UNA STORIA INEDITA DELL’ISOLA DI CAPRAIA: IL DOMICILIO COATTO DAL 1863 AL 1869 di Giuseppe Santeusanio

Sono lieto di accogliere come collaboratore l’amico Giuseppe Santeusanio.Copertina Libro

Dalla natia Irpinia, Giuseppe Santeusanio, nel 1938 si trasferisce, con la famiglia, a Livorno. In un breve soggiorno estivo all’isola di Capraia nel 1953 si innamora del luogo, incominciando una campagna di studi e ricerche sul territorio ed in tutta l’area circostante che non ha eguali. Come subacqueo ha indagato tra i fondali, mentre come tecnico ha avuto diversi incarichi che lo hanno portato ad una collaborazione con l’amministrazione comunale dell’isola. Per cinque anni ha ricoperto la carica di consigliere comunale, compreso un breve periodo come Assessore Anziano. Fine ricercatore di cose antiche ed abile tecnico, il geometra Santeusanio collabora oggi come ricercatore volontario presso l’Archivio di Stato di Livorno.

Il presente articolo è tratto da Un’isola “superba” – Genova e Capraia alla riscoperta di una storia comune – Atti della giornata di studi 21 giugno 2011, Genova 2012, pp. 86-107. 

UNA STORIA INEDITA DELL’ISOLA DI CAPRAIA:IL DOMICILIO COATTO DAL 1863 AL 1869

Giuseppe Santeusanio

Questo articolo trae origine da alcune  precise motivazioni che sono state determinanti per la scelta del tema trattato: la prima consiste nel fatto che la storia del domicilio coatto in Capraia non è mai stata storicizzata nella sua completezza di episodi,  il che fa ritenere si tratti di eventi sconosciuti o non divulgati per scelta della storiografia ufficiale; la seconda coincide con la constatazione che questa “storia” non è solo di Capraia ma è una “Storia Italiana”, riferibile all’intero nostro Paese che proprio quest’anno  celebra i suoi 150 anni dall’Unità. Nel primo periodo post-unitario, dal 1863 al 1869, l’isola di Capraia offrì il suo contributo di collaborazione alle Istituzioni della nascente Nazione e riservò umana accoglienza, non sempre riconosciuta, a chi loro malgrado nel bene e nel male, divennero vittime di un duro e repressivo conflitto conseguente, ad una degenerazione degli ideali risorgimentali, in special modo dopo la partenza di Garibaldi per l’isola di Caprera e lo scioglimento dell’esercito dei volontari garibaldini. In questo contesto storico si svolge la mia ricerca, le cui cause ed effetti si richiamano alla Legge N° 1409 promulgata il 15 agosto 1863 per la “REPRESSIONE DEL BRIGANTAGGIO“, dagli storici inteso come Brigantaggio politico post-unitario. Tale Legge è comunemente conosciuta come “ Legge Pica “, dal nome del Deputato Giuseppe Pica che la propose. E’ necessaria una breve esposizione di questa Legge per comprenderne la portata sul piano storico-politico. Si arriva ad essa dopo oltre due anni dalla proclamazione dell’Unità d’Italia e ben tre mesi di stato d’assedio delle città di Palermo e Napoli[1] con tutte le loro province e con le truppe pronte sul “piede di guerra”[2]. Dei nove articoli della legge ne evidenziamo tre.

Art. 1. I componenti comitiva o banda armata, composta almeno di tre persone, la quale vada scorrendo le campagne per commettere crimini o delitti, ed i loro complici, saranno giudicati dai Tribunali Militari con la procedura del Codice Penale Militare”. Art.2 “ I colpevoli del reato di Brigantaggio, i quali armata mano opporranno resistenza, saranno puniti colla fucilazione o co’ lavori forzati a vita, concorrendovi circostanze attenuanti. A coloro che non oppongono resistenza, nonché ai ricettatori e somministratori di viveri, notizie ed ajuti di ogni maniera, sarà applicata la pena dei lavori forzati a vita, e concorrendovi circostanze attenuati il maximum de’ lavori forzati a tempo.” Art.5 “Il Governo avrà inoltre facoltà di assegnare per un tempo non maggiore di un anno un Domicilio Coatto agli oziosi, a’ vagabondi, alle persone sospette, secondo la designazione del Codice Penale, nonché ai camorristi e sospetti manutengoli, dietro parere di Giunta composta del Prefetto, del Presidente del Tribunale, del Procuratore del Re e di due Consiglieri Provinciali.”

Nel corso della discussione parlamentare l’opposizione di sinistra, capeggiata da Crispi, contestava l’attribuzione di giudizio ai Tribunali Militari in base al Codice Penale Militare senza che venisse accordato il diritto alla difesa, esautorando così il potere giudiziario, violando l’Art. 71 dello Statuto: “Niuno può essere distolto dai suoi giudici naturali.” Stessa cosa può dirsi per l’Art. 5 dove il parere è dato da una Giunta composta da funzionari del nuovo assetto politico-amministrativo e non da un Tribunale. Successivamente, in data 20 agosto 1863, viene pubblicato un Decreto Reale, in un unico articolo, che indica le Province sottoposte alla Legge Pica: Abruzzo Citeriore, Abruzzo Ulteriore, Basilicata, Benevento, Calabria Citeriore e Calabria Ulteriore, Capitanata, Molise, Principato Citeriore, Principato Ulteriore e Terra di Lavoro. Seguono altri due “Regolamenti”[3] sempre riferiti alla Legge Pica ed, infine, in data 27 settembre 1863, il Ministero dell’Interno pubblica le “Istruzioni pegli Ufficiali Governativi incaricati della sorveglianza degli individui sottoposti a domicilio coatto nelle Isole dell’Elba, Giglio, Capraia e Gorgona.”Le quattro Isole indicate dipendevano da tre diverse Prefetture, il Giglio da Grosseto, la Capraia da Genova mentre l’Elba e la Gorgona dipendevano da Livorno. Il Ministero, nelle Istruzioni di cui sopra, indica che i “ Delegati corrisponderanno direttamente col Ministero dell’Interno” e “ in tutto quanto poi ha rapporto ad amministrazione, contabilità, provvista d’oggetti ecc., corrisponderanno colla Prefettura di Livorno, e deferiranno agli ordini della medesima secondo le istruzioni datele da questo Ministero.” Quindi Livorno, per la sua centralità territoriale e amministrativa, si presentava come base ideale per il coordinamento di quanti erano sottoposti a domicilio coatto. È Prefetto della Città il Senatore Conte Michele Amari, uomo politico siciliano, già Deputato al Parlamento siciliano nel I848 e Ministro delle Finanze nel Governo rivoluzionario del 1849. Esule a Genova nel 1860 costituì un comitato di aiuto per l’impresa dei Mille.

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F.M. Accinelli, Isola di Capraia, 1768 ( Archivio Storico del Comune di Genova)

DALLA PETIZIONE ALL’ISTITUZIONE DEL DOMICILIO COATTO ALL’ISOLA DI CAPRAIA

Prima ancora che venissero pubblicate dal Ministero dell’Interno le Istruzioni di cui sopra, nell’Isola si era già venuti a conoscenza che l’Arcipelago sarebbe stato luogo di domicilio coatto come conseguenza della Legge Pica. Il Sindaco, Cav. Gio Matteo Cuneo, senza indugi, trasmetteva in data 27 agosto 1863, una “Petizione” al Ministero dell’Interno, tramite la Provincia di Genova, “perché a questa povera e miserabile popolazione, possa esserle accordato questo grande e così urgente beneficio.” Perché tanta prostrazione da parte del Sindaco ? Al 31 dicembre 1861, primo censimento della popolazione del Regno, l’isola di Capraia contava 862 residenti di cui  684 presenti. Questo divario presumo sia derivato dall’assenza di molti uomini: naviganti di professione, che si allontanavano anche per lunghi periodi, altri che lavoravano a Genova o Livorno oppure militari di Leva e qualche emigrante. La poca agricoltura ed allevamento di bestiame erano praticati dalle donne, per lo stretto fabbisogno familiare. L’unica attività industriale, se così può chiamarsi, era la Manifattura dei Sigari ( agevolata dall’esenzione del servizio doganale ), stabilita ad esperimento e definitivamente costituita il 18 dicembre 1862.[4]

Il clima che si viveva nell’isola in quegli anni è espresso dalla lettera del sindaco G.M.Cuneo, che in modo accorato descrive i bisogni e le necessità della gente per la scarsità di lavoro e i modesti salari. L’auspicata soluzione è in arrivo il 7 settembre dal Ministro, che comunica al Prefetto di Genova di aver accolta l’istanza ed “avere a tale oggetto già mandato sul luogo un ispettore per riconoscere di quali locali si sarebbe potuto disporre e studiare, nel medesimo tempo, le condizioni dell’Isola. Interessando ora di predisporre i locali occorrenti per gli individui suddetti, il sottoscritto prega la S.V. d’incaricare il Sindaco di Capraia a stipulare i contratti d’affittamento delle abitazioni indicate nel foglio, sulle basi in esso stabilito ed a condizioni migliori, se si possono ottenere, riservando però l’approvazione del Ministero.” Infatti, a conferma del favorevole indirizzo del Ministro, la mattina del 31 agosto 1863 dette fondo, nella rada antistante il porticciolo dell’Isola, la Corvetta Tukery “[5] dalla quale scese il Cav. Carduna, Capo Divisione del Ministero dell’Interno, che fu accolto dal Vice Console dì Marina[6] Amos Bosano, che lo guidò in un lungo percorso, a piedi, dal Porto al Paese e nelle zone limitrofe. Questo Vice Console, il giorno successivo alla partenza dell’alto funzionario, gli consegnò una dettagliata relazione magnificando le diverse caratteristiche dell’Isola e la disponibilità di abitazioni private oltre alla presenza di un Forte e di un Convento dei Frati MM. OO. (Minori Osservanti) che, con alcuni interventi, sarebbe potuto servire da alloggi per gli impiegati dello stabilimento nonché dei domiciliati. Il Signor Bosano inoltre, riferendosi all’isola di Capraia, ha modo di esprimere un elogio “ai pochi abitanti di quest’ Isola, io che da quasi tre anni vi dimoro ed ebbi il tempo a conoscerne e studiarne l’indole, le opinioni, le virtù ed i difetti, sono in grado di poter asserire, a lode degli stessi, che in nessuna circostanza farebbero coalizione, ne aiuterebbero i deportati, ma che piuttosto servirebbero d’ajuto a tenerli soggetti”. A seguito di questi avvenimenti il Sindaco si adoperò per la stipula dei contratti d’affitto. Dal 18 al 23 di settembre ne regolarizzò otto per un totale di 31 vani con un affitto complessivo mensile di lire 67,00. Successivamente furono stipulati altri sei contratti. Con un telegramma, in data 26 settembre 1863, il Ministro dell’Interno comunica al Prefetto di Livorno che “il numero presumibile dei domiciliati coatti destinati a Capraia sarà di 300 individui”. Tale numero viene portato a 335 nelle “Istruzioni per i Delegati Governativi” del successivo 27 settembre. In queste “Istruzioni” s’informava che il “ Ministero ha già in corso una pratica, con il Ministero della Marina per la cessione del Forte, dove si calcola possono alloggiarvi altri 140 coatti. Per i restauri occorrenti si prevede una spesa di 1.850 lire”. Inoltre con lo stesso Ministero sono state fatte le pratiche perché sia conservato il Medico attuale che dovrebbe essere trasferito. Queste “Istruzioni” si concludono con la sollecitazione a definire i preparativi perché entro 15 giorni inizieranno le spedizioni dei domiciliati coatti. II giorno 3 ottobre, con il Regio Piroscafo “ Plebiscito “, il Delegato Governativo Cesare Gallo parte da Livorno destinato a fare da responsabile del domicilio coatto di Capraia. Egli, giunto sull’isola, si presenta al Sindaco ed al Giudice per consegnare un plico inviato dal Prefetto e poi si reca dal Vice Console di Marina per avere in consegna il Forte. La cosa però trova delle difficoltà perché non era ancora arrivato l’ordine scritto e allora il delegato si limitò, al momento, a visitare la fortezza ed il giorno 8 ottobre fu redatta la formale consegna. Resta inteso che a parte la consegna del Forte, rimane la data del 3 ottobre 1863 come il momento della costituzione dello “Stabilimento del Domicilio Coatto nell’Isola di Capraia.” C’è fermento nell’Isola per assecondare la richiesta puntualità del Ministero all’imminente arrivo dei coatti. Così la VIa Legione Carabinieri Reali costituisce una Stazione che si insedia in un fabbricato di proprietà di Giuseppe Cuneo, per il canone annuo di Lire 300,00. Con l’arrivo di una Compagnia del 51.mo Reggimento di Linea del Regio Esercito si completa l’assetto di controllo e sicurezza del Domicilio Coatto e dell’Isola. Il Nucleo di Polizia arriverà con la prima traduzione dei coatti.

ARRIVO DEI DOMICILIATI COATTI

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 Servizio Postale in vigore dal 14 Ottobre 1863  ( Archivio di Stato di Livorno, in seguito indicato ASLi)

Il 21 ottobre 1863, con il Vapore “Elba” della Società Raffaele Rubattino & C. di Genova, che svolgeva il Servizio Postale per l’Arcipelago Toscano, arrivarono, prelevati dal Carcere di Livorno, i primi 25 individui destinati al domicilio coatto con la scorta di 12 Guardie di Sicurezza Pubblica che formarono il primo drappello di Polizia. I coatti, una volta sbarcati, vennero lasciati liberi e non si verificarono inconvenienti. Non avviene così il successivo 3 novembre a causa di un increscioso episodio. I sei coatti arrivati furono portati, dalla loro scorta, dallo sbarco al Paese legati ai ferri due a due, esposti così allo scherno degli abitanti e dei loro stessi colleghi. Il Delegato Gallo fece denuncia al Sig. Prefetto che con sollecitudine diramò a tutti i Delegati questa nota: “ Si tenga norma, per dare disposizioni qualora occorrerà tradurre domiciliati nelle Isole, perché vengano disbarcati senza ferri.” Il 22 ottobre 1863, nell’Ufficio della Delegazione della Pubblica Sicurezza, si erano riuniti il Sig. Cav. Giovanni Matteo Cuneo Sindaco di Capraia, il Sig. Pietro Parisi Capitano della 14.a Compagnia del 51° Reggimento di Linea e Comandante eventuale di questa Piazza, il Sig. Amos Bosano Vice Console di Marina ed il Sig. Cesare Gallo Delegato Governativo, per integrare le Istruzioni e Regolamenti di Legge con “Particolari misure credute necessarie a garantire l’ordine e la Pubblica Sicurezza in quest’Isola.”:

l°. Onde impedire le possibili evasioni dei condannati al domicilio coatto, e assicurare l’esecuzione di quanto è prescritto dal suddetto Regolamento, sarà stabilito un Corpo di Guardia a questo Porto, di quella forza che sarà creduta conveniente dal Sig. Comandante sullodato dal quale sarà data per iscritto una regolare consegna. 2°. Saranno ordinate dal sullodato Sig. Comandante e dalla Delegazione Governativa, per quanto riguarda la Guardia di Sicurezza e dei Reali Carabinieri, delle Pattuglie con lo scopo di assicurare la libertà degli abitanti e di devenire all’arresto di chi fosse trovato in contravvenzione al disposto del suddetto Regolamento. 3°. Dette Pattuglie avranno speciale incarico di sorvegliare fino a che non siano stabiliti appositi Corpi di Guardia, qualora per l’aumentarsi dei domiciliati coatti si rendono necessari, la linea di limite che risulterà dai sotto descritti punti : Torre del Porto, Cappella detta di San Leonardo, I chiossi d’areIli[7], Cappella detta di San Rocco, la Pietrera, la Fica, Nessun legno né grande, né piccolo potrà sortire dal Porto senza previa                                       autorizzazione del Vice Console di Marina.

Altri arrivi di coatti : il 7 dicembre I863 da Napoli con il Postale “Adriatico” in n° di 12 ed il 25 dicembre da Livorno con il Vapore “Elba” in n° di 13. II 25 dicembre il Ministro dell’Interno comunicava al Prefetto di Livorno che il giorno 5 gennaio 1864 sarebbe partito da Napoli col trasporto militare, Regio Piroscafo “Plebiscito”, un gruppo di 241 coatti destinati ; 8 a Portoferraio, 5 a Gorgona, 181 a Capraia e 47 per le Province di Cagliari, Porto Torres e alcune città della Toscana. A Portoferraio, Capraia e Gorgona il “Plebiscito” farà sosta diretta. Per le Città Toscane, a cura del Prefetto di Livorno, dovranno essere trasferiti col mezzo delle vie ferrate e per la Sardegna mediante i Postali ordinari in partenza da Livorno. Un così numeroso arrivo di coatti nell’Isola costituì un serio problema di accoglienza, sistemazione e sicurezza. Al termine del I863 si prospetta un caso singolare, che merita essere menzionato per dare un’idea di quale fosse il clima politico che si respirava sull’Isola. A seguito di una relazione che il Delegato trasmette al Prefetto, in data 26 dicembre, propone di affiancare al Parroco, Arciprete Giobatta Sanguineti di Chiavari, il domiciliato coatto Sacerdote Don Giacinto Martone da Vasto (Chieti), arrivato con l’ultima traduzione. Questi ha buonissime relazioni, essendo venuto raccomandato da lettere, potrebbe servire di non poco sollievo nelle faccende di Chiesa e promuovere dal Ministero la destinazione a Capraia di altro Prete condannato al domicilio coatto. Il Prefetto nel passare all’attenzione del Consigliere Fracassi tale richiesta, soffermandosi su quanto riguarda la proposta del Delegato di servire agli uffici di Chiesa dei coatti, anche se Sacerdoti, aggiunge di suo pugno : “Per me questo è un errore. I coatti sono sospetti di disattenzione al Governo, e sono briganti o loro amici. Non è convenevole di mettere nelle loro mani il secreto delle coscenze, sarebbe lo stesso che fare custodire dal lupo le pecore.” Il Sacerdote Don Martone non affiancherà l’Arciprete Sanguineti e, forse per le sue relazioni, lascerà Capraia l’8 aprile I864.

Libro Giuseppe Santeusanioser_Page_10_Image_0001Convento e chiesa di S. Antonio dei Frati MM. OO. (Foto dell’Autore, 1987)

OCCUPAZIONE DEL CONVENTO DEI FRATI M.M. O.O

Il Delegato Governativo Gallo, da circa un mese residente nell’Isola, notò con interesse il Convento sotto il titolo di Sant’Antonio Abate. Una bella costruzione che ebbe come artefice Frà Giorgio della Bastia M.O, di San Francesco, Economo dal febbraio 1655 al 1658 in un periodo di interregno della Parrocchia di Capraia. L’opera, Convento e Chiesa di Sant’Antonio, terminò nel 1662 sotto il Pievano Don Vittorio Battistini di Brando (Corsica), che fu il più longevo Pievano dell’Isola (dal 1658 al 1706). Tale costruzione presentava un’ampia superficie nella quale vivevano, all’epoca, solo 3 Frati dell’Ordine dei Minori Osservanti. La visita fu un vero sopralluogo assieme ad un Assistente del Genio Civile onde redigere, una perizia per i restauri da farsi, in special modo per il tetto. Il Convento era composto da 22 ambienti che avrebbero potuto ospitare fino a 300 domiciliati coatti. Il convento possedeva una Cisterna d’acqua che “misura una larghezza in circonferenza di metri dieci ed una profondità di metri sette e cinquanta” .Qualora non fosse sufficiente, l’acqua potrà essere somministrata dal Sig. Germi di Capraia a centesimi 30 al giorno. Il Delegato stese poi un’ampia relazione e la inviò, sotto forma di proposta, al Ministero dell’Interno che l’accolse favorevolmente ed avviò la pratica di acquisizione. Trattandosi di una Casa Religiosa soppressa con la Legge 29 maggio 1855, non era soggetta ad alcun Decreto Reale ; pertanto il Ministero di Giustizia e Culti si affrettava a partecipare che, con Decreto emesso il 14 novembre 1863, “si è di già determinato che i Minori Osservanti dell’Isola di Capraia nel termine di giorni dieci, dalla notificazione del Decreto, vengano concentrati nel Convento del loro Ordine in Bolano.” Tra la Delegazione, la Prefettura ed il Ministero vi fu uno scambio di opinioni se fosse opportuno lasciare un frate per i servizi spirituali della Chiesa anche perché ivi si tumulavano i defunti perché il Comune, nonostante la Legge e le superiori Autorità lo imponessero e lo sollecitassero, non aveva ancora provveduto alla costruzione di un Cimitero. Vi fu altresì una Delibera Comunale di Giunta, in data 26.11.1863, sulla necessità di lasciare uno o due Frati ed un’altra precedente, dell’8 aprile l863, che dimostrava esistere un titolo di possesso materiale ed affettivo in quella Chiesa.

Il 23 novembre I863 il Giudice di Capraia notificava, ai Frati MM. OO. del Convento, il Decreto Ministeriale che intimava l’abbandono del Convento e della Chiesa e trasferirsi a Bolano. Esaurite ogni formalità, il giorno 7 dicembre 1863 veniva redatto il Verbale di Consegna del Convento e della Chiesa con lo Stato di fatto e l’Inventario dei mobili ed arredi preziosi trovati nel già Convento e Chiesa dei MM. OO. Il tutto sottoscritto dai Signori: Bosano Amos, Vice Console di Marina facente funzione di Ricevitore del Registro, Zanini Nicola, segretario di questa Regia Giudicatura, Fuelle Domenico, Assistente del Genio Civile, Gallo Cesare, Delegato Governativo. Il Sig. Bosano consegna le chiavi al Sig. Gallo che ne rilascia ampia ricevuta. Lo stesso giorno i Frati, esattamente dopo 200 anni lasciano il loro Convento e la Capraia.

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Lettera di trasmissione della copia dell’inventario degli oggetti esistenti nel convento di S. Antonio Abate in Capraia. (ASLi)

Per notizia, i lavori di restauro costarono 627,00 lire, furono collaudati dall’Ing. Adriano Giani del Genio Civile di Pisa ed eseguiti dall’Impresa Cuneo Stefano di Capraia. Il Regio Piroscafo “Plebiscito” arrivò a Capraia l’8 gennaio 1864 e, contrariamente a quanto preavvisato, sbarcò 156 coatti invece di 181 che vennero tutti raccolti nel Convento. Il Delegato scriveva al Prefetto che “con questo massiccio arrivo, occorrono (se altri verranno) altra paglia per i sacconi e coperte di lana, giacché a molti si dovette distribuire una sola coperta di canapa delle ultime spedite”. Da questa data il Convento fu sempre occupato dai domiciliati coatti fino al 20 settembre 1868 quando, nella notte tra il 20 ed il 21, un uragano di vento troncò il grosso trave di sostegno al tetto che provocò il cedimento dello stesso per circa sette metri. Questo danno, unito a quelli dei condannati palermitani ed alla vetustà, rendeva ormai nulla la capacità di ospitare i domiciliati coatti anche perché in fase di dismissione dello Stabilimento, iniziarono le trattative di restituzione che avvenne il 30 gennaio 1869 con la consegna al Demanio, previo Verbale testimoniale di Stato, Inventario e consegna chiavi del Convento e Chiesa di Sant’Antonio Abate in Capraia, sottoscritto dai Sigg. Ermindo Castagnoli, Delegato Governativo, Giuseppe Celesti, Capo Ufficio di Porto e facente funzione di Ricevitore del Registro, Pietro Ferdinando Mairone, Pretore e Stefano Del Grosso, Medico Militare.

IL FORTE SAN GIORGIO

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Riproduzione da cartolina datata 03 ottobre 1919 ( collezione privata dell’ autore)

Questa Fortezza Genovese, eretta nel 1540 dal Banco San Giorgio a difesa delle scorrerie barbaresche, si erge maestoso a picco sul mare a guardia del paese, ed è simbolo araldico assunto nello stemma del comune stesso di Capraia Isola. Recenti lavori di ristrutturazioni hanno restituite antiche strutture e reperti della sua gloriosa storia. Dal 25 al 27 novembre 1863, il Consigliere di Prefettura Sig. Giuseppe Fracassi, visitò l’Isola e contattò l’Assistente Ingegnere del Genio Civile per la redazione di una perizia quantitativa e di spesa per interventi di manutenzione edilizia e falegnameria da eseguirsi con urgenza. I lavori furono collaudati il 31 maggio del I864 per un importo di lire 979,00. Gli esecutori furono il muratore Giuseppe Ceccarelli ed il falegname Giò Sardi, entrambi capraiesi. Per tutto il periodo del domicilio coatto, il Forte fu destinato a Caserma dei militari di Guarnigione e per alloggi Ufficiali. A disposizione della Delegazione Governativa fu riservata una stanza predisposta a Carcere, per trattenere gli arrestati e i puniti in attesa di consegnarli all’Autorità Giudiziaria. Altro simile locale e con le stesse finalità fu messo a disposizione del Mandamento. Il Forte non fu mai utilizzato per alloggio dei domiciliati coatti. Con la cessazione di questo stabilimento, il Forte, tornò nella piena disponibilità del Ministero della Guerra.

I DOMICILIATI COATTI ALL’ISOLA DI CAPRAJA

Per avere una quantificazione sul numero dei coatti della Capraia è necessario fare una distinzione:

  • Dati forniti dalle Autorità Governative.
  • Dati ricavati in un giorno determinato, perché variavano settimanalmente ad ogni “giro” di Vapore per innumerevoli ragioni.
  • dato complessivo di chi è “transitato” dall’Isola dal 21 ottobre 1863 al 18 agosto 1869.

Il Governo fece due previsioni nel settembre 1863 :n°300 e 335 e nel gennaio 1864: n° 374. L’11 giugno la Prefettura di Livorno comunica al Delegato di Capraia, che il governo intende portare a 660 il numero di coatti nell’Isola. Il Delegato, fatti i dovuti controlli sulla disponibilità degli alloggi in affitto e delle strutture demaniali, si affretta a replicare, con molta determinazione, che “resta assolutamente impossibile il ricovero di tanta gente”. A tale risposta, il Prefetto, in data 4 luglio, scrive al Ministro che non è possibile allocare 660 individui nell’Isola di Capraia. Non si comprende come si potesse, solo pensare, di inviare 660 individui coatti in una piccola località che contava poco più di 600 abitanti! Comunque dopo tale data non si sono trovati altri precisi riferimenti numerici perché il numero dei coatti veniva inviato secondo molteplici esigenze contingenti. Le presenze giornaliere hanno un’ampia variabilità per i seguenti motivi: inviati a disposizione dell’Autorità Giudiziale per procedimenti in corso, trasferimenti ad altri Stabilimenti per richiesta Governativa o del coatto per motivi di lavoro, trasferimenti per motivi disciplinari, rilascio per fine pena ecc. Ciò precisato, si propongono le seguenti rilevazioni delle presenze giornaliere :

31.12.1863: n°56 03.01.1864: n°212 01.01.1865: n°319
01.04.1866: n°262 14.06.1867: n°318 31.10.1867: n° 85
25.07.l868: n°105 20.07.1869: n° 56 18.8.1869: n° 44

Incerto, per la difficoltà di documentazione, l’effettivo numero di coatti trasferiti da Palermo nell’ottobre 1866 perché, in quella data, viene indicata una presenza totale di n° 362 individui.

Il numero complessivo di domiciliati coatti “transitati” da Capraia, si stima potrebbe avvicinarsi intorno alle 600 unità. Ma chi erano questi individui mandati a scontare una pena coatta, anche se non eccessivamente punitiva, che etichettava un individuo e ne insidiava la propria dignità? Dalla ricerca documentaria fatta nel fondo “Prefettura di Livorno” dell’Archivio di Stato di Livorno, ho constatato che nelle 4 Isole dell’Arcipelago Toscano si erano individuati tipi di reati, e professione simili, per potere avviare i coatti ad un lavoro. Questo era un ritorno economico per il Governo perché chi lavorava e percepiva un salario non era più a totale carico dello Stato, perché “pagava” vitto, alloggio, vestiario e quant’altro in base ad un parametro stabilito. All’Isola del Giglio furono avviate solo donne, alcune anche con figli al seguito. Il reato ascritto: Manutengola o supposta manutengola di Briganti, (ossia complice). Erano madri, moglie, figlie, sorelle o compagne di Briganti o supposti tali. All’Isola di Gorgona: contadini, braccianti agricoli, stradini, pastori e simili con il reato di supposti manutengoli o manutengoli di Briganti. Il Governo pensava già di installare in quest’Isola una Colonia Penale Agricola simile a quella di Pianosa. All’Isola d’Elba, Rio e Portoferraio, contadini, operai, artigiani. Con i reati di supposti manutengoli o manutengoli di Briganti, camorristi o supposti camorristi. Ed a Capraia ? Escluso un modesto numero di supposti manutengoli di Briganti o di camorristi, il resto: in maggioranza camorristi, ladro campestre, sospetto in genere, persona sospetta, sospetto di connivenza con bande armate fautori di Brigantaggio, diffamato per furto e sospetto manutengolo, e un poco dedito all’ubriachezza, ecc. ecc. Da alcune informative nelle località di provenienza, per il 90% si legge: povero, impossidente, senza lavoro né casa, lavora con la forze delle proprie braccia, vive d’elemosina, giornaliero, ecc.., insomma disgraziati. Alcuni di questi coatti si dimostrarono volenterosi, trovarono lavoro, si ravvidero e furono bene accolti. Due di essi ebbero un prestito dal Governo, che restituirono a rate, e iniziarono l’attività autonoma di barbiere. Un’altro faceva il calzolaio ed era tanto bene avviato che quando cessò la pena chiese di restare ancora una ventina di giorni per poter portare a termine alcuni lavori già avviati. Il Delegato Governativo tentò di occuparli presso la Manifattura dei Sigari ma la Direzione spiegò che non era possibile in quanto Ente di Stato. Dodici coatti trovarono lavoro con la Ditta che eseguiva l’escavazione del Porto e furono addetti allo “scavafango”. Quando poi si ventilò la chiusura del domicilio coatto nel 1866, cinque coatti, che avevano acquistato la fiducia tra i locali, chiesero di restare nell’Isola per lavorare presso alcuni facoltosi. Lo Stato acconsenti ma con precisi obblighi di responsabilità da parte del datore di lavoro. Per finire con una nota rosea e di speranza, la comunicazione al Delegato da parte di un giovane coatto che stava preparando “le carte” per unirsi in matrimonio con una fanciulla capraiese. Tutti i coatti transitati da Capraia provenivano dalle Province Meridionali con l’eccezione di un gruppo di 42 milanesi, trasferiti nel febbraio I864 dalle Murate di Firenze con l’imputazione di: oziosi, persone sospette e turbatori dell’ordine pubblico. Restarono a Capraia per oltre tre anni, su di loro non si hanno particolari notizie.

TENTATA COSPIRAZIONE DI COATTI IN CAPRAIA ISOLA – 1864

Ottobre si avvicina, questo mese segna il termine del primo anno di domicilio coatto, come previsto dalla Legge Pica. A Capraia molti relegati attendono la data che li riporterà alla loro casa e nella loro società. Ma su questa attesa cala l’ombra della beffa. Infatti nel febbraio l864,[8], viene pubblicata una nuova legge che, pur annullando la Legge Pica, è molto simile ma con due piccole e significative varianti. La prima è che vengono “ammessi però alla difesa degli accusati anche i patrocinanti non militari”. La seconda e che “Il Governo avrà facoltà di assegnare, per un tempo non maggiore di due anni un domicilio coatto … dietro parere conforme di una Giunta composta ecc.” Nascono da qui i malumori e le reazioni degli interessati che lo fanno apertamente, anche in presenza degli abitanti.

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Lettera dei cospiratori al loro “capo” Cajazzo Giuseppe.

Notare le varie firme “in codice”. ASLi

Il proprietario del Bar nella Piazza del paese, tale Cuneo Giuseppe Maria Amabile, riferisce che il coatto D’Andrea Gennaro aveva dimostrato sinistri intendimenti, se alla scadenza dell’anno non veniva rilasciato. Ancora un coatto calabrese asserì che un altro coatto, tale Frucillo Cesare, lo invitava sovente a cantare per le vie del paese l’inno dei garibaldini assicurandolo che per poco tempo ancora sarebbero rimasti soggetti al domicilio coatto. Un ultimo coatto tale Memiti Gioacchino affermò che intese dire da diversi coatti, che non conosce, pel breve tempo dacché si trova qui, che i camorristi napoletani volevano commettere gravi disordini. In tutto questo il Delegato ed i suoi uomini sono all’erta. Una mattina viene rinvenuta abbandonata in mare una barca, per cui sospettando che qualche coatto se ne fosse servito, il Delegato fece un appello generale di tutti i coatti, ma non mancava nessuno. La barca fu lasciata, dal proprietario Domenico Pisani, alla Grotta la notte prima, ed il Vice Console di Marina lo ammonì e gli ordinò di portare la barca in Porto. Furono comunque rinforzati controlli e pattuglie. Il Delegato informò il Prefetto, il Sindaco, il vice Console di Marina ed il Comando Militare, a quest’ultimo con molto fermezza, denunciando che il Distaccamento di Capraia da 90 uomini si era ridotto a 52 dopo il ritorno dalle esercitazioni. In tutta questa tensione, le paure trovarono la loro fondatezza al punto che il Delegato sollecita il Prefetto all’invio, da tempo richiesto, di 3 “revolver” per gli impiegati della Delegazione, anch’essi dipendenti della Pubblica Sicurezza

Lo stesso giorno, da un “confidente”, venne rimesso alla Delegazione un foglio trovato in una casa diroccata, ove sembra che il possessore Cajazzo Giuseppe, cui era diretto, l’abbia inavvertitamente smarrito “nel mentre forse che ivi dava sfogo ai suoi bisogni naturali”. Detto foglio, pienamente confermando i sospetti, parla dell’esistenza di un’associazione di 47 camorristi e 25 picciotti per assassinare la Delegazione Governativa, il Sindaco e gli altri impiegati, formando indi la rivolta per facilitarsi la fuga.Le investigazioni minuziose condotte dal Delegato Boniva si conclusero con la individuazione di un gruppo di 25 camorristi, tra i più indisciplinati, che segnalò al Ministero degli Interni che con rapida determinazione deliberò di traslocarne 12 all’Isola di Pantelleria e gli altri 13 all’Isola di San Pietro. Questi lasciarono Capraia il 22 settembre. Tutto questo si collega con il rapporto della Guardia di P.S. Camerani Carlo, che verso le tre del pomeriggio del giorno 19 scorso, vide tale Assuino Raffaele di anni 40 da Resina (NA), marinaio mercantile a bordo della barca napoletana di Cataldo Carlo, anch’egli di Resina che, in via del Cricco, era a stretto colloquio col coatto D’Ambrosio. La Guardia, sospettando macchinassero qualcosa, si approssimò loro ed intese che il D’Ambrosio pregava caldamente il marinaio a voler differire la partenza da Capraia e dicendo che non temesse di nulla e gli prometteva in compenso, mille lire ed anche millecinquecento. La barca era quella che i cospiratori aspettavano per regolarsi sull’azione da farsi e che doveva servire poi per la fuga, come era scritto nel “papello” trovato. Finisce così con niente di fatto e la tranquillità torna nell’Isola grazie al fiuto investigativo del Delegato che scongiurò imprevedibili e sterminati guai. Infatti il capo dei cospiratori Cajazzo Giuseppe e l’altro organizzatore Padello Luigi erano già in viaggio verso Pantelleria ed altri due organizzatori Bolognese Paolo e Sisto Giovanni navigavano verso l’Isola di San Pietro. Con i riferimenti della citata lettera, tutti i cospiratori, furono individuati e tradotti in altri luoghi.

Per facilitare l’interpretazione della lettera avanti riprodotta:

Si viene a conoscere l’identità del capo della cospirazione nel coatto Giuseppe Cajazzo ed i nomi di alcuni suoi principali collaboratori nei coatti Mazza, Izzo, Paciello, Fergoletti detto (Didichinchio) Sisto, Rocco, Bolognese ed un certo Carlo lo Svizzero. I cospiratori erano costituiti da 47 camorristi e 25 picciotti. I coatti calabresi e siciliani si erano dissociati negando ogni partecipazione alla rivolta. I rivoltosi avrebbero ricevuto le armi da Carlo lo Svizzero che era distaccato al Forte. Erano anche stati scelti gli individui che avrebbero ucciso il Delegato di Governo ed il Sindaco. Contemporaneamente avrebbe avuto inizio la rivolta e quindi sarebbero evasi.

EVASIONE DI QUATTRO COATTI DALL’ ISOLA DI CAPRAJA 1868

Già da tempo il Delegato Governativo di Capraia aveva avuto notizie che alcuni coatti meditavano una evasione e, per i pochi uomini a disposizione, chiese al Comandante il Distaccamento Militare di fornirgli ogni giorno tre uomini che, con le tre Guardie di P.S., poteva essere sufficiente per una continua perlustrazione del Porto onde evitare furto di natanti e arrestare i coatti che si recassero al Porto senza il prescritto permesso. Il Comandante acconsentì in via provvisoria in attesa di informarne il Comando. Purtroppo, nonostante questa precauzione, alle ore nove di sera, del 10 luglio avvenne il furto di una barca da parte di tale Domenico Martiradonna di Bari, marinaro di anni 48, il quale, ben pratico del Porto lavorando saltuariamente con il capraiese Nicola Olivieri per la pesca, collocò la barca in un posto nascosto fuori dal Porto tanto che gli altri evasi si imbarcarono in pieno giorno 11 luglio dopo essersi mostrati a giro per il paese nelle prime ore del mattino. Verso le 10 si sparse la voce in tutto il paese che al Porto era scomparsa la barca di Giuseppe Frangioni. Era un bel gozzo tinto di verde, attrezzatissimo di albero, pennone e spigone, due vele, 4 scalmi di legno e quattro remi e tanti accessori. Da un immediato controllo risultarono mancanti questi 4 coatti: Sabatini Alessandro di Lettere (NA),guardiano di armenti e calzolaio di anni 32, Rossi Antonio di Falciano (Terra di Lavoro), contadino di anni 38, Brasiello Luigi di Gruno Nevaro (NA), pizzicagnolo di anni 38, Martiradonna Domenico, marinaro di anni 48, di Bari. La Sottoprefettura di Portoferraio comunicò che i quattro evasi, meno il Sabatini, sono gli stessi che evasero da Portoferraio nel settembre 1866 e che ripresi, vennero traslocati a Capraia.Il 26 luglio, il Giornale “Il Popolo Italiano” di Genova pubblicò questo articolo :

“ Scrivono da Civitavecchia, che il Battello a Vapore della Marina Pontificia, il “San Pietro”, catturò ultimamente nelle acque di Terracina una imbarcazione al cui bordo erano quattro individui. Si credeva che questi fossero Garibaldini e che volessero introdurre nello Stato Pontificio, clandestinamente delle armi; ma vennero riconosciuti per quattro Napolitani i quali erano evasi dal domicilio coatto dell’Isola di Capraia, il loro scopo era solamente di raggiungere sulle coste napoletane i loro compagni. Con essi fu anche reperita la barca rubata per fuggire in danno del capraiese Frangioni Giuseppe.”

Il 5 settembre la sottoprefettura di Rieti comunicò alla prefettura di Livorno che, sul confine del circondario, furono arrestati quattro individui espulsi dallo Stato Pontificio in quanto ritenute persone sospette. Da informazioni assunte alla questura di Genova, risultò che questi erano stati colpiti da mandato di cattura dalla R. Procura di Genova perché evasi dal domicilio coatto dell’Isola di Capraia che, se pur appartenente al circondario di Genova, dipendeva dalla Prefettura di Livorno per quanto competeva all’amministrazione di questo istituto. Non si sa a quale destino andarono incontro i quattro evasi, mentre la barca divenne un affare internazionale. Il proprietario Giuseppe Frangioni dovette fare domanda al consolato di Spagna in Livorno. Purtroppo non era l’iter giusto, sarebbe stato troppo facile. Dovette intervenire il Ministero dell’Interno, poi il Ministero degli Esteri che incaricò il consolato di S.M. Britannica in Roma, questo la R. Prefettura di Livorno che, finalmente, intavolò le trattative con il Consolato Spagnolo di Livorno il quale in data 8 novembre risponde che “saranno quanto prima inoltrate alle Autorità Pontificie quelle pratiche necessarie ad ottenere la restituzione al Sig. Giuseppe Frangioni della barca che fu catturata dal Vapore Pontificio “San Pietro”. Il 4 dicembre il Consolato Spagnolo scrisse al Prefetto di Livorno che “la barca di Frangioni era stata caricata dal Piroscafo Pontificio “Sofia” ed era giunta quella mattina a Livorno, siccome il Piroscafo Pontificio ha dovuto proseguire subito il viaggio, ho fatto consegnare la barca ed il tutto al Sig. Comandante del Porto di Livorno”. Il Frangioni delega al ritiro il Sig. Cuneo Domenico, negoziante con dimora a Livorno a “sicuro recapito” alla Farmacia e Drogheria Somigli in via Sant’Antonio. Il 28 dicembre la Capitaneria di Porto del Compartimento Marittimo di Livorno comunica al Prefetto di Livorno che la barca affidata alla Capitaneria dal Console di Spagna è stata consegnata, coi relativi attrezzi, al proprietario Giuseppe Frangioni di Capraia. A questa lettera è allegato l’Inventario del gozzo e suoi attrezzi.

ANCORA PROROGA AL DOMICILIO COATTO

L’abrogazione della legge Pica nel febbraio 1864, sembrava dover esaurire, con la nuova legge, l’istituto del domicilio coatto con il 1865. Non fu così, perché nel maggio 1866 furono introdotti: una nuova legge, due R.D. e una nuova istruzione riguardante sia una nuova disciplina sulla stampa che una proroga del domicilio coatto esteso, si guardi bene, anche alle province toscane. (In questa maniera ai briganti e camorristi si aggiungono i condannati per “ associazione de’ malfattori).[9] È interessante infine porre l’accento sull’ingenuità di alcuni tra i tradotti a domicilio coatto e citare quanto è emerso da uno dei documenti consultati. Il coatto Fogliano Domenico, camorrista, incurante ingenuamente della censura, scrive in data 11 agosto 1868, alla moglie di contattare altre mogli di camorristi coatti e partire da Napoli per Firenze “ed ivi giunta con le altre donne, osservino quando sorte dal Palazzo S.M. il Re e quindi si gettino avanti la sua carrozza, urlando e chiedendo grazia e così commettere uno scandalo”. Inutile dire che questa dimostrazione svanì sul nascere.

ALLARME COLERA E PROPOSTA DI SOSPENSIONE DEL DOMICILIO COATTO

Il 6 giugno del 1867 il Prefetto, Barone Giulio Alessandro De Rolland, ricorda al Ministro dell’Interno le difficoltà di ogni genere e gli imbarazzi che cagionò al Governo l’allarme per un’epidemia di colera, nell’ottobre 1866, con l’arrivo in Capraia di un imprecisato numero di coatti siciliani. Alla sconfitta del morbo, che si presentava in un aspetto ”muto”, contribui oltre alla fortuna, anche l’opera di valenti medici: il Dott. Vincenzo Silvio, medico di Reggimento inviato da Livorno ed il Dott. Emanuele Antinori trasferito momentaneamente da Gorgona, ove disimpegnava il servizio sanitario a quel domicilio coatto. Sperando non si ripeta un tale infortunio, ma se malauguratamente accadesse e venissero sospesi i collegamenti tra l’Isola e la terraferma, si andrebbe incontro a gravi inconvenienti. All’Isola di Capraia le provviste per la popolazione non basterebbero al di là dei 15-20 giorni e così pure per il domicilio coatto. Non vi è medico condotto né medicamenti e c’è penuria d’acqua in tutte le stagioni, specie in estate. Il Prefetto chiede, pertanto, se forse non converrebbe col prossimo luglio chiudere questo domicilio coatto. Il Ministro, pur apprezzando la premura del Sig. Prefetto, si rammarica di dover obbiettare le gravi difficoltà economiche che presenterebbe la chiusura di questo domicilio coatto, per i trasferimenti in altri luoghi e le difficoltà organizzative, ritenuto che ad oggi (14 giugno 1867) sono ivi presenti 318 coatti. Contrariamente allo scorso anno presente nell’Isola è già quel Medico Militare, il Dott. Vincenzo Silvio, che allora operò con molto sacrificio dimostrando esperienza e capacità in quella emergenza. Cadeva così la proposta di soppressione del domicilio coatto. Però, dopo circa due mesi, un fulmine a ciel sereno scosse la comunità capraiese, il 7 agosto 1867, dopo due ore dall’arrivo del Postale da Livorno, un giovane capraiese, Gallettini Domenico fu Domenico, presentava gravi sintomi colerici. In quel periodo si andava sviluppando a Livorno una grave epidemia di colera (1264 casi con 83I morti) ed il Medico Militare lo fece ricoverare immediatamente nel Lazzaretto che “ assai distante dall’abitato, in luogo arioso e ventilato e nulla v’ha da temere per la salute degli abitanti, essendo buona.” Il Lazzaretto era sicuramente l’ex Oratorio di San Rocco, nell’omonima località, che fu a tale scopo attrezzato l’anno prima e che il giovane Gallettini, penso ne sia stato l’unico ospite. Il giorno nove agosto il Sindaco fece questo comunicato : “L’ammalato è isolato affatto da ogni contatto, ed in questo momento, che sono le nove e mezzo di mattina, trovasi in via di sensibile miglioramento.” Ancora una volta viene scongiurato un grave pericolo, non vi furono rivolte ne decessi tra i coatti. A tale proposito dirò che nei sei anni del domicilio coatto a Capraia, ove transitarono circa seicento coatti, si verificarono solo 9 casi di decessi, dei quali 8 per cause di malattie ed 1 per incidente (scivolò da uno scoglio, lato terra, in località Fica). Tutti furono tumulati nella chiesa di S. Antonio. L’ultimo decesso avvenne l’11 febbraio 1866, dieci mesi prima dei supposti colerosi arrivati da Palermo.

DISMISSIONE DEL DOMICILIO COATTO ALL’ISOLA DI CAPRAIA

L’Istituto del Domicilio Coatto stava sgretolandosi. Costi elevati, burocrazia, sicurezza e personale impegnato da parte di diversi Enti Civili e Militari. Come già in programma da tempo, il Domicilio Coatto alla Gorgona fu dismesso il 15 agosto 1868 quando fu redatto il Verbale di consegna e trapasso dell’Isola dall’Amministrazione del Domicilio Coatto a quello della Colonia Agricola Penale. Il 20 luglio del 1869 il Prefetto di Livorno Cav. Costantino de Magny, comunica al Ministero dell’Interno che il Ministero della Guerra intende ritirare il Distaccamento Militare in Capraia per il 15 agosto prossimo, anche considerando che i coatti presenti in Capraia sono oggi ridotti a soli 56. Ritiene, il Prefetto, che si potrebbe lasciare il Vice Brigadiere con le relative Guardie di P.S., anche perché la popolazione dell’Isola é molto diminuita, i giovani hanno dovuto in gran parte trasferirsi altrove in cerca di lavoro e sono rimasti, vecchi, donne e fanciulli. Però ritiene che questa risoluzione è un po’ rischiosa in caso di contestazioni dei coatti. Sarebbe a rischio la tranquillità di questi abitanti. Dopo altre considerazioni, anche di carattere economico, giudica che si potrebbe chiudere definitivamente questo domicilio coatto a Capraia e trasferirlo parte a Portoferraio e parte a Gorgona. Il Ministro condivide il suggerimento del Prefetto e con nota n° 1315 del 16 luglio ordina la soppressione del Domicilio Coatto nell’Isola di Capraia. Non appena la notizia circolò in Capraia la popolazione si preoccupò e non poco, specie perché, con la partenza della Truppa e della struttura del domicilio coatto, abbandonava Capraia anche il Medico Militare che era stato di grande vantaggio alla popolazione e le finanze del Comune non potevano far fronte per una diversa soluzione. Il 13 agosto 1869 il Sindaco Domenico Chiama scriveva al Sig. Prefetto pregandolo “per ottenere la continuazione in Capraia del Domicilio Coatto per le condizioni miserabili ed infelici di questi abitanti ecc,ecc. . .”. Ma non ci fu seguito a questa lettera. Il 18 agosto,con il Postale “Elba”, venivano trasferiti gli ultimi 44 coatti destinati a Portoferraio. Il giorno 19 successivo partì il Distaccamento Militare e le Guardie di P.S. Rimarranno nel carcere di Capraia, a disposizione del Pretore, tre coatti che verranno dimessi allorché sconteranno la pena, il Delegato Governativo ed un assistente per la disdetta dei contratti e per riunire ed imballare tutto il materiale che apparteneva all’Amministrazione del Domicilio Coatto. L’Isola piombò nella sua solitudine e nelle sue ristrettezze ma con la dignità di una comunità accogliente, rispettosa degli altrui travagli, ma pur sempre dignitosa delle sue modeste condizioni. Siamo giunti così alla conclusione di un percorso storico di questa “nostra” Isola , mi dispiace che il limitato spazio a disposizione non mi consenta di parlare in modo più ampio e citare altri episodi, alcuni sconcertanti,. Mi auguro che questa sia l’occasione per dare inizio a nuovi interventi che mettano in luce la vita di questa comunità e poter in tal senso dare il mio semplice contributo.

Giuseppe Santeusanio 2011

Fonti documentarie:

Archivio di Stato di Livorno: Fondo Prefettura, Fondo Capitaneria di Porto

Raccolta ufficiale delle leggi e decreti del Regno d’Italia

Archivio di Stato di Genova: Fondo Prefettura


[1]   R.D. n° 764 del 17 agosto 1862 che dichiara lo stato di assedio la città di Palermo e tutte le Provincie della Sicilia. R.D. n° 775 del 20 agosto 1862 col quale la città di Napoli e tutte le Provincie Napolitane sono dichiarate in stato di assedio.
[2]   R.D. n° 789 del 22 agosto 1862 che dichiara mobilizzate e sul piede di guerra le truppe stanziate e spedite in Sicilia durante lo stato di assedio. R.D. n° 792 del 24 agosto 1862 col quale si dichiara che le truppe attive che si trovino  o siano mandate nelle Provincie Napoletane durante lo stato di assedio, potranno essere poste sul piede di guerra. R.D. n° 954 del 16 novembre 1862 col quale viene tolto lo stato d’assedio nelle Provincie Napolitane e Siciliane.
[3]   Legge n°  1424 del 25 agosto 1863 per l’esecuzione dell’art. 5 della legge 15 agosto 1863. Legge n°  1433 del 30 agosto 1863 per l’esecuzione dell’art. 7 della legge 15 agosto 1863.
[4]   R.D. n°  1099 del 18 dicembre 1862 col quale è definitivamente costituita la manifattura di sigari nell’Isola di Capraia.
[5]         Ex “Veloce” della Marina Borbonica. Al passaggio dei ranghi della Marina Italiana fu denominata “Tukery”, in memoria del volontario garibaldino ungherese morto a Palermo il 27 maggio 1860
[6]   R.D. n°  170 del 30 giugno 1861 con cui il litorale marittimo dello stato è diviso in Circondari marittimi, ed è stabilito in ciascuno di essi un consolato di Marina. Nell’allegata tabella n° 1 di detta legge, il circondario marittimo di Livorno si estende dalla Magra a Torre Mozza inclusa l’Isola di Capraia ove ha sede un Vice Consolato di Marina.
[7]   Tale località mi è del tutto sconosciuta, in una vecchia scrittura privata per cessione di beni è indicata la località “chiusarello o chiusarelli” trova assonanza con “chiossi d’arelli” che, se pronunciato come unica parola “chiossarelli”, dal vecchio aggettivo capraiese “u chiusu”, chiuso, recinto entro il quale si tenevano gli animali domestici, la mucca o qualche capretta. Quindi chiusarello era un piccolo recinto fuori dall’abitato. La località “i chiossi d’arelli” può essere individuata oggi alla “piscina”.
[8]             Legge 7 febbraio 1864 nº 1161. nuova legge sul brigantaggio che abroga la legge del 15 agosto 1863 nº 1409. R.D. del 11 febbraio 1864. Regolamento per l’esecuzione dell’art 10 della legge 7 febbraio 1864 nº 1661.
[9]    Legge 17 maggio 1866 nº 2907. R.D. 17 maggio nº 2908. R.D. 20 maggio 1866 nº 2918 Istruzioni Ministeriali 20 maggio 1866 nº 6071, per l’applicazione della legge e decreto sul domicilio coatto.

 

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1608 – I Capraiesi contro ratti e conigli

Nei primi anni del Seicento nell’isola di Capraia si succedono una serie di scarsi raccolti tanto che la Comunità è stata costretta più volte a chiedere soccorso a Genova per ottenere delle granaglie, che si impegna a ripagare non appena i raccolti lo permetteranno. Diverse le cause degli scarsi raccolti: una grande siccità, forti venti ma anche la grande abbondanza di conigli selvatici e di ratti che infestano la campagna e che mangiano le sementi di grano e orzo, e le viti.

La preoccupazione dei Capraiesi nel vedere le gemme e le piante delle viti rosicchiate è ben comprensibile quando si consideri che il vino è la più importante fonte di sostentamento della popolazione in quanto viene venduto in continente per procacciare il denaro necessario all’acquisto di granaglie e altri beni di prima necessità.

 Coniglio rid

 Il coniglio selvatico di Capraia (foto Valerio Brustia)

Il 10 febbraio 1608 i Padri del Comune – Domenico Bargone, Giacomo Sarzana e Antonio Tarascone – presentano al Capitano e Commissario Teramo Sanpiero la seguente supplica da inviare al Doge e ai Governanti della Repubblica di Genova[1]:

 «…Signori Serenissimi come apieno sono informate, quest’Isola, è tanto piena de animali che non ostante le diligenze che andiamo facendo per estirparli non è possibile si possino in una minima parte etinguere, et siamo a segno che se Vostre Signorie  Serenissime non è datto provigione de Impetrare da Sua Santità una scomunica, e, maleditione contro conigli e rati, come già intendiamo esserne state concesse per il passato in diversi luoghi, per conto d’altri animali che dannificavano, con conditione che essa scomunica,e, maleditione dij per confino a detti animali, una valle infrutifera, che resta in quest’Isola nominata Sondereto, al sicuro che, per la gran copia di essi, per causa de quali non possiamo racoglier cos’alcuna saremo forzati; se però da Vostre Signorie  Serenissime non ne sarà datto qualche trategno, per la grande nostra povertà e miseria abandonar l’isola, come pure molti hanno già fatto …»[2]

 La valle del Sondereto o Sondaretto si trova nella parte sud-occidentale dell’isola, è molto scoscesa ed arida e, pertanto ben si presta a relegarvi ratti e conigli.

Il Commissario, riconosciuta la validità della richiesta dei Capraiesi e preso a compassione per il loro stato, stila alla presenza dei Padri del Comune una lettera di accompagnamento nella quale, oltre a riassumere la tragica situazione dei raccolti, ribadisce che ratti e conigli distruggono non solo i semi di grano e orzo ma si mangiano anche le viti.[3]

Sondaretto

 Monte del SondarettoPiano dell’Isola di Capraja (Particolare) -1843

 Non sappiamo quale sia stata la risposta del Doge e del Magistrato di Corsica a questa richiesta, ma senz’altro non intrapresero alcuna azione in quanto nella primavera successiva, i nuovi Padri del Comune – Gioanne Solaro, Gioanne Manouellino e Lonardo del q. Bertomelino – ancora una volta rinnovano, il 22 aprile, la richiesta della scomunica del Santo Padre:

 «Humilmente suplichiamo all’horo Signorie Serenissime che per l’amor del Signore ne voglino porgerne haiuto com farne ottenwre da sua Beatidudine una scomunica che scumuniano la multitudine cressuta di cunigli in quest’Isola che mediante la gratia del Signore speriamo ottener gratia la quale non puossiamo far niente senza la giuto di Sue Signorie Serenissime essendo tutta questa Cummunità venuta a termine che non puono coltivare ne darli hagiuto nissuno in terra siando che questi animali mangiano e comsumano ogni cuosa. Perciò da quelli riccoriamo che cuomo benigni e pietosi Signori non è mancherano mai e ne darano ogni sorte da giuto speriamo cuomo fedelissimi vassalli della sua buona gratia che altrimenti sariamo forzati habandonare il nostro puovero luoco chel Signore non vogli mai et hadare raminghi per il mondo. Il simile danno fanno li topi o sia ratti che propriamente questanno non haparisce pianta di grano sopra la terra. Il simile ne vene fatto delle vigne che ci suono le valle che non happare gemma di vigna tutta mangiata e consumata che è Signori Serenissimi una compassione.»[4]

La  supplica viene trasmessa a Genova dal Commissario Ambrogio de Franchi, che teme che, in caso che i suddetti animali non vengano estirpati, «sia forza alla maggior parte di questi poveri huomini abbandonare il luoco.»[5]

I Capraiesi, nel frattempo, visto che la loro prima richiesta non era stata accettata decidono di mandare a Genova Antonio Tarascone, uno dei Padri del Comune dell’anno precedente, come procuratore per perorare la loro causa dinnanzi al Magistrato di Corsica. Questi invece di invocare la scomunica del Papa contro i conigli e i ratti, astutamente, chiede che vengano inviati nell’isola dei gatti, che lasciati liberi diano la caccia ai ratti e ai conigli. Il 7 maggio Antonio Tarascone presenta la sua supplica al Magistrato di Corsica:

 «L’isola di Capraia, per la molta quantità di conigli, rati et altri animali che di continuo dannificano li semenati, vigne et gli alberi et ogni sorte di ortaglie e di piante, resta al tutto infrutuosa e se della bontà di Vostre Serenissime Illustrissime non viene aggiuntata saranno forsati con molto lor cordoglio li habitatori d’essa abbandonarla, si come di gia molte famiglie hanno dato principio à partirsi per non haver da sostentarsi vive. Per onde, Antonio Tarascone procuratore dell’homini d’essa isola come n’appare publico instrumento di procura ricevuto per messer Stefano Centurione notaro l’anno 1608 che si presenta supplica humilmente Vostre Signorie Illustrissime degnarsi per l’amor di Dio rimedio à questo inconveniente raccordandoli che l’unico remedio sarebbe di mandare in detta isola ducento gati tra femine e maschi per poter far razza di essi in detta isola perche quelli pochi che vi sono s’è conosciuto per prova che fanno molto beneficio ucidendo et estinguendo molti di essi animali e perche lui come nuovo qua et attesa la povertà d’essi huomini non può avere ricato d’essi gati, le supplica anche sijno servite di deputare qualche persone che giudicheranno à ciò habili per farne la provvigione d’essi 200 perche tutto quello che spenderano essi huomini in detta isola con qualche commodità di tempo che le piacerà di farli pargheranno acciò l’Illustrissima Camera non ne patisca.»[6]

 Non sappiamo se la richiesta dell’invio dei gatti sia stata alla fine accolta. In effetti il problema dei danni causati dai ratti e dai conigli selvatici non fu mai risolto, ed essi continuarono a danneggiare le coltivazioni e la vite fino a quando l’isola fu coltivata. Le trappole, anche rudimentali, poste tra le vigne valsero a ridurre i danni arrecati dai ratti, mentre la spietata caccia ai conigli selvatici li costrinse a spostarsi nelle zone lontane dai coltivati.

 Roberto Moresco                                                                  10 dicembre, 2012


[1]Il Magistrato di Corsica era una delle Magistrature della Repubblica di Genova che aveva il compito di sopraintendere agli affari della Regno di Corsica e di Capraia.

[2] ASG, Corsica,  n. 537, lettera dei padri del Comune del 10 feb. 1608. La valle del Sondereto o Sondaretto si trova nella parte sud-occidentale dell’isola.

[3] Ibidem, lettera del Commissario del 12 feb. 1608.

[4] ASG, Corsica,  n. 538, lettera dei padri del Comune del 22 apr. 1609.

[5] Ibidem, lettera del Commissario del 23 apr. 1609

[6]ASG, Corsica n. 39, supplica di Antonio Tarascone al Magistrato di Corsica del 7 mag. 1609, in A.-M. Graziani, La Corse vue de Gênes, vol.2, Aiaccio 1998, p.9.

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Per una storia dell’emigrazione dall’isola di Capraia al Sud America di Tomaso Contu e Martino Contu

Contu.Cpoertina 1Sono lieto di accogliere come collaboratori gli amici Tomaso Contu e Martino Contu.

Tomaso Contu è stato ufficiale di rotta della Marina mercantile ed è attualmente militare della Guardia di Finanza in servizio presso la Stazione navale di Livorno. Ha scritto il primo paragrafo della presente comunicazione.

Martino Contu, laureato in Scienze Politiche, si è specializzato in “Studi Sardi” All’Università di Cagliari e ha ottenuto un master europeo in “EStudios latinoamericanos: diversidad cultural y complejidad social” presso l’Università Autonoma di Madrid. Dal 2000 è Presidente del Centro Studi Sea ed ha insegnato Sociologia generale e Sociologia dei processi culturali presso l’Università di Cagliari. Dal 2011 è direttore della rivista scientifica “AMMMENTU”, Bollettino Storico , Archivistico e Consolare del Mediterraneo (http://www.centrostudisea.it/ammentu/). Numerosi i suoi articoli sull’emigrazione e l’attività politica dei Sardi pubblicati su riviste scientifiche italiane e straniere.

 Questo saggio è tratto da Martino Contu, Giovannino Pinna (a cura di), L’emigrazione dalle isole del Mediterraneo all’America Latina fra XIX e XX secolo, Centro Studi SEA, Villacidro 2009, pp. 165-181.

Per una storia dell’emigrazione dall’isola di Capraia al Sud America   di Tomaso Contu e Martino Contu

  1. Capraia: un’isola in mezzo al Mediterraneo occidentale tra Corsica e Toscana

 L’isola di Capraia, anticamente chiamata Aegjlon dai Greci, e poi Capraria dai Romani, deriverebbe il nome dalla presenza di capre selvatiche nell’isola, oggi estinte, ma secondo un’altra ipotesi il toponimo deriverebbe da un tema mediterraneo, karpa,  con il significato di roccia[1]. Attualmente fa parte del Parco nazionale dell’arcipelago toscano, istituito il 22 luglio del 1996 con decreto del presidente della Repubblica. È inserita, inoltre, nel santuario dei cetacei la cui nascita è stata sancita da un accordo internazionale firmato a Roma nell’ottobre del 1999 dai ministri italiano, francese e monegasco, poi ratificato dal governo italiano con legge n. 391 dell’11 ottobre 2001. Ci troviamo di fronte a un ambiente che può vantare la più alta concentrazione di cetacei fra tutti i mari italiani. L’arcipelago toscano comprende sette isole: Elba, Giglio, Capraia, Montecristo, Pianosa, Giannutri e Gorgona. Si tratta del più grande parco marino d’Europa con i suoi 60.000 ettari di mare[2]. L’unico centro abitato di Capraia è Capraia Isola, un comune di quasi 400 abitanti, facente parte della provincia di Livorno. Il porto dell’isola  (lat 43°02’.9 N; long 009°50’.2 E) oggi ospita numerose unità da diporto che da tutte le parti del Mediterraneo trovano un sicuro riparo da venti e mareggiate essendo un’insenatura riparata sulla costa nord orientale, protetto su uno sperone a picco dalla fortezza genovese, il castello San Giorgio. Dal porto, una strada di circa 1 km lungo il golfo porta al paese di Capraia Isola il cui centro si trova a 52 metri di altitudine.

Capraia si trova a 35.7 miglia (mg) da Punta del Ferraione al faro di Livorno, mg 21.2 da Punta della Teglia a Punta di Cala Scirocco di Gorgona, 29.7 mg  da Punta della Capitata a Punta Falcone nel promontorio di Piombino, a 14.3  mg da Punta del Trattoio all’isola Finocchiarola in Corsica. È situata quindi nel canale di Corsica, braccio di mare al confine tra il Mar Ligure e il Mar Tirreno, compresa tra i paralleli 43° 00’.1 e 43°04’.3  di latitudine Nord  e i meridiani  009° 47’.5 e 009°50’.9 di longitudine Est[3].

Nel corso dei secoli, per la sua posizione geografica, lungo il tragitto che le navi pisane e genovesi percorrevano per raggiungere la Sardegna, la Sicilia e le coste del levante e dell’Africa, l’isola di Capraia ha sempre interessato i naviganti, se non altro come punto di sosta e di ricovero durante le tempeste. È per questa ragione che essa è sempre rappresentata sulle carte nautiche anche le più antiche […].  Nel secolo XVIII con lo sviluppo dei traffici commerciali all’interno del Mediterraneo, si affinano sempre più non solo le tecniche di costruzione dei navigli, ma anche gli strumenti necessari  alla navigazione: tra questi i due più importanti sono la bussola e la carta nautica su pergamena. Le due realizzazioni hanno la loro culla nelle Repubbliche marinare italiane che in questo secolo detengono una posizione dominante in tutto il Mediterraneo […][4].

Il popolo si è dedicato nei secoli alle attività di pesca e al commercio; solo  ultimamente ha scoperto  una vocazione turistica per le sue bellezze naturali difficilmente riscontrabili in altri contesti naturali. È un isola di origine vulcanica, la terza per grandezza dell’arcipelago toscano dopo l’Elba e il Giglio. È infatti lunga circa 8 km (da Punta Teglia a nord a Punta dello Zenobito a sud) e larga 4 km per una superficie di 19,26 kmq. Il perimetro è di circa 30 km. Il cono di eruzione è ancora oggi ben visibile per metà nella tipica Cala Rossa, sicuramente una delle cale più particolari dell’arcipelago. Presenta coste alte e rocciose con assenza di spiagge e un piccolo bacino lacustre nell’area più interna e montuosa, con cime lungo una catena centrale (che si avvicina sino a 1 km dalle coste) con vette di oltre 400 metri. Il rilievo maggiore è il Monte Castello alto 447 metri, che sul versante occidentale si avvicina al mare con dirupi, mentre su quello orientale scende più dolcemente con piccole valli torrentizie (vadi), la più importante delle quali è il vado del porto, lungo circa 3 km che sfocia presso Capraia porto. La costa è rocciosa e spesso inaccessibile via terra per la mancanza di strade; vi si aprono grotte e insenature, con guglie di roccia dovute all’erosione dell’acqua. La vegetazione è ricchissima e presenta alcune specie endemiche rarissime. Tra queste, spiccano tre specie  dei gabbiani dell’isolotto della Peraiola, situato nella costa occidentale, tra la Cala del Fondo e la Cala del Vetriolo e solo a pochi metri dall’isola principale, ma sufficienti per isolare alcune specie che si sono evolute diversamente dall’isola vicina: una ginestra senza spine, una lumaca senza guscio e una lucertola. Sul versante ovest dell’isola, su pareti ripidissime, vive anche il fossile della palma nana, risalente a quando tutta l’Europa era coperta da specie oggi presenti solo molto più a sud. Prevale la gariga, vegetazione a cavallo tra la steppa e la macchia mediterranea con elicriso, cisto marino, mirto, lentisco, rosmarino, oleandro, euforbia arborea. Le capre e le foche monache della fauna sono oggi estinte. Da segnalare, infine, lo stagnone della Capraia, piccola zona umida che si estende nella parte alta dell’isola[5].

Nel 1055, l’isola fu conquistata dai pirati saraceni, poi fu dominata dai Pisani e passò definitivamente sotto l’orbita di Genova dopo la battaglia della Meloria, che vi pose la signoria del patrizio Jacopo di Mari (1430). Nel 1507 venne costruita dai Genovesi la fortezza di San Giorgio e le torri di avvistamento per controllare la pirateria. Legata amministrativamente alla Corsica, nel 1767 fu occupata dalle truppe corse di Pasquale Paoli. Rimase alla Repubblica di Genova anche dopo che la Corsica venne data in affidamento alla Francia nel 1768 con il trattato di Versailles. Dopo l’annessione dell’ex Repubblica di Genova al Regno di Sardegna decisa al Congresso di Vienna del 1814 e la proclamazione del Regno d’Italia nel 1861, l’isola fece parte della provincia di Genova fino al 15 novembre del 1925[6], quando con il regio decreto n. 2111 passò alla provincia di Livorno; per la chiesa cattolica rimase parte dell’arcidiocesi di Genova fino al primo gennaio 1977. Nel 1873 venne istituita una colonia penale agricola in base a un accordo tra il comune e il ministero dell’Interno, con il vano intento di risollevare le condizioni economiche della popolazione e per arrestare il flusso migratorio in uscita. La colonia è stata chiusa nel 1986.

Un aspetto interessante della cultura isolana è rappresentato dal peculiare dialetto che si parlò a Capraia fino a tempi recenti: affine alla lingua corsa più che al toscano, subì per secoli l’influenza della lingua ligure arricchendosi di una quantità di prestiti lessicali e di componenti morfologiche e sintattiche di tale origine. Il dialetto capraiese si estinse nel corso del XX secolo in seguito al rinnovo della popolazione dell’isola: quella di ceppo locale venne infatti progressivamente sostituita da immigrati, in gran parte familiari dei dipendenti della colonia penale, che finirono per diventare la maggioranza, senza assimilare le consuetudini linguistiche dei vecchi abitanti[7].

Nel corso dell’Ottocento e del Novecento l’isola conobbe il fenomeno dell’emigrazione, in parte diretto anche verso l’America Latina. Le notizie su tale fenomeno sono sporadiche – non siamo a conoscenza tra l’altro di uno studio specifico sull’emigrazione capraiese – probabilmente anche per l’esiguità dei documenti conservati o, meglio – come scrive Fausto Brizi – «a causa della nota carenza di fonti archivistiche locali e del profilo tradizionalmente composito della stessa comunità capraiese»[8] che rende difficile poter ricostruire la storia dell’isola, ma anche un fenomeno particolare e complesso come quello dell’emigrazione.

  1. L’emigrazione negli anni del dominio sardo-piemontese (1815-1860)

 Roberto Moresco, nel saggio La marineria Capraiese  nel XVIII secolo, scrive che dagli inizi del Settecento la popolazione dell’isola crebbe, raggiungendo, verso la metà del secolo, le 1.600-1.800 unità[9]. Tale crescita fu determinata dal notevole sviluppo della marineria capraiese; attività che è «strettamente conness[a] alle vicende della “rivolta corsa” contro Genova»[10]. I problemi della Corsica «avvantaggiano economicamente Capraia: sia la “stretta serrata” (cioè il blocco totale dell’isola) decretata da Genova nel 1734, sia il venir meno della fiducia di Genova nei Corsi offrono ai Capraiesi l’opportunità di incrementare la loro attività nei trasporti marittimi tra la Corsica e il Continente, nel cabotaggio lungo la costa tirrenica e nel commercio diretto tra i vari porti»[11]. Infatti, «I padroni capraiesi approfittano di questa situazione sia sostituendosi parzialmente alla marineria corsa per il traffico commerciale da e per la Corsica, sia ottenendo da Genova numerosi contratti di trasporto commerciali e militari tra Genova e i vari presidi della Corsica, sia partecipando al trasporto di truppe da e per il continente»[12]. Moresco afferma che l’attività «dei marinai capraiesi, valse loro il riconoscimento da parte di diverse fonti di essere tra i migliori marinai del Mediterraneo»[13]. Alla fine degli anni sessanta, lo scontro tra la Repubblica di Genova e la Corsica si chiuse a vantaggio di quest’ultima. Nel maggio del 1767 l’isola di Capraia fu occupata dai corsi sotto la guida di Pasquale Paoli. Poi, con il trattato di Versailles del 15 maggio del 1768, Genova cedette definitivamente la Corsica alla Francia, mantenendo però il possesso dell’isola di Capraia sino al 1799, ossia sino all’arrivo di Napoleone, per poi passare, nel 1815, a seguito delle risoluzioni adottate nel Congresso di Vienna, al Regno di Sardegna, unitamente a Genova che perdette la propria indipendenza.

«La cessione della Corsica alla Francia – prosegue Moresco – pone le premesse del rapido ridimensionamento della marineria capraiese che, anche se non provato da documenti di tipo doganale, è senz’altro dimostrato dalla rapida diminuzione della popolazione dell’isola di Capraia nella prima parte del XIX secolo»[14].

Infatti, nel 1790, secondo la Breve notizia dell’isola di Capraja fatta nel 1790 di autore anonimo, la «popolazione dell’Isola consiste in circa mille ottocento anime divise in quattrocento fuochi o famiglie, di cui cento sono di vedove rimaste prive de’ mariti per li accidenti troppo frequenti della navigazione. Nulladimeno va crescendo, abbenché alcuni Caprajesi si siano stabiliti nell’Isola della Maddalena, ed altri si siano per sempre posti a servire sopra esteri bastimenti»[15]. Quasi vent’anni dopo, nel 1816, Goffredo Casalis, nel suo Dizionario, registra solo 1.000 unità[16]. Nel 1828, gli abitanti scesero a 900[17], agli inizi degli anni quaranta e alla metà degli anni cinquanta  a 750 circa[18] e nel 1858 a 646, di cui 268 maschi e 378 femmine[19].

Così, il ridimensionamento della marineria capraiese, la principale attività dell’isola nel corso del Settecento, favorì, già dalla prima metà del XIX secolo, l’esodo di gran parte dei suoi abitanti, in prevalenza uomini, che emigrarono in varie parti del mondo, spesso continuando a dedicarsi ad attività in qualche modo legate al mondo della marineria.

Come ha scritto Moresco nell’articolo Baleniere capraiesi nell’Atlantico del Sud, la storia dell’emigrazione capraiese «non è stata mai scritta e pochissime sono le testimonianze, che allo stato attuale delle ricerche, ci sono rimaste»[20]. Egli, tuttavia, nell’articolo appena citato, ci segnala un interessante e prezioso documento recentemente rinvenuto in un registro della parrocchia della Madonna del Porto e successivamente depositato presso l’Archivio Diocesano di Livorno, relativo al certificato di morte del capraiese Domenico Gallettini, stilato al Consolato Italiano di Buenos Aires, in Argentina, il 3 agosto 1850, che qui viene riproposto:

[…]. Avanti Noi Antonio Dunoyer Console Generale di Sua Maestà il Re di Sardegna è stata fatta la seguente dichiarazione di decesso. Nella notte delli diciasette alli diciotto giugno milleottocentoquarant’otto sulla spiaggia del Rio della Plata distante venti leghe da MonteVideo, è morto naufragato Domenico Gallettini di religione cattolico, d’età d’anni trenta, di professione Marinaro, nato e domiciliato in Capraja ed in suo vivente trafficante in queste acque come Patrone, e proprietario della Balliniera denominata “Clarina”, ammogliato con Santina Sarzana fu Domenico, nata, domiciliata, ed abitante nell’Isola di Capraja, addetta alle faccende domestiche, figlio di Nicola di professione Marinaro, e di Maria Antonia Bargone addetta alle faccende domestiche ambi nati, domiciliati, ed abitanti in detta Isola di Capraja, Suddito Sardo.

Dichiaranti li Signori Giacomo Dussol fu Francesco, d’età d’anni quarantacinque, nato in Capraja, di professione Negoziante, e Giuliano Cuneo fu Gregorio, d’età d’anni quaranta, nato in Capraja, di professione Patrone Marittimo, ambi sudditi Sardi qui domiciliati, ed abitanti. […]. Consta a Noi Console Generale che il cadavere del sopradetto Domenico Gallettini fu rinvenuto, e sepolto dal Patrone Marittimo, e Proprietario della Balliniera denominata “Raggio” sulla spiaggia del Rio della Plata al luogo detto San Gregorio. Tale dichiarazione venne fatta, e confermata da Giuliano Cuneo suddetto. […][21].

Il documento risulta interessante perché, come commenta anche Moresco, si ricavano alcune preziose notizie sull’emigrazione dei capraiesi in Argentina e sull’esistenza a Buenos Aires di una piccola colonia di isolani, sudditi del Re di Sardegna, dediti all’attività marinara e al commercio, che «appartenevano alle principali famiglie dell’isola che nel corso del Settecento erano stati proprietari di gondole»[22]. Il fatto che Gallettini, proprietario della baleniera “Clarina” sia morto (il 18 giugno 1848) sulla spiaggia orientale del Rio de la Plata, nella località di San Gregorio (oggi Barrancas de San Gregorio, nel dipartimento di San José, in Uruguay) a venti leghe (poco meno di 100 chilometri) a nord di Montevideo fa anche pensare da un lato che fossero frequenti, nonostante la “Grande Guerra”, la guerra civile in corso nella Banda Oriental, i commerci tra l’Argentina e l’Uruguay e dall’altro che il porto di Montevideo, le cui acque risultano molto più profonde rispetto a quello di Buenos Aires, fosse uno dei principali attracchi per grosse, medie e piccole imbarcazioni, incluse le piccole baleniere dei capraiesi Gallettini e del padrone marittimo Cuneo, quest’ultimo proprietario della baleniera “Raggio”, citati nel documento.

Altra considerazione è che il Gallettini, pur vivendo a Buenos Aires, aveva mantenuto il proprio domicilio a Capraia dove risiedeva la moglie Santina Sarzana e dove vivevano, in gran numero, mogli e madri rimaste vedove, i cui mariti, emigrati, avevano perso la vita all’estero nello svolgimento di attività marittime.

Abbiamo notizie, inoltre, per quanto scarne, di un marinaio capraiese, Antonio Lima o Lama (probabilmente Antonio Chiama). Si tratta di uno dei protagonisti meno noti della rivoluzione farroupilha, scoppiata  nel 1834 nelle province brasiliane di Rio Grande e di Santa Catarina contro l’Impero del Brasile e sostenuta dalla collettività italiana, formata in gran parte di liguri e animata nella sua maggioranza di ideali repubblicani e mazziniani. Moto rivoluzionario al quale partecipò lo stesso Giuseppe Garibaldi, sbarcato a Rio de Janeiro alla fine del 1835. Agli inizi dell’anno successivo prese il largo a bordo di una garopera di 20 tonnellate, battezzata “Mazzini”, per svolgere attività commerciale. Ma, agli inizi del 1837, l’eroe dei due mondi giunse nella provincia riograndese per partecipare alla guerra corsara contro il Brasile. Tra gli uomini meno noti che lo seguivano, oltre al citato marinaio capraiese, probabilmente già imbarcato sulla nave mercantile “Mazzini”, anche il marinaio maddalenino Giacomo Fiorentino, ucciso dalle forze nemiche nel 1837 a Punta Jesus Maria, laddove anche Garibaldi era stato ferito gravemente[23].

  1. L’emigrazione di fine Ottocento

 Dopo l’unità d’Italia, la popolazione di Capraia continuò a diminuire, sotto l’incalzare del fenomeno migratorio. Secondo il censimento del 1862, l’isola contava 684 abitanti[24]. Numero che si ridusse negli anni successivi anche a seguito della chiusura della manifattura tabacchi (1867) e dell’abolizione del porto franco (1868), determinando una riduzione delle occasioni d’impiego e di commercio che favorì, scrive Fausto Brizi in un suo saggio, «una rilevante emigrazione dall’isola e, giocoforza, un’altrettanto significativa diminuzione dei suoi abitanti»[25]. Quella triste «situazione – prosegue Brizi – non fu modificata neppure con lo stabilimento, nel 1873, di una colonia penale agricola su circa un terzo del territorio municipale. Tale iniziativa si rivelerà infatti economicamente infruttuosa e addirittura dannosa per le tensioni che introdurrà in campo civile e istituzionale»[26].

Enrico D’Albertis, nel testo Crociera del Violante durante l’anno 1876, con riferimento alla popolazione di Capraia, affermava che «Il villaggio è l’unico centro abitato dell’isola e sarebbe di mediocre costruzione, ma le case sono in gran parte abbandonate o cadono in sfacelo, e questo paese che contava altra volta 1000 abitanti, ne conta al presente appena 500»[27]. Nel 1884, Alete Cionini, in un articolo pubblicato dalla rivista «L’Illustrazione Italiana» aveva commentato lo stato di decadenza del paese dovuto essenzialmente alla massiccia emigrazione dei suoi abitanti che si diressero, sin dai primi dell’Ottocento, inizialmente verso la Sardegna e il continente, e successivamente verso le due Americhe. «Girando per quelle strade deserte e solitarie, ti rattrista il vedere tante case diroccate o cadenti, senza tetti, annerite, tetre, abbandonate dagli abitanti che fuggono a stormi nella lontana America per trovare quel pane che in patria cercano invano, per la sterilità del terreno e un po’ anco perché essi, uomini di mare, non sono per natura adatti all’agricoltura che è quasi del tutto abbandonata»[28]. Qualche anno più tardi, lo stesso Cionini, nel volume L’isola di Capraia. Impressioni di viaggio e cenni storici (ricavati da documenti inediti), pubblicato nel 1891, descrisse in maniera più dettagliata il fenomeno dello spopolamento dell’isola  e dell’emigrazione diretta prevalentemente verso le due Americhe.

Gli abitanti dell’isola quando, pochi anni fa, io ero lì distaccato, saranno stati circa 400. In altre epoche furono più numerosi, come, d’altronde, si può argomentare dalla non piccola estensione dell’abitato e dalle molte case abbandonate. […]. In ogni modo il rapido decrescendo della popolazione dell’isola cominciò […] al nascere di questo secolo, colla venuta in Capraia dell’infausta dominazione francese, la quale vi portò lo sfacelo e promosse su vasta scala l’emigrazione, che da allora in  poi non ebbe mai sosta. Alcune famiglie, venduto quel po’ di ben di Dio che avevano, cominciarono a partire per l’America e là si stabilirono. Altre man mano le seguirono, altre le seguono ancora! Quelle poche che, o per mancanza dei mezzi pel viaggio, o perché non sono miserabili del tutto, o perché non reggono al pensiero di abbandonare il nativo loco, rimangono ancora nell’isola, contano però in quei lontani lidi qualcuno dei loro, o il padre, o il marito, o il fratello, sicché può dire che la gran maggioranza della popolazione è composta ormai solo da vecchi, di donne e di fanciulli. I giovani per lo più emigrano, lasciando le loro famiglie, prive di mezzi, a vivere in Capraia. Dopo qualche anno ritornano, pagano i debiti fatti dai parenti, riposano dalle fatiche del viaggio e indi via di nuovo, come le rondini. Qualcuno non ritorna più, e allora chiama con sé la famiglia. Di qualcun altro non si sa più nulla. Forse sarà morto in qualche naufragio. A buon conto la famiglia lo piange come perduto, e veste a lutto. Altri ritornano dopo venti, trenta anni col loro gruzzoletto: vedono i figli già fatti grandi, irriconoscibili, la moglie invecchiata, aggrinzita, senza denti; danno un addio al mare, mettono su una botteguccia, comprano un pezzo di terra, e allora,  come per spasso, di quando in quando vanno a coltivar la vigna […]. Dopo una vita avventurosa, di privazioni, di fatiche, di disagi, di pericoli, essi si son fatti uomini d’ordine, serii, tranquilli, desiderosi non d’altro che di quiete; diventano ottimi cittadini e vedono senza menomamente scomporsi, emigrare, al loro turno, i figli, come se questi dovessero andare solo fino a Genova o a Livorno[29].

La piaga dell’emigrazione colpì non solo l’isola di Capraia, ma anche le isole vicine, inclusa l’Elba, la più grande dell’arcipelago toscano[30] e altre isole minori del Mediterraneo un po’ più distanti, come ad esempio La Maddalena[31].

Ad ogni modo, a seguito del persistere del fenomeno emigratorio, la popolazione di Capraia continuò a decrescere passando dalle circa 350 anime del 1889, alle circa 300 del 1893 e alle 280 del 1895[32].

  1. L’emigrazione del Novecento

Nel marzo del 1940, Vincenzo De Siervo, Ispettore agricolo del Ministero di Grazia e Giustizia, Direzione Generale degli Istituti di prevenzione e pena, in una relazione dattiloscritta, recentemente pubblicata con il titolo La colonia penale agricola di Capraia nel 1940[33], nel descrivere il paese di Capraia, così affermava:

L’abitato di Capraia sorge sopra un’altura (65 m.) a levante del Porto. Vi si giunge per una comoda rotabile provinciale che costeggia il monte per circa 1 km. di sviluppo. Il paese già popolato è ora in stato di progressiva consunzione. Da tempo si va verificando un costante progressivo spopolamento. Man mano gli abitanti, attirati dalla vita meno difficile del continente, hanno abbandonato i loro campicelli aggrappati al monte, bisognosi di continuo, poco remunerativo lavoro, allontanandosi dall’isola. Le strade pressoché deserte sono fiancheggiate da casette, la maggior parte delle quali, in assenza dei proprietari, cade lentamente in rovina. La locale popolazione, escludendo le famiglie degli agenti e del personale amministrativo, non supera le 50 anime[34].

Trentasette anni prima, nel 1907, la realtà dell’isola sembrava essere identica a quella descritta nel 1940 da Vincenzo De Siervo. Infatti, in un articolo pubblicato all’interno della rubrica “Viaggi” de «L’Illustrazione Popolare»  (settimanale dei Fratelli Treves di Milano) del 13 ottobre 1907,  dal titolo Sull’isola di Capraia, si legge, riprendendo quanto già scritto qualche lustro prima dal Cionini in un suo articolo pubblicato nel 1884 ne «L’Illustrazione Italiana»,

È un’isola squallida e deserta, di aspetto triste e melanconico, a cui non sorrise natura, né l’uomo… Girando per quelle strade deserte e solitarie, ti rattrista il vedere tante case diroccate o cadenti senza tetti, annerite, tetre, abbandonate dagli abitanti che fuggono a stormi nella lontana America per trovare quel pane che in patria cercano invano, per la sterilità del terreno e un po’ anche perché essi, uomini di mare, non sono per natura addetti all’agricoltura, che è quasi del tutto abbandonata… le condizioni del paese peggiorano a vista d’occhio e la emigrazione aumenta, non restando quasi nell’isola che i vecchi e le donne, le quali, tra parentesi, sebbene di un’onestà fenomenale e a tutta prova, bisogna pur dire che disdegnano le fatiche dei campi […][35].

Qualche anno dopo, nel 1914, Jack La Bolina, nel suo libro L’arcipelago toscano, così si esprimeva:

Oggi il paese non è più densamente popolato. Ma la estensione dell’abitato e le molte case lasciate in abbandono manifestano che un tempo Capraia poté alimentare presso a poco 1500 abitatori. Oggi la maggior parte di questi si compone di vecchi, di donne e di fanciulli, per cui le condizioni agronomiche non sono molto liete. I giovani emigrano, ritornano con un gruzzolo di quattrini, pagano i debiti in cui i parenti sono incorsi, si riposano per qualche mese: e poi via di nuovo verso le Americhe[36].

Da queste notizie emerge che l’isola nel corso dei primi decenni del Novecento fu caratterizzata da una forte emigrazione dei suoi abitanti diretta verso la terra ferma italiana ma anche verso l’estero, compreso il subcontinente latino-americano e, in particolare, l’Argentina. Infatti, dalle Listas de desembarco, i Registri  di sbarco degli immigrati che giungevano nel porto di Buenos Aires, in parte già digitalizzati, a partire dal 1882, dal Centro de Estudios Migratorios Latinoamericanos (CEMLA) della capitale argentina, e i cui dati relativi ai toscani emigrati nel paese del Plata tra il 1906 e il 1952 sono stati messi a disposizione della Fondazione Paolo Cresci per la storia dell’emigrazione italiana di Lucca e da questa resi consultabili anche online, risultano emigrati in Argentina, nel corso degli anni venti, due capraiesi: Giovanni Grimaldi di anni 23, giunto a Buenos Aires il 23 aprile del 1925[37] e Edoardo Grimaldi di anni 50, sbarcato nella capitale federale il 29 novembre 1928[38].

Tab. 1 – Emigrati capraiesi in Argentina negli anni venti secondo la lista degli immigrati sbarcati nel porto di Buenos Aires

Cognome e Nome

Sesso

Luogo di Nascita

Età

Imbarco

Sbarco

Data di arrivo

Grimaldi Giovanni

M

Capraia

23

Genova Buenos Aires 23.04.1925
Grimaldi Edoardo

M

Capraia

50

Genova Buenos Aires 29.11.1928

Fonte: Cemla, Buenos Aires, Argentina; Fondazione Paolo Cresci per la storia dell’emigrazione italiana, Lucca.

Il fenomeno dell’emigrazione verso l’Argentina non colpì solo Capraia, ma anche le altre isole dell’arcipelago toscano, prime fra tutte l’Isola d’Elba, dalla quale approdarono in Argentina, tra il 1910 e il 1929, 42 persone, di cui 21 maschi e 21 femmine,  provenienti dai centri di Campo nell’Elba (6) Capoliveri (2), Marciana (6), Marciana Marina (3), Portoferraio (9), Rio Marina (12), Rio nell’Elba (2), più altri due che indicavano come luogo generico di nascita l’Isola d’Elba[39]. Dall’isola del Giglio invece risultano essere emigrate in Argentina due persone: Maria Miliani di anni 60, approdata a Buenos Aires il 29 novembre 1925[40] e Pietro Lubrani di anni 28, giunto nella capitale argentina il 23 dicembre 1925[41].

Certo, i soli dati registrati nelle Listas de desembarco non sono sufficienti per ricostruire il fenomeno migratorio dall’isola di Capraia all’Argentina nel secolo XX, ma ci aiutano a conoscere meglio un piccolo tassello di questo fenomeno dal quale partire per poi approfondire le ricerche, iniziando, ad esempio, dalla basilare consultazione dei dati dell’Archivio degli Italiani Residenti all’Estero (AIRE) custodito presso il comune di Capraia Isola. Un compito, nel complesso, non facile, ma necessario se si vuole iniziare a scrivere il primo capitolo della storia di questa emigrazione del secolo appena trascorso.


     [1]  Per un’analisi ampia e completa della storia dell’isola, si veda Riparbelli Alberto, Aegilon. Storia dell’isola di Capraia dalle origini ai nostri giorni, Firenze 1973 (Ristampa 1999).

     [2]  Per notizie più approfondite, cfr. Lambertini Marco, Arcipelago toscano e il Parco nazionale, Pacini, Pisa 2000.

     [3]  Istituto Idrografico della Marina Militare Italiana, 116 – Isole di Capraia e Gorgona, Carta nautica – 1: 25.000, Istituto Idrografico della Marina, Genova.

     [4]  Moresco Roberto, L’isola di Capraia. Carte e vedute tra cronaca e storia. Secoli XVI-XIX, Debatte, Livorno 2008, p. 15.

     [5]  Sulla vegetazione e la fauna terrestre e marina, cfr. Lambertini Marco, Capraia terra mare, Pacini, Pisa 2000; e  Renzi Lorenzo, Guida completa all’isola di Capraia, Vigo Cursi, Pisa 1999.

     [6]  Per un quadro aggiornato sulla storia e la vita dell’isola durante l’amministrazione provinciale di Genova, cfr. Brizi Fausto, L’isola ritrovata. Comune di Capraia Isola, Provincia di Genova (1861-1925). Per una storia della comunità capraiese attraverso le carte conservate presso l’Archivio Storico della Provincia di Genova, Fratelli Frilli, Genova 2005.

     [7]  Sul dialetto parlato a Capraia, cfr. Santini Lolli Tina, Capraia d’altri tempi. Aspetti di vita, parlata locale, La Fortezza, Livorno 1982.

     [8]  Brizi, L’isola ritrovata, op. cit., p. 43.

     [9] Moresco Roberto, La marineria Capraiese nel XVIII secolo, in Studi in memoria di Giorgio Castamagna, «Atti della Società Ligure di Storia Patria», vol. XLII, fasc. I, Genova, 2003, pp. 579-580, articolo pubblicato anche in questo blog nella categoria Settecento.

     [10]  Ivi, p. 580.

     [11]  Ibidem.

     [12]  Ivi, p. 581.

     [13]  Ibidem.

     [14]  Ivi, p. 583.

     [15]  Breve notizia dell’Isola di Capraia fatta nel 1790, Fratelli Ferrando, Genova 1790, riportata in Moresco,  L’isola di Capraia, op. cit., Scheda n. 41, p. 165.

     [16]  Casalis Goffredo, Dizionario geografico, storico-statistico-commerciale degli Stati di S.M. il Re di Sardegna, vol. III, Cassone Marzorati Vercellotti Tipografi, Torino 1836, alla voce CAPRAJA, pp. 451-452. «gli abitanti per lo più addetti alla marineria riescono assai bene in quest’arte. Sono di mente aperta, rissosi e trascurati in tutto ciò che non appartiene alla marina. Le donne si sono applicate ai lavori della campagna. Popolazione 1000».

     [17]  Archivio di Stato di Torino (d’ora in avanti AST), Corte, Conventi soppressi, m. 480, Ferrero Carlo Vittorio (cardinale), Lettera sullo stato del convento di Capraia, 6 novembre 1828, citata nell’articolo di Moresco, La marineria Capraiese, p. 592, nota 57. Nella medesima pagina, si veda, inoltre, la Tabella 2 – Popolazione di Capraia.

     [18]  Cfr. Basso Serafino, Nozioni Generali intorno all’Isola di Capraia rassegnate a S.M. addì 28 giugno 1844. Torino, addì 6 di marzo 1844, riportata in Moresco,  L’isola di Capraia, op. cit., Scheda n. 50, p. 172. «La popolazione dell’Isola che anticamente oltrepassa le 1200 anime è ora ridotta a 750, a motivo delle continue emigrazioni»; e Albini Giuseppe, Guida del Navigante nel Litorale della Liguria, Principato di Monaco, nella Contea di Nizza e nell’Isola di Capraja, 1855, p. 79, riportata in Moresco,  L’isola di Capraia, op. cit., Scheda n. 53, p. 175. «La sua popolazione ascende a 750 circa abitanti; […]. Vi sono molti buoni marinai, pochi pescatori, quasi verun artista. […]. Avvi da 5 in 6 barche pel piccolo cabotaggio colle quali fanno il traffico colla Sardegna, Corsica, Elba, Toscana e Liguria».

     [19]  L’Italia sotto l’aspetto fisico, militare, storico, letterario, artistico e statistico, I, Milano 1869, p. 372, alla voce Capraia Isola, citato nell’articolo di Moresco, La marineria Capraiese, p. 592, nota 58.

     [20] Moresco Roberto, 1850 – Baleniere capraiesi nell’Atlantico del Sud, articolo pubblicato in questo blog nella categoria Ottocento

     [21] Certificato di morte di Domenico Gallettini, Buenos Aires, 3 agosto 1850, riportato in Moresco, 1850 – Baleniere capraiesi nell’Atlantico del Sud, art. cit.

     [22]  Ibidem.

     [23]  Per ulteriori notizie sulla rivoluzione farroupilha, cfr. Candido Salvatore, Giuseppe Garibaldi, corsaro riograndese (1837-1838), Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, Roma 1964; ID., La rivoluzione riograndese nel carteggio inedito di due giornalisti mazziniani: Luigi Rossetti e G.B. Cuneo. (1837-1840): contributo alla storia del giornalismo politico di ispirazione italiana nei paesi latinoamericani, CNR, Valmartina, Firenze 1973;  e Garibaldi Jallet Annita, I protagonisti italiani della rivoluzione farroupilha, saggio pubblicato sul sito www.ereditadigaribaldi.net

     [24]  Cfr. L’Italia sotto l’aspetto fisico, militare, storico, letterario, artistico e statistico, I, op. cit., p. 372, alla voce Capraia Isola, riportato in Moresco, La marineria Capraiese, art. cit., p. 592, nota 58.

     [25]  Brizi Fausto, Comune di Capraja, provincia di Genova (1861-1925). Cenni sulla soppressione della Pretura di Capraja Isola (1891), in «Lepisma», Periodico di informazione libraria e culturale della provincia di Genova, Anno XII, n. 3, (marzo?) 2008 consultabile sul sito www.test.isoladicapraia.it, p. 3.

     [26]  Ibidem.

     [27]  D’Albertis Enrico, Crociera del Violante durante l’anno 1876, Tipografia del Regio Istituto Sordo-Muti, Genova 1879, p. 19.

     [28]  La citazione di Cionini Alete, L’isola di Capraia, in «L’Illustrazione Italiana», n. 33, del 17 agosto 1884, si trova in Moresco, L’isola di Capraia, op. cit., Scheda n. 76, p. 194.

     [29]  Cionini Alete, L’isola di Capraia. Impressioni di viaggio e cenni storici (ricavata da documenti inediti), presso la Direzione del Corriere Araldico, Pisa 1891, pp. 13-17.

     [30] Originario dell’isola d’Elba era Silvio Luppoli (Rio Marina, 17.04.1860), emigrato in Argentina. «[T]rovasi a Buenos Aires alla testa dell’importante casa introduttrice di vini e commestibili, in via Defensa 146. Di sentimenti liberali a tutta prova, fa parte di una loggia massonica, la quale dipende dal Gran Oriente di Roma. In Buenos Aires è socio attivo della nostra Camera di Commercio» (Dizionario biografico degli italiani al Plata, compilato per cura degli Editori- Proprietari Baroldi, Baldissimi & Cia, Argos, Buenos Aires 1899, p. 2002, alla voce Luppoli Silvio).

     [31]  Dall’isola de La Maddalena emigrò alla volta dell’Argentina, Edoardo Gola. Costui, dopo aver studiato pittura e commercio ed essere stato allievo della Marina Italiana per due anni, emigrò in Argentina nel 1888, svolgendo inizialmente vari lavori per poi dedicarsi alla vendita di vernici per dipingere carrozze. Stabilitosi a Cañada Gomez nel 1897, aprì un negozio dove vendeva un po’ di tutto. Iscritto alla Società Unione e Benevolenza di Rosario, fece parte di altre associazioni, divenendo socio anche della Colonia Italiana (cfr. Ivi, pp. 175-176. alla voce Gola Edoardo).

     [32]  Questi dati sulla popolazione si ricavano da alcune lettere scritte dall’arciprete Giovanni Battista Buzzone conservate nell’Archivio Storico della Provincia di Genova all’interno del Fondo Parrocchia di Capraia Isola e segnalate da Brizi, Comune di Capraja, provincia di Genova (1861-1925). Cenni sulla soppressione della Pretura di Capraja Isola (1891), op. cit., p. 3, nota 2.

     [33]  De Siervo Vincenzo, La colonia penale agricola di Capraia nel 1940, in «Rassegna Penitenziaria e Criminologica», 2008, n. 1, pp. 177-201.

     [34]  Ivi, p. 179.

     [35]  Sull’isola di Capraia, in «L’Illustrazione Popolare» (settimanale dei Fratelli Treves di Milano), Rubrica “Viaggi”, 13 ottobre 1907.

     [36]  La Bolina Jack, L’arcipelago toscano, Istituto Italiano d’Arti Grafiche Editore, Bergamo 1914, pp. 112-113.

     [37]Si consulti il sito web della Fondazione Paolo Cresci per la storia dell’emigrazione italiana www.fondazionepaolocresci.it/strumenti_cemla1.asp

     [38]  Ivi.

     [39]  Cfr. Ivi.

     [40]  Ivi.

     [41]  Ivi.

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L’isola di Capraia sotto il dominio di Pisa (secoli XI-XIV)

Alla morte di Maometto, nel 632 della nostra era, iniziò l’espansione degli arabi: in pochiStemma di Pisa decenni essi conquistarono in oriente la regione caspica, l’India raggiunta attraverso l’altopiano iranico, l’Asia minore e, in occidente, tutta l’Africa settentrionale fino alle sue propaggini atlantiche, abitate dai Berberi che, nel 701, furono assoggettati e convertiti all’Islam.

Nel 711 il generale berbero Târiq ibn Ziyâd attraversò con il suo esercito lo stretto di Gibilterra ed invase la Spagna. Dalla Spagna e dal nord Africa la flotta araba, o saracena come veniva allora chiamata nell’occidente cristiano[1], si mosse alla conquista della maggior parte delle isole e del Mediterraneo occidentale, arrecando, per oltre due secoli, danni alle città e ai monasteri situati lungo le coste europee e, in modo particolare, a quelle italiane.

Il primo attacco saraceno alla Corsica avvenne nell’anno 806 e altri ne seguirono negli anni successivi fino a conquistare l’isola che divenne una loro base militare per attaccare le coste settentrionali del Tirreno. La Corsica rimase sotto il dominio saraceno fino alla metà dell’XI secolo. Stessa sorte toccò alla Sardegna dove tra l’anno 807 e il 1015 i saraceni effettuarono numerosi sbarchi installandosi per un lungo periodo nella parte meridionale dell’isola.

Nell’827 i saraceni tunisini iniziarono la conquista della Sicilia che rimase sotto il loro dominio fino all’avvento dei Normanni.

Nell’890 i saraceni spagnoli sbarcarono sulla costa della Provenza e si installarono a Frassineto (da localizzare nei pressi dell’attuale Massiccio dei Mori) da dove partivano per le loro razzie in Piemonte.

Nel 934 Genova fu attaccata da una spedizione araba partita da Mahdia, la città venne messa a ferro e fuoco e gli abitanti sopravissuti alla strage vennero fatti prigionieri.[2]

Poche sono le fonti che documentano gli avvenimenti di questo periodo e in modo particolare la sorte delle isole dell’Arcipelago Toscano dove a partire dal IV secolo dell’era cristiana si erano installate fiorenti comunità monastiche.[3] Di queste comunità e degli abitanti delle isole dell’Arcipelago non si hanno più notizie nel periodo che va dall’arrivo dei saraceni nell’Alto Tirreno fino agli ultimi anni dell’ XI secolo: è probabile che i monasteri siano stati distrutti e che gli abitanti siano stati uccisi o fatti schiavi.

Nel secolo XI, però, le città costiere dell’Italia settentrionale cominciarono a reagire agli attacchi saraceni e prima di tutte la città di Pisa, che non esitò a organizzare spedizioni vittoriose anche in zone lontane dalle coste del suo territorio: in Calabria nel 1005, in Sardegna nel 1015 e 1016, a Bona, in Africa, nel 1054, a Palermo nel 1063, ed a Mahadia, nel golfo di Gabes in Tunisia, nel 1087 insieme ai Genovesi.

Nello stesso secolo si svolse la guerra dei Pisani contro i saraceni per liberare la Corsica, la Sardegna e le isole dell’Arcipelago Toscano dai corsari che vi si erano insediati.[4]

Il risultato della riconquista delle due isole maggiori e dell’Arcipelago Toscano appare chiaramente nel trattato di pace del 1149 tra Pisa e il re di Valencia, nel quale vengono indicati i possedimenti marittimi di Pisa nell’alto Tirreno: Sardegna, Corsica, Giglio, Giannutri, Montecristo, Pianosa, Elba, Capraia e Gorgona, quasi a definire i confini marittimi del dominio pisano.[5]

Mentre Pisa consolidava il suo dominio nel Tirreno settentrionale inevitabilmente si venne a trovare in forte contrasto con Genova che a sua volta stava sviluppando i suoi commerci marittimi. Nonostante uno sforzo congiunto per portare un duro colpo ai saraceni con la vittoriosa impresa di Mahadia, i primi screzi nacquero per l’interesse commerciale e strategico che entrambe le città avevano per la Corsica e la Sardegna.

I primi scontri per la Corsica iniziarono nel 1119 e si conclusero nel 1133 con una pace che durò fino al 1162 in quanto entrambe le città erano impegnate su altri fronti e, in modo particolare, a rafforzare la loro presenza nel Levante. Con il trattato del 1133, promosso dal pontefice Innocenzo II, Pisa ottenne che i diritti metropolitani della sua chiesa fossero estesi alle diocesi di Massa Marittima, e a due diocesi in Sardegna; inoltre il suo arcivescovo divenne legato apostolico su tutta la Sardegna. La diocesi di Massa Marittima che aveva inglobato quella di Populonia comprendeva anche le isole dell’Arcipelago Toscano, e quindi Capraia.[6]

Nel 1162, a Costantinopoli, scoppiò la scintilla che provocò una lunga guerra che si svolse prevalentemente nel Tirreno. Un migliaio di Pisani attaccarono trecento mercanti genovesi che, per salvare la loro vita, abbandonarono i loro beni e fecero ritorno in patria. Genova organizzò una spedizione punitiva contro Pisa che portò a numerosi scontri in mare. In uno di questi scontri che si svolse nell’Arcipelago Toscano, il 22 luglio le galee genovesi incendiarono Capraia, per rappresaglia e per eliminare una base pisana.[7]

Due episodi citati dall’annalista genovese Oberto Cancelliere testimoniano che Capraia era un sicuro punto di approdo della flotta da guerra pisana. Nel 1166 i Genovesi armarono una flotta di sette galee al comando del console Ansaldo di Trenquerio perché intercettasse tre galee pisane che si erano recate in Provenza dove avevano catturato una piccola imbarcazione di Savona ed avevano affondato altri legni minori. Il console Trenquerio diresse la sua flotta verso l’Arcipelago Toscano e sorprese cinque galee pisane che erano alla fonda in Capraia. Le galee pisane alla vista della flotta, levarono le vele dandosi alla fuga e sfuggirono alla cattura approfittando del calare della notte. Nel 1169 il console genovese Anselmo Garrio che voleva intercettare una galea pisana, che si riteneva fosse andata in Provenza inviò, due galee a Capraia, due a Gorgona, e due in Corsica.[8]

Nonostante il continuo stato di belligeranza con Genova, Pisa non rinunciò a proteggere i suoi interessi commerciali: nel 1184 strinse un trattato di pace e di commercio con Abu-Hibrahim Ishak signore delle isole Baleari; nel 1186 un analogo trattato venne firmato con Abu-Yousouf-Yacoub, figlio del califfo almohade, per il commercio dei pisani a Ceuta, Orano, Bugia e Tunisi.

In entrambi i trattati venne ribadito che i possedimenti pisani oltre la terraferma comprendevano le due isole di Corsica e Sardegna e tutte le isole dell’Arcipelago Toscano.[9]

Da alcuni decenni Pisa aveva iniziato a sostenere la politica italiana degli imperatori tedeschi, sostegno che venne ricompensato nel 1162 con un Privilegio di Federico I «Barbarossa» che concesse in feudo alla città gran parte della costa toscana. Nel 1191 l’imperatore Enrico VI figlio del Barbarossa ribadì il privilegio concesso dal padre, estendendolo però alle isole dell’Arcipelago Toscano e alla Corsica.[10] Privilegio che nella stessa forma verrà confermato dall’imperatore Ottone IV nel 1209.[11]

Man mano che Pisa andava affermando il suo dominio sulle isole dell’Arcipelago nuovi abitanti, provenienti probabilmente dal continente, si unirono ai pochi sopravissuti dalle scorrerie ed occupazioni saracene. Una delle prime isole a riprendere vita è Gorgona dove intorno  alla metà dell’XI secolo si insediarono i benedettini che vi fondarono il monastero di S. Gorgonio. I monaci benedettini della Gorgona svolsero probabilmente anche un’azione missionaria sia in Corsica sia nelle isole dell’Arcipelago. In terraferma fondarono il monastero di S. Vito a Pisa, mentre in Corsica la loro attività è testimoniata dalle numerose chiese da loro possedute nel XII secolo.[12]

È molto probabile che la pieve di Santo Stefano di Capraia, di chiaro stile romanico-pisano, sia stata costruita nel secolo XII ed affidata ai benedettini di S. Gorgonio. Questa attribuzione ci sembra essere confermata da due documenti originali, provenienti dal monastero della Gorgona, che parlano del prete Bonaccorso. Questi era un pisano, già cappellano della chiesa di S. Damiano nel Capo Corso che nel 1202 prese l’abito benedettino a Pisa nel monastero di S. Vito. Nel 1224 mentre era a Capraia come «plebanus ecclesie Sancti Stefani de Capraia» fece testamento, nel monastero di S.Vito a Pisa, a favore dei nipoti dei beni che possedeva in quella città. La scelta del luogo dove costruire la chiesa è probabilmente connesso all’insediamento dei monaci nella stessa località nell’alto medioevo.[13]

 048-S.Stefano 2

Pieve di Santo Stefano al Piano (foto F. Guidi)

La presenza di una pieve e del suo pievano dimostra che ormai l’isola si era ripopolata e che si era formato un piccolo paese, anche se non sappiamo se inizialmente esso sorse attorno alla pieve. Forse più tardi, per essere meglio protetti, gli abitanti costruirono le loro case nel massiccio roccioso che tuttora si erge sul braccio di levante del più ampio golfo dell’isola.

Come testimoniato da diversi documenti la chiesa di S. Stefano fu per diversi secoli la parrocchia titolare dell’isola. La chiesa, nel corso dei secoli subì numerosi rimaneggiamenti anche a seguito delle incursioni dei corsari barbareschi, nel 1540 e nel 1624, e successivamente lasciata cadere in abbandono ed utilizzata con il terreno circostante come luogo di sepoltura. L’ultimo restauro del 1970 con il rifacimento con tegole del tetto e il ripristino della facciata hanno alterato l’aspetto primitivo della chiesa e solo l’abside e parte dei muri laterali si possono far risalire al periodo pisano.[14]

Per quanto riguarda la consistenza della popolazione abbiamo i documenti ecclesiastici relativi al pagamento delle decime nella diocesi di Massa Marittima.[15] Nell’anno 1298 le «Plebes de Capraria» versano cinque lire e cinque soldi, importo notevole se si confronta con le altre plebi della diocesi dove solo Piombino versa un importo superiore, indice questo della presenza di una popolazione pari se non superiore a quella di molti paesi della diocesi.[16] Negli anni 1302-1303 le decime versate dalle plebi di Capraia scendono a due lire e 10 soldi, ma questa diminuzione corrisponde a quella delle altre plebi della diocesi.[17]

Sempre nel XII secolo venne costruito il muro a difesa delle case del piccolo villaggio che si era formato sulla costa di levante e che si affacciava sul maggior golfo dell’isola, dove si trovava uno scalo naturale protetto dal mare e dai venti. Di questo muro si erano perse le tracce e solo i recenti scavi archeologici all’interno della cortina della fortezza eretta dai Genovesi nel Cinquecento ne hanno riportato alla luce un breve tratto. Questo muro permetteva ai Capraiesi di difendersi dagli attacchi esterni dei pirati. Esso dimostrò la sua efficacia in diversi episodi dei primi decenni del XVI secolo: l’assedio di Giacomo da Mare nel 1504, l’attacco del corsaro turco Kemal Rais nel 1506, e poi, nel 1540, l’attacco di Dragut che dopo una resistenza di quattro giorni dei Capraiesi riuscì a sfondare il muro e penetrare nel paese distruggendolo. Una descrizione di questo muro ci è stata tramandata dal Capitano Genesio da Quarto che fu inviato a Capraia dalle Compere di San Giorgio, sempre nel 1540, per costruirvi il nuovo forte: «da un pianoro di roccia comincia l’ascesa non troppo ripida verso questo ammasso roccioso e in questa prima ascesa anticamente è stato fatto un taglio nella roccia alto circa 3 metri quasi dritto da un lato all’altro del precipizio. Su questa roccia tagliata è stato fatto un muretto spesso 60 centimetri circa ed alto circa 1,70 metri. All’interno di questo primo muretto ad una distanza di circa 2,7 metri è stato costruito un muro che serviva di difesa del paese e al quale si appoggiavano delle case».[18]

Il Capitano decise quindi di costruire la cortina al posto del primo muro di difesa del paese pisano, e di non demolire il muro interno, quello rinvenuto durante gli scavi, che serviva a rafforzare dall’interno la nuova cortina.[19]

 Forte-muro pisano

Forte di Capraia – Scavi, area 3000 – 1, Muro pisano del XII sec.; 2, muro di una casa ante Dragut; 3, panca XVIII secolo; 4, restauro XX secolo su muro post Dragut

Nel corso del XIII secolo Pisa si vide confermare il suo dominio sulle isole dell’Arcipelago con i privilegi degli imperatori Ottone IV nel 1209 e Federico II nel 1220. Anche i reami saraceni che strinsero accordi di pace e commercio con Pisa riconobbero le isole come parte del territorio della Repubblica.[20]

Con l’ascesa al trono del Regno di Sicilia di Federico II (1194-1250) nel 1198 inizia un periodo di scontri tra quest’ultimo e il papato. Pisa si schierò decisamente in favore di Federico II e ne divenne un alleato fidato rinfocolando così la guerra con Genova, schierata con i vari papi che si successero in quel periodo.

Nella primavera del 1241 una flotta genovese che trasportava diversi cardinali e vescovi europei a Roma per un sinodo indetto da papa Gregorio IX venne sorpresa al largo dell’isola del Giglio da una flotta siculo–pisana al comando di Ansaldo da Mare, un rinnegato genovese che era diventato ammiraglio di Federico II. La flotta genovese fu rapidamente soprafatta, Due cardinali e numerosi vescovi furono presi prigionieri e i genovesi persero ventidue delle loro galee con il loro ricco carico.[21]

Nel giugno del 1243, alla morte del papa Gregorio IX venne eletto come suo successore il genovese Sinibaldo Fieschi che prese il nome di Innocenzo IV. Il suo pontificato iniziò con l’obiettivo di raggiungere un accordo con Federico II. Allo scopo delegati delle due parti diedero inizio a delle trattative che dovevano risolvere i numerosi punti di contrasto legati a problemi territoriali, alla supremazia delle due entità, impero e papato, al diritto di dare e revocare la scomunica, alle alleanze con le città lombarde.

Le trattative si protrassero per diversi mesi fino al giugno dell’anno successivo quando i due contendenti si apprestarono a convergere su Narni dove dovevano incontrarsi per siglare un accordo di pace. Ma Innocenzo IV non si fidava dell’imperatore: uscito da Roma, aveva preso inizialmente la via del Nord ma poi ritornò sui suoi passi, si diresse verso Sutri e con una piccola scorta puntò su Civitavecchia dove lo attendevano delle galee genovesi. Nonostante il pericolo di incontrare la flotta siculo-pisana e il rischio di essere catturato, come era accaduto ai cardinali due anni prima, il pontefice, sette cardinali e poche altre persone del suo seguito si imbarcarono su una delle galee genovesi. La flotta genovese fece rotta verso nord per raggiungere Genova, ma incappò in una tempesta e il primo luglio la flotta fu costretta a ripararsi nel porto di Capraia, possedimento pisano, per pernottarvi. Il giorno dopo il pontefice diede l’assoluzione a tutti i presenti e assistette alla celebrazione di una messa in onore della Beata Vergine. Subito dopo la funzione la flotta genovese ripartì, nonostante il cattivo tempo, per il timore di incontrare le galee siculo-pisane. Il pontefice, dopo una sosta a Portovenere raggiunse Genova l’otto luglio.[22]

Questo episodio, riportato del cronista inglese Matteo Paris, è importante per due ragioni. La prima, perché conferma che l’isola era possedimento di Pisa e che solo a causa della tempesta le galee genovesi decisero di sostarvi, la seconda perché testimonia l’esistenza della chiesa del porto dedicata già in quei tempi alla Beata Vergine.

Anche dopo la morte di Federico II la guerra tra Pisa e Genova continuò in quanto entrambe miravano alla supremazia nel Tirreno settentrionale e al possesso della Corsica e della Sardegna.

All’inizio del 1283 Pisa armò otto galee e otto barche per portare truppe in Corsica per attaccare i Genovesi che occupavano gran parte del Capo Corso. Venuti a conoscenza di quanto si stava preparando, i Genovesi armarono nove galee al comando dei capitani Idetto Mallone e Montanario Squarzafico, ai quali furono consegnate istruzioni da aprirsi solo quando arrivati a Capraia, senza rivelare loro la consistenza della flotta pisana. Giunti all’isola verso sera, di nascosto inviarono a terra un esploratore il quale, salito su uno dei monti, riferì di aver scorto diciotto vele che reputava galee. I due capitani, che non avevano ancora aperte le istruzioni, presero la fuga verso Bonifacio. Qui giunti, con grande scorno, aprirono le istruzioni e si resero conto che la flotta pisana era di entità inferiore alla loro.[23]

Nell’anno successivo, il 1284, avvenne lo scontro decisivo tra le due Repubbliche marinare: il 6 agosto nei pressi della Meloria si scontrano le due flotte, quella genovese divisa in due squadre comandate rispettivamente da Oberto Doria e Benedetto Zaccaria, e quella pisana comandata dal veneziano Albertino Morosini, podestà di Pisa. Fu uno scontro cruento terminato con la vittoria genovese e che procurò a Pisa migliaia di morti, prigionieri, e ingenti rovine alla flotta e alle macchine da guerra.

Dopo lunghe trattative, il 15 aprile 1288, fu firmato un trattato di pace nel quale Genova impose a Pisa dure condizioni, che contemplavano concessioni territoriali, pene pecuniarie e restrizioni alla navigazione; nel Tirreno erano previste cessioni territoriali in Sardegna, rinuncia definitiva ad ogni rivendicazione sulla Corsica, e per quanto riguarda le isole toscane, Pianosa doveva rimanere priva di abitanti, nell’isola d’Elba doveva cedere un castello nel quale Genova avrebbe posto una guarnigione mantenuta a spese di Pisa.[24] Non si parla di Capraia o delle altre isole perché evidentemente esse per Genova non avevano alcuna rilevanza strategica.

Le ostilità tra Pisa e Genova continuarono, anche se alternate da lunghi periodi di tregua, fino agli anni quaranta del XIV secolo quando le due città stipularono un trattato di alleanza.

In questo secolo Pisa, città ghibellina, fu costretta a confrontarsi con la nascente potenza di Firenze, città guelfa, che mirava ad ottenere condizioni di particolare privilegio per i suoi mercanti e per le merci di passaggio per Pisa e Porto Pisano.

La guerra tra Pisa e Firenze si svolse anche per mare: nell’agosto del  1362, Firenze ottenne l’aiuto di due galee di Nicola Acciaiuoli, gran siniscalco del regno di Puglia, che andarono in corsa e che «assai affannarono i Pisani, no lasciando nel porto di Pisa legno che no pigliassono, rubassono e ardessono: e all’isola della Capraia scesono in terra, e levarono preda di mille capi di bestie e il simile feciono a Gilio e a Vada per tutta quella marina dove danni di preda d’arsioni poterono fare, a grande onore del Comune di Firenze».[25] Il bestiame di cui parla il cronista era probabilmente costituito da bovini e capre. La pressione di Firenze su Pisa si fece sempre più stretta imponendo anche trattati commerciali giugulatori finché nell’agosto del  1405 Firenze assediò la città che fu costretta alla resa il 9 ottobre del 1406. Fu questa la fine dell’indipendenza della città.

In precedenza, il 3 ottobre del 1406, nelle trattative sui patti di resa di Pisa ai Fiorentini, Giovanni Gambacorti, Capitano del Popolo, prometteva di cedere Pisa a Firenze, chiedendo per sé di essere fatto cittadino fiorentino, 50000 fiorini, il vicariato di Santa Maria in Bagno, e le isole di Capraia, Gorgona e Giglio. Dobbiamo presumere che il Gambacorti non prese mai possesso dell’isola di Capraia: infatti, nel 1407 la Signoria di Firenze ordinò a Filippo Salviati, capitano delle galere fiorentine nel Tirreno, di prendere l’isola di Capraia «con forza ed ingegno».[26] È probabile che Simone De Mari, nel periodo della guerra tra Firenze e Pisa, approfittando della debolezza di quest’ultima, abbia occupato l’isola che però, nel 1413, dovette restituire al Gambacorti, secondo le clausole del trattato tra Genova e Firenze che sanciva la pace tra le due città, dopo la guerra per il possesso di Portovenere e Sarzana.[27]

Nel febbraio del 1430, Simone De Mari s’impossessa definitivamente di Capraia come attesta lo storico Giovanni Dalla Grossa, che in quel periodo era il suo cancelliere.[28]

I De Mari erano una delle più antiche famiglie genovesi che si era insediata nel nord del Capocorso verso la metà del Duecento: nel 1246 Ansaldo De Mari, ammiraglio di Federico II, acquistò, per 2000 lire genovesi, il castello di San Colombano e altri castelli in Corsica.[29]

 Come già detto, la documentazione storica su Capraia dagli albori del secondo millennio alla fine del XIV è quasi inesistente perché molti documenti del periodo pisano sono andati perduti.

È però evidente che in questo periodo vi fu una continuità nell’appartenenza di Capraia al dominio della Repubblica di Pisa, che non venne meno neppure dopo la sconfitta della Meloria. Non fu probabilmente un governo diretto dell’isola perché non risulta la presenza di soldati pisani a presidiarla o che vi fosse un podestà pisano. L’isola veniva probabilmente gestita dall’Universitas o Comunità degli abitanti con degli statuti approvati da Pisa. È infatti la Universitas di Capraia che trattò l’atto di vassallaggio con Simone De Mari come appare in una supplica dei Capraiesi del 1506 nella quale fa risalire la sua origine a tempi lontani: « Davanti a voi Magnifico Officio de Sancto Georgio compare Manuelo de Piero e Antonio de Piero remesi e mandati da la unniversita e homini de la insola de Capraia a nome de li quali dicono che consi sia che per Spano de Agni se fusino datti sotto la protecione de li antecepsori de detto Jacobo de Mare Signore di Capo Corso sotto pacti e convencione imperitura che da li sopradetti non potessimo essere gravati comodo cumque a maiore gravesa de sacha sexaginta de biave [biade] per ciaschaduno anno chome pare in la scriptura de essa convenzione».[30]

Degli abitanti e della loro economia durante il dominio pisano sappiamo ben poco. Possiamo dedurre che vivessero essenzialmente dell’allevamento del bestiame e della produzione di poche granaglie appena sufficienti per la popolazione, e di un poco di pesca fatta con delle piccole imbarcazioni. È probabile però che vi fossero numerosi vigneti con una buona produzione di vino, parte del quale veniva esportato nelle isole vicine e in Maremma, come accadde nei secoli successivi.

Roberto Moresco                                                                              11 febbraio, 2013

[1]J.Tolan, Les Sarrasins, Parigi 2003, p. 40: secondo Sant’Isidoro il nome Saraceni deriva loro in quanto discendenti di Sara, moglie di Abramo.

[2]Sulla storia di questo periodo vedere: J.Tolan, Les Sarrasins, cit.; D. Abulafia, The great sea, Londra 2011, M. Vergé-Franceschi, Histoire de Corse, Des origines au XVIIesiècle, Tome I, Parigi 2000, G. Volpe, Il Medioevo, Bari 1999, AA.VV., Storia di Genova, Mediterraneo Europa Atlantico, Genova 2003;O Banti, Breve storia di Pisa, Pisa 2005; G. Benvenuti, Storia della Repubblica di Pisa, Pisa 2003.

[3]R. Moresco, Monachesimo a Capraia nell’Alto Medioevo, in http://www.storiaisoladicapraia.com.

[4] La documentazione su questo periodo è quasi inesistente.

[5]M. Amari, I diplomi arabi del R. Archivio Fiorentino, Firenze 1863, pp. 239-240: «… Quod mei homines…aufendere a monte qui Corvus, in terra neque in mari, neque innisula Sardinea, neque in Corsica, neque in Gilio, nec in (Iann)uti, neque in Monte Christo, nec in Planosa, neque in Elba, nec in Capraria, neque in Gorgona, et in homnibus locis in terra sive in mari ubi Pisanos illocumque homines inveneris, averes et pesonas salvas facere debent …».

[6] L’isola di Capraia ha fatto parte della dicesi di Massa Marittima fino al 1817.

[7]Di questo episodio parla Bernardo Marangone, Gli Annales Pisani di Bernardo Marangone, Rerum Italicarum Scriptores, …, p. 27 che pone l’avvenimento nel 1163: « D. MCLXIII, XIII kal. Iulii, Pisanis in pace commorantibus, et nullum apparatum triremium habentibus, Ianuenses XXV galeas habentes, diffidentiam, per litteras eorumque nuntios indixerunt, et rupto pacis federe, cum periurio nefandissimo guerram crudelissimam cum eis ex inproviso inceperunt. Caprariam XI kal. Iulii igne succenderunt».

Annali Genovesi di Caffaro e dei suoi continuatori, Caffaro, vol. I, Genova 1923: pp. 93-94, pone l’episodio nel 1162 e non menziona l’incendio di Capraia. Anche P. Tronci, Annali Pisani, Pisa 1828, p. 160, pur rifacendosi al Marangone e citando l’incendio di Capraia pone l’episodio nel 1162.

[8] Oberto Cancelliere, Annali Genovesi di Caffaro …, cit., vol. II, pp. 69 e 123.

[9] M. Amari, I diplomi arabi …, cit., pp. 230-236 e 17-22.

[10] L. Weiland, J. Schwalm, M.Kühn, Monumenta Germaniae Historica, Hannover 1893: Conventio cum Pisanis del 6 aprile 11 1162, pp. 282-292; Conventio cum Pisanis del 1 marzo 1191, pp. 472-477.

[11] F. dal Borgo, Raccolta di scelti diplomi pisani, Pisa MDCCLXV, pp. 28-32.

[12] S. P. P. Scalfati, Corsica Monastica, Pisa 1992, pp. 63 e 96.

[13] R. Moresco, Monachesimo a Capraia …, cit..

[14] A. Riparbelli, La chiesa romanica di S. Stefano protomartire in Capraia Isola, Firenze 1975.

[15]La decima parte del raccolto o del reddito di qualsiasi attività che, secondo le epoche e le usanze, veniva pagata come tributo al sovrano, al feudatario, alla Chiesa.

[16] P. Guidi, Tuscia, La decima degli anni 1274-1280, Città del Vaticano 1932, pp. 147-149

[17] M. Giusti, P. Guidi, Tuscia, La decima degli anni 1295-1304, Città del Vaticano 1942, pp. 193-196.

[18]Trascrizione in italiano moderno. Il testo originale in R. Moresco, Capraia sotto il governo delle Compere di San Giorgio ( 1506-1562), Atti della Società Ligure di Storia Patria XLVII, I, 2007, p.382.

[19] Sugli scavi e la foto v. M. Milanese, M. Febbraro, A. Meo, Lo scavo archeologico del Forte San Giorgio a Capraia, in Un’isola “superba” Genova e Capraia alla riscoperta di una storia comune, Genova 2012, pp. 49-54; Per a storia di Capraia nel XVII secolo v.  R. Moresco, Capraia sotto il governo delle Compere …, cit., pp.357-428.

[20] M. Amari, I diplomi arabi …, cit., pp. 292-302: nei trattati di commercio con i re di Tunisi del 1234 e 1265, nei confini del dominio pisano vengono incluse la Corsica, l’Elba, Capraia, Giglio , Montecristo e Pianosa.

 [22] Monumenta Germaniae Historica, Tomo XXVIII, Hannover 1888, p.243. Nella Chronica Majora di Matteo Paris (1200-1259) monaco inglese il viaggio è così descritto: «Intravit igitur unam galea rum illarum dominus papa sero cum 7 cardinalibus et paucis aliis comitantibus. Et vix magnum mare intraverant navigantes, ecce occupat ipsos tempestas validissima, non tamen ex adverso, et erectis velis, non sine maximo timore et periculo, eadem via qua navigantes capti erant prelati, per 100 miliaria, die Veneris sequenti, compellante tempestate rapti, applicuerunt in portu insule cuiusdam Pisanorum, ibidem pernoctantes. In crastino vero omnibus a peccatis suis absolutis, et audita missa de beata virgine, temente vehementer Pisanos, raptim se ad insulam Ianuensium provehebant, scilicet centum et viginti quatuor miliari bus ipso die peractis. Et vix pre tempestates evadentes, venerunt ad Portum-Veneris, ubi moram fecerunt die dominica et die Lune; die vero Martis pervenerunt Ianuam letabundi».

[23]Annali Genovesi di Caffaro e dei suoi Continuatori, Jacopo Doria, vol. VIII, Genova 1930, pp. 69-70.

[24] Liber Iurium Reipublicae Genuensis, in Historiae Patriae Monumenta, II, Torino 1857, pp. 127-164. Su questo trattato anche O. Banti, I trattati fra Genova e Pisa dopo la Meloria fino alla metà del secolo XIV. Genova, Pisa e il Mediterraneo tra Due e Trecento, Atti della Società Ligure di Storia Patria, XXIV,II, 1984, pp. 351-366.

[25] M. Villani, Cronica di Matteo Villani, Tomo II, Firenze 1846, p. 421.

[26] Gli accordi tra G. Gambacorti e la Repubblica Fiorentina in P.Tronci, Annali Pisani, Pisa 1828, p. 199; la lettera di F. Salviati in I. Manetti Bencini, Firenze e le isole della Capraia e della Pianosa, Archivio Storico Italiano, XIX (1897), p. 114.

[27]A. Giustiniani, Annali della Repubblica di Genova, Genova 1537, cart. CLXXVv e CLXXVIv-CLVIIr; Liber Iurium Reipublicae Genuensis …, cit., pp. 1410-1438, trattato tra Genova e Firenze del 27 apr. 1413.

[28] G. Della Grossa, Croniche, Bulletin de la Société des Sciences Historiques et Naturelles de la Corse, 1907, p. 288. J.-A. Cancellieri, De Mari, Simone, in Dizionario Biografico degli Italiani, Vol. 38, fa risalire il dominio dei De mari su Capraia agli inizi del secondo decennio del Quattrocento.

[29] M. Vergé-Franceschi, Le Cap Corse, Généalogies et destins, Aiaccio 2006, p.35. Per la storia

successiva v. R. Moresco, L’isola di Capraia dal dominio dei De Mari a quello del Banco di San Giorgio, in Un’isola “superba, Genova e Capraia alla riscoperta di una storia comune, Genova 2012, 19-31.

[30] Archivio di Stato di Genova ( ASG), S. Giorgio, Primi Cancellieri, n. 81, doc. 347-348, supplica di Manuello di Piero e di Antonio di Piero, a nome della Università di Capraia, ai Protettori delle Compere [suprema magistratura del Banco di San Giorgio] del 18 maggio 1506.

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