la bandiera di Genova, al che il commissario risponde che se la fregata o qualunque altro vascello entrano in porto e ivi si ancorano, facendo le debite onoranze alla Piazza, gli sarà corrisposto il saluto. Poi l’ufficiale soggiunge che l’isola è un nido di corsari, o meglio ladri, che escono quando gli pare ed assaltano tutti i bastimenti, anche quelli genovesi diretti in Corsica: il commissario risponde che dal porto non partono corsari se prima non hanno promesso di non molestare bastimenti in vista dell’isola e quelli che escono dal porto nelle 24 ore.[43] Dopo il colloquio, l’ufficiale torna sulla fregata che, dopo aver imbarcato la lancia, si allontana bordeggiando intorno all’isola. Poiché nel porto si trovano uno sciabecco corsaro, armato dalla Convenzione francese, e quattro piccole feluche anch’esse corsare, il commissario teme un attacco della fregata. La missiva consegnata dall’ufficiale inglese al commissario dice:

“Per informare il Governatore di Capraia che il vice re di Corsica e l’Ammiraglio sono estremamente mortificati e dispiaciuti per l’appoggio concesso ai corsari francesi o piuttosto pirati, che disturbano sotto la protezione genovese i traffici tra Livorno e la Corsica. In conseguenza, delle navi saranno costantemente poste a sorvegliare quest’isola ostile, e con questo comportamento diminuirà il rispetto che altrimenti i Britannici sono desiderosi di mostrare alla neutralità di Genova.”[44]

Il 31 gennaio parte dal porto una gondola capraiese diretta a Livorno, ma la fregata inglese che fa la guardia allo sciabecco francese ancorato in porto, gli fa una fumata e il capraiese subito ammaina le vele, non potendo, per il vento contrario, accostarsi al bordo della fregata per fare ubbidienza ed invia la sua lancia verso la fregata. Allora da questa si stacca una lancia, che, dopo aver raggiunto la lancia capraiese, intima alla gondola di tornare indietro. Contemporaneamente altri due bastimenti cercano di partire e senza farsi richiamare, vanno spontaneamente al bordo della fregata per prestare ubbidienza. Dopo circa quattro ore, due dei bastimenti tornano in porto, mentre il terzo, essendosi rinfrescato il vento e sopraggiunta la notte sparisce all’orizzonte. Il commissario interroga i padroni dei due bastimenti rientrati in porto per sapere perché erano stati trattenuti tanto tempo. I padroni affermano che gli era stato chiesto solamente dove erano diretti e gli era stato detto che potevano partire quando la fregata avesse alzato la bandiera, ma che tutti e tre impazienti hanno voltato di bordo e si sono allontanati. Mentre erano sotto bordo, dei marinai ubriachi si erano affacciati burlandosi di loro.

Il 15 febbraio il commissario invia una nuova missiva al viceré in risposta ad una lettera recapitatagli da un certo Bertolacci:

“Vengo alla ricevuta del Stimatissimo Foglio dell’E.V. a significarle avere i detti Padroni provenienti da Livorno stati prima d’ora da me, e facendomi istanza di non essere molestati da Corsari Francesi, stimai per non impedire il corso a detti Corsari, o a qualunque altro di richiedere una sicurtà di non molestare i bastimenti, che sono in vista, che sorgono, o che sortiranno dentro il periodo di ore ventiquattro. I detti Padroni sembro mi si contentassero, ed inaspettatamente senza dirmi altro partirono, ma venuti altri dell’Equipaggio a supplicare, che volendo partire, si trattenessero i Corsari, ho subitamente ordinato, che non si lasciano sortire e detti bastimenti sono partiti ieri mattina per Bastia, ed i Corsari sono trattenuti ancora in Porto, che è quanto posso significare all’E.V. nel mentre, che colla più distinta stima, ed ossequio di fretta mi preggio segnare.”[45]

La notte del 19 febbraio, il padrone Stefano Artisi, capraiese, venendo da Bastia, a quattro miglia da Capraia scorge una corvetta[46] che gli sta dando la caccia. Per il timore che si tratti di un corsaro barbaresco, abbandona la sua imbarcazione e con lo schifo, insieme all’equipaggio, si dirige verso terra. Poco dopo però si accorge che la corvetta è inglese e allora si porta verso di essa per ricuperare il suo bastimento abbandonato; giunto alla portata del cannone della corvetta, questa gli spara contro quattro cannonate a mitraglia. Il padrone decide di rientrare in porto. La mattina seguente, presa una lancia più grande, va a cercare la corvetta e trovatala, si avvicina al suo bordo. Interrogato dal capitano della corvetta per qual motivo aveva abbandonato il suo bastimento, risponde di aver scambiato la corvetta per un’imbarcazione turca. Allora gli viene restituita l’imbarcazione, però privata degli strapuntini dei marinai, dei cappotti, cavi e vele. Il padrone protesta, ma è maltrattato e minacciato dal capitano della corvetta.

Lo stesso giorno, il padrone Giuseppe Solari, pure capraiese, proveniente da Livorno, è seguito da una fregata e, quando la scorge, abbandona il suo bastimento con lo schifo. Mentre il bastimento arriva sotto il tiro della Fortezza sempre seguito dalla fregata, questa sì volta di fianco e spara contro il bastimento più di dodici colpi di cannone. Il commissario fa tirare un tiro di cannone in aria e la fregata smette di sparare e si allontana. Il Solari torna a bordo del bastimento abbandonato e lo porta a salvamento in porto. Il commissario apprende dal Solari che egli aveva abbandonato la sua imbarcazione perché pensava che la fregata, essendo senza bandiera, fosse barbaresca.

Intanto i bastimenti che giungono dalla Corsica portano la notizia che si stanno preparando truppe inglesi e corse, pronte a recarsi a Capraia, sia a causa dei corsari, che impediscono la navigazione, sia per evitare che Capraia diventi un deposito di viveri dei Francesi, nel caso questi decidano di rientrare in Corsica.

Il 22 aprile la feluca corsara nazionale francese di capitan Giuseppe Gaspare chiede al commissario il permesso di uscire dal porto di Capraia. Il permesso viene negato poiché sono stati avvistati dei bastimenti. Dopo aver promesso di non molestare i bastimenti usciti dal porto nelle ventiquattro ore, il permesso viene accordato. I bastimenti del convoglio sono tartane e piccole navi mercantili scortate da due cutter inglesi diretti in Corsica. Uno dei cutter, senza bandiera, si avvicina alla torre delle Barbici e allora il caporale di guardia alla torre spara prima una fumata, poi, visto che il cutter non alza bandiera, tira un colpo di cannone a palla: il cutter si allontana senza alzare la bandiera. Quasi contemporaneamente dalla torre si vede spuntare dalla cala della Mortola il corsaro francese, che a gran forza di remi si dirige ad inseguire una tartana del convoglio; l’equipaggio della tartana scorge il corsaro e dopo aver fatto un tiro di segnale, abbandona la tartana e con la lancia si dirige verso il cutter, il quale avvedutosi dell’inseguimento mette a mare tre lance per farsi rimorchiare verso la tartana e facendo fuoco contro il corsaro. Arrivato il cutter sotto la torre inseguendo il corsaro, il caporale spara di nuovo un tiro a vuoto, ma poiché il cutter continua la sua corsa, gli spara contro tre tiri a palla, l’ultimo dei quali colpisce il cutter. Questo si allontana e si riunisce con velocità al convoglio, mentre il corsaro torna in porto. Ricevuta la notizia il governo genovese decide di presentare una protesta al console di Francia.[47]

Intanto l’armata di Napoleone proseguendo la vittoriosa campagna d’Italia nel mese di giugno occupa Livorno, togliendo agli Inglesi una delle più importanti basi del loro commercio marittimo e della flotta da guerra. Gli Inglesi decidono allora di porre il blocco al porto di Livorno e di occupare l’Elba, perché non diventi una base francese. L’8 luglio una potente squadra navale al comando del commodoro Horatio Nelson prende possesso di Portoferraio dopo aver imposto una resa incondizionata, pur garantendo il rispetto della sovranità granducale.

A Nelson viene quindi affidato il compito di proteggere con la sua squadra navale sia il regno di Corsica sia di porre il blocco navale al porto di Livorno,

Anche per la Repubblica di Genova, nonostante la conclamata neutralità, la situazione si fa sempre più grave con l’occupazione da parte delle truppe di Napoleone di tutta la costa di ponente fino alle porte della stessa Genova. La situazione della città si aggrava anche per la scarsezza di rifornimenti ed in modo particolare di carne in quanto le importazioni dal Piemonte sono proibite a causa del morbo che affligge i bovini di quella regione e della Lombardia. Solo la Toscana e gli stati di Modena e Parma potrebbero fornirli ma sono impediti dalle truppe francesi.[48]

In giugno il commissario, visti i buoni rapporti che ha con il viceré gli invia la seguente lettera per chiedere un favore personale:

“Sento al momento essere stati predati da legno Inglese, e portati in Bastia due Bastimenti che appartengono a certi due miei conoscenti Genovesi, che si daranno l’onore presentarle questo foglio, e da quali sarà L’Eccelenza Vostra informata di quanto le è occorso.

Prego la bontà dell’E.V. a volersi compiacere facilitarne il rilascio, che le ne professerò la maggior obbligazione.

Intanto si degno di accettare la sincera offerta di mia rispettosa servitù, ed in qualonque sua occorrenza mi onori l’E.V. dei veneratissimi di lei comandi, mentre con la più rispettosa stima mi preggio segnare.”[49]

Il 19 luglio il commissario di Capraia comunica a Genova che si è sparsa voce di un imminente tentativo di sbarco degli Inglesi coadiuvati dai Bastiesi. Il 30 luglio Genova risponde al commissario:

“M.M Commissario. Presosi da noi in considerazione il vostro dispaccio dei 19 corrente luglio con cui ci avvisate la voce costi sparsasi di una sorpresa di codesta Isola per parte degl’Inglesi, secondati da Bastiesi ci siamo determinati di instruirvi di stare nella maggiore vigilanza sopra qualunque incidente potesse accadere di non permettere in alcuna forma il benché menomo sbarco di Truppa o altri individui, che potessero far temere di una tale sorpresa. Dovrete egualmente in caso di qualunque attacco o aggressione di cotesta Fortezza diffendere la medesima col maggiore vigore, e fino all’ultimo, onde la stessa si sostenga sempre nel possesso della Republica.”

Il giorno dopo Genova informa il commissario:

“… di aver incaricato il maggiore Brosi destinato a rilevare codesto M. Colonello Forci, che nel caso in cui vedesse imminente un qualche sbarco di gente, o Truppa Estera colla intenzione di sorprendere codesta Isola, e Fortezza siccome nella circostanza di qualunque altro consimile urgente bisogno debba portare a voi l’instanza d’accordare le armi a quel numero di individui Caprajesi più fedeli e ben affetti a comune giudizio di voi e di detto maggiore …”[50]

Nelson viene offeso a Genova. Blocco dei porti della Repubblica ai bastimenti inglesi

L’11 agosto Nelson viene promosso al grado di commodoro di prima classe.

Ai primi di settembre viene informato che è stato vietato dalle autorità genovesi l’imbarco, sullo sloop inglese L’Eclair,[51] di bovini che sono stati acquistati per rifornire la flotta inglese, nonostante la seguente lettera che il console britannico Joseph Brame ha inviato al governo genovese:

“Il sottoscritto Console Britannico Residente presso questa Serenissima Repubblica rassegna al Serenissimo Governo della stessa per mezzo del Mco. Segretario di Stato essere stati proveduti nei Territori di Toscana, ed altri limitrofi Forastieri, circa centocinquanta bovi per il bisogno della Flotta Inglese nel Mediterraneo, al quale effetto sono noleggiati diversi bastimenti genovesi per trasportarli, e questi saranno scortati dalla fregata inglese da guerra, che è ora in questo porto. Implora il Sottoscritto della graziosa condiscendenza di questo Ser.mo Governo tutte quelle providenze, che convengono per il detto oggetto, e specialmente dirette a rimuovere ogni impedimento all’imbarcazione di detti bovi.”[52]

Copia della lettera del Brame cade nelle mani del plenipotenziario straordinario della Francia a Genova, Guillaume-Charles Faipoult che subito reagisce scrivendo al governo genovese che i bovi sono stati acquistati dall’appaltatore genovese Cresta in Piemonte e che il permesso è stato accordato dal comandante delle truppe francesi per il solo uso della città di Genova e che se fossero consegnati agli Inglesi, il comando francese sarebbe costretto ad impedire ogni ulteriore fornitura per Genova.[53]

Nelson intanto incontra in mare lo sloop L’Eclair che lo informa di quanto è successo a Genova. Allora decide di recarsi a Genova, insieme allo sloop L’Eclair dove arriva il 4 settembre, e, dopo che le due navi si sono attraccate al molo, subito invia la seguente lettera al governo:

“Il commodoro Nelson è sorpreso ed attonito d’aver inteso che una partita di bovi di proprietà attuale di S.M. Britannica sono stati impediti di essere imbarcati nel Porto di Genova.

Il caso è così nuovo e straordinario che detto comandante spera che vi è stato qualche sbaglio un quest’affare, al quale sarà rimediato in vista di questa Rappresentanza, poiché il comandante non può concepire, che le proprietà del suo Sovrano, o suoi sudditi possano essere arrestate da una potenza amica sotto qualunque pretesto.

È solito in tutte le nazioni quando stimano necessario di proibire l’esportazione di provvigioni, di darne notizia, e che dopo un certo tempo non sarà permesso l’esportazione di niuna provvigione.

Il commodoro spera per la Felicità della Nazione Genovese come anche per quella dell’Inglese, che il Serenissimo Governo non prenderà alcuna misura che possa interrompere l’armonia che così felicemente sussiste fra il Suo Governo e la Serenissima Repubblica di Genova, e quale il Commodoro ha sempre in tutte le occasioni studiosamente cercato di preservare.”[54]

Il segretario di stato Giacinto Giacomo Castiglione fa pervenire la lettera di Nelson al plenipotenziario straordinario della Francia a Genova, Guillaume-Charles Faipoult, che il sei settembre gli invia una lettera in cui afferma con tono piuttosto minaccioso che:

  • se i bovi provengono dallo stato genovese il Senato della Repubblica non deve farli imbarcare per non danneggiare il suo stesso paese
  • se i bovi provengono dalla Toscana essi non possono essere utilizzati che per il consumo nella città di Genova e che le recenti vittorie dei francesi mirano a impedire agli Inglesi di rifornirsi in Toscana.

La lettera termina con un noto minaccioso affermando che il governo genovese deve ben valutare le spiacevoli conseguenze che ne potranno derivare se permetterà agli Inglesi il permesso di imbarcare i bovi.

Il governo genovese stretto tra due fuochi tergiversa e da incarico a diversi uffici di indagare sulla provenienza dei bovi.

Il 6 settembre Nelson si reca personalmente dal segretario di stato per ribadire la sua richiesta dei bovi acquistati dagli Inglesi. Il segretario di stato risponde di non essere ancora in grado di dare una risposta anche perché in breve tempo la città di Genova sarebbe rimasta priva di carni. Nelson risponde che nel passato e anche recentemente si era consentito il libero prelievo di buoi e che non vi era alcuna disposizione che lo proibisse. Il Segretario fa rilevare che da un anno esiste il divieto di esportare carni dal Dominio e che dai risultati di una indagine i buoi rivendicati dagli Inglesi erano stati acquistati dall’appaltatore genovese e poi con mercimonio venduti agli Inglesi. Il segretario ringrazia Nelson per aver concesso alle imbarcazioni genovesi bloccate a Livorno di potere uscire liberamente da quel porto.[55]

L’8 settembre Nelson chiede udienza al Doge Giacomo Maria Brignole e del suo colloquio ci è giunta la traduzione:

“Il Commodoro non avendo ricevuta ancora alcune risposta al  suo memoriale del 4 settembre, non può a meno d’incomodare il Doge con una visita per richiedere la sua influenza per una pronta risposta, e nell’istesso tempo per assicurare Sua Serenità, che li bovi sono stati comprati senza offesa dell’editto del mese d’ottobre 1795, ed il Commodoro dà la sua parola d’onore, che gli è stato provato, che ne pur ‘uno di questi bovi è prodotto di questo stato ne comprato nel Territorio della Serenissima Repubblica di Genova, onde questo improvviso impedimento al loro imbarco, così contrario al detto Editto del 1795, deve essere causato da qualche mala intelligenza. Il Commodoro spera, adesso che ha avuto l’onore di spiegare a Sua Serenità tutto l’affare, che sarà data una risposta favorevole alla sua istanza, perché essendo detti bovi di proprietà di S. M. Britannica, non possono essere venduti ad alcuna persona; e si considerano come sequestrati d’ordine del Serenissimo Governo, e ciò in tempo che il detto Commodoro d’ordine del suo Ammiraglio il Signor Gio Jervis comandante in capite della squadra di S. M. dimostra ogni attenzione ai sudditi di Genova, avendo permesso a vari di loro bastimenti di partire da Livorno con i loro carichi, come ancora permessa l’imbarcazione della legna nel Stato Toscano, e ne luoghi in possesso dei Francesi per uso della città di Genova.”[56]

Il 10 settembre Nelson stanco di aspettare e di non ricevere alcuna positiva risposta alla sua richiesta invia una sorta di ultimatum al segretario di Stato

“Devo richiedere che mi informi se una risposta sarà data oggi alle numerose domande per l’imbarco dei bovi di sua Maestà Britannica. Se non ricevo alcuna risposta, in serata invierò un rapporto a Sua Eccellenza il Signor Drake ed un altro all’Ammiraglio Sir John Jervis K.B. comandante in capo della flotta di Sua Maestà, e ritirerò le navi di Sua Maestà dal Porto di Genova. E io credo che sua Eccellenza prenderà ogni misura in questa straordinaria congiuntura contro il blocco dei beni di Sua Maestà. Sperando per la felicità delle due nazioni che il Governo di Genova non intraprenderà alcuna azione che possa per un istante interrompere l’armonia che ultimamente è esistita tra la Sua Maestà Britannica e il Serenissimo Governo.”[57]

Hms Captain

La HMS Captain alla battaglia di Capo St. Vincent

La sera dello stesso giorno un soldato e due marinai disertano dalla Captain utilizzando una barca rubata. Il mattino seguente la Captain e il L’Eclair lasciano il molo del porto e si allontanano. Quando è ormai fuori dal porto Nelson fa calare in mare due lance della Captain, una al comando del primo tenente Edward Berry l’altra a quello del tenente di bandiera James Noble con il compito di cercare i disertori. Verso le otto e mezza del mattino del giorno 11 settembre, le due scialuppe sono in vista della spiaggia di San Pier d’Arena e vi scorgono ancorata una tartana francese che sta scaricando sulla spiaggia del materiale, Le due lance si avvicinano alla tartana ed in poco tempo, dopo avergli tagliato la gomena dell’ancora, la trascinano via. L’equipaggio francese si è salvato in mare e nuota verso la spiaggia. A questo punto la batteria francese spara diversi colpi di cannone. Questa almeno è la versione ufficiale francese e genovese come confermata dalle dichiarazioni di quattro abitanti di S. Pier d’Arena, che, sotto giuramento, vengono interrogati dal M.co Filippo Durazzo. Commissario generale del dipartimento, alla presenza di un notaio:

“Una batteria Francese in S. Pier d’Arena – Li Francesi sbarcano ogni sorte di munizioni da guerra sotto il cannone di Genova.

La batteria francese fa fuoco sopra le lancie di S. M. Britannica. Le lancie abordano, e prendono un bastimento francese, che sbarcava munizioni da guerra a lato della batteria francese, su di che tutti li cannoni di Genova fanno fuoco sopra le navi di S.M.Britannica. Ne meno un colpo fu tirato alle fortezze di Genova solamente tre tiri alla batteria francese per marcare la forza degl’Inglesi, e la loro umanità in non distruggere le case, e gl’innocenti abitanti genovesi.

Come può il Serenissimo Governo di Genova mostrare questa condotta come strettamente neutrale?

Dove gli Francesi erigono batterie, non si può considerare come luogo neutrale.

Ogni cosa in Genova, procedente da Genova, o sotto i suoi cannoni, o parte della costa, quale è realmente neutrale il Comandante l’ha sempre inviolabilmente rispettata, e la rispetterà.

Gli abitanti di S. Pier d’Arena, li soldati Genovesi sopra le batterie possono, se vogliono dichiarare la Verità, sostenere intieramente le mie asserzioni, che li Francesi sono stati i primi a far fuoco, e che le lancie Inglesi non avevano commesso atto ne buono, ne malo, prima che li Francesi facessero fuoco.”[58]

Accinelli San pier DÂrena

F. M. Accinelli, San Pier d’Arena e il porto di Genova, c. 1770

Udendo i colpi di cannone le batterie della città, quelle di San Nazaro, Comarca di Carignano, Molo Vecchio e Lanterna, tirano qualche decina di colpi sulle due navi inglesi che però rapidamente si portano fuori tiro.

Il cannoneggiamento è di breve durata e, non appena cessa Nelson invia  a terra con una lancia il tenente Henry Compton con un plico per il console Brame. Il tenente sbarcato al Ponte Reale riesce a raggiungere l’abitazione del console mentre un gruppo di francesi infuriati minacciano i marinai della sua lancia che vengono salvati e portati al sicuro dalle guardie genovesi.

Il plico contiene l’invito al console di recarsi immediatamente dal segretario di stato per presentare tradotta la sua descrizione dei fatti:

“Una batteria Francese in S. Pier d’Arena – Li Francesi sbarcano ogni sorte di munizioni da guerra sotto il cannone di Genova.

La batteria francese fa fuoco sopra le lancie di S. M. Britannica. Le lancie abordano, e prendono un bastimento francese, che sbarcava munizioni da guerra a lato della batteria francese, su di che tutti li cannoni di Genova fanno fuoco sopra le navi di S.M.Britannica. Ne meno un colpo fu tirato alle fortezze di Genova solamente tre tiri alla batteria francese per marcare la forza degl’Inglesi, e la loro umanità in non distruggere le case, e gl’innocenti abitanti genovesi.

Come può il Serenissimo Governo di Genova mostrare questa condotta come strettamente neutrale?

Dove gli Francesi erigono batterie, non si può considerare come luogo neutrale.

Ogni cosa in Genova, procedente da Genova, o sotto i suoi cannoni, o parte della costa, quale è realmente neutrale il Comandante l’ha sempre inviolabilmente rispettata , e la rispetterà.

Gli abitanti di S. Pier d’Arena, li soldati Genovesi sopra le batterie possono, se vogliono dichiarare la Verità, sostenere intieramente le mie asserzioni, che li Francesi sono stati i primi a far fuoco, e che le lancie Inglesi non avevano commesso atto ne buono, ne malo, prima che li Francesi facessero fuoco.”[59]

Il tenente Crompton terminata la sua missione torna alla lancia ma viene trattenuto dalle guardie genovesi ed è quindi costretto a inviare la seguente protesta dalla quale appare chiaramente che Nelson è disposto ad una trattativa con il governo genovese:

“Enrico Compton Tenente della Nave di S.M. Britannica il Capitano fu spedito a terra questa mattina con una lettera contenente una rimostranza al Governo di Genova quale fu rimessa al Console Britannico, e da esso consegnata al M.co Segretario di Stato.

Fu ordinato al detto ufficiale di rappresentare verbalmente che il Commodoro Nelson nonostante la violazione di Neutralità della Batteria Francese in S. P. d’Arena  nel tirare sopra le lancie della detta Nave Capitano, quando erano in traccia d’altra lancia, che fu portata via dal bordo da qualche disertori, e Esso restituirebbe il Bastimento Francese al Governo di Genova, quando le fosse data soddisfazione dell’insulto fatto alle Navi, e le lancie di S.M. Britannica.

Il detto ufficiale di più rappresenta, che mentre egli era assente dalla sua lancia nel sudetto servizio, un corpo di Francesi armati, violando ogni principio di Neutralità hanno attaccato la sudetta lancia, ma le impedito di prenderla dalla Guardia Genovese, che addesso ha in arresto li marinari Inglesi.

Inoltre il sudetto Ufficiale rappresenta, che adesso vi sono delle lancie Francesi armate sotto il molo di Genova pronte per impedirle il suo ritorno a bordo della sudetta Nave secondo le sue istruzioni. Lascia pertanto al Governo di Genova di accordarle quella protezione che ha diritto di aspettare da una Potenza amica, e Neutrale.”[60]

I colpi di cannoni si odono in città e i Collegi subito si riuniscono nel Palazzo Ducale. Qui ricevono il biglietto del Console inglese che allega la traduzione del descrizione dei fatti di Nelson, e l’irata e minacciosa lettera del plenipotenziario francese Faipoult, il quale dichiara che la cattura della tartana da parte degli inglesi è una violazione della neutralità; chiede anche a nome del Direttorio che immediatamente l’accesso al porto di Genova sia proibito alle imbarcazioni inglesi da guerra e mercantili; e che i vascelli mercatili inglesi attualmente nel porto siano confiscati e i loro carichi siano consegnati al potere francese come indennità per la cattura della tartana; che la lancia del tenente Crompton venga bloccata; afferma inoltre che queste sono le sole misure che la Repubblica di Genova può applicare per rispondere all’oltraggio fattogli da una potenza che esercita una tirannia rivoltante nei mari; chiede che immediatamente vengano dati ordini come da lui richiesti; afferma quindi che se i navigli di guerra inglesi entrano nel porto ciò sarà considerato come un atto di ostilità verso la Francia e che in attesa degli ordini del governo i capitani dei navigli francesi nel porto hanno l’ordine di impedire la partenza dei navigli inglesi.

I Collegi, anche senza attendere un rapporto dei loro ufficiali su quanto è veramente accaduto, danno ordine al Primo Deputato dei Conservatori del Mare di non permettere la partenza dal porto delle navi inglesi e loro carico; di non permettere la partenza della lancia inglese che si trova al ponte reale; di non permettere l’ingresso in porto ad alcuna imbarcazione inglese; che questi ordini vengano comunicati anche al plenipotenziario francese e al console inglese. Nel pomeriggio decidono di convocare il Minor Consiglio al quale rimettono tutti i documenti ricevuti. Il Minor Consiglio decide di approvare a maggioranza (151 favorevoli e 39 contrari) di approvare le misure già adottate ma anche di proibire l’accesso ai porti della Repubblica a tutti i navigli inglesi; di istruire l’ambasciatore genovese a Londra di presentare una protesta al governo britannico e di informare dell’accaduto e delle misure prese, tramite gli ambasciatori, i governi di Madrid, Parigi, e Vienna. Le informazioni per Parigi dovranno essere inviate con corriere, mentre quelle per Londra dovranno seguire la via postale. I Collegi deliberano anche:

“che il M.co Segretario interessi pure il Ministro di Francia a partecipare al Generale Bonaparte con tutta la lindezza, ed ingenuità le provvidenze date dal Serenissimo Governo, rilevando la lealtà e fermezza della di Lui condotta, con fargli, pure sentire, che questa partecipazione, si sarebbe fatta praticare volentieri per mezzo di un patrizio, che si recasse presso del Signor Generale, se l’incertezza del Luogo del suo soggiorno, che le azioni militari, che sta promovendo gli fanno cambiare da un momento all’altro, non avessero fatto apprendere più sicura  ed efficace quello di esso Signor Inviato.” [61]

 Il Governo della Repubblica è ormai succube ai voleri della Francia e le guerre vittoriose in Italia di Napoleone stendono ormai la loro ombra anche sui patrizi genovesi.

 Intanto intorno alle 1 e 30 del pomeriggio dello stesso giorno, Nelson non avendo ricevuto alcuna risposta al suo messaggio al segretario di stato decide di inviare un’altra lancia con copia del messaggio della mattina, al quale aggiunge le dichiarazioni dei due tenenti al comando delle lance che hanno catturata la tartana francese. La lancia, al comando del tenente Pierson che parla italiano, viene fermata presso la batteria di S. Nazaro. Qui lo raggiunge il capitano del porto che gli comunica che non può entrare in porto ma che si impegna sul suo onore di rimettere il messaggio di Nelson al console inglese.

Il giorno 11 il segretario di stato comunica al console inglese che il Serenissimo Governo ha deliberato in via temporanea fino a nuove deliberazioni di proibire l’ingresso nel porto di Genova a qualunque imbarcazione inglese.[62] Vengono subito bloccate nel porto quattro mercantili inglesi. Il giorno successivo il segretario di stato comunica al console inglese che il Serenissimo Governo in vista delle operazioni degli Agenti, e Comandanti Inglesi, con le quali hanno in ogni tempo, e più recentemente il giorno undeci del corrente settembre compromessa, e violata la Neutralità che rimanghino chiusi i Porti dello Stato di Genova ai legni britannici fino a nuove deliberazioni, ed inoltre essersi decretato, che i legni mercantili di Nazione Inglese, ed i loro carichi, ed effetti rimangano sotto sequestro, e sotto la custodia di truppa della Repubblica.[63]

Il 12 settembre, ricevuta la comunicazione del segretario di stato, il console inglese chiede di poter utilizzare una barchetta per comunicare sia a Nelson sia ai comandanti delle navi inglesi in porto le ultime disposizioni. Il governo genovese gli accorda il permesso.

 Nelson occupa Capraia

Nelson, udita quest’ultima notizia, parte per la Corsica e giunge a Bastia il 14 settembre. Subito riferisce quanto accaduto al vice re, e probabilmente prendono assieme la decisione di occupare Capraia, senza chiedere alcun permesso all’ammiraglio Jervis. Il cerchio si stringe intorno a Capraia: notizie di un prossimo sbarco sono segnalate al governo genovese sia dall’inviato francese a Genova, Faipoult, sia dal commissario sulla base d’informazioni ricevute da padroni capraiesi provenienti da Bastia, dove si stanno apprestando truppe inglesi e corse per lo sbarco. Genova decide di inviare a Capraia rinforzi, munizioni e vettovaglie per la guarnigione in modo che possa sostenere un assedio, autorizzando anche la distribuzione di armi ai capraiesi.

Il 13 settembre, da un cutter inglese sbarca a Capraia un ufficiale che, recatosi davanti al commissario, gli pone cinque domande alle quali egli risponde subito:

  1. “Se venendo in questo porto quattro, o cinque corsari francesi, si permetterebbe al loro equipaggio calare a terra, ed io le risposi che non le darei tale permesso.
  2. Se arrivassero bastimenti francesi, che avessero al loro bordo quattro in cinque milla uomini di sbarco, come si farebbe; che loro impedirei lo sbarco.
  3. Se volessero sbarcare a terra per forza, come si farebbe, le diedi in risposta, che ancor io mi prevalerei della forza.
  4. Se venissero corsari, o altri legni francesi inseguiti da navi inglesi, come si farebbe, le ho risposto, che venendo sotto il tiro di questo Forte, glielo impedirei, affine si soprasedesse da tal inseguimento.
  5. Se inseguiti fosero necessitati riffugiarsi quì, se le permetterebbe lo sbarco, et io risposi di no, ed esso soggionse, e se volessero calare per forza? Le replicai, che ancor io mi prevalerei della forza.”.

L’ufficiale Inglese che giustifica la sua presenza nell’isola per la necessità di trattare con il viceconsole francese Levie il riscatto di alcuni prigionieri corsi. Il commissario fa alloggiare l’ufficiale nel convento di S. Francesco, dove lo accompagnano il console francese Levie e il viceconsole Domenico Cuneo, detto Menichello. Il mattino seguente, quando questi si appresta a partire, il commissario gli offre per colazione il cioccolato. Verso le cinque del pomeriggio dello stesso giorno compare in vista della Fortezza una fregata inglese con delle imbarcazioni leggere, mentre altre fregate sono segnalate dietro l’isola. Il commissario mentre comunica a Genova i risultati dell’incontro con l’ufficiale Inglese, segnala di non poter difendere gli scali dell’isola in quanto secondo le direttive ricevute ha licenziato le truppa capraiese e che una ventina di loro si sono imbarcati sui corsari francesi, che necessita di un rifornimento di farine che si sono quasi esaurite, che la scorta di acqua nel Forte è di pochi palmi in entrambe le cisterne del forte, e che i Capraiesi si sono rifiutati di portarvi dell’acqua.[64]

Il 15 settembre Sir Gilbert Elliot consegna a Nelson le seguenti istruzioni circa la presa di Capraia:

 “le batterie di Genova hanno sparato sulle navi di Sua Maestà, al vostro comando, per diverse ore, l’undici, senza alcun giusto motivo, o provocazione, e il Governo Genovese avendo non solo rifiutato ogni soddisfazione, per l’insulto e l’ostilità, ma avendo intimato per iscritto in risposta alle vostre spiegazioni sul fatto, che tutti i porti della Repubblica sono impediti alle navi Britanniche, e ai cittadini di sua Maestà, da navigli appositi e accolti a Capraja, durante gli ultimi due anni e in un modo contrario alle leggi di Neutralità, e non avendo ricevuto alcuna soddisfazione dal Governo Genovese a questo proposito, ma che il Governo rifiutò di ammettere un viceconsole britannico a Capraja, che avrebbe potuto dare informazioni di tali comportamenti, come c’erano ingiurie ai cittadini di Sua Maestà, e hanno impedito i molti abusi per i quali avevamo ragione di lamentarci; e un agente della Repubblica Francese vi fosse sempre presente, e ammesso a Capraja, e sotto copertura di quella funzione, avendo commesso ogni tipo di depravazione e ostilità contro i cittadini di Sua Maestà. sotto la protezione di un Forte genovese e gli occhi di un Governo genovese – e avendo ricevuto informazioni che il nemico usa venire a Capraja, in piccolo numero, con rifornimenti e armi destinati alla Corsica, e trasportati di là in differenti luoghi della costa di quest’Isola, facendo uso di quel posto per facilitare le ostilità che hanno commesso, o intendono commettere a questo Regno. Per queste ragioni ho giudicato espediente di prendere possesso del Forte e Isola di Capraja in nome di Sua Maestà, e porvi una guarnigione britannica, fino che una giusta soddisfazione sia fatta dal Governo di Genova, per le sopradette offese, e una sufficiente sicurezza sia ottenuta contro la loro ripetizione in futuro. Avrei voluto avere il consenso dell’Ammiraglio, ma avendo avuto da tempo l’opportunità di conoscere i suoi generali giudizi in questa materia, e la facilità di condurre questa impresa, dipendendo molto su eseguire e segreto, sono sicuro che l’ammiraglio Jervis non disapproverà di aver messo in atto questa decisione immediatamente- sotto queste circostanze, io non esito, Signore, di richiedere il favore della vostra assistenza e cooperazione, avendo avuto molte opportunità di conoscere il vostro zelo e disponibilità in ogni occasione di un servizio pubblico.

Per quanto riguarda le truppe da imbarcare in questa spedizione, e ogni altra necessità relativa all’esecuzione di questo piano, la prego di parlare con il tenente generale De Burgh, comandante in capo. Il maggiore Logan che comanda le truppe concerterà con lei ogni dettaglio, e si unirà a lei nel intimare la resa, capitolazione, o in ogni altro rapporto con il Commissario, o Comandante del posto. Mi rimane soltanto le basi sulle quali i ritengo necessari per l’occupazione. Il Forte dovrà essere chiamato ad arrendersi alle armi di Sua Maestà. Termini molto favorevoli potranno essere accordati agli ufficiali civili e militari, e alla guarnigione. Essi potranno essere condotti a Genova, se lo desiderano. o rimanere a Capraja, sulla parola di non commettere atti ostili contro la guarnigione Inglese. Ogni protezione deve essere promessa agli abitanti, e assicurazione che molta attenzione sarà garantita ai loro interessi e alla loro prosperità durante la nostra occupazione dell’isola. I magazzini pubblici dovranno essere consegnati e inventariati, e considerati del Governo genovese, nel caso che un accordo poi possa essere raggiunto. Tutte le proprietà francesi dovranno essere consegnate agli inglesi. La bandiera Britannica dovrà essere inalberata sul Forte e sulle Torri. Augurandole successo in questa impresa e avendo certezza nel suo zelo e abilità come nello spirito e bravura dei suoi ufficiali e uomini.”[65]

 Analoga lettera viene consegnata al maggiore James Logan, aggiungendo che a Capraia dovrà rimanere una piccola guarnigione e il resto della truppa dovrà rientrare urgentemente a Bastia.[66]

La sera del 15 settembre Nelson, dopo aver imbarcato sulla Captain e sulla nave da rifornimento Gorgon le truppe del maggiore Logan, conducendo con sé nove lance e due bilancelle, parte da Bastia accompagnato dai cutter Vanneau e Rose. Il giorno dopo La Minerve raggiunge la squadra. Durante la navigazione Nelson chiama a rapporto il tenente William Walker, comandante del Rose e il tenente John Gourly, comandante del Vanneau, per sapere da loro ogni informazione che potessero avere su Capraia. Il tenente Gourly riferisce che nella parte settentrionale dell’isola c’è una baia [La Mortola] dove le truppe possono sbarcare e nelle cui vicinanze c’è una torre con due cannoni [la torre delle Barbici], mentre su un lato della baia c’è una collina [Monte Capo] che domina il paese. Apprese queste informazioni Nelson trasferisce sul Rose e il Vanneau duecento uomini per lo sbarco.[67]

La mattina del 17 settembre la squadra navale inglese al comando di Nelson si avvicina a Capraia e viene avvistata da un uomo e da alcune donne che si trovavano in campagna, i quali intorno alle 10, corrono ad informare sia i Padri del Comune, Domenico Cuneo, Giovanni Solari, e Pasquale Sussone, sia il commissario. Quest’ultimo fa subito battere la generale in fortezza e manda l’alfiere Antonio Pader a dire ai Padri del Comune, di far suonare a martello la campana della chiesa parrocchiale per radunare gli uomini validi sulla piazza della chiesa. I Padri del Comune chiedono il permesso di far suonare la campana all’arciprete, il capraiese Pietro Antonio Sabbadini.

La squadra navale inglese sfila dapprima davanti alla torre dello Zenobito, poi si avvicina a terra forse intenzionata ad effettuare uno sbarco nella cala delle Saline. Ma il bombardiere Lorenzo Molinari, che con un caporale e sette soldati fa parte del presidio della torre, spara due colpi di cannone contro la flotta inglese. Questa prende il largo ma continua a sfilare lungo la costa orientale dell’isola.

Baia del Ceppo- Rob

La baia del Ceppo

Nel frattempo i Padri del Comune chiedono al notaio Giuseppe Marciani, cancelliere del presidio, almeno cinquanta fucili per armare i capraiesi. Questi anche per ordine del commissario non consegna i migliori, nonostante le ripetute lamentele dei Padri del Comune, che decidono di mandare degli uomini al porto a prelevare i fucili dalle loro barche. Si formano due drappelli: uno al comando dei Padri del Comune si assume la difesa della cala della Mortola, il secondo parte per andare a difendere le cale della costa orientale dell’isola. È quest’ultimo, un drappello di circa una cinquantina di Capraiesi armati che si mette in cammino guidato dall’alfiere Pader e da sei soldati del Forte. Per strada man mano a questo drappello si aggiungono altri capraiesi. Il Pader, avanza portandosi sulle alture per osservare quanto succede lungo la costa e mano lascia nelle cale dei presidi di capraiesi, finché giunto all’altezza della Carbicina scorge un vascello che fa dei segnali e fa staccare delle lance dirette a terra a voga forzata. A voce viene intimato l’ordine di allontanarsi, ma le lance continuano ad avanzare. A questo punto il Pader fa aprire il fuoco al quale partecipa anche il presidio che ha lasciato nella cala del Ceppo, dove gli inglesi tentano di sbarcare. Il combattimento tra i capraiesi e gl’inglesi si protrae per circa un’ora finché le lance si allontanano da riva e rimangono a stazionare al largo. Nelson a questo punto decide di dividere le sue forze e ordina al Vanneau, e al Rose di continuare la rotta verso nord. Quest’ultima squadra sfila al largo del forte ma sempre a tiro di cannone. I cannonieri sono pronti ai loro pezzi con le micce accese, ma nessuno, né il commissario ne gli ufficiali né il sergente Baliani, capo dei bombardieri, da alcun ordine. Poco dopo dalla torre del porto si vede un cutter dirigersi verso il porto ma poi deviare verso nord e sparire oltre il Monte Capo. I due velieri inglesi quando arrivano nella baia della Mortola vi trovano una piccola imbarcazione da pesca. Il pescatore, Ventura Roverano, con due giovani che ha con sé, si dà alla fuga, vogando a tutta forza, ma gli inglesi gli sparano contro alcuni colpi di cannone. Raggiunto il porto uno dei giovani informa dello sbarco il soldato Benedetto Verdina, di stanza al porto, che subito si precipita al Forte per informare il commissario che rimane sorpreso della notizia. Il Roverano invece corre subitamente a portare la notizia dello sbarco in paese dove arriva verso le due e vi trova i Padri del Comune, Giovanni Solari e Pasquale Sussone, che stanno distribuendo delle armi ai loro concittadini. Nel frattempo anche la Captain arriva nella baia della Mortola. Una squadra di una trentina di uomini corre quindi per raggiungere la Mortola e raggiunge Monte Capo. Nel frattempo anche la Captain è arrivata nella baia della Mortola e intorno alle due del pomeriggio gli inglesi fanno un primo tentativo di sbarco con delle scialuppe cariche di soldati ma vengono respinti dai capraiesi che sparano una cinquantina di colpi. Inizialmente gli inglesi si ritirano e molti tornano a bordo delle navi, ma poi ci riprovano e consolidano la loro posizione. Nel frattempo arrivano altri uomini guidati dai due Padri del Comune che hanno con loro una bandiera genovese che Giovanni Solari ha mandato a prendere per farsi riconoscere come genovesi.

Monte Capo e la Baia della Mortola

Monte Capo e la baia della Mortola (foto F. Guidi)

Gli inglesi infatti appena sbarcati si arrampicano verso l’alto della vallata della Mortola e poi si dividono in due squadre. Una, come abbiamo visto, si dirige verso Monte Capo mentre l’altra, un piccolo drappello scende verso la torre delle Barbici dove il piccolo presidio non ha scorto l’arrivo dei vascelli nemici. Il presidio della torre consiste del caporale Giovanni Cordara, che funge anche da bombardiere, e tre soldati, ma uno di essi, Giovanni Besassa, si è allontanato verso mezzogiorno per fare legna nella macchia. Il caporale dispone di un cannone con un colpo in canna ed un colpo di scorta, e, quando si rende conto che gli inglesi lo stanno accerchiando, si arrende. Intanto al piccolo campo capraiese che fronteggia gli inglesi arriva, insieme ad altri uomini, anche Domenico Cuneo, detto Menichello, che riferisce di essere stato mandato dal commissario per parlamentare con gli inglesi. Il Menichello convince una cinquantina di nazionali francesi, equipaggi dei navigli corsari, e il piccolo drappello di soldati di stanza al porto, che si sono uniti ai capraiesi a rientrare per non essere catturati dagli inglesi. Il Menichello va quindi a parlare al campo inglese e ritorna con ufficiale, il tenete Pierson che parla l’italiano, che ha una missiva per il commissario. Il Menichello nel negoziare con gli inglesi promette loro di lasciare come ostaggi Stefano Solari Padre del Comune e due capraiesi, a garanzia dell’incolumità del parlamentare inglese. Verso le sette del pomeriggio anche Nelson sbarca con delle truppe. Intanto il commissario ha inviato l’alfiere Giuseppe Camera a vedere cosa sta succedendo a Monte Capo dove sono state issate due bandiere, una inglese e una genovese, che sono state riconosciute con il cannocchiale dal Forte. Per strada l’alfiere incontra un piccolo drappello formato da Stefano Artisi, Pasquale Sussone Padre del Comune, Menichello, Domenico Bargone, e l’ufficiale inglese. È ormai sera quando il drappello raggiunge il Forte. L’ufficiale inglese presenta al commissario la seguente lettera del comandante del distaccamento sbarcato alla Mortola:

 “Il comandante del distaccamento della Truppa Inglese disbarcata in Capraia si dà l’onore di prevenire il Sig. Comandante dell’Isola non essere lui autorizzato di fare alcun trattato ma lo assicura, che l’intenzione del Comodor Nelson che comanda la spedizione è arrivato nell’isola come amico e vuole trattare li abitanti con tutta l’attenzione possibile, e di fare rispettare le loro proprietà e mantenere la più esatta disciplina nelle sue Truppe con sospendere volontieri tutte la ostilità sino a tanto che il Comodor non tratti col Sig. Comandante.

Li Comandanti Inglesi desiderano, che tre de principali abitanti restino presso di loro, acciochè gli altri abitanti non attachino le Truppe di S.M.B. per tutto il tempo, che si starà a fare la capitolazione, che non essere fatta dal Comodor.

In attenzione dell’articolo del Comodor il Comandante dimanda, che non si lascino sortire Bastimenti d’ogni sorta dal Porto mentre il Comandante del distaccamento non può fare verun trattato, che è quanto.”

Il commissario raduna quindi gli ufficiali, i sottoufficiali e i due Padri del Comune ai quali chiede di ritornare a Monte Capo per rinforzare la posizione. I due Padri del Comune non accettano a meno che il commissario non conceda loro un distaccamento di cinquanta soldati. Al rifiuto del commissario i due Padri del Comune dicono che non sarebbero tornati a Monte Capo per non mettere in pericolo i capraiesi in ostaggio e perché si trovavano stanchi, e lassi, e non vi vedevano competenza. Il commissario decide allora di trattenere l’ufficiale inglese come ostaggio. Manda dapprima l’ufficiale inglese a dormire in una locanda del paese, ma poi ci ripensa e lo fa alloggiare in una camera dell’alloggio del maggiore Giovanni Brosi. Il campo dei capraiesi alla Mortola si riduce notevolmente: mentre alla sera ci sono ancora una settantina di capraiesi al far del mattino il loro numero scende ad una trentina di uomini.

Intanto al largo del Ceppo, con la calata dell’oscurità, si muovono anche i restanti navigli inglesi per raggiungere il resto della squadra inglese alla Mortola, sfilando sotto la Fortezza a tiro di cannone. Questi navigli, anche perché è una serata di luna quasi piena, vengono scorti dal Forte ma nessuno da ordini di sparare con i cannoni.

Alle undici di sera Nelson lascia il campo di Monte Capo e rientra a bordo della Captain e il giorno dopo, il 18 settembre alle quattro e mezza del mattino, scende a terra con altri soldati e fa trasportare sul Monte Capo, dai marinai al comando del tenente Peter Spicer, sei pezzi di cannone e due mortai da bombe, rafforzando così la sua postazione.

A far da guida agli inglesi è Pietro Antonio Costanzo, un capraiese residente a Bastia, sbarcato da una delle due bilancelle. Subito Nelson invia al Forte due ufficiali con la seguente lettera per il commissario:

“Il Commodoro Horatio Nelson e il Maggiore James Logan comandanti delle forze di mare e di terra di Sua Maestà Britannica avanti Capraia.

Facciamo sommasione al Forte e all’isola di Capraia di arrendersi all’armi di Sua maestà Britannica.

Il Commissario, il Comandante, e altri ufficiali civili e militari al servizio della Ser.ma Repubblica di Genova e tutta la guarnigione riceveranno tutti gli onori militari e saranno trattati con ogni riguardo e attenzione colla libertà di restare nell’isola per quanto la loro condotta non porterà alcun pregiudizio alla guarnigione britannica, e di ritirarsi a Genova, se meglio gli piace.

Tutti gli impiegati civili saranno continuati nel impiego in quanto che la loro conservazione non si troverà in opposizione colla saviezza la tranquillità dell’Isola. Tutti gli abitanti tanto della Città, che dell’Isola goderanno l’intiera sicurezza delle loro persone, delle loro proprietà e della loro Religione, ed il Governo Britannico non tralascierà alcun mezzo di promuovere il loro maggiore interesse e la loro prosperità per il tempo che l’isola resterà sotto la sua amministrazione, le leggi attuali saranno conservate; nessuna contribuzione sarà dimandata ne alcuna tassa, se non quelle che si pagano oggidì al Governo Genovese.

Tutti gli effetti publici, ed ogni proprietà publica saranno rimessi alla custodia del Commissario, che sarà da noi nominato, ne sarà fatto conto, ed Inventario esatto, ed il Governo Britannico ne farà conto colla Ser.ma Republica subito che le differenze tra di loro vertenti saranno felicemente terminate. Tutte le proprietà Francesi publiche e private saranno consegnate nelle nostre mani per restare alla nostra disposizione sin ad ulteriori ordini di S. E. il Vice Re di Corsica e dell’Ammiraglio.

Se le presenti favorevoli proposizioni non sono immediatamente accettate il Sig. Comandante del Forte resterà risponsevole dell’effusione di sangue, d’ogni rovina, che sarebbero la conseguenza del suo rifiuto.”

plan de caprara et de son chateau dans l'ile du meme nom52,5*41cm

Il Forte di Capraia, circa 1790

Nel frattempo anche la vita in Fortezza si rianima. Alle cinque e mezza del mattino si presenta al rastello l’arciprete con il sacerdote Solari, fratello del Padre del Comune, assieme ad altri paesani che chiedono di poter parlare con il commissario. Questi fa entrare solo l’arciprete e due paesani che gli fanno suggeriscono di rendere la fortezza perché le navi inglesi possiedono cannoni più grossi di quelli della Fortezza e sono superiori di numero. Inoltre il paese mancava di tutte le provvigioni.

I due ufficiali inglesi arrivano al forte verso le 9 del mattino e consegnano la lettera al commissario. Questi. letta la lettera, convoca ancora una volta i Padri del Comune a altri notabili capraiesi per cercare di convincerli a resistere agli inglesi, ma questi rifiutano affermando che ormai viste le forze inglesi non era più fattibile difendersi. Quindi il commissario raduna nella casa del maggiore gli ufficiali, sottoufficiali e il cancelliere e decide di chiedere al comandante inglese di concedergli il tempo necessario per poter inviare un messo a Genova e ricevere le istruzioni del caso:

Sulle dimande statemi presentate sono in dovere significarle essere contenti d’accordarmi una spedizione da qui a Genova al Governo Ser.mo per sentirne le sue deliberazioni. In diffetto di ciò n’attendo il più pronto aviso per mia regola per poter ulteriormente pigliare tutte quelle deliberazioni saranno necessarie.

Nelson ricevuta la lettera, ritenendo che il commissario voglia guadagnare tempo, invia una nuova lettera con la quale intima la resa:

“Essendo stata la vostra risposta un rifiuto di trattare già da qualche tempo i nostri attacchi per terra, e per mare, già sarebbero cominciati, e la vita e le proprietà degli innocenti abitanti sarebbero stati sacrificati per vostra cagione, attentato peraltro inutile contro le forze superiori, che via attaccheranno. Noi non vogliamo permettervi alcuna tardanza più d’un’ora per permettervi di prendere le vostre rissoluzioni per trattare con noi, e vi assicuriamo, che tali favorevoli proposizioni non saranno mai più offerte.”

Il forte da Monte Capo

Il Forte di Capraia da Monte Capo

Ricevuto l’ultimatum il commissario riunisce ancora una volta nell’abitazione del maggiore Brosi il suo consiglio di guerra. Il sergente degli artiglieri Domenico Balliani fa presente che i cannoni disponibili sono solo dodici con gli apparati poco resistenti e che la batteria inglese di su Monte Capo è in grado di causare molti danni; inoltre fa presente che la riserva d’acqua nel Forte è sufficiente per soli tre giorni e che la maggior parte della guarnigione è malcontenta. A seguito di tali considerazioni tutti i presenti, rendendosi conto che non possono ricevere alcun aiuto dagli abitanti né alcun soccorso esterno essendo l’isola circondata, firmano le condizioni di resa imposti dagli inglesi aggiungendovi soltanto il capitolo nove. La capitolazione viene firmata inizialmente solo dal commissario e dal maggiore Brosi. Quando Nelson riceve la capitolazione si meraviglia che non sia stata firmata anche dai tre Padri del Comune e rinvia il suo ufficiale al Forte affinché anche i tre Padri del Comune sottoscrivano la capitolazione. Ricevuta la capitolazione debitamente firmata, Nelson la sottoscrive insieme al maggiore Logan. Ecco il testo della capitolazione:

“Capitolazione fatta nella Fortezza di Capraia

  1. Le truppe sortiranno con onore di guerra, e la Guarnigione potrà andare in Genova o resterà sulla parola
  2. La Religione, e le leggi da essere seguita come prima
  3. Le tasse da pagarsi agl’Inglesi, siccome si pagavano alla Ser.ma Repubblica
  4. Tutti gli Ufficiali di Municipalità di restare nella loro situazione, finché si conserveranno come si devono portare

5.Possessione da prendersi della Fortezza alle ore quattro dopopranzo

  1. Inventario da prendersi di tutti i magazzeni che appartengono al Ser.mo Governo
  2. Le proprietà degli abitanti, siccome quella dell’Uffizialità di non essere toccata, ne molestata.

8.Tutte le proprietà Francesi da consegnarsi alli Sig.ri Inglesi.

  1. L’ufficiali con la guarnigione da essere imbarcati e scortati sicuri in Genova; aggionta alla prima Capitolazione, o dimanda.”

Per tutto il tempo delle trattative Nelson resta nel campo trincerato di Monte Capo poi a capitolazione firmata rientra a bordo della Captain che fa spostare nei pressi del porto. Al termine della giornata Nelson e Logan comunicano a Elliot: “The Business is compleatly done.” (L’affare si è concluso).

Nel frattempo, due feluche corsare francesi vengono fatte saltare e gli equipaggi fuggono in montagna. L’agente consolare francese Francesco Maria Levie così riporta l’episodio:

“Essendo io informato di quanto sopra mi portai al luogo, ove erano i Corsari, feci salvare tutte le proviste, ed in seguito mettere due barili di polvere sopra ciaschedun Corsaro, e nel tempo stesso il fuoco, il vascello, che si trovava in faccia nostra se ne avvide, e ci presentò il traverso, ma al disprezzo dei suoi cannoni la polvere prese fuoco, e li due Corsari disparvero ai gridi di Viva la Repubblica.”

69 regiment on foot

Soldati inglesi sbarcati a Capraia

Alle quattro del pomeriggio trecento soldati inglesi scendono da Monte Capo diretti al Forte, tenendo sempre presidiato il campo trincerato. La guarnigione del Forte si appresta a lasciare il Forte per recarsi nella piazza del paese dove deve ricevere gli onori militari, ma lungo la strada una parte dei soldati genovesi si distacca, abbandona le armi e si mette al riparo degli inglesi, che però li portano nel convento assieme agli altri. Tutta la guarnigione del Forte viene trasferita nel convento. Intanto la notizia della resa raggiunge il sergente Giacomo Dussol che con i suoi uomini è asserragliato nella torre del Porto. Anche lui si arrende e dopo aver ottenuto l’onore delle armi, viene trasferito con i suoi uomini nel convento.

Subito viene preparato dagli inglesi un inventario delle armi e delle vettovaglie del forte, e una lista dei navigli che si trovano nel porto con le loro caratteristiche e i nomi dei proprietari Il commissario prepara una lista degli effettivi della guarnigione che risultano essere di 103 uomini compresi gli ufficiali.[68]

L’indomani, lasciata una piccola guarnigione inglese sull’isola al comando del maggiore Logan, Nelson fa rientrare gli altri navigli a Bastia e raggiuge lungo le coste della Toscana la squadra navale che sta attuando il blocco di Livorno. Il 20 settembre incontra la fregata spagnola La Vengeance in rotta per Livorno; ha uno scambio di lettere con il capitano spagnolo al quale ingiunge di non recersi a Livorno e dal quale cerca di sapere se è vera la notizia che gli spagnoli si sono alleati con i francesi.

Intanto la situazione degli inglesi nell’alto Tirreno si fa sempre più difficile nonostante il blocco di Livorno e la presa di Portoferraio. Il 25 settembre l’ammiraglio Jervis riceve un dispaccio da Londra che gli ordina di evacuare la Corsica e ritirarsi dal Mediterraneo. Lo stesso giorno Jervis scrive a Nelson ordinandogli di aiutare Elliot ad evacuare gli Inglesi dalla Corsica.

Il 27 settembre, all’altezza di Gorgona, Nelson lascia la Captain, che deve recarsi ad Aiaccio a sostituire l’albero di trinchetto, e si trasferisce sulla fregata Diadem, da 64 cannoni, con i suoi luogotenenti e vi innalza la sua insegna di commodoro.

HMS_Diadem_at_capture_of_Good_Hope-Thomas_Whitcombe

HMS Diadem

Il 29 settembre Nelson è a Bastia dove riceve la lettera di Jervis sull’evacuazione della Corsica e subito si mette all’opera a preparare i piani della ritirata.[69]

Il 5 ottobre Nelson incontra il viceré Elliot e da lui riceve delle istruzioni per un viaggio a Genova per vedere di mantenere ancora delle relazioni con la Repubblica, anche se questa nonostante la neutralità, dopo due anni di occupazione francese di gran parte del suo territorio, è sempre più favorevole alla Francia.

Parte quindi da Bastia con una lettera del Viceré, passa per Capraia, e dopo due giorni di navigazione si ferma in vista del porto di Genova. Invia a terra con una lancia battente bandiera bianca il tenente Pierson con due messaggi: uno per il console Brame e l’altra per il governo genovese. Il Pierson vuole consegnare entrambe le missive al console. Poiché il governo genovese aveva dato ordine di non far sbarcare alcun inglese, viene chiamato il console al quale il parlamentare consegna le due lettere. Nella sua missiva al console inglese Nelson scrive:

“Ho l’onore di informarla che sono incaricato da Sua Eccellenza il Viceré di Corsica e da Sir John Jervis K.B. di venire a Genova, per cercare di restaurare quella armonia che recentemente il governo genovese ha interrotto.

Perciò io desidero che voi il più velocemente possibile sappiate dal ministro della Serenissima Repubblica se la nave di Sua Maestà possa in sicurezza entrare nel porto di Genova e quindi ripartire quando io deciderò e se la mia persona sarà considerata sacra nella città e porto di Genova”.

Il console fa tradurre la lettera del viceré poi si affretta a consegnarla al segretario di stato. La risposta che viene inviata a Nelson è che il governo genovese ha già presentato i suoi reclami e rivendicazioni alla Corte di Londra e che non ha altro da aggiungere. Dopo diverse ore di attesa sulla sua lancia il parlamentare ritorna a bordo.

Ma Nelson non si dà per vinto. Il giorno dopo con la stessa procedura invia a terra il capitano della Diadem con due messaggi uno per il console in cui dice:

“Ho mandato il capitano Towry con la speranza che avrà un trattamento migliore di quello riservato al tenente Pierson perché credo che un ufficiale con bandiera bianca mai fu tenuto su una scialuppa per così tante ore. Il capitano Towry ha un documento da consegnare al Governo da parte mia, e non dimenticherete di informare il Governo che ho il potere di trattare per la restituzione di Capraia non appena esso ritornerà all’antica neutralità e dare soddisfazione per gli ultimi affronti fatti a Sua Maestà e per i torti fatti ai suoi cittadini. Il capitano Towry vi comunicherà i miei ulteriori sentimenti.

Devo ricordarle delle conseguenze che ci saranno se mi faranno partire senza una risposta.

I nostri vascelli di Capraia arrivano con bandiera bianca e li rispedirete indietro appena possibile; essi sono sotto la protezione della bandiera bianca.”

e la nota del Viceré alla quale ha aggiunto alcune considerazioni personali:

“Il commodoro Nelson ha l’onore di informare il Serenissimo Governo di Genova che è incaricato dalle loro Eccellenze il Viceré di Corsica e Ammiraglio Sir John Jervis K.B. comandante in capo della flotta di Sua Maestà Britannica nel Mediterraneo di venire a Genova e di chiedere dal Serenissimo Governo l’immediata restituzione dei navigli e proprietà inglesi sequestrate nel porto di Genova, scuse per l’offesa fatta alla bandiera di sua Maestà con lo sparo dei cannoni verso di essa nello scorso 11 settembre, ed anche per il successivo comportamento del Governo nello stesso giorno chiudendo i porti della Repubblica alla bandiera inglese su istigazione dei nemici di sua Maestà, e che questo comportamento è considerato come più offensivo poiché non è stato in alcun modo provocato, da alcun improprio comportamento da parte degli ufficiali e uomini di Sua Maestà, che erano impiegati in una attività legale vicino alla riva di San Pier d’Arena che era nelle mani dei francesi e nella era stata eretta una batteria di cannoni.

Queste aperte ostilità non lasciarono alcuna alternativa ai soggetti di Sua Maestà in questi mari se non di vendicare il suo onore con delle immediate rappresaglie. Le conseguenze sono state che Capraja è in questo momento occupata dalle truppe inglesi e che un gran numero di imbarcazioni genovesi sono state sequestrate in mare, e confinate nei nostri porti, e il loro numero aumenterà ogni giorno.

Sono stato istruito da sua Eccelenza il Viceré di dichiarare al Governo della Serenissima Repubblica che Capraja è stata causa di molte provocazioni verso il Governo di Sua Maestà in Corsica prima degli ultimi fatti di Genova. Quell’isola è stata negli ultimi due anni il ricovero dei vascelli che si fanno chiamare Corsari Francesi, riforniti nella baia di Capraja, sotto gli occhi del Governo Genovese, da un agente francese, ricevuti e riconosciuti come tali. Questi vascelli si trovano in Capraja, per il commercio dei sudditi di Sua Maestà, e conducevano una guerra contro gli inglesi e i corsi, sotto la protezione di un forte genovese e baia in un modo del tutto contrario alle leggi della Neutralità; che nessuna risposta è stata ottenuta dalla Serena Repubblica circa le richieste che sono state fatte dal Ministro di sua Maestà a Genova; che  sebbene un agente francese fosse non soltanto ammesso in Capraia, ma fosse apertamente l’instrumento di questi comportamenti ostili, la Serena Repubblica declinò la ragionevole e giusta richiesta che gli fu fatta in nostro nome di ammettere un viceconsole inglese nello stesso posto. Ho ricevuto anche ordini dal Viceré e dall’Ammiraglio di informare la Serena Repubblica che loro vorrebbero tuttora aver perseverato nello stesso sistema di moderazione e sopportazione per un sincero riguardo per la Serena Repubblica, e per un ardente desiderio di mantenere anche con grandi sacrifici l’Armonia,, che per lungo tempo è stata mantenuta in mezzo tempi difficili e delicati tra i due Governi se i fatti violenti ed ingiuriosi dell’11 settembre non avessero implicato l’onore di Sua Maestà come anche l’interesse e i giusti reclami dei suoi soggetti troppo gravi per ammettere ogni ulteriore sopportazione. Nello stesso tempo mi è stato ordinato di informare la Serena Repubblica, che né il desiderio di conquista, ne l’avidità di guadagnare hanno influenzato i loro Consigli in questa occasione, e che i soli obiettivi che hanno in mente è di ottenere riparazione per gli ultimi insulti commessi in Genova e la sicurezza che non si ripetano altre offese, che si sono sperimentate a causa della condotta del Governo Genovese a Capraja; quando questi obiettivi sono raggiunti, è desiderio delle loro Eccellenze, ed essi penseranno essere loro dovere di restaurare ogni cosa nel suo precedente modo, e ritornare a quel amichevole rapporto con Genova, che è stato talmente il desiderio di Sua Maestà e premura di mantenere di tutti i suoi soggetti, nonostante le molte provocazioni che forse la natura di questi tempi e circostanze hanno reso invitabili.

Il Commodoro vuole sperare che i sentimenti delle loro Eccellenze dimostreranno sufficientemente al Governo di Genova e a tutto il mondo la disposizione amichevole e pacifica e renderà la Serena Repubblica sola responsabile per i mali che sono derivati dagli attuali contrasti o per le misure, che le loro Eccellenze giustamente abbiano intrapreso per vendicare l’onore di Sua Maestà e la provocazione dei suoi soggetti.

Alla Dichiarazione delle loro Eccellenze il Commodoro vuole soltanto aggiungere che è il suo ardente desiderio di essere strumento nel ripristinare l’armonia tra le due nazioni in un modo compatibile con la dignità del Suo Sovrano che è inseparabile con il vero interesse della Serena Repubblica di Genova.”[70]

Il nuovo messaggio di Nelson non riceve alcuna nuova risposta e il 10 ottobre egli decide di lasciare Genova e di rientrare a Bastia, dove arriva il 14, per dare inizio all’evacuazione della Corsica. A Bastia ritorna sulla Captain che ha terminato le riparazioni. Alla sera dello stesso giorno imbarca il viceré con il suo segretario di Stato, il corso Carlo-Andrea Pozzo di Borgo.

Tra il 15 e il 19, in mezzo ai Corsi in rivolta, Nelson riesce a fa imbarcare sulle varie navi a sua disposizione uomini, merci ed armi. La fregata HMS Southampton viene inviata a Capraia a prelevare la guarnigione inglese.

È la fine del regno di Corsica e della presenza inglese nel Mediterraneo. Il 25 ottobre gli Inglesi abbandonano definitivamente la Corsica. Solo Portoferraio nell’isola d’Elba viene mantenuta sotto controllo inglese fino all’aprile del 1797, quando viene restituita al granduca di Toscana contemporaneamente alla cessione di Livorno allo stesso da parte dei Francesi.

Intanto a Genova…

Il 25 settembre arriva a Portovenere, con la barca del capraiese Bartolomeo Romarone, la moglie del commissario Ayrolo con la sua famiglia, e consegna al podestà un plico contenente delle missive del marito, che il podestà si affretta ad inviare a Genova.

Il plico contiene una lettera del commissario che annuncia la trista novella della resa di questo Forte di Capraia e copia delle lettere scambiate con Nelson nonché una dichiarazione giurata e firmata sugli avvenimenti da parte degli ufficiali e sottoufficiali della guarnigione. I firmatari sono: il sergente Bollani, il sergente Koch, il sergente Dussol, l’alfiere Camere, il sottotenente Palma, l’alfiere Pader, il capitano Garibaldi e il maggiore Brosi.[71]

Il 27 settembre i Collegi esaminano le lettere inviate dal commissario e deliberano quanto segue:

di inviare tutto l’incartamento al Magistrato di Guerra affinché apra l’opportuno processo contro il commissario, maggiore, ufficiali e sergenti della guarnigione di Capraia, conferendogli a questo intento tutte le facoltà necessarie tanto nel procedere quanto nel sentenziare

-di impedire l’ingresso in porto a qualunque bastimento inglese compresa la fregata inglese che trasporta il commissario e gli ufficiali di Capraia. Questi verranno prelevati al largo del porto da bastimenti genovesi e condotti nelle carceri della Real Torre. Le stesse istruzioni vengono inviate al governatore di La Spezia

– di comunicare all’inviato di Francia il disgustoso avvenimento della Resa del Forte di Capraia rimarcando che ciò era avvenuto disubbidendo agli ordini ricevuti. Questo perché il governo francese potrebbe rendere responsabile la Ser.ma Repubblica di aver lasciato sequestrare i beni francesi in Capraia e pretenderne l’indennizzo.[72]

Il 28 settembre arriva a Genova la notizia che a Bastia tutti i bastimenti genovesi sono stati sequestrati dagli inglesi già dal 25 settembre.[73]

L’ambasciatore francese Faipoult appresa la notizia della resa del Forte senza resistenza invia al governo genovese una nota con la quale accusa il governo genovese di connivenza con gli inglesi talmente evidente dato che la guarnigione non ha fatto alcuna resistenza. Chiede che il golfo di La Spezia sia consegnato alle truppe francesi con il pretesto che gli inglesi potrebbero impossessarsene. Il governo genovese promette di processare il commissario e gli ufficiali della guarnigione di Capraia.[74]

Il 29 settembre giunge a Genova notizia da Bastia che 25 soldati della guarnigione di Capraia hanno disertato e sono arrivati in quel porto con navi inglesi.

Il 30 settembre i Collegi approvano una doglianza che l’ambasciatore genovese a Londra, Vincenzo Cristoforo Spinola, deve presentare al ministro degli affari esteri inglese.

Nello stesso giorno si riunisce il Magistrato di Guerra che decide di affidare la pratica del processo al Signor Cesare Cattaneo assistito dal Consultore. Non essendo ancora arrivati a Genova né il commissario né i componenti della guarnigione di Capraia, vengono interrogati già il primo ottobre due padroni capraiesi che erano entrambi a Capraia durante la presa del Forte. Sono Bartolomeo Ramarone q. Gregorio, proprietario di una piccola gondola chiamata S. Antonio, partito da Capraia il 24 settembre e Leonardo Sabatini q. Gio Domenico, marinaio della stessa gondola, che sono arrivati a Genova da La Spezia il 27 settembre. Il 6 ottobre vengono interrogati il colonello Forci e il maggiore Gio Francesco Golis[75] avevano lasciato la guarnigione di Capraia da poco tempo, i quali riferiscono su quanto era avvenuto a Capraia nei mesi antecedenti la resa, in modo particolare sui rapporti del commissario Ayrolo con il viceré Elliott.

L’8 ottobre arriva a Genova, con delle imbarcazioni capraiesi, una cinquantina di uomini della guarnigione di Capraia: il commissario Ayrolo, i notai Marciani e Graffigna, il maggiore Brosi, il capitano Garibaldi, gli alfieri Camere e Pader, e il sergente Koch, i due notai Marciani e Graffigna, i bombardieri e 31 soldati. Il commissario, gli ufficiali e sottoufficiali vengono subito portati nella prigione della Real Torre e messi in celle separate, mentre i due notai e la truppa rimane nella prigione del Molo Vecchio. Le imbarcazioni capraiesi portano anche due lettere che il commissario Ayrolo ha scritto da Capraia durante la sua prigionia nell’isola. Nella prima del 29 settembre si lamenta che non gli è stato ancora consegnato dagli inglesi l’inventario di tutti i Generi col pretesto che essi erano dei francesi e quindi da loro requisiti. Nella seconda del 5 ottobre si lamenta per il ritardo della partenza per Genova della guarnigione prigioniera e per fare presente la mala situazione in cui si trovano lui e i suoi uomini per dover dormire per terra e per la scarsezza di viveri, nonostante sia lui sia i suoi ufficiali abbiano più volte protestato con il comandante inglese.[76] Che i soldati per mancanza di materassi sono costretti a dormire per terra e che si stanno ammalando, e che poco alla volta alcuni disertano passando con gli inglesi.

l 9 ottobre incominciano gli interrogatori dei due notai, prima Giuseppe Marciani il vecchio notaio, e poi Ottavio Graffigna il nuovo notaio da poco arrivato a Capraia per sostituire il Marciani.

Torre Reale

Genova – La Real Torre

Intanto il 9 ottobre con un trattato segreto firmato a Parigi dal ministro francese degli esteri Charles-Francois Delacroix e l’ambasciatore genovese Vincenzo Spinola, Genova passa di fatto nel campo francese e promette tra le altre clausole, di mantenere il blocco dei suoi porti ai bastimenti inglesi.[77]

Gli interrogatori proseguono anche il giorno 10 ottobre e vengono interrogati tutti i soldati. L’undici ottobre, Cesare Cattaneo invia una prima relazione ai Collegi dichiarando di aver terminato gli esami dei componenti della guarnigione presso il carcere del Molo Vecchio e di non aver riconosciuto in essi mancanza al loro dovere. Pertanto ha deciso di scarcerali e di rinviarli ai loro battaglioni di provenienza, con l’eccezione del notaio Marciani, il soldato Gio Besassa e Matteo Vicini, ordinanza del Maggiore Brosi, in quanto debbano essere di nuovo interrogati. I tre vengono pertanto trasferiti nelle carceri del Palazzetto Criminale.[78] Il giorno 12 ottobre, nella stanza degli interrogatori della Real Torre si passa ad esaminare il sergente Koch, poi gli alfieri Pader e Camere. Il 13 ottobre tocca per la seconda volta al notaio Graffigna. Il 14 ottobre vengono prelevati dal carcere della Real Torre e portati nel parlatorio della stessa il capitano Garibaldi, il commissario Ayrolo e il maggiore Brosi, ma in quel giorno viene esaminato solamente il capitano. Terminato l’interrogatorio del commissario, il Cattaneo manda a ritirare le carte che il commissario Ayrolo aveva detto essere state consegnate in tre bauli a casa di suo cognato il Magnifico Gio Batta Giovo. L’incaricato dell’ispezione tra tante carte sequestra quelle che gli sembrano più pertinenti alla causa e le consegna al Cattaneo. Si passa quindi all’esame del maggiore Brosi. Il 16 ottobre riprende l’interrogatorio del maggiore Brosi. Poi si passa ad esaminare il sottotenente Palma che era arrivato a La Spezia con altri della guarnigione e poi trasferito sotto scorta a Genova, ed inizialmente posto nel carcere del Palazzetto Criminale ed infine portato nel carcere della Real Torre.

Intanto il 17 ottobre arriva a Genova la notizia, portata da un ufficiale inglese, che gl’inglesi hanno lasciato Capraia. Subito il governo genovese dà disposizioni perché venga inviata nell’isola una nuova guarnigione al comando di un ufficiale di stato maggiore.

Il 18 ottobre viene scelto come comandante e commissario di Capraia il maggiore Vincenzo Sanguineti, al quale vengono affidati cinquanta soldati coi rispettivi ufficiali e bassi ufficiali.

Nello stesso giorno, nella Real Torre, il commissario e il capitano di Capraia chiedono di essere riascoltati per aggiungere qualche cosa alla loro precedente deposizione. I due vengono interrogati il 21 ottobre. Il 27 ottobre viene rilasciato il Vicini, ordinanza del maggiore Brosi. Il 28 ottobre vengono portati nel carcere della Real Torre i sergenti Baliani e Dussol portati da La Spezia dove erano stati sbarcati con dei soldati da bastimenti capraiesi. Il 4 novembre si procede all’interrogatorio del sergente Baliani. Il giorno 5 novembre, giunta la notizia che erano arrivati dal Forte Santa Maria di La Spezia i due cannonieri Francesco Roscetti e Lorenzo Bongiardino si decide di interrogarli subito. Il 10 novembre viene interrogato il sergente Giacomo Dussol che dal primo agosto 1796 comandava la Torre del Porto. Il sergente di 71 anni serve la Repubblica da più di 49 anni, è stato ferito due volte in Corsica, e da tre anni e tre mesi fa parte della guarnigione di Capraia. Il 12 novembre si dà ordine di trasferire il resto della guarnigione dal Forte di S. Maria a La Spezia a Genova. Il deputato decide di mettere agli atti la relazione di Francesco Levie, agente consolare francese a Capraia.

Il 16 novembre il commissario Ayrolo chiede di poter fare una nuova dichiarazione e il 19 viene ascoltata la sua deposizione in cui oltre a parlare dell’intervento dell’arciprete la mattina del 18 settembre, afferma che la dichiarazione degli ufficiali e sottoufficiali fu redatta nel Convento di S. Francesco 5 o 6 giorni dopo la resa del Forte e fu redatta dal capitano Garibaldi e dal notaio. Il 22 novembre il commissario Ayrolo chiede di essere nuovamente ascoltato e viene interrogato il giorno successivo dichiarando che il sergente Dussol non aveva partecipato ad alcun consiglio di guerra ma che aveva firmato la dichiarazione moto proprio e senza alcuna sollecitazione da parte sua. Il 23 novembre parte da La Spezia il resto dei soldati della guarnigione di Capraia che, il 29, vengono interrogati nella prigione del Molo Vecchio non apportando nulla di nuovo a quanto già è emerso precedentemente. Il 29 novembre viene rilasciato il soldato Bisazza.

palazzetto-criminale1

Genova – Il palazzetto criminale

Il 12 dicembre viene interrogato ancora una volta il notaio Marciani. Il 13 dicembre vengono riascoltati il sergente Koch che conferma di aver partecipato soltanto al consiglio di guerra del 18 settembre nel quale disse che il Forte si poteva difendere e solo dopo l’insistenza dell’alfiere Pader aveva votato con gli altri presenti per la resa. Nella stessa seduta viene interrogato il sergente Dussol che afferma che il cannone della Torre da 8 libbre non poteva colpire il campo inglese su Monte Capo e racconta come lui e la sua squadra si arresero agli inglesi. Poi vengono interrogati ancora una volta il Parma, il Camere, e il Pader.

Il 14 dicembre si svolge un nuovo interrogatorio del capitano Garibaldi e del sergente Balliani, del maggiore Brosi, e del commissario Ayrolo.

Il 20 dicembre si riunisce il Magistrato di guerra che a maggioranza decide di liberare il notaio Marciani, mentre il sergente Koch e il sergente Dussol sono considerati rei, quest’ultimo per falsa testimonianza. I due vengono ancora una volta riascoltati. In quest’ultima serie di interrogatori gli ufficiali e sottoufficiali si rimettono al giudizio della corte mentre il commissario si riserva di presentare nel processo altre prove a sua discolpa.

Qui terminano le carte documentarie dell’istruzione del processo. Il commissario e gli ufficiali e sottoufficiali della guarnigione vengono trasferiti alla Rota Criminale, organo giudiziario della Repubblica competente per i reati di lesa maestà.

Ma ormai Genova si vanno imponendo l’influenza dei giacobini locali e le trame del Faipoult. Tra il 22 e 23 maggio scoppiano dei moti popolari giacobini che vengono contrastati dai popolari fedeli al governo. Interviene Napoleone tramite il suo ambasciatore Faipoult e costringe il governo aristocratico a cedere e ad accettare la formazione di una nuova forma di governo basato su una convenzione da lui imposta. Il 14 giugno si insedia il Governo Provvisorio della Repubblica di Genova

Il 29 giugno del 1797 Il Governo Provvisorio decreta:

“Il Governo Provvisorio inteso il rapporto del Comitato Militare, decreta, si rimetta la causa de´ Cittadini Brosi, ed Airoli alla Commissione Criminale perché proceda alle sentenze.

Proroga intanto, o ristora a detti Brosi, ed Airoli il termine delle difese per giorni quindeci dal giorno del presente decreto. Ed assegna intanto a detti Brosi, ed Ajroli per carcere la Città.”[79]

 Il 18 luglio ritorna a Capraia il sergente Dussol.[80]Il 24 luglio il maggiore Brosi è candidato alla elezione di capitano di uno dei quattro battaglioni di fanteria. Il 27 luglio il capitano Domenico Garibaldi è arruolato nei battaglioni di truppa assoldata.[81]

Si chiude così la vicenda della resa del Forte di Capraia, anche se non sappiamo quale sia stata la sorte del commissario Ayrolo. Probabilmente la nuova Repubblica si deve occupare di cose più importanti e anche la pressione francese, dopo la vittoriosa campagna d’Italia, viene a scemare. Tutti assolti dunque anche se il comportamento del commissario Ayrolo e dei suoi ufficiali non sia stato altezza della situazione avendo rinunciato di fatto ad alcuna resistenza, senza sparare nemmeno un colpo di cannone dalla Fortezza, di fronte all’ultimatum di Nelson.

Intanto a Capraia…

Il 15 ottobre 1796 gli inglesi abbandonano Capraia dopo averla lasciata in consegna ai Padri del Comune che subito scrivono a Genova:

In questa mattina 15 corrente ottobre con espresso spedito da S. Ecc. il Viceré inglese viene intimato a questo Sig. che colla sua guarnigione stia preparato ad imbarcarsi sopra la fregata che presto sarà a questa isola.

I sottoscritti PP. Del Comune un’ora doppo il mezzogiorno sono avvisati dallo istesso portarsi in Fortezza per ricevere quella consegna che li sarà data.

Parte ugualmente da Bastia il Viceré colla sua armata e non attendono da Livorno il generale Gentili a cui fare la consegna della città.

I Corsi sono determinati di sorprendere quest’isola per devastare, e spogliare questi abbitanti come hanno fatto in Calvi, S. Fiorenzo et altri paesi barbaramente dilapidati.

A tenor di tutto questo subito si è da noi radunato tutto il popolo sulla piazza della Chiesa Parochiale, e si sono ordinate le guardie per tutti li luoghi soggetti allo sbarco.

Si spedisce personalmente il Pron. Giovanni Solaro nostro Collega ad istanza di questo Commune il quale ricorre supplichevole al ser.mo Trono, affinche colla maggiore celerità spedisca la Guarnigione per la Fortezza, e quanto stima opportuno, e necessario tutto contento e consolato di ritornare in breve tempo sotto il pacifico paterno auspicio del suo Ser.mo  Principe , sperando che cortesemente debba riceverlo, e consolarlo non essendovi mai stato alcun individuo che abbia avuto menomo colpa nelle passate instanze come pienamente si dimostrerà, se le SS. Loro Ser.me fossero da qualche malevola sinistramente prevenute.

Abbiamo fatto istanza a questo Sig. Comandante che vogliamo alberato il Padiglione della Ser.ma Repubblica di Genova, ed ha risposto di contentarci.[82]

Alla notizia della partenza degli inglesi i Padri del Comune convocano nella piazza della chiesa Parrocchiale la popolazione che a gran voce chiede di tornare al Primero Nostro Governo. Si decide anche che uomini armati debbano presidiare il Forte e che Pasquale Solari Padre del Comune debba recarsi a Genova a portare la richiesta dell’invio di una guarigione genovese. Intanto il Menichello trama nell’ombra e con uno stratagemma di sera convoca in casa sua il Padre del Comune Domenico Cuneo per convincerlo a cedere l’isola ai Francesi, ottenendo però un netto rifiuto. Dopo due giorni dalla prima assemblea viene convocata in Fortezza una nuova assemblea dei capifamiglia per decidere quale deve essere la paga delle guardie della Fortezza stessa. Tutti sono disponibili a tassarsi secondo le loro disponibilità quando interviene Menichello che si offre di pagare tutte le paghe purché gli venga consegnata la Fortezza. La sua proposta viene rigettata anche perché è inviso a tutti. Il Menichello a questo punto manda una bilancella a Livorno a riferire ai Francesi che decidono di inviare una cinquantina di uomini.[83]

A Livorno il generale corso Antonio Gentili agli ordini di Napoleone Bonaparte sta organizzando una spedizione per rioccupare la Corsica. Il ventuno ottobre, nonostante il tempo cattivo fa partire per Capraia cinquanta soldati guidati da un ufficiale con l’ordine di prendere possesso a nome della Repubblica Francese dell’isola di Capraia e del Forte[84]

Il 21 ottobre 1796 intorno alle 10 di sera arriva a Capraia il maggiore Sanguineti con la nuova guarnigione.[85] Dopo due ore dell’arrivo della guarnigione genovese appare una tartana con cinquanta soldati, tre ufficiali e Francesco Levie. La fortezza tira un colpo di cannone. Tutti i capraiesi armati si svegliano e corrono alla Torre del Porto, era ormai mezzanotte, ed altri siti ed a forza di fucilate costringono la tartana a dar fondo sotto la Torre avendole ferito un uomo e li sosta fino al mattino. Al mattino viene permesso ai repubblicani di scendere a terra gli viene offerta come abitazione la cappella di S. Leonardo che però è molto umida e viene rifiutata. Più tardi nella giornata si presentano due fregate inglesi che mandano a terra un parlamentare che intima ai capraiesi di restituire il Forte con il pretesto di voler impedire la minaccia di uno sbarco dei corsi riuniti a Livorno. Il maggiore Sanguineti rifiuta dicendo che è pronto a difendersi fino alla morte. Gli inglesi desistono e le due fregate si allontanano. Dopo pochi giorni anche i repubblicani si ritirano mentre Genova invia ulteriori rinforzi nell’isola. Il commissario, dato lo scarso numero di soldati che ha condotto con sé arruola 150 capraiesi con una paga di 18 soldi al giorno per presidiare la fortezza e le coste dell’isola.[86]

Nel mese di dicembre i Padri del Comune scrivono una lunga lettera a Genova per denunciare il comportamento del Menichello e di suo suocero Federici prima e durante lo sbarco degli inglesi e poi dei francesi. Chiedono pertanto gli venga negato il permesso di esercitare la carica di viceconsole francese. Il 26 febbraio 1797 i Padri del Comune ritornano sullo stesso argomento in quanto hanno saputo che il Menichello sta tramando con i francesi a Bastia per ottenere il placet del governo genovese al rinnovo della sua carica di viceconsole francese.[87]

Il primo aprile i Serenissimo Collegi scrivono al maggiore Sanguineti di svolgere una indagine segreta tra i capraiesi per accertare il comportamento del Menichello e del Federici tra l’arrivo degli inglesi e ritorno della guarnigione. Per svolgere questo mandato deve servirsi del notaio Vincenzo Graffigna. Gli interrogatori iniziano il 24 aprile e terminano il 23 maggio in casa del commissario nel Forte. Ne risulta un fascicolo di 28 pagine con gli interrogatori di 24 capraiesi compresi i Padri del Comune. Gli interrogatori forniscono un chiaro quadro degli avvenimenti e le trame del Menichello. Lo stesso giorno il maggiore Sanguineti trasmette l’indagine segreta a Genova ma vi giunge quando la storia ha preso un nuovo tornante.[88]

Un Commento

La resa del Forte di Capraia, senza che sia stato sparato un colpo di cannone non è certo giustificabile, ma è un’ulteriore prova che ormai la vecchia Repubblica di Genova non era più in grado di disporre di funzionari e militari addestrati e capaci di far fronte ad una situazione non certo impossibile da gestire.

La motivazione sia del commissario Ayrolo sia del sergente Baliani che i cannoni del Forte non potevano contrastare quelli di Nelson a Monte Capo denota una scarsa conoscenza della gittata possibile dei loro cannoni. Infatti i cannoni più di quel tempo avevano una gittata massima teorica di 1500 ma quella reale era di circa 700 metri: quindi, essendo la distanza tra Monte Capo e il Forte di circa 2000 metri, i cannoni di Nelson che non dovevano essere certo tra i più grandi, vista la difficoltà di portarli sul monte, non potevano colpire il Forte e non potevano raggiugere il paese o il porto. Infatti Nelson, che sapeva valutare le distanze e conosceva la gittata dei suoi cannoni, non spara nemmeno un tiro di intimidazione. I cannoni del Forte avrebbero però potuto colpire i navigli di Nelson che sfilarono di giorno e di notte sotto il Forte. L’unico che si rese conto di questa situazione è stato il sergente Dussol.[89]

Distanza Forte -Monte Capo

Distanza tra il Forte di Capraia e Monte Capo – Google Map

Non essendo il paese e il porto sotto il tiro dei cannoni di Nelson, il commissario Ayrolo avrebbe potuto insistere con i Capraiesi affinché le loro donne portassero acqua dalla fonte del porto alle cisterne del Forte e così resistere ad un assedio. Il fatto che la truppa genovese fosse indisciplinata è un dato di fatto perché Genova non inviava nell’isola le sue migliori truppe e prendeva da differenti reggimenti parte dei soldati ma anche dei sottoufficiali e degli ufficiali che avevano qualche pena da scontare.

I cannoni di Nelson avevano soltanto lo scopo di difendere il campo trincerato di Monte Capo dove il commodoro temeva che avrebbe trovato la resistenza dei soldati genovesi e dei capraiesi. Pertanto se il commissario la sera del 17 settembre avesse accondisceso alla richiesta dei due Padri del Comune di inviare una cinquantina di soldati a Monte Capo, ai quali si sarebbero uniti i capraiesi, si sarebbe resa difficile per gli inglesi la possibilità di occupare l’isola.

In tutto questo frangente chi giocò un ruolo determinante fu il capraiese Domenico Cuneo, detto Menichello, viceconsole francese, ma uomo di tutte le stagioni che si intrufolava nel Forte a suo piacimento, si ingraziava il commissario e gli ufficiali con piccoli regali, ma nello stesso tempo si arricchiva a spese dei capraiesi e conduceva in proprio la guerra di corsa. Come afferma un soldato, era un uomo che ha tre facce, genovese francese, ed inglese di cui però il commissario, ingenuamente, forse si fidava.

Roberto Moresco                                                     16 novembre 2017

[1]Archivio di Stato di Genova (ASGe), Camera, Finanze n. 2787, nota ai Serenissimi Collegi del 15 apr. 1790. I Serenissimi Collegi (Senato e Camera) sono l’organo di governo della Repubblica di Genova. I Deputati all’Isola di Capraia è la Magistratura che viene creata dopo lo scioglimento del Magistrato di Corsica nel 1768.

[2]Ibidem, lettera di Pietro D’Oria, commissario di Capraia, a Genova del 8 mar. 1790.

[3]Ibidem, lettera di Leonardo Sussone a Genova del 13 mar. 1790.

[4]Ibidem, Relazioni dell’Ingegnere Ronco del 5 aprile 1790. Purtroppo i due disegni uno grande con la pianta del Forte ed uno con una prospettiva del Forte lato mare non ci sono pervenuti. Nota dei Deputati alla Capraia ai Serenissimi Collegi del 15 apr. 1790.

[5] V. Vitale, Onofrio Scassi e la vita genovese del suo tempo (1768-1836), Atti della Società Ligure di Storia Patria, LIX, 1932, p. 14.

[6][6]M.N. Gallois, Les corsaires francais sous la Rèpublique et l’Empire, Paris, 1847, pp. 3-12.

[7]ASGe, Segreto, n. 1742, lettere del commissario Giulio Franco Di Negro del 14 e del 19 mar. 1793.

[8]J. Sugden, A dream of glory, New York 2004: dettagliata biografia di Nelson nel periodo 1758-1797.

[9]ASGe, Segreto, n. 1742, lettera del Commissario Gerolamo Partenopeo del 18 ott. 1793.

[10]J. Sugden, A dream…cit., pp. 446-453.

[11]Ibidem, n. 1744, lettera dei Padri del Comune del 4 nov. 1793.

[12]ASGe, Segreto, n. 1744, lettera del Commissario Gerolamo Partenopeo del 18 nov. 1793 e lettera dei Padri del Comune del 14 dic. 1793; Gazzetta Toscana, 47, 1793, pp.185-186: la lancia cannoniera francese si chiamava Ça Ira.

[13]N.H. Nicolas, The dispatches and letters of Vice Admiral Lord Viscount Nelson, vol. I, pp. 353-354, Londra 1845, (reprint Boston 2005). Traduzione dall’originale. Il cutter è un piccolo veliero originario dell’Inghilterra: scafo lungo, basso di bordo, con carena molto affinata relativamente grande, con prora dritta, e con ponte di coperta generalmente totale. Attrezzato con un solo albero verticale leggermente inclinato verso poppa e posto a proravia del centro, e una semplice asta di fiocco. Dal secolo XVIII sino alla fine del periodo velico, la marina da guerra, per i servizi di scoperta, usarono i cutter che riuscivano preziosissimi grazie alla loro alta velocità e alle loro qualità evolutive.

[14]Nelson Museum, Monmouth, MSS E 194, messaggio di Nelson a John Udny, console inglese a Livorno n.d..

[15]A.-M. Graziani, Pascal Paoli, Parigi 2002

[16]ASGe, Segreto, n. 1745, lettere del commissario del 12 apr. e dei Padri del Comune del 13 apr.; delibera dei Collegi del 24 apr. 1794.

[17]Ibidem, delibera dei Collegi del 23 apr. 1794.

[18]Ibidem, n. 1744, lettera di Gerolamo Partenopeo, commissario di Capraia, del 21 lug. 1794.

[19]Ibidem, n. 1745, lettera del commissario Girolamo Partenopeo del 6 ago. e dei Padri del Comune del 21 ago. 1794.

[20]Ibidem, n. 1744. lettera del console francese Lacheze del 20 ago. 1794. Domenico Cuneo, detto anche Domenichello o Menichello, è un capraiese già deputato di Sanità nell’isola che svolge le funzioni di viceconsole o agente della Repubblica Francese a Capraia.

[21]Ibidem, n. 1745, lettera del commissario Gerolamo Partenopeo del 3 set. 1794.

[22]Ibidem, lettera del Commissario Gerolamo Partenopeo del 2 dic.1794.

[23]Ibidem, lettera del console Lacheze del 24.nov. 1794 e deliberazioni dei Collegi del 26 nov. 1794.

[24]L’ammiraglio è temporaneamente al comando della flotta britannica nel Mediterraneo in sostituzione dell’ammiraglio Samuel Hood.

[25]Ibidem, n, 1746, lettera del Commissario Gerolamo Partenopeo del 22 dic. 1794. Scona: goletta a tre alberi.

[26] Ibidem, lettere del console Lacheze del 20 lug. e dei Collegi del 12 ago. 1795.

[27]Ibidem, supplica di 18 capraiesi n.d. e nota dei Collegi del 7 ott. 1795

[28]Ibidem, n. 1748, lettera del console Sapey del 19 ott. 1795.

[29]Ibidem, n. 1746, nota della Giunta di Marina del 30 nov. 1795

[30]Ibidem, lettera del viceré Elliot del 13 nov. 1795 (Traduzione dall’originale in francese).

 

[31] Ufficio del governo della Repubblica di Genova.

[32]ASG, Segreto, n, 1746, lettera di Sapey del 1 dic. 1795.

[33]Ibidem, lettera del commissario Ayrolo del 6 dic. 1795.

[34] National Maritime Museum (NMM), Elliot, n. 132, rapporto del capitano Gourly del 9 dic. 1795.

[35] ASG, Segreto, n, 1748, lettera di Elliot del 3 dic. 1795 (Traduzione dall’originale in francese).

[36] NMM, Elliot, n. 132, rapporto del cavalier de Sade del 21 dic. 1795.

[37]Ibidem, lettera del commissario Ayrolo del 9 dic. 1795

[38]Ibidem, Convention passeè entre M. Vidau et M. Sapey at Caprara.

[39]ASGe, Segreto, n. 1748, lettera del commissario Ayrolo del 21 dic. 1795.

[40]Lettera del viceré Elliot al commissario Ayrolo del 5 gen. 1796 in Resa del Forte di Caprara agli Inglesi, 18 settembre 1796, Biblioteca Civica Berio (BCB), Genova, ms. M.r.3.9, p. 373, traduzione dall’originale in francese. Il commissario Ayrolo o Airolo, patrizio genovese, aveva 36 anni quando arriva a Capraia.

[41]NMM, Elliot, n. 132, lettera del commissario Ayrolo al viceré Elliot del 15 gen. 1796.

[42]HMS. Lively era una fregata da 32 cannoni facente parte della squadra britannica del Mediterraneo.

[43]La risposta del commissario è conforme alle leggi raccolte nel Consolato del mare per quanto riguarda la guerra di corsa e la neutralità.

[44]ASGe, Segreto, n. 1748, lettera dell’ufficiale inglese del 29 gen. 1796.Traduzione dall’originale in inglese.

[45]NMM, Elliot, n. 192, lettera del commissario Ayrolo del 15 feb. 1796.

[46]Nave da guerra del periodo velico, più piccola della fregata, con tre alberi a vele quadre, destinata ai servizi d’esplorazione, caccia e crociera.

[47]ASGe, Segreto, n. 1748. Molti degli episodi qui riportati si possono trovare in R. Moresco, Pirati e Corsari nei mari di Capraia, Cronache dal XV al XVIII secolo, Livorno 2007, pp. 155-159.

[48]ASGe, Segreto, n. 1749, Relazione dell’Economo del Collegio Camerale del 3 ago. 1796.

[49]NMM, Elliot, n. 132, lettera del commissario Ayrolo del 8 giu. 1796.

[50]Le due lettere in Resa del Forte di Caprara…cit., pp. 2-4.

[51]Nave da guerra inglese a vela con meno di 18 cannoni.

[52]ASGe, Segreto, n. 1749, lettera di Joseph Brame del 2 set. 1796.

[53]Ibidem, lettera di Faipoult al Segretario di Stato Ruzza del 3 set. 1796

[54]Ibidem, traduzione ufficiale della lettera originale di Nelson al governo genovese del 4 set. 1796.

[55]Ibidem, rapporto della visita di Nelson al segretario di stato del 6 set. 1796

[56]Ibidem, traduzione del discorso fatto dal comandante Nelson al Serenissimo Doge dell’8 set 1796.

[57]Ibidem, lettera di Nelson al segretario di stato del 10 set. 1796. Francis Drake era ministro residente di S.M. Britannica a Genova dal 1793.

[58] Ibidem, testimonianza di Domenico Testa, negoziante, del 11 set 1796. Le altre dichiarazioni sono dello stesso tenore, quasi siano state dettate ai testimoni del fatto.

[59]Ibidem, lettera di Nelson dell’11 set. 1796 (traduzione del console Brame).

[60]Ibidem, lettera del tenete Crompton dell’11 set. 1796 (traduzione del console Brame).

[61]Ibidem, minute dei Collegi e del Minor Consiglio dell’11 set. 1796. G. Forcheri, Doge Governatori Procuratori Consigli e Magistrati della Repubblica di Genova, Genova, 1968, pp. 45-55. Il Minor Consiglio è un organo legislativo della Repubblica di Genova a cui compete la importante facoltà di deliberare sempre insieme ai Collegi guerra pace ed alleanza.

[62]Ibidem, bozza di lettera del segretario di stato al Console inglese del 11 sett. 1796.

[63]Ibidem, lettera del segretario di stato al console inglese Brame del 12 set. 1796.

[64]Ibidem, n. 1748, lettera del commissario Ayrolo a Genova del 15 set. 1796.

[65]NMM, Elliot, n. 159, Lettera di sir Elliot a Nelson in Bastia del 15 set. 1796 (traduzione dall’originale in inglese).

[66]Ibidem, lettera di sir Elliot a Logan in Bastia del 15 set. 1796.

[67]J. Stanier Clarke, J. Mac Arthur, The life and services of Horatio Viscount Nelson, vol. I, Londra 1839, p. 470.

[68]Questo lungo racconto sulla presa di Capraia è stato elaborato tramite la collazione dei documenti contenuti in: BCB, ms. M.r.3.9– Resa del Forte di Capraia agli Inglesi 1796; NA, Admiralty, nn. 52-2825 e 1-395; NA, Foreign Office, nn. 20-12 e 67-23; NMM, Elliot, nn. 124,132,159; NMM, Jervis, n. 2b;  ASGe, Segreto, n. 1748; ASGe, Camera e Finanze, n. 2788; N.H. Nicolas,The dispatches and letters …cit.; J. Sugden, A dream…cit.; J. Stanier Clarke, J. Mac Arthur, The life and services…cit..

[69]J. Sugden, A dream…cit., pp. 664-666; J. Stanier Clarke, J. Mac Arthur, The life and services…cit., pp. 276-281.

[70]NA, Foreign Office, n. 67-23, contiene le lettere di Nelson, qui tradotte dall’inglese, che il console Brame trasmise al console inglese John Trevor a Torino.

[71]ASGe, Segreto, n. 1748, lettera del podestà di Portovenere a Genova del 25 set. 1796

[72]ASGe, Segreto, n. 1748, minute della riunione dei Collegi del 27 set. 1796

[73]Ibidem, Avviso della Sanità del 28 set. 1796

[74]NA, Foreign Office, n. 67-23, estratto di una lettera da Genova del 1 ott. 1796

[75]ASG, Segreto, n. 1714, lettera del commissario di Capraia Leandro Lomellino del 17 mag. 1762: Francesco Golis era già stato a Capraia nel 1762, dove, come alfiere, comandava una feluca armata in corso contro i ribelli corsi. Ivi aveva predato, nel maggio del 1762, un bastimento corso che portava armi ai ribelli, costringendolo poi a buttare in mare molti armamenti finché lo costrinse al naufragio sugli scogli nei pressi dello Zenobito.

[76]ASGe, Segreto, n. 1748, lettere del commissario Ayrolo da Capraia del 29 set. e 5 ott. 1796.

[77]F. Bampi, 1796: una convenzione segreta tra Genova e Francia, in Bollettino “A Compagna”, n. 4/5, 1999.

[78]Il Palazzetto Criminale si trovava nell’attuale Via Tommaso Reggio ed è una delle sedi dell’Archivio di Stato di Genova.

[79]Registro delle sessioni del Governo Provvisorio della Repubblica di Genova dal giorno della sua installazione 14 giugno 1797, Stamperia Nazionale, Genova, p. 110.

[80]ASGe, Guerra e Marina, n. 89, lettera del cittadino giusdicente e comandante Vincenzo Sanguineti del 18 lug. 1797.

[81] Ibidem, pp. 307 e 314.

[82]Ibidem, Segreto, n. 1748, lettera dei Padri del Comune del 15 ott. 1796.

[83]Ibidem, Camera e Finanze, n. 2788, indagine segreta redatta dal notaio Gramigna a partire dal 24 apr. 1797.

[84]Correspondance du Lieutenant-Général Gentili après l’occupation Anglaise, Bulletin de la Société des Sciences Historiques et Naturelle de la Corse, N. 453-456, 1923, pp. 32 e 35.

[85]ASGe, Guerra e Marina, n. 88 lettera del maggiore Sanguineti del 21 ott. 1796.

[86]Ibidem, Camera e Finanze, n. 2788, lettera del maggiore Sanguineti del 14 dic. 1796.

[87]Ibidem, lettere dei Padri del Comune n. d. ma dei primi di gennaio e del 26 feb. 1797

[88]Ibidem, indagine segreta redatta dal notaio Gramigna a partire dal 24 apr. 1797.

[89] M. Sacchi, Nelson: le grandi vittorie della Royal Navy, 2013

Pubblicato in Archeologia, Il Seicento | Contrassegnato , , , , , , | 1 commento

Monte Castello (Capraia Isola) Prime considerazioni sugli antichi insediamenti del Monte Castello. (Sopralluogo del 3 settembre 2017) di Angiolo Naldi

Sono lieto di accogliere come collaboratore Angiolo Naldi che da molti anni ha pubblicato numerosi testi che illustrano storia e bellezze delle isole minori dell’Arcipelago Toscano.

Monte Castello

Il monte Castello – Carta del 1852

L’area cacuminale si presenta modellata in ampi terrazzamenti che circondano quasi completamente la cima del monte. Robusti muri a secco delimitano le diverse aree, ma non è da escludere che la naturale geomorfologia abbia favorito la realizzazione delle superfici pianeggianti. Ciascuna di queste zone, esplorata parzialmente ed esclusivamente con indagine di superficie, mostra abbondanza di materiali di terracotta, quasi tutti frammentari, ma con la presenza di interessanti manufatti che potrebbero rivelarsi molto utili per le datazioni delle frequentazioni del sito. È infatti probabile che il monte sia stato abitato o visitato in diversi periodi, non necessariamente continuativi, della storia.

Frammenti di ossidiana

Frammenti di ossidiana (Foto M.Ugolini)

Da questo punto di vista di particolare interesse risulta il ritrovamento di due frammenti di ossidiana (scarti di lavorazione del materiale), che consentono di ipotizzare una frequentazione di epoca neolitica dell’area. Un terzo frammento di questo prezioso materiale fu da noi recuperato, anni or sono, lungo il sentiero sottostante, che collega al Monte Le Penne, ma è presumibile che anch’esso provenga, per dilavamento, dagli ambienti sovrastanti. Anche una piccola ansa, appartenuta ad un elemento vascolare non più direttamente identificabile, potrebbe essere attribuita al Neolitico, mentre, almeno per le nostre conoscenze, risulta complicata ed azzardata una datazione degli altri frammenti in terracotta. Da rilevare che mentre in passato pressoché tutti i ritrovamenti di ossidiana erano avvenuti nella piana dello Zenobito, a partire dalla metà degli anni ’90, seppur con reperimenti puntuali, e mai ascrivili ad un ripostiglio, sono stati effettuati in varie zone della parte centrale e meridionale dell’isola (ritrovamenti effettuati da A. Naldi e M. Ugolini al Piano di Santo Stefano, presso l’Acciatore, sul monte Forcone e altrove).

Frammento di macinello in pietra verde

Frammento di macinello in pietro verde (Foto M.Ugolini)

Tra i materiali ritrovati sul Monte Castello di maggiore interesse si includono un macinello in pietra verde (materiale proveniente o dal nord della Corsica, o dall’Elba o, meno probabilmente, dalla Gorgona, ove esistono affioramenti ofiolitici), una fusaiola (o fuseruola) ed un rocchetto, entrambe in terracotta. Ritrovamenti simili sono documentati per il Monte Castello all’isola d’Elba (M. Zecchini, 2001), con datazione 300 – 260 a. C. e attribuiti alla civiltà etrusca. Pur essendo vero che soprattutto le fusaiole siano state prodotte invariabilmente con quella morfologia sino alla prima età del ferro (potevano variare i materiali), è più verosimile ipotizzare una datazione più antica, che associata alla presenza di ossidiana potrebbe attestarsi proprio al Neolitico o all’Eneolitico. Infatti, gli insediamenti etruschi dovrebbero essere stati limitati a presidi militari, presso i quali è assai improbabile ritrovamenti di materiali di uso quotidiano “familiare”; mentre le colonizzazioni romane sono generalmente attestate o al Piano o in corrispondenza della domus al porto. Anche presidi più tardi, di epoca medievale e rinascimentale (questi ultimi anche documentati; comunicazione personale dell’ing. Moresco), sono attribuibili esclusivamente a presenze di militari o guarnigioni di vedetta. Anche in questo caso è molto difficile che tra i reperti associati possano esserci strumenti di vita quotidiana (fusaiole e rocchetti erano in genere utilizzati per la filatura dei tessuti).

FRammenti in terracotta con ansa rocchetto e macinello in pierta verde

Frammenti in terracotta con ansa, rocchetto, e macinello in pietra verde (FFoto M.Ugolini)

Il sito del Monte Castello risulterebbe quindi un’ulteriore dimostrazione dell’importante colonizzazione preistorica dell’isola, per la quale occorrerebbe indagare con maggiore attenzione alcuni siti come “l’Isola”, le pendici del Monte Campanile, il sito del Monte Castelluccio e altre località, dove è presumibile una concentrazione antropica di epoca antica. Anzi, non è improprio azzardare che vista la sua collocazione (nel punto più alto e più panoramico dell’isola) e per la quantità di materiali presenti il Monte Castello possa essere considerato il luogo di maggiore concentrazione umana, che evolvendosi nel corso del tempo, dall’Eneolitico e per tutta la fase preistorica successiva, abbia costituito un castellare in tutto simile a quelli studiati all’Elba.

cof

Fuseruola, rocchetto, e frammento macinello (Foto M. Ugolini)

Un’ultima considerazione sulla presenza di ossidiana sull’isola. Pare appurato che almeno la maggior parte dei ritrovamenti effettuati, l’ossidiana provenga, attraverso la Corsica, dal Monte Arci, in Sardegna. Non è quindi da escludere che Capraia, vista la relativa vicinanza alla Corsica, sia stato uno dei più importanti siti nel grande circuito di diffusione di questo materiale dalla Sardegna all’Arcipelago Toscano, all’area continentale.

Capraia Isola, 3 settembre 2017

Angiolo Naldi

Pubblicato in Archeologia, Uncategorized | Contrassegnato , , , | Lascia un commento