Per una storia dell’emigrazione dall’isola di Capraia al Sud America di Tomaso Contu e Martino Contu

Contu.Cpoertina 1Sono lieto di accogliere come collaboratori gli amici Tomaso Contu e Martino Contu.

Tomaso Contu è stato ufficiale di rotta della Marina mercantile ed è attualmente militare della Guardia di Finanza in servizio presso la Stazione navale di Livorno. Ha scritto il primo paragrafo della presente comunicazione.

Martino Contu, laureato in Scienze Politiche, si è specializzato in “Studi Sardi” All’Università di Cagliari e ha ottenuto un master europeo in “EStudios latinoamericanos: diversidad cultural y complejidad social” presso l’Università Autonoma di Madrid. Dal 2000 è Presidente del Centro Studi Sea ed ha insegnato Sociologia generale e Sociologia dei processi culturali presso l’Università di Cagliari. Dal 2011 è direttore della rivista scientifica “AMMMENTU”, Bollettino Storico , Archivistico e Consolare del Mediterraneo (http://www.centrostudisea.it/ammentu/). Numerosi i suoi articoli sull’emigrazione e l’attività politica dei Sardi pubblicati su riviste scientifiche italiane e straniere.

 Questo saggio è tratto da Martino Contu, Giovannino Pinna (a cura di), L’emigrazione dalle isole del Mediterraneo all’America Latina fra XIX e XX secolo, Centro Studi SEA, Villacidro 2009, pp. 165-181.

Per una storia dell’emigrazione dall’isola di Capraia al Sud America   di Tomaso Contu e Martino Contu

  1. Capraia: un’isola in mezzo al Mediterraneo occidentale tra Corsica e Toscana

 L’isola di Capraia, anticamente chiamata Aegjlon dai Greci, e poi Capraria dai Romani, deriverebbe il nome dalla presenza di capre selvatiche nell’isola, oggi estinte, ma secondo un’altra ipotesi il toponimo deriverebbe da un tema mediterraneo, karpa,  con il significato di roccia[1]. Attualmente fa parte del Parco nazionale dell’arcipelago toscano, istituito il 22 luglio del 1996 con decreto del presidente della Repubblica. È inserita, inoltre, nel santuario dei cetacei la cui nascita è stata sancita da un accordo internazionale firmato a Roma nell’ottobre del 1999 dai ministri italiano, francese e monegasco, poi ratificato dal governo italiano con legge n. 391 dell’11 ottobre 2001. Ci troviamo di fronte a un ambiente che può vantare la più alta concentrazione di cetacei fra tutti i mari italiani. L’arcipelago toscano comprende sette isole: Elba, Giglio, Capraia, Montecristo, Pianosa, Giannutri e Gorgona. Si tratta del più grande parco marino d’Europa con i suoi 60.000 ettari di mare[2]. L’unico centro abitato di Capraia è Capraia Isola, un comune di quasi 400 abitanti, facente parte della provincia di Livorno. Il porto dell’isola  (lat 43°02’.9 N; long 009°50’.2 E) oggi ospita numerose unità da diporto che da tutte le parti del Mediterraneo trovano un sicuro riparo da venti e mareggiate essendo un’insenatura riparata sulla costa nord orientale, protetto su uno sperone a picco dalla fortezza genovese, il castello San Giorgio. Dal porto, una strada di circa 1 km lungo il golfo porta al paese di Capraia Isola il cui centro si trova a 52 metri di altitudine.

Capraia si trova a 35.7 miglia (mg) da Punta del Ferraione al faro di Livorno, mg 21.2 da Punta della Teglia a Punta di Cala Scirocco di Gorgona, 29.7 mg  da Punta della Capitata a Punta Falcone nel promontorio di Piombino, a 14.3  mg da Punta del Trattoio all’isola Finocchiarola in Corsica. È situata quindi nel canale di Corsica, braccio di mare al confine tra il Mar Ligure e il Mar Tirreno, compresa tra i paralleli 43° 00’.1 e 43°04’.3  di latitudine Nord  e i meridiani  009° 47’.5 e 009°50’.9 di longitudine Est[3].

Nel corso dei secoli, per la sua posizione geografica, lungo il tragitto che le navi pisane e genovesi percorrevano per raggiungere la Sardegna, la Sicilia e le coste del levante e dell’Africa, l’isola di Capraia ha sempre interessato i naviganti, se non altro come punto di sosta e di ricovero durante le tempeste. È per questa ragione che essa è sempre rappresentata sulle carte nautiche anche le più antiche […].  Nel secolo XVIII con lo sviluppo dei traffici commerciali all’interno del Mediterraneo, si affinano sempre più non solo le tecniche di costruzione dei navigli, ma anche gli strumenti necessari  alla navigazione: tra questi i due più importanti sono la bussola e la carta nautica su pergamena. Le due realizzazioni hanno la loro culla nelle Repubbliche marinare italiane che in questo secolo detengono una posizione dominante in tutto il Mediterraneo […][4].

Il popolo si è dedicato nei secoli alle attività di pesca e al commercio; solo  ultimamente ha scoperto  una vocazione turistica per le sue bellezze naturali difficilmente riscontrabili in altri contesti naturali. È un isola di origine vulcanica, la terza per grandezza dell’arcipelago toscano dopo l’Elba e il Giglio. È infatti lunga circa 8 km (da Punta Teglia a nord a Punta dello Zenobito a sud) e larga 4 km per una superficie di 19,26 kmq. Il perimetro è di circa 30 km. Il cono di eruzione è ancora oggi ben visibile per metà nella tipica Cala Rossa, sicuramente una delle cale più particolari dell’arcipelago. Presenta coste alte e rocciose con assenza di spiagge e un piccolo bacino lacustre nell’area più interna e montuosa, con cime lungo una catena centrale (che si avvicina sino a 1 km dalle coste) con vette di oltre 400 metri. Il rilievo maggiore è il Monte Castello alto 447 metri, che sul versante occidentale si avvicina al mare con dirupi, mentre su quello orientale scende più dolcemente con piccole valli torrentizie (vadi), la più importante delle quali è il vado del porto, lungo circa 3 km che sfocia presso Capraia porto. La costa è rocciosa e spesso inaccessibile via terra per la mancanza di strade; vi si aprono grotte e insenature, con guglie di roccia dovute all’erosione dell’acqua. La vegetazione è ricchissima e presenta alcune specie endemiche rarissime. Tra queste, spiccano tre specie  dei gabbiani dell’isolotto della Peraiola, situato nella costa occidentale, tra la Cala del Fondo e la Cala del Vetriolo e solo a pochi metri dall’isola principale, ma sufficienti per isolare alcune specie che si sono evolute diversamente dall’isola vicina: una ginestra senza spine, una lumaca senza guscio e una lucertola. Sul versante ovest dell’isola, su pareti ripidissime, vive anche il fossile della palma nana, risalente a quando tutta l’Europa era coperta da specie oggi presenti solo molto più a sud. Prevale la gariga, vegetazione a cavallo tra la steppa e la macchia mediterranea con elicriso, cisto marino, mirto, lentisco, rosmarino, oleandro, euforbia arborea. Le capre e le foche monache della fauna sono oggi estinte. Da segnalare, infine, lo stagnone della Capraia, piccola zona umida che si estende nella parte alta dell’isola[5].

Nel 1055, l’isola fu conquistata dai pirati saraceni, poi fu dominata dai Pisani e passò definitivamente sotto l’orbita di Genova dopo la battaglia della Meloria, che vi pose la signoria del patrizio Jacopo di Mari (1430). Nel 1507 venne costruita dai Genovesi la fortezza di San Giorgio e le torri di avvistamento per controllare la pirateria. Legata amministrativamente alla Corsica, nel 1767 fu occupata dalle truppe corse di Pasquale Paoli. Rimase alla Repubblica di Genova anche dopo che la Corsica venne data in affidamento alla Francia nel 1768 con il trattato di Versailles. Dopo l’annessione dell’ex Repubblica di Genova al Regno di Sardegna decisa al Congresso di Vienna del 1814 e la proclamazione del Regno d’Italia nel 1861, l’isola fece parte della provincia di Genova fino al 15 novembre del 1925[6], quando con il regio decreto n. 2111 passò alla provincia di Livorno; per la chiesa cattolica rimase parte dell’arcidiocesi di Genova fino al primo gennaio 1977. Nel 1873 venne istituita una colonia penale agricola in base a un accordo tra il comune e il ministero dell’Interno, con il vano intento di risollevare le condizioni economiche della popolazione e per arrestare il flusso migratorio in uscita. La colonia è stata chiusa nel 1986.

Un aspetto interessante della cultura isolana è rappresentato dal peculiare dialetto che si parlò a Capraia fino a tempi recenti: affine alla lingua corsa più che al toscano, subì per secoli l’influenza della lingua ligure arricchendosi di una quantità di prestiti lessicali e di componenti morfologiche e sintattiche di tale origine. Il dialetto capraiese si estinse nel corso del XX secolo in seguito al rinnovo della popolazione dell’isola: quella di ceppo locale venne infatti progressivamente sostituita da immigrati, in gran parte familiari dei dipendenti della colonia penale, che finirono per diventare la maggioranza, senza assimilare le consuetudini linguistiche dei vecchi abitanti[7].

Nel corso dell’Ottocento e del Novecento l’isola conobbe il fenomeno dell’emigrazione, in parte diretto anche verso l’America Latina. Le notizie su tale fenomeno sono sporadiche – non siamo a conoscenza tra l’altro di uno studio specifico sull’emigrazione capraiese – probabilmente anche per l’esiguità dei documenti conservati o, meglio – come scrive Fausto Brizi – «a causa della nota carenza di fonti archivistiche locali e del profilo tradizionalmente composito della stessa comunità capraiese»[8] che rende difficile poter ricostruire la storia dell’isola, ma anche un fenomeno particolare e complesso come quello dell’emigrazione.

  1. L’emigrazione negli anni del dominio sardo-piemontese (1815-1860)

 Roberto Moresco, nel saggio La marineria Capraiese  nel XVIII secolo, scrive che dagli inizi del Settecento la popolazione dell’isola crebbe, raggiungendo, verso la metà del secolo, le 1.600-1.800 unità[9]. Tale crescita fu determinata dal notevole sviluppo della marineria capraiese; attività che è «strettamente conness[a] alle vicende della “rivolta corsa” contro Genova»[10]. I problemi della Corsica «avvantaggiano economicamente Capraia: sia la “stretta serrata” (cioè il blocco totale dell’isola) decretata da Genova nel 1734, sia il venir meno della fiducia di Genova nei Corsi offrono ai Capraiesi l’opportunità di incrementare la loro attività nei trasporti marittimi tra la Corsica e il Continente, nel cabotaggio lungo la costa tirrenica e nel commercio diretto tra i vari porti»[11]. Infatti, «I padroni capraiesi approfittano di questa situazione sia sostituendosi parzialmente alla marineria corsa per il traffico commerciale da e per la Corsica, sia ottenendo da Genova numerosi contratti di trasporto commerciali e militari tra Genova e i vari presidi della Corsica, sia partecipando al trasporto di truppe da e per il continente»[12]. Moresco afferma che l’attività «dei marinai capraiesi, valse loro il riconoscimento da parte di diverse fonti di essere tra i migliori marinai del Mediterraneo»[13]. Alla fine degli anni sessanta, lo scontro tra la Repubblica di Genova e la Corsica si chiuse a vantaggio di quest’ultima. Nel maggio del 1767 l’isola di Capraia fu occupata dai corsi sotto la guida di Pasquale Paoli. Poi, con il trattato di Versailles del 15 maggio del 1768, Genova cedette definitivamente la Corsica alla Francia, mantenendo però il possesso dell’isola di Capraia sino al 1799, ossia sino all’arrivo di Napoleone, per poi passare, nel 1815, a seguito delle risoluzioni adottate nel Congresso di Vienna, al Regno di Sardegna, unitamente a Genova che perdette la propria indipendenza.

«La cessione della Corsica alla Francia – prosegue Moresco – pone le premesse del rapido ridimensionamento della marineria capraiese che, anche se non provato da documenti di tipo doganale, è senz’altro dimostrato dalla rapida diminuzione della popolazione dell’isola di Capraia nella prima parte del XIX secolo»[14].

Infatti, nel 1790, secondo la Breve notizia dell’isola di Capraja fatta nel 1790 di autore anonimo, la «popolazione dell’Isola consiste in circa mille ottocento anime divise in quattrocento fuochi o famiglie, di cui cento sono di vedove rimaste prive de’ mariti per li accidenti troppo frequenti della navigazione. Nulladimeno va crescendo, abbenché alcuni Caprajesi si siano stabiliti nell’Isola della Maddalena, ed altri si siano per sempre posti a servire sopra esteri bastimenti»[15]. Quasi vent’anni dopo, nel 1816, Goffredo Casalis, nel suo Dizionario, registra solo 1.000 unità[16]. Nel 1828, gli abitanti scesero a 900[17], agli inizi degli anni quaranta e alla metà degli anni cinquanta  a 750 circa[18] e nel 1858 a 646, di cui 268 maschi e 378 femmine[19].

Così, il ridimensionamento della marineria capraiese, la principale attività dell’isola nel corso del Settecento, favorì, già dalla prima metà del XIX secolo, l’esodo di gran parte dei suoi abitanti, in prevalenza uomini, che emigrarono in varie parti del mondo, spesso continuando a dedicarsi ad attività in qualche modo legate al mondo della marineria.

Come ha scritto Moresco nell’articolo Baleniere capraiesi nell’Atlantico del Sud, la storia dell’emigrazione capraiese «non è stata mai scritta e pochissime sono le testimonianze, che allo stato attuale delle ricerche, ci sono rimaste»[20]. Egli, tuttavia, nell’articolo appena citato, ci segnala un interessante e prezioso documento recentemente rinvenuto in un registro della parrocchia della Madonna del Porto e successivamente depositato presso l’Archivio Diocesano di Livorno, relativo al certificato di morte del capraiese Domenico Gallettini, stilato al Consolato Italiano di Buenos Aires, in Argentina, il 3 agosto 1850, che qui viene riproposto:

[…]. Avanti Noi Antonio Dunoyer Console Generale di Sua Maestà il Re di Sardegna è stata fatta la seguente dichiarazione di decesso. Nella notte delli diciasette alli diciotto giugno milleottocentoquarant’otto sulla spiaggia del Rio della Plata distante venti leghe da MonteVideo, è morto naufragato Domenico Gallettini di religione cattolico, d’età d’anni trenta, di professione Marinaro, nato e domiciliato in Capraja ed in suo vivente trafficante in queste acque come Patrone, e proprietario della Balliniera denominata “Clarina”, ammogliato con Santina Sarzana fu Domenico, nata, domiciliata, ed abitante nell’Isola di Capraja, addetta alle faccende domestiche, figlio di Nicola di professione Marinaro, e di Maria Antonia Bargone addetta alle faccende domestiche ambi nati, domiciliati, ed abitanti in detta Isola di Capraja, Suddito Sardo.

Dichiaranti li Signori Giacomo Dussol fu Francesco, d’età d’anni quarantacinque, nato in Capraja, di professione Negoziante, e Giuliano Cuneo fu Gregorio, d’età d’anni quaranta, nato in Capraja, di professione Patrone Marittimo, ambi sudditi Sardi qui domiciliati, ed abitanti. […]. Consta a Noi Console Generale che il cadavere del sopradetto Domenico Gallettini fu rinvenuto, e sepolto dal Patrone Marittimo, e Proprietario della Balliniera denominata “Raggio” sulla spiaggia del Rio della Plata al luogo detto San Gregorio. Tale dichiarazione venne fatta, e confermata da Giuliano Cuneo suddetto. […][21].

Il documento risulta interessante perché, come commenta anche Moresco, si ricavano alcune preziose notizie sull’emigrazione dei capraiesi in Argentina e sull’esistenza a Buenos Aires di una piccola colonia di isolani, sudditi del Re di Sardegna, dediti all’attività marinara e al commercio, che «appartenevano alle principali famiglie dell’isola che nel corso del Settecento erano stati proprietari di gondole»[22]. Il fatto che Gallettini, proprietario della baleniera “Clarina” sia morto (il 18 giugno 1848) sulla spiaggia orientale del Rio de la Plata, nella località di San Gregorio (oggi Barrancas de San Gregorio, nel dipartimento di San José, in Uruguay) a venti leghe (poco meno di 100 chilometri) a nord di Montevideo fa anche pensare da un lato che fossero frequenti, nonostante la “Grande Guerra”, la guerra civile in corso nella Banda Oriental, i commerci tra l’Argentina e l’Uruguay e dall’altro che il porto di Montevideo, le cui acque risultano molto più profonde rispetto a quello di Buenos Aires, fosse uno dei principali attracchi per grosse, medie e piccole imbarcazioni, incluse le piccole baleniere dei capraiesi Gallettini e del padrone marittimo Cuneo, quest’ultimo proprietario della baleniera “Raggio”, citati nel documento.

Altra considerazione è che il Gallettini, pur vivendo a Buenos Aires, aveva mantenuto il proprio domicilio a Capraia dove risiedeva la moglie Santina Sarzana e dove vivevano, in gran numero, mogli e madri rimaste vedove, i cui mariti, emigrati, avevano perso la vita all’estero nello svolgimento di attività marittime.

Abbiamo notizie, inoltre, per quanto scarne, di un marinaio capraiese, Antonio Lima o Lama (probabilmente Antonio Chiama). Si tratta di uno dei protagonisti meno noti della rivoluzione farroupilha, scoppiata  nel 1834 nelle province brasiliane di Rio Grande e di Santa Catarina contro l’Impero del Brasile e sostenuta dalla collettività italiana, formata in gran parte di liguri e animata nella sua maggioranza di ideali repubblicani e mazziniani. Moto rivoluzionario al quale partecipò lo stesso Giuseppe Garibaldi, sbarcato a Rio de Janeiro alla fine del 1835. Agli inizi dell’anno successivo prese il largo a bordo di una garopera di 20 tonnellate, battezzata “Mazzini”, per svolgere attività commerciale. Ma, agli inizi del 1837, l’eroe dei due mondi giunse nella provincia riograndese per partecipare alla guerra corsara contro il Brasile. Tra gli uomini meno noti che lo seguivano, oltre al citato marinaio capraiese, probabilmente già imbarcato sulla nave mercantile “Mazzini”, anche il marinaio maddalenino Giacomo Fiorentino, ucciso dalle forze nemiche nel 1837 a Punta Jesus Maria, laddove anche Garibaldi era stato ferito gravemente[23].

  1. L’emigrazione di fine Ottocento

 Dopo l’unità d’Italia, la popolazione di Capraia continuò a diminuire, sotto l’incalzare del fenomeno migratorio. Secondo il censimento del 1862, l’isola contava 684 abitanti[24]. Numero che si ridusse negli anni successivi anche a seguito della chiusura della manifattura tabacchi (1867) e dell’abolizione del porto franco (1868), determinando una riduzione delle occasioni d’impiego e di commercio che favorì, scrive Fausto Brizi in un suo saggio, «una rilevante emigrazione dall’isola e, giocoforza, un’altrettanto significativa diminuzione dei suoi abitanti»[25]. Quella triste «situazione – prosegue Brizi – non fu modificata neppure con lo stabilimento, nel 1873, di una colonia penale agricola su circa un terzo del territorio municipale. Tale iniziativa si rivelerà infatti economicamente infruttuosa e addirittura dannosa per le tensioni che introdurrà in campo civile e istituzionale»[26].

Enrico D’Albertis, nel testo Crociera del Violante durante l’anno 1876, con riferimento alla popolazione di Capraia, affermava che «Il villaggio è l’unico centro abitato dell’isola e sarebbe di mediocre costruzione, ma le case sono in gran parte abbandonate o cadono in sfacelo, e questo paese che contava altra volta 1000 abitanti, ne conta al presente appena 500»[27]. Nel 1884, Alete Cionini, in un articolo pubblicato dalla rivista «L’Illustrazione Italiana» aveva commentato lo stato di decadenza del paese dovuto essenzialmente alla massiccia emigrazione dei suoi abitanti che si diressero, sin dai primi dell’Ottocento, inizialmente verso la Sardegna e il continente, e successivamente verso le due Americhe. «Girando per quelle strade deserte e solitarie, ti rattrista il vedere tante case diroccate o cadenti, senza tetti, annerite, tetre, abbandonate dagli abitanti che fuggono a stormi nella lontana America per trovare quel pane che in patria cercano invano, per la sterilità del terreno e un po’ anco perché essi, uomini di mare, non sono per natura adatti all’agricoltura che è quasi del tutto abbandonata»[28]. Qualche anno più tardi, lo stesso Cionini, nel volume L’isola di Capraia. Impressioni di viaggio e cenni storici (ricavati da documenti inediti), pubblicato nel 1891, descrisse in maniera più dettagliata il fenomeno dello spopolamento dell’isola  e dell’emigrazione diretta prevalentemente verso le due Americhe.

Gli abitanti dell’isola quando, pochi anni fa, io ero lì distaccato, saranno stati circa 400. In altre epoche furono più numerosi, come, d’altronde, si può argomentare dalla non piccola estensione dell’abitato e dalle molte case abbandonate. […]. In ogni modo il rapido decrescendo della popolazione dell’isola cominciò […] al nascere di questo secolo, colla venuta in Capraia dell’infausta dominazione francese, la quale vi portò lo sfacelo e promosse su vasta scala l’emigrazione, che da allora in  poi non ebbe mai sosta. Alcune famiglie, venduto quel po’ di ben di Dio che avevano, cominciarono a partire per l’America e là si stabilirono. Altre man mano le seguirono, altre le seguono ancora! Quelle poche che, o per mancanza dei mezzi pel viaggio, o perché non sono miserabili del tutto, o perché non reggono al pensiero di abbandonare il nativo loco, rimangono ancora nell’isola, contano però in quei lontani lidi qualcuno dei loro, o il padre, o il marito, o il fratello, sicché può dire che la gran maggioranza della popolazione è composta ormai solo da vecchi, di donne e di fanciulli. I giovani per lo più emigrano, lasciando le loro famiglie, prive di mezzi, a vivere in Capraia. Dopo qualche anno ritornano, pagano i debiti fatti dai parenti, riposano dalle fatiche del viaggio e indi via di nuovo, come le rondini. Qualcuno non ritorna più, e allora chiama con sé la famiglia. Di qualcun altro non si sa più nulla. Forse sarà morto in qualche naufragio. A buon conto la famiglia lo piange come perduto, e veste a lutto. Altri ritornano dopo venti, trenta anni col loro gruzzoletto: vedono i figli già fatti grandi, irriconoscibili, la moglie invecchiata, aggrinzita, senza denti; danno un addio al mare, mettono su una botteguccia, comprano un pezzo di terra, e allora,  come per spasso, di quando in quando vanno a coltivar la vigna […]. Dopo una vita avventurosa, di privazioni, di fatiche, di disagi, di pericoli, essi si son fatti uomini d’ordine, serii, tranquilli, desiderosi non d’altro che di quiete; diventano ottimi cittadini e vedono senza menomamente scomporsi, emigrare, al loro turno, i figli, come se questi dovessero andare solo fino a Genova o a Livorno[29].

La piaga dell’emigrazione colpì non solo l’isola di Capraia, ma anche le isole vicine, inclusa l’Elba, la più grande dell’arcipelago toscano[30] e altre isole minori del Mediterraneo un po’ più distanti, come ad esempio La Maddalena[31].

Ad ogni modo, a seguito del persistere del fenomeno emigratorio, la popolazione di Capraia continuò a decrescere passando dalle circa 350 anime del 1889, alle circa 300 del 1893 e alle 280 del 1895[32].

  1. L’emigrazione del Novecento

Nel marzo del 1940, Vincenzo De Siervo, Ispettore agricolo del Ministero di Grazia e Giustizia, Direzione Generale degli Istituti di prevenzione e pena, in una relazione dattiloscritta, recentemente pubblicata con il titolo La colonia penale agricola di Capraia nel 1940[33], nel descrivere il paese di Capraia, così affermava:

L’abitato di Capraia sorge sopra un’altura (65 m.) a levante del Porto. Vi si giunge per una comoda rotabile provinciale che costeggia il monte per circa 1 km. di sviluppo. Il paese già popolato è ora in stato di progressiva consunzione. Da tempo si va verificando un costante progressivo spopolamento. Man mano gli abitanti, attirati dalla vita meno difficile del continente, hanno abbandonato i loro campicelli aggrappati al monte, bisognosi di continuo, poco remunerativo lavoro, allontanandosi dall’isola. Le strade pressoché deserte sono fiancheggiate da casette, la maggior parte delle quali, in assenza dei proprietari, cade lentamente in rovina. La locale popolazione, escludendo le famiglie degli agenti e del personale amministrativo, non supera le 50 anime[34].

Trentasette anni prima, nel 1907, la realtà dell’isola sembrava essere identica a quella descritta nel 1940 da Vincenzo De Siervo. Infatti, in un articolo pubblicato all’interno della rubrica “Viaggi” de «L’Illustrazione Popolare»  (settimanale dei Fratelli Treves di Milano) del 13 ottobre 1907,  dal titolo Sull’isola di Capraia, si legge, riprendendo quanto già scritto qualche lustro prima dal Cionini in un suo articolo pubblicato nel 1884 ne «L’Illustrazione Italiana»,

È un’isola squallida e deserta, di aspetto triste e melanconico, a cui non sorrise natura, né l’uomo… Girando per quelle strade deserte e solitarie, ti rattrista il vedere tante case diroccate o cadenti senza tetti, annerite, tetre, abbandonate dagli abitanti che fuggono a stormi nella lontana America per trovare quel pane che in patria cercano invano, per la sterilità del terreno e un po’ anche perché essi, uomini di mare, non sono per natura addetti all’agricoltura, che è quasi del tutto abbandonata… le condizioni del paese peggiorano a vista d’occhio e la emigrazione aumenta, non restando quasi nell’isola che i vecchi e le donne, le quali, tra parentesi, sebbene di un’onestà fenomenale e a tutta prova, bisogna pur dire che disdegnano le fatiche dei campi […][35].

Qualche anno dopo, nel 1914, Jack La Bolina, nel suo libro L’arcipelago toscano, così si esprimeva:

Oggi il paese non è più densamente popolato. Ma la estensione dell’abitato e le molte case lasciate in abbandono manifestano che un tempo Capraia poté alimentare presso a poco 1500 abitatori. Oggi la maggior parte di questi si compone di vecchi, di donne e di fanciulli, per cui le condizioni agronomiche non sono molto liete. I giovani emigrano, ritornano con un gruzzolo di quattrini, pagano i debiti in cui i parenti sono incorsi, si riposano per qualche mese: e poi via di nuovo verso le Americhe[36].

Da queste notizie emerge che l’isola nel corso dei primi decenni del Novecento fu caratterizzata da una forte emigrazione dei suoi abitanti diretta verso la terra ferma italiana ma anche verso l’estero, compreso il subcontinente latino-americano e, in particolare, l’Argentina. Infatti, dalle Listas de desembarco, i Registri  di sbarco degli immigrati che giungevano nel porto di Buenos Aires, in parte già digitalizzati, a partire dal 1882, dal Centro de Estudios Migratorios Latinoamericanos (CEMLA) della capitale argentina, e i cui dati relativi ai toscani emigrati nel paese del Plata tra il 1906 e il 1952 sono stati messi a disposizione della Fondazione Paolo Cresci per la storia dell’emigrazione italiana di Lucca e da questa resi consultabili anche online, risultano emigrati in Argentina, nel corso degli anni venti, due capraiesi: Giovanni Grimaldi di anni 23, giunto a Buenos Aires il 23 aprile del 1925[37] e Edoardo Grimaldi di anni 50, sbarcato nella capitale federale il 29 novembre 1928[38].

Tab. 1 – Emigrati capraiesi in Argentina negli anni venti secondo la lista degli immigrati sbarcati nel porto di Buenos Aires

Cognome e Nome

Sesso

Luogo di Nascita

Età

Imbarco

Sbarco

Data di arrivo

Grimaldi Giovanni

M

Capraia

23

Genova Buenos Aires 23.04.1925
Grimaldi Edoardo

M

Capraia

50

Genova Buenos Aires 29.11.1928

Fonte: Cemla, Buenos Aires, Argentina; Fondazione Paolo Cresci per la storia dell’emigrazione italiana, Lucca.

Il fenomeno dell’emigrazione verso l’Argentina non colpì solo Capraia, ma anche le altre isole dell’arcipelago toscano, prime fra tutte l’Isola d’Elba, dalla quale approdarono in Argentina, tra il 1910 e il 1929, 42 persone, di cui 21 maschi e 21 femmine,  provenienti dai centri di Campo nell’Elba (6) Capoliveri (2), Marciana (6), Marciana Marina (3), Portoferraio (9), Rio Marina (12), Rio nell’Elba (2), più altri due che indicavano come luogo generico di nascita l’Isola d’Elba[39]. Dall’isola del Giglio invece risultano essere emigrate in Argentina due persone: Maria Miliani di anni 60, approdata a Buenos Aires il 29 novembre 1925[40] e Pietro Lubrani di anni 28, giunto nella capitale argentina il 23 dicembre 1925[41].

Certo, i soli dati registrati nelle Listas de desembarco non sono sufficienti per ricostruire il fenomeno migratorio dall’isola di Capraia all’Argentina nel secolo XX, ma ci aiutano a conoscere meglio un piccolo tassello di questo fenomeno dal quale partire per poi approfondire le ricerche, iniziando, ad esempio, dalla basilare consultazione dei dati dell’Archivio degli Italiani Residenti all’Estero (AIRE) custodito presso il comune di Capraia Isola. Un compito, nel complesso, non facile, ma necessario se si vuole iniziare a scrivere il primo capitolo della storia di questa emigrazione del secolo appena trascorso.


     [1]  Per un’analisi ampia e completa della storia dell’isola, si veda Riparbelli Alberto, Aegilon. Storia dell’isola di Capraia dalle origini ai nostri giorni, Firenze 1973 (Ristampa 1999).

     [2]  Per notizie più approfondite, cfr. Lambertini Marco, Arcipelago toscano e il Parco nazionale, Pacini, Pisa 2000.

     [3]  Istituto Idrografico della Marina Militare Italiana, 116 – Isole di Capraia e Gorgona, Carta nautica – 1: 25.000, Istituto Idrografico della Marina, Genova.

     [4]  Moresco Roberto, L’isola di Capraia. Carte e vedute tra cronaca e storia. Secoli XVI-XIX, Debatte, Livorno 2008, p. 15.

     [5]  Sulla vegetazione e la fauna terrestre e marina, cfr. Lambertini Marco, Capraia terra mare, Pacini, Pisa 2000; e  Renzi Lorenzo, Guida completa all’isola di Capraia, Vigo Cursi, Pisa 1999.

     [6]  Per un quadro aggiornato sulla storia e la vita dell’isola durante l’amministrazione provinciale di Genova, cfr. Brizi Fausto, L’isola ritrovata. Comune di Capraia Isola, Provincia di Genova (1861-1925). Per una storia della comunità capraiese attraverso le carte conservate presso l’Archivio Storico della Provincia di Genova, Fratelli Frilli, Genova 2005.

     [7]  Sul dialetto parlato a Capraia, cfr. Santini Lolli Tina, Capraia d’altri tempi. Aspetti di vita, parlata locale, La Fortezza, Livorno 1982.

     [8]  Brizi, L’isola ritrovata, op. cit., p. 43.

     [9] Moresco Roberto, La marineria Capraiese nel XVIII secolo, in Studi in memoria di Giorgio Castamagna, «Atti della Società Ligure di Storia Patria», vol. XLII, fasc. I, Genova, 2003, pp. 579-580, articolo pubblicato anche in questo blog nella categoria Settecento.

     [10]  Ivi, p. 580.

     [11]  Ibidem.

     [12]  Ivi, p. 581.

     [13]  Ibidem.

     [14]  Ivi, p. 583.

     [15]  Breve notizia dell’Isola di Capraia fatta nel 1790, Fratelli Ferrando, Genova 1790, riportata in Moresco,  L’isola di Capraia, op. cit., Scheda n. 41, p. 165.

     [16]  Casalis Goffredo, Dizionario geografico, storico-statistico-commerciale degli Stati di S.M. il Re di Sardegna, vol. III, Cassone Marzorati Vercellotti Tipografi, Torino 1836, alla voce CAPRAJA, pp. 451-452. «gli abitanti per lo più addetti alla marineria riescono assai bene in quest’arte. Sono di mente aperta, rissosi e trascurati in tutto ciò che non appartiene alla marina. Le donne si sono applicate ai lavori della campagna. Popolazione 1000».

     [17]  Archivio di Stato di Torino (d’ora in avanti AST), Corte, Conventi soppressi, m. 480, Ferrero Carlo Vittorio (cardinale), Lettera sullo stato del convento di Capraia, 6 novembre 1828, citata nell’articolo di Moresco, La marineria Capraiese, p. 592, nota 57. Nella medesima pagina, si veda, inoltre, la Tabella 2 – Popolazione di Capraia.

     [18]  Cfr. Basso Serafino, Nozioni Generali intorno all’Isola di Capraia rassegnate a S.M. addì 28 giugno 1844. Torino, addì 6 di marzo 1844, riportata in Moresco,  L’isola di Capraia, op. cit., Scheda n. 50, p. 172. «La popolazione dell’Isola che anticamente oltrepassa le 1200 anime è ora ridotta a 750, a motivo delle continue emigrazioni»; e Albini Giuseppe, Guida del Navigante nel Litorale della Liguria, Principato di Monaco, nella Contea di Nizza e nell’Isola di Capraja, 1855, p. 79, riportata in Moresco,  L’isola di Capraia, op. cit., Scheda n. 53, p. 175. «La sua popolazione ascende a 750 circa abitanti; […]. Vi sono molti buoni marinai, pochi pescatori, quasi verun artista. […]. Avvi da 5 in 6 barche pel piccolo cabotaggio colle quali fanno il traffico colla Sardegna, Corsica, Elba, Toscana e Liguria».

     [19]  L’Italia sotto l’aspetto fisico, militare, storico, letterario, artistico e statistico, I, Milano 1869, p. 372, alla voce Capraia Isola, citato nell’articolo di Moresco, La marineria Capraiese, p. 592, nota 58.

     [20] Moresco Roberto, 1850 – Baleniere capraiesi nell’Atlantico del Sud, articolo pubblicato in questo blog nella categoria Ottocento

     [21] Certificato di morte di Domenico Gallettini, Buenos Aires, 3 agosto 1850, riportato in Moresco, 1850 – Baleniere capraiesi nell’Atlantico del Sud, art. cit.

     [22]  Ibidem.

     [23]  Per ulteriori notizie sulla rivoluzione farroupilha, cfr. Candido Salvatore, Giuseppe Garibaldi, corsaro riograndese (1837-1838), Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, Roma 1964; ID., La rivoluzione riograndese nel carteggio inedito di due giornalisti mazziniani: Luigi Rossetti e G.B. Cuneo. (1837-1840): contributo alla storia del giornalismo politico di ispirazione italiana nei paesi latinoamericani, CNR, Valmartina, Firenze 1973;  e Garibaldi Jallet Annita, I protagonisti italiani della rivoluzione farroupilha, saggio pubblicato sul sito www.ereditadigaribaldi.net

     [24]  Cfr. L’Italia sotto l’aspetto fisico, militare, storico, letterario, artistico e statistico, I, op. cit., p. 372, alla voce Capraia Isola, riportato in Moresco, La marineria Capraiese, art. cit., p. 592, nota 58.

     [25]  Brizi Fausto, Comune di Capraja, provincia di Genova (1861-1925). Cenni sulla soppressione della Pretura di Capraja Isola (1891), in «Lepisma», Periodico di informazione libraria e culturale della provincia di Genova, Anno XII, n. 3, (marzo?) 2008 consultabile sul sito www.test.isoladicapraia.it, p. 3.

     [26]  Ibidem.

     [27]  D’Albertis Enrico, Crociera del Violante durante l’anno 1876, Tipografia del Regio Istituto Sordo-Muti, Genova 1879, p. 19.

     [28]  La citazione di Cionini Alete, L’isola di Capraia, in «L’Illustrazione Italiana», n. 33, del 17 agosto 1884, si trova in Moresco, L’isola di Capraia, op. cit., Scheda n. 76, p. 194.

     [29]  Cionini Alete, L’isola di Capraia. Impressioni di viaggio e cenni storici (ricavata da documenti inediti), presso la Direzione del Corriere Araldico, Pisa 1891, pp. 13-17.

     [30] Originario dell’isola d’Elba era Silvio Luppoli (Rio Marina, 17.04.1860), emigrato in Argentina. «[T]rovasi a Buenos Aires alla testa dell’importante casa introduttrice di vini e commestibili, in via Defensa 146. Di sentimenti liberali a tutta prova, fa parte di una loggia massonica, la quale dipende dal Gran Oriente di Roma. In Buenos Aires è socio attivo della nostra Camera di Commercio» (Dizionario biografico degli italiani al Plata, compilato per cura degli Editori- Proprietari Baroldi, Baldissimi & Cia, Argos, Buenos Aires 1899, p. 2002, alla voce Luppoli Silvio).

     [31]  Dall’isola de La Maddalena emigrò alla volta dell’Argentina, Edoardo Gola. Costui, dopo aver studiato pittura e commercio ed essere stato allievo della Marina Italiana per due anni, emigrò in Argentina nel 1888, svolgendo inizialmente vari lavori per poi dedicarsi alla vendita di vernici per dipingere carrozze. Stabilitosi a Cañada Gomez nel 1897, aprì un negozio dove vendeva un po’ di tutto. Iscritto alla Società Unione e Benevolenza di Rosario, fece parte di altre associazioni, divenendo socio anche della Colonia Italiana (cfr. Ivi, pp. 175-176. alla voce Gola Edoardo).

     [32]  Questi dati sulla popolazione si ricavano da alcune lettere scritte dall’arciprete Giovanni Battista Buzzone conservate nell’Archivio Storico della Provincia di Genova all’interno del Fondo Parrocchia di Capraia Isola e segnalate da Brizi, Comune di Capraja, provincia di Genova (1861-1925). Cenni sulla soppressione della Pretura di Capraja Isola (1891), op. cit., p. 3, nota 2.

     [33]  De Siervo Vincenzo, La colonia penale agricola di Capraia nel 1940, in «Rassegna Penitenziaria e Criminologica», 2008, n. 1, pp. 177-201.

     [34]  Ivi, p. 179.

     [35]  Sull’isola di Capraia, in «L’Illustrazione Popolare» (settimanale dei Fratelli Treves di Milano), Rubrica “Viaggi”, 13 ottobre 1907.

     [36]  La Bolina Jack, L’arcipelago toscano, Istituto Italiano d’Arti Grafiche Editore, Bergamo 1914, pp. 112-113.

     [37]Si consulti il sito web della Fondazione Paolo Cresci per la storia dell’emigrazione italiana www.fondazionepaolocresci.it/strumenti_cemla1.asp

     [38]  Ivi.

     [39]  Cfr. Ivi.

     [40]  Ivi.

     [41]  Ivi.

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