1806 – L’isola di Capraia sotto la Francia: una statistica del prefetto del Golo

Nel 1799, mentre il generale Napoleone Bonaparte era impegnato nella campagna d’Egitto, la Francia dovette affrontare l’offensiva delle grandi potenze europee, Gran Bretagna, Austria e Russia, che volevano costringere le armate francesi, dislocate in Olanda, Svizzera e Italia, a rientrare nei loro confini. Mentre i coalizzati avanzavano nell’Italia meridionale, nel maggio del 1799 gli austriaci occuparono tutta la Lombardia costringendo i Francesi a ritirarsi all’interno della Repubblica Ligure. Il 15 agosto le truppe austro-russe sconfissero a Novi Ligure quelle francesi aprendosi la strada per la Riviera Ligure. La guerra ebbe però una tregua per permettere alle truppe austro-russe di raggiungere i loro quartieri invernali.[1]

La Repubblica Ligure era nata nel 1797 dopo la caduta della Repubblica di Genova a seguito di una rivolta giacobina e dell’intervento del generale Napoleone Bonaparte. Ben presto la Repubblica Ligure divenne un satellite della Francia, che vi imponeva la sua politica e vi faceva risiedere le sue truppe. Dopo la battaglia di Novi, la Repubblica Ligure si trovò assediata dagli austriaci che la circondavano da terra e dalla flotta inglese che aveva ormai il pieno controllo dell’alto Tirreno. Nel frattempo Napoleone Bonaparte, ripetutamente sconfitto in Egitto era rientrato a Parigi nell’agosto del 1799 e, il 9 novembre (18 brumaio) con un colpo di stato assunse il potere supremo, politico e militare, con il titolo di Primo Console. Il primo obiettivo di Napoleone, dopo il suo rientro dall’Egitto, era stato quello di riorganizzare l’esercito francese. Nel dicembre Napoleone impose lo scioglimento degli organismi governativi della Repubblica Ligure e nel febbraio del 1800 affidò al generale Massena il comando delle truppe francesi stanziate in Liguria. Napoleone, preoccupato della situazione di Genova, diede inizio ad una folgorante campagna in Italia che lo portò a sbaragliare le truppe austriache nella battaglia di Marengo il 14 giugno 1800. Ai primi di aprile le truppe austriache assediarono Genova da terra mentre la flotta inglese pose il blocco navale alla città e il 5 aprile iniziò a bombardarla. L’assedio di Genova durò due mesi finché la città fu costretta a capitolare il 4 giugno. La città fu poi liberata dopo la vittoria di Marengo.

Questa vittoria aprì le porte al predominio francese in Italia e permise a Napoleone di riorganizzare i vari stati italiani a suo piacimento. Le ostilità con l’Austria si conclusero con il trattato di Luneville del 9 febbraio 1801 e successivamente, il 25 marzo del 1802, la pace di Amiens mise fine alla guerra anche sugli altri fronti.

Cessato l’assedio, Bonaparte inviò a Genova Jean-François Dejean, come ministro straordinario della Repubblica Francese in Liguria. Questi, su istruzioni di Napoleone, nominò una Commissione di sette membri con tutti i poteri salvo il giudiziario e il legislativo e una Consulta di trenta membri, presieduta da Dejean, che doveva fare le leggi più urgenti e preparare una nuova costituzione. La Repubblica Ligure era di fatto finita e tutto il potere era nelle mani dei Francesi. La finzione dell’indipendenza della Repubblica ebbe termine con l’annessione del territorio ligure all’impero francese nel 1805.[2]

 All’avvento della Repubblica Ligure nel 1797 l’isola di Capraia ne seguì le sorti. Il forte venne utilizzato come confino e prigione di quanti si opponevano al nuovo regime. Poco alla volta l’isola divenne una base dei corsari francesi che se ne servivano per deposito delle imbarcazioni catturate.

Il 30 aprile 1798 il territorio ligure venne diviso in venti giurisdizioni e centocinquantasei cantoni: Capraia fu aggregata alla giurisdizione della Lunigiana e divenne «capo-cantone», con un giudice di pace di prima classe.[3]

Il 28 novembre 1798, poiché il Cantone o Comune di Capraia non aveva ancora eletto i membri della municipalità e il giudice di pace, il  Direttorio della Repubblica Ligure decise di nominare direttamente i cittadini destinati a ricoprire le dette cariche.[4]

Nello stesso mese arrivò a Genova il generale Jean François Lapoype con l’incarico di governatore militare della città e di comandante dell’esercito della Repubblica Ligure. Questi nell’aprile del 1798 presentò al Direttorio un piano di riforma dell’esercito e dell’organizzazione delle varie piazze militari all’interno del territorio ligure.[5] Sulla base delle raccomandazioni del generale Lapoye il 26 aprile 1799 il Direttorio classificò  Capraia come Piazza di Guerra di terza classe insieme a Gavi, Finale e S. Remo.[6] Il 10 luglio 1799, su petizione dei deputati della municipalità di Capraia, venne istituito nel comune un Tribunale del Commercio.[7]

Il generale Massena, dopo il suo arrivo a Genova nel febbraio del 1800, inviò a Capraia il capo squadrone Drouin per recuperare, tra le imbarcazioni catturate dai corsari francesi, quelle che erano cariche di granaglie e condurle a Genova assediata, per sfamare la popolazione e le sue truppe.[8] Tra l’aprile e il maggio del 1800 da Bastia fu inviato a Capraia un distaccamento di truppe francesi, per rafforzare la guarnigione del forte.[9]  L’undici novembre 1800 (20 brumaio anno IX) Napoleone raccomandò al ministro della guerra di far sapere al comandante della 23a divisione che il governo annetteva grande importanza al possesso dell’isola di Capraia.[11]

L’isola riuscì, così, ad evitare l’occupazione da parte della flotta inglese che presidiava l’alto Tirreno ma si interruppe il suo storico legame con Genova.

Tra aprile e marzo del 1801 Capraia venne annessa al Dipartimento del Golo. Verso la fine dell’anno nell’isola fu creata una Sotto Prefettura francese. Con una legge consolare del 26 maggio 1802 il porto di Capraia venne incluso tra quelli della Corsica dove si potevano riscuotere i diritti di importazione ed esportazione.[12]

Nel 1802 Napoleone diede ascolto ai desideri di espansione territoriale della Commissione che gestiva la fittizia Repubblica Ligure e con un trattato del 10 giugno (21 pratile anno X) cedette alla Repubblica Ligure i territori di Oneglia, che già occupava dal giugno 1801, Loano, Carosio e Serravalle mentre riceveva dalla stessa l’isola di Capraia, ottenendo così il riconoscimento formale dell’annessione dell’anno precedente.[13] Nel frattempo, con il trattato di Amiens anche l’isola d’Elba era passata sotto il dominio francese e il 26 agosto 1802 (8 fruttidoro anno X) veniva annessa alla Repubblica Francese senza specificare il suo statuto amministrativo.

Con un decreto del 12 gennaio 1803 (22 nevoso anno XI) venne definita l’organizzazione amministrativa dell’Elba e delle isole che da essa dovevano dipendere, Capraia, Pianosa, Palmaiola, e Montecristo. Questo territorio veniva posto sotto l’autorità di un Commissario Generale che dipendeva direttamente da Parigi. Il decreto stabilì che Capraia era uno dei sette municipi della nuova aggregazione amministrativa, la quale, però, non venne eretta in dipartimento.

Ma Napoleone non aveva ancora terminato la riorganizzazione dei territori italiani annessi alla Francia. Divenuto imperatore dei Francesi, il 28 giugno 1805 (9 messidoro anno XIII), decretò che l’isola di Capraia venisse annessa al dipartimento del Golo, circoscrizione di Bastia.[14] La decisione fu presa da Napoleone perché il 18 marzo aveva deciso di ricostituire il Principato di Piombino, del quale doveva far parte l’isola d’Elba, per concederlo in eredità alla sorella Elisa.

Drioux e Leroy - Les départements du Sud du 1er Empire Francais (1811)

Droux e Leroy – Les départements du sud du 1er Empire Francais (1811)

Il 19 settembre 1805 (2e complementare anno XIII) un decreto stabilì che ai fini delle dogane Capraia doveva continuare ad essere trattata come territorio straniero.[15]

Il dipartimento del Golo era uno dei due dipartimenti in cui era stata divisa la Corsica nel 1793 e comprendeva la parte settentrionale dell’isola con capoluogo Bastia.

Il prefetto del Golo era Antoine-Jean Pietri, un corso, che era stato nominato il 3 marzo 1800 quando, all’inizio del Consolato, fu creata questa carica con la legge del 17 febbraio 1800 (28 pluvioso anno VIII).[16]

Uno dei compiti dei prefetti era quello di redigere una statistica, di tipo qualitativo, dei loro dipartimenti.[17]

Secondo le istruzioni ricevute dall’Ufficio di Statistica del Ministero dell’Interno il prefetto Pietri aveva già preparata una statistica del dipartimento del Golo che fu pubblicata nell’anno X (1801-1802).[18]

Con una circolare del 9 frimaio anno XIV  (30 novenbre 1805) il ministro dell’Interno, Jean-Baptiste de Nompère de Champagny, ordinò ai prefetti di eseguire un censimento «esatto» della popolazione del rispettivo dipartimento al 1° gennaio 1806. Una seconda circolare fu inviata nell’aprile del 1806. Ogni prefetto doveva indicare la popolazione di ciascun comune classificandola in sei categorie: uomini celibi, donne nubili, uomini sposati, donne sposate, vedovi, vedove. La circolare prescrisse inoltre che dovevano essere inclusi tutti i cittadini domiciliati, compresi quindi anche i militari che stavano prestando servizio in altra località, che dovevano essere registrati in una colonna separata (militares sous les drapeaux).[19]

Dopo che Capraia fu annessa al dipartimento del Golo, il prefetto si sentì in dovere di redigere una statistica per l’isola che era stata inserita nel territorio da lui diretto.

Il 29 marzo 1806 il prefetto inviò al ministro dell’interno lo «Stato della Situazione del Dipartimento del Golo relativo all’anno 13°»[20] nel quale affermava:

 «Per la Divisione territoriale l’Isola di Capraia, è stata staccata dall’Isola d’Elba per essere riunita al Dipartimento del Golo secondo il Decreto Imperiale del 9 Messidoro dell’anno 13°[21]; questa riunificazione ha avuto effetto il 1° vendemmiaio dell’anno 14°,[22] ed è stato invocata dalle richieste dei Capraiesi che dicevano nel loro espressivo idioma: Dove è la Madre, là deve essere la Figlia. Capraja è più una Roccia che un’isola di circa sei leghe di circuito, senza agricoltura e senza commercio a parte quello del Cabotaggio. La sua popolazione è di 1212 individui di cui 583 di sesso maschile e 629 di sesso femminile.

Poiché mi appresto a visitare quest’Isola avrò l’onore di inviare a Vostra Eccellenza un rapporto particolareggiato tanto sul suo stato attuale, che sulle migliorie di cui il paese potrebbe beneficiare».[23]

 La preannunciata visita ebbe luogo nell’estate del 1806 e il 10 gennaio 1807 il prefetto Pietri inviò la Statistica al Ministro dell’interno con la seguente lettera di accompagnamento:

 «Ho l’onore di inviare a V.E. l’informativa statistica su l’isola di Capraia.

Mi dispiace di non aver avuto i mezzi per far fare un rilievo, che mi avrebbe meglio consentito di precisare i dettagli topografici.

Prego V.E. di prendere in considerazione quelle osservazioni riportate nella memoria, che hanno per oggetto la situazione economica di Capraia e le necessità degli abitanti.

Da parte mia, non tralascerò alcun mezzo né alcuna opportunità per sovvenire a questa popolazione che sembra essersi mantenuta su questa roccia per puro miracolo.

Questi bravi Capraiesi, Monsignore, sono degni di tutto l’interesse del Governo e di trovare in Vostra Eccellenza la loro seconda Provvidenza».[24]

Questa «Notice Statistique» riunisce i requisiti di carattere qualitativo richieste dalle prime disposizioni ministeriali e nello stesso tempo riporta i dati del censimento come richiesti dalla circolare del 30 novembre 1805. Finora inedita, ha un notevole interesse storico perché per la prima volta la situazione dell’isola viene esaminata secondo una metodologia, che seppure non ancora sufficientemente convalidata, fornisce non solo dati di tipo qualitativo ma anche quantitativo sul numero degli abitanti, il commercio, le attività industriali dell’isola, e propone gli interventi necessari alla sopravivenza degli abitanti. Il prefetto deve aver soggiornato nell’isola diversi giorni con visite all’interno e lungo la costa. Doveva essere un acuto osservatore: la descrizione delle abitudini, degli abiti, del dialetto, e persino i tratti somatici degli abitanti è la prima che ci sia giunta così completa.[25]

 «Informativa statistica sull’Isola di Capraia

L’Isola di Capraja o Caprara è situata nel mare di Genova, tra la longitudine orientale di 7°.1´ e 7°.33´, e tra la latitudine Nord di 43°.1´e 43°12´.

Topografia

I punti più vicini del litorale circostante sono Bastia Capoluogo del Dipartimento 40 miglia a S.O., la Torre dell’Aglio nel Capo Corso 30 miglia ad O., Portoferrajo nell’Isola d’Elba 45 miglia ad E.S.E., Livorno 60 miglia a N.E., la punta di Lerici (Golfo de La Spezia) 95 miglia a N., Genova 110 miglia a N.

La maggior lunghezza dell’Isola presa dalla Torre del Sinopito, a S.O., alla Torre delle Berbici, a N.E., è di 8 miglia. La maggior larghezza è di 4 miglia tra la Punta della Fica, a E.S.E., e la Punta della Manza, a N.N.O.. Il suo circuito è di 22 miglia. La sua forma e quella di un ovale molto allungato, molto irregolare specialmente nella parte del litorale compreso tra la Torre delle Berbici e la punta chiamata Ferraglione.

Carte topographjque de l'Arcipel Toscan - 1822

Ile de Capraia da Carte topographjque de l’Arcipel Toscan – 1822

Il suolo o meglio l’insieme dell’isola sembra non essere altro che una roccia vulcanica, ed è abitata in un solo punto alla metà della costa di S.E. da 1305 individui. Queste prime informazioni dicono a sufficienza che questa piccola isola non saprebbe ottenere nella storia degli uomini e delle cose più spazio di quello che essa occupa sulla superficie del Globo.

Informazioni storiche

Plinio il vecchio ci dice che i Greci l’avevano chiamata Aegilos, e che i Romani la chiamavano col nome di Capraria. Da questi antichi bisogna arrivare all’anno di J.C. 1440, per ritrovare qualche debole luce sulla storia di quest’isola. A quest’epoca essa fu unita alla Signoria di San Colombano del Capo Corso da Simone da Mare, discendente del celebre Ansaldo da Mare, gentiluomo Genovese, e Ammiraglio di Federico Barbarossa.

Giorgio con una piccola guarnigione. Da questa data, i Genovesi tennero sempre l’Isola di Capraja, perchè essendo sul percorso da Genova alla Corsica, essa offriva un rifugio molto sicuro ai lL’anno 1507 i Capraiesi, inaspriti per le contribuzioni eccessive che esigeva da loro Giacomo da Mare, si ribellarono. Questo Signore, alla testa di un piccolo contingente di soldati, passò dal Capo Corso a Capraia, devastò l’isola, pose l’assedio al Borgo, e non tolse l’assedio che per la mediazione del Magistrato dell’Ufficio di San Giorgio, al quale, dopo essere fuggito da Capraja, il Curato o Pievano si era rivolto, e aveva offerto la Sovranità dell’Isola in nome degli abitanti. L’Ufficio di San Giorgio credette di non dovere, per il momento, intervenire limitandosi a dare l’ordine al suo Governatore Generale di Corsica, di esaminare i motivi delle lamentele reciproche e di riferirne. Da un lato Giacomo da Mare, e dall’altro il Pievano per conto dei Capraiesi, si recarono a Bastia. Ma poiché il Governatore non volle ascoltare le denuncie degli abitanti di Capraia, il Pievano si rifugiò all’Elba dove, poco dopo, Giacomo lo fece pugnalare, e poi trasportare nelle prigioni del suo Castello di San Colombano. Allora con il pretesto di punire Giacomo da Mare per questa crudeltà, il Governatore, per mandato dell’Ufficio di San Giorgio inviò a Caprara un Podestà che avendo preso possesso dell’Isola, la amministrò in nome dell’Ufficio di San oro navigli (Filippini, Historia di Corsica).[26]

Nel mese di febbraio del 1767, il Governo Nazionale Corso, dopo aver confinato l’autorità e influenza genovese nelle piazzeforti costiere della sua Isola, progettò ed effettuò la conquista di Capraja. 200 uomini inviati dal Capo Corso, effettuarono uno sbarco sulla costa di S.S.O. nella località chiamata il Ceppo. Rafforzati da una parte degli abitanti, e poco dopo ricevuto il rinforzo di altri 300 Corsi, occuparono l’Isola, s’impadronirono delle Torri dello Sinopito, delle Berbici, e di quella del Porto, tutte e tre munite di pezzi di artiglieria, bloccarono con una catena l’entrata del porto, e quindi assediarono il Castello di modo che il 29 Maggio dello stesso anno il Governatore Genovese fu costretto ad arrendersi, sotto gli sguardi di una squadra di 46 navigli a vela, che la Metropoli aveva inviato in suo soccorso. Durante l’assedio, essendo scesi a terra 150 Genovesi di questa squadra navale, 93 furono fatti prigionieri, 36 rimasero sul campo di battaglia, e quasi tutti gli altri evitarono la morte gettandosi in mare.

Il Governo Corso ormai signore dell’Isola, vi inviò un Commissario, costituì un Tribunale formato dagli Ufficiali della Comunità, col potere di giudicare nel Civile e nel Penale, salvo appello al Tribunale Nazionale della Corsica.

Verso la fine del 1768, epoca in cui la Corsica fu annessa alla Francia, il Commissario Corso delegato a Caprara la consegnò ai Francesi alla prima ingiunzione che gli fu fatta da un Ufficiale del Re. Poco dopo Capraja fu restituita alla sovranità di Genova.

Verso la fine dell’anno 4° gli Inglesi effettuarono uno sbarco nella costa N.E. del Golfo della Mortola, e posero le loro artiglierie sul promontorio del Capo, il quale domina Porto Vecchio. I Capraiesi corsero alle armi, ma il Comandante Genovese avendogli proibito di fare resistenza, in poco tempo il paese e la fortezza furono occupati dagli Inglesi. Essi lasciarono l’Isola all’inizio dell’anno 5°.[27]

Nel mese di Pratile dell’anno 8° mentre le truppe Austriache, occupando l’intero territorio Ligure, ponevano, d’accordo con una flotta Inglese, uno stretto blocco della città di Genova, il Forte di Capraja ricevette una Guarnigione Francese inviata da Bastia.[28]

A richiesta degli abitanti, Capraja fu annessa al Dipartimento del Golo secondo un Decreto del Governo del mese di Germile dell’anno 9°.[29]

Per un altro Decreto del 22 Nevoso dell’anno XI Capraja divenne una dipendenza dell’Isola dell’Elba, ma questa nuova situazione era causa di malessere per i Capraiesi, i quali, facendo riferimento alle diverse vicissitudini che ho appena narrato, continuavano ad esprimere il loro dispiace e ripetevano ”Là dove è la madre, là deve essere anche la figlia”.[30]

Le aspirazioni dei Capraiesi sono accolte. In esecuzione di un Decreto Imperiale del 9 Messidoro dell’anno 13° la loro Isola è ritornata ad essere un Cantone del Dipartimento del Golo.[31]

Continuazione della Topografia

Riprendiamo i dettagli Topografici. Da qualunque parte l’osservatore volge il suo sguardo, avanzando dal mare verso le coste, non vede che dei frantumi di rocce. La riva è quasi sempre a picco sia sopra che sotto la superficie del mare, e se in qualche piccolo promontorio o qualche piccola ansa il terreno è più basso, subito di là si alzano delle alture o montagnole di roccia difficili a scalare per penetrare all’interno del territorio.

 Capi

 Nel percorrere il circuito esterno dell’Isola da Sud-Ovest a Nord-Est i principali capi o punte che si incontrano sono: La punta del Sinopito, dove le rocce per il loro colore rosso sono molto simili alla terra dello stesso nome – La punta del Turco – La punta della Civitata – La punta della Fica – La punta del Ferraglione con una Torre e un isolotto, a sinistra dell’entrata del porto – La punta di Portovecchio con un altro isolotto a destra della stessa entrata del porto – La punta delle Berbici, a poca distanza dalla quale vi sono tre isolotti uno dietro l’altro in linea retta da Ovest verso Est – infine La punta della Tegghia o delle Berbici con una Torre a N.N.E..

Da questo punto in poi percorrendo verso Nord ed Ovest le coste dell’altra parte dell’Isola, s’incontrano solamente tre punte ben sporgenti, cioè: La punta della Manza e un isolotto o roccia dello stesso nome – La punta del Trattoggio – infine La punta detta Linguella, quest’ultima è poco distante da quella del Sinopito.

 Anse

 Tra queste punte o Capi vi sono le anse principali chiamate Cale. A Sud della punta del Sinopito c’è la cala dello stesso nome, dove il terreno è un po’ meno ripido che nelle altre, ed è impropriamente chiamato la Piana. Tra le punte del Turco e della Civitata vi sono le quattro Cale delle Saline, – dei Porcili, – di Garbicina, all’entrata della quale vi è un isolotto chiamato lo Scoglione, e quella del Ceppo; la Cala dello Zurletto è tra le punte della Civitata e della Fica. A Sud della punta della Ferraglione c’è una piccola ansa chiamata genericamente la Cala, e dunque io la nomino perchè essa si trova vicino alla Fortezza e all’entrata del porto. Qui cominciano, e sono una di seguito all’altra, le sole tre grandi cale o grandi golfi del litorale, cioè il Porto attuale tra le punte del Ferraglione e di Portovecchio, Portovecchio tra la punta dello stesso nome e quella delle Berbici, la Mortola tra le Berbici e la Tegghia.

La costa opposta non presenta che uno scoscendimento continuo per due terzi della sua lunghezza. La punta del Trattoggio si eleva tra le due Cale della Vitriola e della Costa a O.S.O., infine la Cala Moreto separa le due punte Linguella e Senopito.

 Rivi

 In fondo a tutte queste anse sfociano dei piccoli rivi o fili d’acqua. La maggior parte hanno acqua solamente durante una parte dell’anno e sono chiamati dai paesani con il nome di Vadi o guadi perchè anche durante le grandi piogge, le loro acque modeste in volume e in profondità, possono essere attraversate senza pericolo da un uomo a piedi.

In generale, nessuno di questi ruscelli o Guadi riceve o dona il suo nome all’Ansa o Cala al fondo della quale si trova il suo sbocco. Le loro sorgenti non essendo perenni, visto che nelle montagne non si formano che dei piccoli bacini d’acqua piovana, è impossibile indicare il luogo preciso di queste sorgenti. I due soli ruscelli perenni sono il Tamburo e il Vado della Fontana che si scaricano al fondo del porto. Quest’ultimo si chiama Vado della Fontana dal nome di una sorgente o fontana, l’unica esistente nell’Isola. Il Tamburo ha la sua sorgente nel Monte Castello. Il Vado della Fontana prende il suo nome solamente presso il litorale, e si forma alla giunzione di diversi piccoli ruscelli di cui tre hanno origine, l’uno dai monti Banditta e Castelluccio e li altri due dal lago che si trova al sommo della montagna.

 Laghi

 Gli abitanti chiamano il lago Stagnone. La sua forma è un ovale irregolare di 150 metri di contorno e di due metri di profondità massima. L’acqua è perenne, e benché sia un sito sopraelevato, essa è nei grandi calori calda, verdastra, coperta da schiuma e meno abbondante. È là che vengono ad abbeverarsi le poche mucche che vagano per l’Isola. Il Signor Barral che ha visitato questi luoghi, pensa che questo Lago sia stato la bocca di un vulcano; ipotesi peraltro ben fondata poiché nell’Isola non esiste traccia di pietra calcarea. Il piccolo altipiano al centro del quale si trova il lago è il più elevato, ed è al centro della principale catena di montagne o colline.

La costa è quasi dappertutto scoscesa, come ho già detto. Si nota però a destra del fondo del porto, prima dello sbocco del Vado della Fontana una piccola spiaggia dove la sabbia sembra si sia staccata e sia stata trasportata dalle montagne a causa delle acque pluviali piuttosto che spinta ed accumulata dai marosi. Nelle altre anse meno profonde vi sono dei cumuli sabbiosi, ma le onde del mare sono la causa della loro presenza piuttosto che le acque pluviali.

 Montagne

 La superficie dell’Isola vista a volo d’uccello presenta una catena di monti che la attraversano da Sud-Ovest a Nord secondo la lunghezza presa non a metà dell’Isola, ma piuttosto verso la costa occidentale; è a metà di questa catena e sulla cima del suo centro che si nota il Lago di cui ho parlato prima.

I punti più notevoli e la cui altezza può essere stimata a 450 metri sono le cime dell’Arpagna i cui prolungamenti formano a Sud-Ovest la punta Sinopito e quella delle Linguelle. Nella stessa direzione quella del Cacciatore, Ruitello, Bandita, Castelluccio e Castello. Quest’ultimo forma nel suo prolungamento la collina molto appariscente chiamata la Macchia nella direzione Nord-Est.

A destra e a sinistra di questa catena si staccano delle catene laterali quasi tutte perpendicolari a quella grande, parallele tra loro, che scendono leggermente, terminano sulla costa e formano i Capi e anse che ho già descritto.

 Vallate

 Tra le colline laterali esistono delle piccole valli di grandezza e profondità diversa, ma la cui ampiezza non supera mai i 45 metri. Nella parte O.N.O. essendo la cresta della catena principale più vicina alla riva, le vallate che vi sono hanno poca lunghezza, una discesa molto ripida; dal lato opposto, essendo la distanza dalla costa più grande, le vallate hanno una lunghezza maggiore e un’inclinazione più dolce.  È in questa parte che scorrono i ruscelli o Vadi principali.

Le vallate più importanti sono quelle del Saracello che si apre verso Portovecchio, quella del Tamburo dove si trova il Vado dello stesso nome, che versa le acque nel Porto; le tre vallate d’Orto di Morello, del Forcone, e del Cacciatore i cui ruscelli, riuniti in uno solo, formano il Vado della Fontana.

Questo è il sistema principale dei monti o colline che formano la massa quasi totale dell’Isola.

La parte compresa tra il porto e la Cala del Ceppo sembra essere una dipendenza di un sistema differente: 1° tra le due cale del Ceppo e dello Zurletto s’innalza un gruppo di colline la cui cima più alta è chiamata Campanile e si trova faccia a faccia con la catena principale nel punto dove si trova il Lago. Nove piccole ramificazioni o prolungamenti di questo secondo altopiano formano in diverse direzioni nove piccole valli a stento degne di questo nome. 2° tra lo Zurletto e il Porto s’innalza un altro piccolo altipiano, più piccolo del precedente, e sulla altura principale è stata costruita la Cittadella.

Al fine dunque di ben comprendere il degradare dei monti, delle valli, dei terreni e delle acque correnti nell’Isola, è importante di fissare lo sguardo dapprima sulle punte della catena principale dove si trova il Lago, di osservare, oltre i suoi due grandi prolungamenti, le diverse ramificazioni laterali, e di volgere quindi l’attenzione tanto sul gruppo di colline addossate al Monte Campanile, che sull’altura che serve di base alla Cittadella e sul declivio dove è costruito il paese. Le colline dell’Isola sono tutte granitiche, tutte mostrano a prima vista che un tempo il fuoco sconvolgeva questa piccola porzione del globo. L’aspetto dei massi che sembrano essere stati strappati e gettati qua’ e là, e lanciati gli uni sugli altri, assomiglia molto a quello di un vasto edificio in rovina, dove le macerie siano state poi accatastate in disordine.

Le lave sembrano mescolate e trattenute nelle diverse specie di granito, ma oltre queste prime tracce molto simili ad un vulcano, si nota anche una specie di pietra molto simile, per il suo colore rossastro al mattone e alla Pozzolana di Roma. Questa specie di pietra si trova in grandi masse compatte in blocchi arrotolati, spugnosi e forati come una spugna, il che fa pensare che tra gli interstizi esistessero delle inclusioni, decomposte dall’azione di qualche elemento. Qualche prova mi ha rivelato che questa pietra, macinata, potrebbe essere impiegata nello stesso modo della pozzolana.

Da quanto precede, si può facilmente concludere che gli strati di terra che si trovano tra le diverse rocce sono molto leggeri e poco adatti alla vegetazione. Così a Caprara non c’è alcun albero od arbusto di bella vista.

I soli terreni coltivabili sono dei piccoli siti di forma irregolare, che hanno 4, 5, e 10 metri di superficie, che a forza di operosità e di braccia gli abitanti sono riusciti a creare, costruendo dei muri di contenimento e riempiendo gli interstizi delle rocce con della terra di riporto. I Capraiesi chiamano questi siti Piazzole; sono un numero infinito e i loro muri fabbricati in modo grossolano donano alle diverse prospettive dell’Isola una qualche somiglianza a una vasta città dove gli edifici sono in rovina e abbattuti.

Questo terreno, quasi artificiale, non manca di essere fertile. I pugni di orzo che vi si seminano qualche volta danno 16 volte per anno. Le vigne sono poco rigogliose. Alcuni boschi cedui, chiamati come in Corsica Makis, di eriche, di mirti presentano una vegetazione ingrata ed irritante.

Queste sono le uniche vegetazioni perenni esistenti a Caprara, le quali, del resto, paragonate alle stesse specie d’arbusti della Corsica, sembrano assomigliare piuttosto a delle semplici piante erbacee. I conigli vi sono numerosi. I passeri sono i soli uccelli stanziali. Vi si vede qualche pernice e qualche anatra di passo.

 Borgo Cittadella

 Se non si visita il posto, nulla è più difficile da concepire che la situazione rispettiva del porto, del Borgo e del Forte di Capraja.

Piccinini - Veduta del paese dell'isola di Capraia - 1890-1900

Piccinini – Veduta del paese dell’isola di Capraia – 1890-1900

Il Forte, situato su una roccia scoscesa e tagliata a picco dal lato della costa sul lato S.E. dell’Isola, sembra avere il doppio scopo di proteggere e di tenere a freno gli abitanti. Il Borgo o villaggio situato a Ovest del Forte sul degrado della collina ne è distante circa 90 passi e gode di un’esposizione piacevole verso l’Est e il N.E.. Si cercherebbero invano dei luoghi spaziosi, delle passeggiate pubbliche, delle strade allineate regolarmente; l’interno del Borgo porta le conseguenze della difficile situazione dei luoghi. I Capraiesi benché abbiano cercato di dare un onesto decoro alla costruzione delle loro abitazioni, non hanno messo alcuna cura, fino ad oggi, a riempire gli intervalli o precipizi che separano le case tra di loro, né di rendere le strade meno ripide, o almeno più sicure.

Le case di Capraja sono solide e tutte costruite con granito e intonaco di una calce che portano da Livorno o da Genova. Qualcuna unisce alla solidità una certa magnificenza, che contrasta singolarmente con l’ambiente.

Per andare dal Borgo al Porto bisogna seguire una discesa scabrosa e ripida, percorrere poco più di un miglio, tutto attorno al Golfo.

Al fondo di questo Golfo, nella sua parte N.O. sul pendio delle rocce che lo contornano, sono stati costruiti dei Magazzini. Questo è il luogo che chiamano la Marina, qui ci s’imbarca e si sbarca.

 Porto

Il Golfo si apre al quarto Est-Nord-Est. Forma, restringendosi, una rada incassata. Da Nord a Sud-Est vi è una scogliera o Molo diviso in due parti, l’una che parte dalla costa, e l’altra separata dalla prima per una piccola apertura. Questa rientranza all’interno del molo è il Porto vero e proprio, eccellente ormeggio per i bastimenti di piccola portata. L’apertura tra le due parti del molo, sembra essere stata realizzata per facilitare la pulitura naturale del porto propriamente detto, per mezzo delle onde e per impedire che questo bacino non sia riempito poco alla volta dalla terra che i Vadi e le acque piovane trascinano dalle colline.

G. Albini - Porto di Caprja - 1854

G. Albini – Porto di Caprja – 1854

Le grosse navi e i bastimenti da guerra non entrano nel Porto, possono con tutta sicurezza, restare all’ancora all’entrata del Golfo a sinistra sotto la Torre.

Una spesa di 10 a 12 mila franchi sarebbe sufficiente per prolungare la seconda parte del Molo e per facilitare, mediante la costruzione di una piccola banchina, l’attracco dei piccoli navigli, oltre che a permettere lo scarico delle merci.

Il porto sembra essere sufficientemente difeso dalla Fortezza e ancor più dalla Torre che lo domina.

Le Torri del Sinopito e delle Berbici, destinate ai tempi della dominazione genovese ad avvistare da lontano i bastimenti barbareschi, ed avvertire gli abitanti dell’Isola del loro approssimarsi, servono attualmente ad impedire che in questi paraggi non vengano ad attraccare e ad imboscarsi i Corsari nemici. È per la stessa ragione che alla punta detta della Fica è stata costruita una piccola batteria, il cui tiri sono diretti a Sud.

 Amministrazione

 Quando l’Isola era una suddivisione feudale della Signoria di San Colombano nel Capo Corso, la sua Comunità dovette soffrire delle vessazioni ed arbitri che sempre si sono rinfacciati alla dominazione dei piccoli Castellani.

Sotto il Governo Genovese, un Podestà assistito da due padri del Comune, possedeva tutta l’autorità amministrativa, di polizia e giudiziaria, agli ordini diretti di un Luogotenente del Governatore generale dell’Isola di Corsica, così Capraja era una vera Pieve.

Dopo la riunione al Dipartimento del Golo nell’anno 9°, un Sindaco, due assessori, e un Giudice di pace si ripartiscono i poteri dell’antico Podestà e dei padri del Comune. Una Sotto Prefettura vi fu creata nei primi mesi dell’anno 10° e fu mantenuta fino ai primi mesi dell’anno XI[32].

Durante il periodo che fu unita all’Isola dell’Elba e dopo che essa è ridiventata un Cantone della prima circoscrizione del Dipartimento del Golo, l’amministrazione è ripartita come nell’anno XI tra un Sindaco, un Vice e un Giudice di pace.

Quando Caprara dipendeva dall’Isola d’Elba, gli affari criminali, e gli affari civili sopra i 150 franchi erano giudicati a Portoferraio, e per gli appelli civili si ricorreva a Aix. Attualmente l’Isola dipende dal Tribunale di prima istanza e della Corte di Giustizia Criminale che siede a Bastia. Gli appelli civili sono giudicati dalla Corte d’Appello che siede ad Ajaccio.

Il culto è amministrato, per la parte spirituale da un Curato. L’Isola dipendeva anticamente dal Vescovo di Massa suffraganeo di quello di Pisa. Attualmente essa fa parte della Diocesi di Ajaccio.

Un Convento di Religiosi osservanti sotto il titolo di S. Antonio, con 8 a 9 religiosi vi esisteva un tempo, ed è stato soppresso. I Religiosi e il Curato si dividevano la cura e i piccoli profitti dell’istruzione pubblica, la quale si riduceva ai rudimenti di lettura, scrittura, e per qualche allievo le quattro operazioni dell’aritmetica pratica.

 Popolazione

 La popolazione di Caprara era al primo gennaio 1806 di 1305 abitanti, ripartiti come segue:

 

Uominicelibi Donnenubili Uomini sposati Donne sposate Vedovi Vedove Totale
401 412 200 200 18 74 1305

Queste diverse classi della popolazione hanno le seguenti proporzioni:

Gli uomini celibi                   1:3,28 x100

Le donne nubili                    1:3,16 x100

Gli uomini sposati                1:6,52 x100

Le donne sposate                1:6,52 x100

I vedovi                                  1:7,50 x100

Le vedove                              1:17.63 x100

Carattere, costumi e usanze degli abitanti

 Non si trovano nell’Isola persone smagrite né corpi deformi. Una certa corpulenza, assai comune ai due sessi, è l’indicazione e l’effetto di una costituzione robusta, e non vi è alcuna obesità notevole. Questa sana costituzione è dovuta alla bontà del clima, e alla forma non troppo fastidiosa dei vestiti, ad uno stato di piccola agiatezza nata dai prodotti del cabotaggio, risparmiati per la sobrietà, infine alla vita attiva e dura che conducono le donne, non meno che gli uomini.

I Capraiesi hanno generalmente una statura un po’ inferiore alla media, hanno un colorito scuro, gli occhi, i capelli neri. Il loro carattere è dolce piuttosto che flemmatico. Hanno uno spirito litigioso, che sembra provenga in gran parte dal fatto che la popolazione vive in un’unico e piccolo territorio; l’amor proprio e gli interessi minuti delle faccende domestiche generano contrasti e offese. Nel loro rivolgersi alle Autorità, non si arrendono né al primo né al secondo rifiuto. Chiedono, rimanendo sottomessi, e non hanno il comportamento con fare sicuro e pieno di fierezza dei Corsi, e l’umile arrendevolezza che i viaggiatori hanno rimproverato a molti popoli d’Italia. Le loro abitudini come i loro vestiti sono simili a quelli che si potevano notare due o tre secoli fa. Questa perseveranza che contrasta vivamente con i cambiamenti che non hanno cessato di essere introdotti nei paesi vicini, sembra aver due ragioni:

1° Gli stranieri non approdano in questa piccola isola che in caso di scali forzati, non vi soggiornano mai per lungo tempo tanto da influenzare l’opinione e le usanze. Tra gli insulari, gli uomini solamente visitano altri Paesi, e il sesso che dappertutto presiede all’incostanza dei gusti e delle mode, qui è in qualche modo il depositario delle abitudini e della tradizione degli Antichi. Dagli anni 8° e 9°[del calendario rivoluzionario francese], quando qualche Corsaro portò e vendette le sue prede a Capraia, molte persone hanno acquistato un po’ più di agiatezza, e hanno anche qualche lusso nella loro mobilia.

Tra gli usi domestici dobbiamo rimarcare i seguenti due:

1° Non esiste nell’Isola alcun mulino né ad acqua né a vento, e tuttavia non importano quasi mai la farina, perchè è facile, nel Commercio, alterarne la qualità. La macinazione del grano si fa in ciascuna abitazione con l’aiuto di mulini a mano. Questo lavoro è riservato alle donne, e poiché durante il giorno si devono occupare della cura della campagna, la sera alla veglia, sovente durante la notte, o almeno ogni mattina avanti giorno, esse si mettono a manovrare il loro piccoli mulini (Macine).

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Mulino domestico di Capraia – XIX secolo

Lo straniero di passaggio che viene svegliato da questo fracasso, rimane interdetto, e non sa cosa pensare di questo rumore monotono, interrotto da piccoli crepitii sordi provenienti da tutte le parti, e che sembra venire dalle strade. Un solo mulino a vento posto su una delle alture che dominano il porto, fornirebbe alle famiglie Capraiesi una farina più uguale, più fina, e risparmierebbe alle madri di famiglia molte veglie e fatiche.

2° Caprara è, io credo, il solo luogo, dove generalmente le madri cullano i loro piccoli non inclinando la culla lateralmente a destra e a sinistra, ma facendo fare alternativamente l’altalena ai piedi e alla testa dell’infante, per cui la culla è sospesa al centro per mezzo di un asse o assale. I Capraiesi senza indicare né la ragione, né l’origine di questa usanza, dicono, come per indicarne un risultato, che i loro bimbi si abituano a non aver paura, navigando, dei bruschi movimenti dei bastimenti spinti dalle onde.

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Culla capraiese – XIX secolo

Abiti

 Per i due sessi il colore preferito, e quasi esclusivo dei vestiti, è il colore scuro, bruno, olivastro, o violetto. Il velluto di cotone è la stoffa di lusso preferita soprattutto per la sua lunga durata.

Gli uomini portano delle scarpe spesse, grosse calze di cotone, un lungo pantalone, un gilet e una sopraveste o Carmagnola dello stesso colore e dello stesso tessuto, un berretto di lana marrone, o talvolta un cappello rotondo. I loro capelli sono tagliati ma abbastanza lunghi da rimanere svolazzanti e sparsi sulle loro spalle.

L’abbigliamento delle donne non è molto diverso da quello utilizzato in qualche altra isola dell’Arcipelago. È composto come segue: sopra la camicia di cotone (Camigia) sagomata al Colletto, e al polso, come una camicia d’uomo, esse hanno una specie di scapolare o scialleto (chiamato Pettera) di tela o di un altra stoffa, che esce dalle spalle di due dita, scendendo in due ali sul davanti, e fermato con dei bottoni della stessa tela o stoffa dello Scapolare. Viene quindi la sottana (Camisola) di panno, di tela o di velluto di cotone, a maniche lunghe e fermate ai polsi, e che scende fino ai piedi, senza incrociarsi sul davanti ma soltanto fermata sotto il seno in tre o quattro punti con dei ganci.

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J. Daubigni – Femme de l’isle de Capraja – 1770 ca

Le giovani fanciulle si accontentano normalmente di queste prime vesti, le donne sposate ricoprono sempre la loro sottana (Camisola) con una seconda veste o sopra abito (Gonnella) plissettata, attaccata come le gonne attorno alla cintura, cucita su tutta la parte inferiore del contorno, e che si apre semplicemente sul davanti, per lasciare scoperta, oltre la sottana, la pettera che stringe la camicia e nasconde il seno.

Le maniche di questo sopra abito sono molto più corte di quelle della sottana, ma esse le allungano aggiungendovi una sorta di guanti chiamati mostra perchè servono di ornamento o paramento.

Queste mostre attaccate alle maniche della gonnella all’altezza del gomito, sono interamente aperte sotto fino alla punta, di modo che possano essere rivoltate al di sopra, e rovesciate sul davanti del braccio. Quando sono abbattute e bloccate, esse hanno una lunghezza tale da ricoprire la mano.

Delle guarnizioni di seta, dei fermagli o dei bottoni d’oro e d’argento hanno il doppio scopo abbellire i contorni della parte aperta, e di bloccare la manica, quando la si vuole ribattere e fermare fino al polso. I capelli di queste donne sono tagliati sul davanti, intrecciati di dietro, attorcigliati in forme diverse, fermati da grosse spille d’argento nella parte posteriore della testa, e ricoperte da un fazzoletto di tela di cotone molto inamidato, che scende in punta (questo fazzoletto così piegato è chiamato a Caprara  una pezza o pezzuola piegata ad ala) dietro tra le due spalle, e si annoda sotto il mento. Questa acconciatura della testa corrisponde poco all’eleganza del resto dell’abbigliamento. Raramente si vede, all’aperto e mai nelle case, le Capraiesi portare delle scarpe. Al posto delle calze, esse avvolgono le loro gambe con una specie di grosse ghette di lana, o di cotone, chiamate Scaffarotti che rende la loro camminata meno libera, e meno gradevole alla vista.

 Dialetto

 La lingua che parlano i Capraiesi è un dialetto italiano, ma il loro accento che perdono assai difficilmente, non assomiglia a quello di nessun altro popolo d’Italia. Le finali delle polisillabe sono prolungate e trascinate al di là di quanto si possa pensare. Oltre ai semplici errori di pronunziazione delle vocali finali che pronunciano per esempio: l’e in a, l’o in u e viceversa, le desinenze dei verbi che gli Italiani terminano in are, ere e ire sono da loro abbreviate e pronunciate in u, e, e i, pigliare, piglia, dormire, dormi, godere, gode. Cambiano le l in r, il in ir, la in ra, Calamita, Caramita. Trasformano in avverbi gli aggettivi e sovente esprimono con la 2° persona singolare le proposizioni generali che sono espresse con si nella nostra sintassi.[33]

Devoti senza essere superstiziosi né fanatici, la pietà dei Capraiesi consisteva sopratutto nelle offerte e negli ex voto in favore  della Parrocchia di San Nicola, o del Convento di Sant’Antonio, al ritorno dei loro viaggi marittimi sia che avessero fatto dei grossi guadagni, sia che fossero scampati a grossi pericoli. Formati dai primi anni giovanili a una vita attiva e lucrativa, non ebbero mai una grande inclinazione per lo stato ecclesiastico; mentre i Comuni poco popolosi della Corsica erano pieni di preti, a stento a Capraja se ne contarono tre o quattro.

La loro rivolta contro Giacomo da Mare, il loro desiderio di riunirsi ai Corsi nel 1768 e ai Francesi nell’anno 8°, per liberarsi dal giogo dei Genovesi devono essere visti come l’effetto di questa propensione comune a tutti i popoli, di cambiare il Governo, non per migliorare, ma per essere diversi. In aggiunta le Potenze che sempre hanno tramato in Corsica per sottrarla ai Genovesi, non trovando nell’Isola di Caprara nulla che potesse eccitare il loro desiderio di conquistarla, non fecero nulla per fomentarvi l’inquietudine e i fermenti. Una piccola guarnigione alloggiata nella Forte sembrava agli occhi stranieri destinata a mantenervi l’ordine interno e agli abitanti solamente destinata a garantire l’Isola da ogni attacco esterno.

Qualche rissa, qualche invettiva accompagnata da gesti minacciosi, tali sono gli unici reati conosciuti in questa terra che a questo proposito si può chiamare innocente. La polizia Rurale, le precauzioni eccessive che esige altrove la conservazione delle proprietà, sono qui ignorate anche come Teorie, e sebbene i Capraiesi frequentino giornalmente tanti altri luoghi, sebbene siano molto intelligenti nella conduzione dei loro affari domestici e commerciali, la loro Isola riposa tuttavia nella felice ignoranza dei numerosi crimini dei quali le società più civilizzate sono qualche volta il desolante Teatro.

A Caprara, i rapporti tra vicini, l’amicizia, la parentela e l’opinione pubblica evitano i reati, o li respingono dall’Isola fino al pensarli.

 Agricoltura

 Ciò che ho già detto (Topografia) delle Piazzole formate sui pendii a forza di sopraelevamenti, e di muri e di riempimenti di terra, preannunciano che le porzioni di suolo coltivabile vi sono rare, di poca superficie, e ricercate, ciò che prova ancora una volta come le risorse del suolo sono nulle, e per questo i Capraiesi lasciano alle loro donne e alle loro ragazze, i lavori e la cura dell’Agricoltura. Qui mai la mano d’uomo mosse la terra. L’aratro e anche il semplice aratro sono degli strumenti sconosciuti. La vanga biforcuta è il solo attrezzo che maneggiano, per smuovere la terra piena di pietre e arida, le stesse mani che hanno appena lasciato l’ago e il fuso; e mentre solamente le donne curano i lavori della campagna, i mariti in cambio  della loro attività, quando sono nell’isola, si occupano delle faccende domestiche, e preparano la risicata minestra che le loro donne mangeranno la sera al loro ritorno.

L’orzo è la sola granaglia che si semina a Capraja. Nelle piccole proprietà vicine al villaggio, la rotazione dei terreni è sconosciuta. I terreni lontani essendo dei beni comunali più negletti e più sterili, si seminano solamente ogni 5 o 6 anni.

La quantità di semenza che ogni anno viene seminata è circa 25 quintali, e la sua resa è all’incirca nel rapporto da 1 a 7.

Gli alberi da frutta si riducono in tutta l’Isola a otto mandorli, 10 o 12 fichi, e una vegetazione povera e difficile.

 Vigneti

 I vigneti, o se si preferisce le piante di vite disseminate negli interstizi dei muri e delle rocce, sono più adatte alla natura del suolo. La produzione annuale è di circa 100 ettolitri di un vino aromatico e alcolico. Prodotto con più cura e conservato più a lungo, diventerebbe un eccellente vino liquoroso.

I regolamenti della polizia rurale dei residenti hanno un solo articolo che vieta alle donne di andare durante tutto il mese di settembre, a visitare le stesse vigne che le loro sole mani hanno piantato e coltivato.

I Capraiesi non hanno trovato che questo sistema per conservare fino al tempo della vendemmia la poca uva che produce l’Isola.

 Animali

 Anticamente il numero di vacche e di tori doveva essere notevole. Ho sotto gli occhi un Decreto del Governatore Generale di Corsica del 25 ottobre 1677 che convalidava e rendeva esecutiva una deliberazione della Comunità per la riduzione delle bestie con corna (Vaccine) a due per fuoco sotto pena di confisca.

Attualmente se ne contano circa sessanta in tutta l’Isola. La loro taglia è piuttosto piccola e la loro carne altrettanto gustosa che quella del bestiame di montagna della Corsica. Questi animali errano soli e sparsi per tutta l’Isola, senza che persona pensi a guardarli, né a riservarseli, e meno ancora ad appropriarsene. Qualche sabato, o alla vigilia di feste solenni, i Capraiesi vanno a caccia di uno di questi animali (La Vaccina), come d’altre parti si va alla caccia del cinghiale. Quando uno di questi soggetti è caduto sotto i colpi dei Cacciatori, lo si trasporta al villaggio, se ne accerta il proprietario, ed è a suo profitto che l’animale viene macellato e venduto a tutte le famiglie.

Quanto agli ovini, ne trovo traccia della loro esistenza in un proclama del Commissario di Caprara in data 29 giugno 1734, il quale, rinnovando antiche disposizioni per la riduzione del numero di capre, proibisce di tenere, anche in piccolo numero, montoni e pecore (Bestiame pecorino), sotto pena di confisca.

Oggigiorno, a Caprara si vede una sola capra, che è in un certo modo, un Animale di Lusso. Un tempo sembra che le capre si siano molto moltiplicate, poiché in tempi diversi e in particolare il 25 ottobre 1677 il Governatore generale di Corsica rinnovò le disposizioni per l’esecuzione di una delibera della Comunità di Caprara, che stabiliva a 200, il numero di capre che potevano essere possedute ed mantenute in tutta l’Isola.

Alveari

Si contano a Caprara circa 40 alveari da miele, che è molto bianco, molto liquido, di un dolce meno scipito del miele normale, che si condensa per il freddo in piccoli pani informi, o grumi simili a quelli che forma lo zucchero, infine superiore, per il gusto al migliore miele di Spagna.

 Commercio

 La piccola popolazione dell’Isola di Caprara sopravvive e si mantiene da tanti secoli con il solo cabotaggio. In questo punto del globo, si può verificare l’osservazione fatta a proposito di tutti i popoli che si dedicano all’economia del Commercio: un suolo ingrato, un’attività infaticabile, ed una estrema frugalità contrastano con i costumi delle Nazioni dove là sono i fattori.

 Pesca

 Anticamente una delle più grandi risorse degli abitanti di Caprara era la pesca delle acciughe. Venticinque barche erano allora impiegate per questa pesca e si stimava la produzione in 40000 chili.

Il 28 giugno 1721 i Capraiesi vedendo, con loro grande dispiacere, che la loro pesca era stata poco abbondante, con una pubblica deliberazione fecero il voto di celebrare annualmente il giorno di Sant’Antonio. Questo ramo dell’attività industriale è quasi scomparso, si contano appena 5 battelli che pescano le acciughe i quali durante l’ultima stagione non hanno preso nulla. Per altro la diminuzione dei battelli da pesca, a detta degli abitanti, deriva dall’aumento delle grosse barche per il cabotaggio.

Queste sono attualmente 40, cioè:

12        da 38 a 40 tonnellate

6          da 20 a 25 tonnellate

8          da 10 a 15 tonnellate

10        da 3 a 5 tonnellate

Di queste quaranta barche, soltanto dieci navigano, le restanti sono tirate in terra, perchè non hanno i mezzi per farle navigare.

La forma di queste barche è diversa dalle altre in quanto la loro poppa è stretta quanto la prua. Non hanno un cantiere né dei carpentieri, ma le fanno costruire per loro a Voltri (Liguria) e a Marciana (Elba).

Sotto la dominazione genovese, erano i Capraiesi che dalle riviere di Genova e d’Italia portavano in Corsica i beni di consumo ed esportavano in cambio i prodotti del paese.

Dopo la loro riunione alla Francia (1768) avendo i Corsi abbandonati i loro sommovimenti civili e dedicandosi un po’ di più alle attività industriali, avendo aumentato il numero dei loro piccoli battelli, e diretto una parte dei loro commerci verso i porti della Francia, il cabotaggio dei Capraiesi vide diminuire i suoi guadagni.

Ma il collegamento marittimo tra la Corsica e la Francia offrì loro un ampio risarcimento.

È da quest’isola che si fecero venire i bastimenti e gli uomini necessari per un servizio che richiedeva delle abitudini e delle conoscenze con le quali a quel tempo i Corsi avevano poca famigliarità.

Nell’anno 8° i bastimenti Capraiesi avendo ricevuto il diritto di navigare sotto Bandiera Francese, videro la loro considerazione accrescere agli occhi degli Italiani e soprattutto dei Genovesi che proteggevano così le loro mercanzie dalla rapacità dei barbareschi. Ora che gli Africani sono obbligati a rispettare quasi tutta l’Italia, e che tutti, eccetto i Toscani e i Romani, possono navigare per loro proprio conto con sicurezza, è difficile che il Cabotaggio di Capraja eviti l’abbandono assoluto, di cui è minacciato. Si può presumere, che per mancanza di questa risorsa, qualche Capraiese arricchito dai prodotti della corsa, si deciderà a trasportare delle mercanzie per proprio conto. I viaggi in compartecipazione diventeranno sempre più rari e a poco a poco introdurranno nell’isola più ineguaglianza, più miseria e dei costumi meno puri. L’epoca attuale sembra essere quella dove i Capraiesi vedranno scomparire impercettibilmente le sfumature che ancora distinguevano il loro carattere, le loro abitudini, la loro lingua e anche i loro vestiti. Già si vede qualche famiglia trasferirsi in Corsica, a Livorno. Questo primo vacillamento annuncia una più grande decadenza, la popolazione e le risorse del Paese non possono non avere tra di loro una dipendenza reciproca, quella che i Capraiesi esprimono, dicendo che quando un Paese comincia a spopolarsi, la popolazione restante si mangia tra se.

La cera e il miele che i Capraiesi raccolgono nella loro Isola e la cui produzione basta appena per il consumo locale merita forse di essere indicata come obiettivo di attività industriale e di commercio.

 Industria

Sul declivio della Collina che contorna la Costa orientale tra il Capo del Sinopito e il Borgo, i Capraiesi sfruttano a forza di picconi e di pali, una cava di pietre grigiastre con le quali fabbricano delle piccole macine tanto per il loro uso che per un gran numero di famiglie del Capo Corso che non hanno ancora rinunciato a macinare le granaglie secondo i metodi delle famiglie primitive.

Si fabbricano anche, a Caprara, delle brocche e altri vasi di terra, ma con delle forme e dei procedimenti che si rifanno alla prima infanzia dell’arte. Si mescola con della sabbia e qualche fuscello di paglia un’argilla estratta da un poggio vicino alla Cittadella. Questa terraglia sagomata a mano e seccata indifferentemente al sole o all’ombra è poi esposta a un mite calore in un forno normale, dopo che si è tolto il pane, poi si aumenta un poco la temperatura del fuoco fino a che i vasi diventano rossi, e come infiammabili.

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Brocca per acqua di fabbricazione capraiese – XIX secolo

I vasi ritirati dal forno hanno un colore nerastro, non sono ricoperti da alcuna vernice, e si smerciano in Corsica tanto a Bastia che dalle parti di Rogliano, dove i Capraiesi ottengono in cambio dell’uva, della frutta e della legna da bruciare.

Si può stimare a circa 400 franchi il valore delle brocche e dei vasi che Capraja esporta annualmente.

Mezzi di sussistenza

 Ho già detto in precedenza che le granaglie e il vino prodotti nell’Isola di Caprara ammontano a circa 200 quintali d’orzo e a 100 ettolitri di vino. Deducendo le vettovaglie che i Capraiesi, quasi tutti marinai, consumano fuori dell’Isola, durante la navigazione, i prodotti alimentari che devono essere importati annualmente a Caprara per l’alimentazione degli abitanti sono

 Granaglie di tutti tipi                                             3000 [quintali]

Castagne e farina                                                    1000 [quintali]

Vino                                                                             300 [ettolitri]

Olio                                                                               100 [ettolitri]

 I guadagni annuali dal Cabotaggio devono dunque, per procurarsi questi soli generi, ammontare a 90400 franchi. Se si aggiunge il costo per i vestiti, il mobilio e altri beni, di cui le famiglie non possono fare a meno, si può concludere che i guadagni devono essere ancor più grandi, e di conseguenza i naviganti Capraiesi non possono arrivare a colmare il deficit che con uno sforzo continuo.

Poiché ciascuna famiglia si approvvigiona in tempi differenti, e fuori dall’isola, è impossibile redigere un mercuriale[34] dei prezzi dei generi alimentari. I seguenti prezzi sono, all’incirca, quelli pagati dagli stranieri che fanno scalo a Caprara.

 Pane integrale bianco il chilo                                                        55 centesimi

Carne il chilo                                                                                       1 franco

Olio il chilo                                                                                        2 franchi e 20 centesimi

Vino al litro                                                                                        20 centesimi

 Ciascuna famiglia ha qualche pollo, che si può chiamare la pecora dei poveri. Qualche volta si vanno a cacciare dei conigli che sono molto numerosi nell’Isola. Ma è dalla Toscana, dalla Corsica, e meno comunemente dalla Sardegna, che i Capraiesi importano la frutta, la verdura, infine tutto quanto è necessario ad un’alimentazione molto sobria.

Da quanto esposto risulta che non c’è possibilità per l’Isola di Capraja di migliorare né mediante le risorse del suo suolo, né mediante la sua industria manifatturiera.

La sua popolazione trapiantata come per miracolo su questa roccia arida, abituata ad una vita dura e sobria, in questo luogo d’esilio, sebbene così vicina delle coste più o meno ricche e gradevoli, ha dunque come sua risorsa principale la provvidenza del Governo.

Osservazioni Generali

 Dopo l’unione della Liguria alla Francia, Capraja è più che mai per l’Impero quella che era agli occhi dei Genovesi: Essendo ella a dritto camino da Genova a Corsica, perciò resta sicurissimo Porto agli amici Navigli (Ist. di Cors. L.5).

Nessuno scalo non è, in effetti, più importante per la sicurezza della Navigazione verso le coste della Corsica, dell’Elba e della Liguria orientale. La nostra Marina vi può ancora trovare un piccolo vivaio ausiliario, che nondimeno deve essere coltivato con un estremo riguardo, poiché la popolazione, una volta estenuata, non saprebbe come potrebbe affluire nei principali Dipartimenti marittimi dall’interno del territorio.

L’ispezione dei luoghi, i miei incontri con gli abitanti, e le mie ricerche di questi dati, mi inducono a presentare a Vostra Eccellenza le seguenti riflessioni relative alla prosperità di cui è suscettibile lo stato economico dell’Isola di Capraja.

La popolazione di Caprara non otterrà, così come è stato appena descritto, la sua sopravvivenza e prosperità né dalle sue attività manifatturiere né dalla sua agricoltura, e se è permesso di calcolare l’azione degli elementi, tutto fa presagire che nel prosieguo dei secoli, le acque continuando ad erodere e portar via il poco di terra, che vi è sparsa, l’Isola sarà ridotta ad essere una roccia nuda e arida.

La sopravvivenza di questa popolazione, dipende dunque unicamente dalla completa libertà degli abitanti a trasportare da un Porto all’altro la produzione e le derrate  rispettive, ad approvvigionarsi essi stessi senza tasse, e a impiegare con il più grande beneficio i prodotti del loro cabotaggio e i risparmi delle loro economie. Ogni ostacolo posto a questa completa libertà sarà fatale per Caprara, diminuirebbe di giorno in giorno la sua popolazione e causerebbe la sua rovina.

Tutto questo era stato preso in considerazione dal Governo Genovese. Sempre considerò Caprara come un punto di scalo e di sicurezza, e mentre aumentava sulla Corsica il giogo dei tributi e l’ostacolo delle proibizioni, non impose a Caprara né tasse personali, né imposte fondiarie, e vi incoraggiò altresì la navigazione e il cabotaggio con dei vantaggi. Vi teneva a sue spese un deposito di farina di frumento, vino e olio. Queste sussistenze di prima necessità erano sempre vendute a basso prezzo. Anche il sale era fornito e distribuito dal Governo in ragione di 6 denari la libbra (12 once) nella quantità fissa di 5 scudi al mese.

Tutti gli altri generi di sussistenza per il consumo degli abitanti non pagavano alcuna tassa d’esportazione nei porti di Genova, o della Corsica, se destinato a Caprara.

Caprara riunita alla Francia e diventata un Cantone del Dipartimento del Golo, deve senza dubbio sperare di vedere migliorare la sua situazione per la più grande protezione che ne può ricevere. Ma considerare questa piccolissima Isola solamente come un posto militare, e soprattutto cercare di crearvi un sistema finanziario pubblico, sarebbe come togliergli la speranza della sua conservazione.

Per queste ragioni, il Consiglio Generale del Dipartimento non l’ha compresa nella ripartizione della Contribuzione fondiaria. L’imposta sulle porte e finestre, né la tassa sulle Patenti, non vi sono state applicate: solamente un Ufficio di registrazione vi è stato creato per garantire la sicurezza degli atti.

Essendo l’Isola considerata attualmente, nelle sue relazioni commerciali, come straniera, il sistema delle Dogane non vi ha introdotto alcun pagamento o proibizione: vi si riscuotono unicamente i diritti di Navigazione e su questo aspetto il Commercio sembra godere di qualche franchigia.

I vantaggi dell’uniformità, e il desiderio di far cessare alcuni inconvenienti che la sua qualità di territorio straniero, per le Dogane, crea al suo Commercio sulle coste del Dipartimento del Golo, mi avevano dapprima ispirato l’idea di proporre che il sistema delle Dogane vi fosse instaurato; ma non avevo a quel tempo né visitato né percorso l’Isola. Io non ero completamente informato né delle risorse, né del modo di vivere degli abitanti.

La sola ispezione dei luoghi mi ha portato a pensare che tutta la popolazione dell’Isola risentirebbe dell’effetto inevitabile dell’istituzione del sistema doganale: al contrario lo stato dell’Isola richiede che il sistema di franchigie venga ulteriormente esteso.

 Proposte del Prefetto

Io credo di dover proporre quanto segue:

1°. Diminuire il diritto di Navigazione: questa misura vi porterebbe a fare scalo forzato un più gran numero di bastimenti stranieri che per evitare dei costi troppo alti, anche nel cattivo tempo, fanno forzatamente vela verso il Porto Franco di Livorno. Da ciò nascerebbe per gli abitanti un motivo di tenere l’Isola approvvigionata per una maggiore probabilità di consumi. La perdita delle entrate per il pubblico Tesoro, non dovesse essere compensata o anche aumentata per il più grande numero di bastimenti, si ridurrebbe a 300 o 400 franchi per anno.

2°Non obbligare i Padroni Capraiesi, come lo sono attualmente, ad approvvigionarsi nei porti stranieri dei beni di prima necessità per il loro consumo. Aprire loro, per questi beni e con le precauzioni opportune, i porti francesi. Questa misura è anche dettata dal punto di vista economico, poiché i benefici, frutto della loro attività, cesseranno di essere trasferiti a Livorno, in Sardegna, a Civitavecchia, ed inoltre i movimenti di cabotaggio, tra Caprara e i Porti Francesi, diventeranno più frequenti.

3° Esentare da tutti i diritti d’entrata i beni di origine capraiese importati in Corsica. Questi beni, così come ho già fatto notare più sopra, si riducono a qualche brocca e a qualche vaso di terra, i quali sono specialmente importati al Capo Corso, e i cui diritti non raggiungerebbero i 200 franchi.

Dall’altronde, e per i Corsi e per i Capraiesi ne risulta una sorta di scoraggiamento poiché questi oggetti di produzione Nazionale sono gravati e tariffati come non appartenenti all’industria dell’Impero, di cui anche i Capraiesi sono figli.

4° Permettere che i Padroni Capraiesi possano esportare dai Porti del Continente francese e dalla Corsica la valuta che abbiano percepito dalla vendita dei beni da loro introdotti assoggettandoli a tutte le dichiarazioni e misure precauzionali riconosciute necessarie per prevenire gli abusi. La facoltà di approvvigionarsi in Francia, diminuirebbe tanto più la quantità di valuta esportata.

Quelle sono le modifiche che sembrano essere dettate dalla situazione fisica ed economica di Capraja, per dare al suo commercio una qualche vita, e alla sua popolazione qualche mezzo di mantenersi, forse anche di aumentare.

Capraja sembra potere ancora sperare della liberalità del Governo.

1° La costruzione a carico del Tesoro Pubblico di un mulino a vento per macinare il grano.

Gli esborsi che sarebbero di 12000 franchi, rientrerebbero mediante una lieve contribuzione, da pagare per ciascuna molitura. I vantaggi sarebbero il risparmio di tempo impiegato a macinare a mano, un minore spreco, e una migliore qualità della farina.

2° Il mantenimento di una numerosa guarnigione, che spendendo un po’ di denaro, genererebbe ricchezza.

3° Due posti gratuiti in uno dei Licei di Genova o Marsiglia dove gli allievi possano unire agli altri rami dell’istruzione, anche lo studio dell’idrografia.

4° Infine la riparazione e il prolungamento del molo esistente.

Bastia il 28 dicembre 1806/ il Prefetto del Dipartimento del Golo/ … Pietri».[35]

Il 7 febbraio 1807, il direttore dell’ufficio di statistica, Coquebert de Montbret, dopo aver letto la relazione del prefetto invia il seguente commento al ministro: «Questa informativa è ben fatta e riguarda una piccola isola molto poco conosciuta. Forse sua eccellenza la giudicherà tale al fine di autorizzare la pubblicazione che ci si è permessi di indicare a matita e che è opportuno tacere a ragione delle circostanze l’importanza che può avere per la Francia il possesso di quest’isola».[36]

Il 13 marzo, Coquebert inviava al prefetto una lettera congratulandosi per la statistica di Capraia comunicandogli che la ritiene meritevole di essere pubblicata nella Statistica della Francia in corso di stampa.

La statistica del prefetto non fu mai pubblicata. Una delle raccomandazioni del prefetto fu accolta: il 7 settembre 1807 nella Legge sulle Dogane venne sancito che il porto di Capraia era equiparato a quelli della Corsica con i quali poteva avere libera comunicazione.[37]

Roberto Moresco

Giuseppe Santeusanio                                                              Gennaio 2015

Si ringrazia il Signor Fabio Guidi per le foto del mulino e della culla di proprietà privata.

Note

[1] Nel frattempo i Russi decisero di abbandonare la coalizione dopo le sconfitte subite in Svizzera.

[2]Sulla Repubblica Ligure vedi: A Ronco, Storia della Repubblica Ligure 1797-1799, Genova 1988; G.Assereto, La seconda Repubblica Ligure (1800-1805). Agonia e fine di un regime democratico, in AA.VV, Universalismo e nazionalità nell’esperienza del giacobinismo italiano, Bari 2003, pp. 135-145; P. Palumbo, Al fianco della Francia. I battaglioni di fanteria ligure 1797-1805, Ventimiglia 2007.

[3]Raccolta delle leggi ed atti del Corpo Legislativo della Repubblica Ligure da 17 gennaio 1798, vol. I, Genova 1798, pp. 142-143.

[4]Raccolta delle leggi ed atti del Corpo Legislativo della Repubblica Ligure dal primo luglio 1798 , vol. II, Genova 1798, p. 223

[5]P. Palumbo, Al fianco della Francia … cit., pp. 77-97. Quando, nel 1797, la Repubblica Ligure decise di dotarsi di un esercito ne affidò il comando ad un generale francese.

[6]Raccolta de’ Proclami del Direttorio Esecutivo della Repubblica Ligure, Genova 1798, pp. 132-134.

[7]Raccolta delle leggi ed atti del Corpo Legislativo della Repubblica Ligure dal primo luglio sino alla fine di dicembre 1799, vol. IV, Genova 1799, pp. 23-24.

[8]A. Amic, Histoire de Masséna, in Revue Contemporaine, II serie, 43, 1865, p. 753.

[9]A. Petracchi, Istoria del Blocco di Genova del 1800, Genova 1800, p. 147. Sull’invio del distaccamento francese da Bastia vedi di seguito la Statistica di Pietri.

[11] Correspondance de Napoléon Ier , Tomo VI, Parigi 1861, pp. 505-506. La 23a divisione presidiava la Corsica.

[12] M.Lepec, Bulletin annoté des lois, décrets et ordonnances, Tomo 9, Parigi 1836, p. 343.

[13]M. De Clerq, Recueil des Traitès de la France, Tome 1, Parigi 1880, p.587 :«Art.2. La République Ligurienne cède à la République Française l’ile de Capraia.»

[14]Bulletin des lois de la République Française : «Art. 1e – L’île de Capraja actuellement dependant de l’île d’Elbe est réunie au département du Golo, arrondissement de Bastia».

[15]C. L. Gillot, Dictionnaire des Constitutions de l’Empire Français et du Royaume d’Italie, Tome I, p. 449, Parigi 1806 : «Decreto imperiale riguardante il regime delle dogane nell’isola di Capraja.

Art. 1-L’isola di Capraja, riunita al dipartimento del Golo per nostro decreto imperiale dello scorso 9 messidoro, continuerà ad essere trattata come straniera, per quanto riguarda il regime delle dogane.

Art. 2-L’ufficio creato nell’isola di Capraja, per la riscossione dei diritti di navigazione, è mantenuto.»

[16]Pietri Antoine-Jean (Sartene 1764-1846) fu nominato prefetto del Golo il 2 marzo 1800 ed esercitò la sua funzione fino al 19 agosto 1811, quando la Corsica divenne un solo dipartimento.

[17]R. Marcel, La statistique de la population sous le Consulat et l’Empire. Le Bureau de statistique. In: Population, 5e année, n°1, 1950 pp. 103-120.

[18]Statistique du Département du Golo par le citoyen Piétry, Préfet, Parigi anno X.

[19]Circulaires, Instructions et Autre Actes, Émané du Ministère de l’Intérieur de 1797 à  1821 Inclusivement, Tomo I, Parigi 1821, pp : 429-430, 447; G. Felloni, Popolazione e Sviluppo Economico della Liguria nel Secolo XIX, Torino 1961, p. 231.

[20]Anno 13° va dal 24 settembre 1804 al 22 settembre1805.

[21]Il 9 Messidoro anno 13° è il 28 giugno del 1805.

[22]Il 1° Vendemmiaio del’anno 14° è il 23 settembre 1805.

[23]ANF, F20,176, lettera del prefetto A.-J. Pietri al Ministro dell’interno del 29 mar. 1806.

[24]Ibidem, lettera del prefetto A.-J. Pietri al Ministro dell’interno del 10 gen. 1806.

[25]Il documento è stato ritrovato negli Archives Nationales de France, su indicazione di G. Santeusanio, dal ricercatore inglese David E. Powell Smith che qui si ringrazia.

[26]Per la storia di questo periodo v. R. Moresco, Capraia sotto il governo delle Compere di San Giorgio (1506-1562), Atti della Società Ligure di Storia Patria, Studi in memoria di Giorgio Costamagna, n.s., XLIII/1, (2003), pp. 579-627, ora anche in http://www.storiaisoladicapraia.com.

[27]I soldati inglesi occuparono l’isola di Capraia dal 18 settembre all’ottobre 1896.

[28]Il mese di Pratile dell’anno 8° va dal 21 maggio al 20 giugno del 1800.

[29]Il mese di Germile dell’anno 9° va dal 22 marzo al 21 aprile del 1801. Il decreto di cui parla il prefetto non esiste tra quelli riportati nel Bulletin des lois de la République Français. Probabilmente il prefetto si riferisce a delle istruzioni ricevute dopo il trattato di cessione di Capraia alla Repubblica Francese del 10 giugno 1802.

[30]Il 22 Nevoso dell’anno XI è il 12 gennaio 1803.

[31]Il 9 Messidoro dell’anno 13° è il 28 giugno 1805.

[32] I primi mesi dell’anno 10° corrispondono agli ultimi mesi del 1801, mentre i primi mesi dell’anno 11° corrispondono agli ultimi del 1802.

[33]Nell’originale si legge, riferendosi alla sintassi  francese: « Ils trasforment en adverbs des adjectifs et souvant énoncent  par la 2me personne du singulier les propositions générales espriées par on dans notre Syntaxe».

[34] Mercuriale è il listino dei prezzi.

[35]ANF, LH/1745/24, Notice Statistique sur l’Ile de Caprara.

[36]Nel manoscritto il Coquebert aveva apportato alcune correzioni formali e, al fine della stampa, suggeriva di eliminare le parti della statistica che potevano rivelare l’importanza strategica dell’isola.

[37]Bulletin des lois, 1807-1808, decreto imperiale del 7 settembre 1807:

«Titolo V – Disposizioni diverse

  1. L’isola di Capraia è, per i suoi rapporti con gli stati esteri, sottoposta ai diritti di dogana e alle proibizioni.
  2. I regolamenti di questo Titolo verranno applicati nell’isola di Capraja nello stesso modo di quelli della Corsica, con la quale ella avrà libera communicazione, osservando le formalità necessarie.»
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