1552 – Silvestro Landini e Emanuele Gomez de Montemayor: due gesuiti a Capraia nel Cinquecento

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Premessa

Alla metà del XVI secolo la situazione religiosa nell’isola di Corsica era in un così deplorevole stato da destare serie preoccupazioni tra i Protettori delle Compere di San Giorgio: un clero allo sbando, con preti che vivevano in concubinaggio e si circondavano di numerosa prole illegittima, che ignoravano le più elementari regole ecclesiastiche e le sacre scritture, che praticavano attività lucrative, una popolazione che non rispettava le più elementari forme di culto e che sovente si dedicava a pratiche magiche.[1]

Alla fine del 1551, anche a seguito delle relazioni e delle richieste di intervento di Lambda Doria, governatore di Corsica, i Protettori delle Compere si rivolsero al generale dei Domenicani, Stefano Usodimare, un genovese, per ottenere dal pontefice Giulio III un  intervento atto a riportare il clero e la popolazione dell’isola di Corsica sul retto cammino. Il generale dei Domenicani chiese aiuto ai due cardinali Giovanni Gerolamo Morone e Giovan Battista Cicala, genovese, per ottenere dal pontefice l’intervento richiesto pressantemente dai Protettori. Questi, in una lettera del gennaio 1552, così scrissero al cardinale Morone:

«Il Reverendo padre Steffano Usodimare ci ha data notitia del buon ufficio che la S. V. R. ma ha fatto con la Santità di N. Signore perché sia proveduto al poco regolato vivere de preti dell’isola nostra di Corsica et alle altre cose anchora che gli bisognano a beneficio e salute delle anime che sono in quella si come sommamente desideriamo».[2]

Nel giugno, il Pontefice decise di inviare in Corsica due gesuiti, «due preti riformati di buona dottrina».[3] In ottobre, i due gesuiti, Silvestro Landini ed Emanuele Gomez de  Montemayor arrivarono a Genova e subito i Protettori informarono il cardinale Morone del loro arrivo:

«Questi giorni sono comparsi da noi li due preti stati spediti col mezzo di V.S. Eccellentissima, per andare nell’isola nostra di Corsica a far quel buono officio che lei sa et è professione loro, li quali ci hanno presentato il breve di Nostro Signore che al parer nostro sta in buona forma. Li habbiamo ricevuti con allegra faccia e veduti molto volentieri si per la qualità di essi della quale la V.S. Eccellentissima ci ha data così buona relatione come per haverceli quella raccomandati assai e se gli sono fatte carezze e honori conforme al disiderio di V.S. Eccellentissima, ne gli si mancarà qui e in Corsica di quanto haranno di bisogno. Non si sono eletti anchora di partire per qualche negotio che dicono havere a fare prima in questa citta ne noi che in tutto disideriamo compiacerli gli habbiamo voluto contradire».[4]

Il breve del papa, che i due gesuiti presentarono ai Protettori delle Compere, conferiva al Landini la dignità di visitatore e commissario apostolico. La decisione del Papa di servirsi dei gesuiti per questa missione non fu casuale, in quanto, come vedremo, la difesa e la propagazione della fede rientrava tra gli scopi del loro ordine. 

I Gesuiti

La Compagnia di Gesù era nata nel 1539, quando un gruppo di «maestri in arti», che avevano conseguito il baccellierato in filosofia e teologia alla Sorbona di Parigi, si riunirono a Roma e decisero di costituire un ordine religioso. A Parigi essi avevano fatto gli Esercizi Spirituali sotto la guida di Ignazio di Loyola, erano divenuti «amici nel Signore» e avevano fatto voto di recarsi in Terrasanta ad «aiutare le anime».

Non essendo riusciti a partire per la Terrasanta, a causa della guerra tra i Veneziani e i Turchi, avevano deciso di andare a Roma e di offrirsi al Papa per essere inviati in missione dovunque egli avesse voluto. La decisione di fondare un nuovo ordine religioso fu presa il 24 giugno 1539. Ignazio di Loyola, riconosciuto come il capo del piccolo gruppo, in nome dei suoi amici, presentò al Papa Paolo III un breve schema in cinque punti, che delineava l’istituzione che si voleva fondare, schema chiamato in seguito Formula Instituti.Paul_iii_and_ignatius_loyola                                    Il papa Paolo III approva la “Formula Instituti”

Il 27 settembre 1540 il Papa approvò la costituzione dell’ordine con la Bolla Regimini Militantis Ecclesiae. Nasceva, così, un nuovo Ordine religioso chiamato Compagnia di Gesù. La Compagnia di Gesù aveva come scopo «precipuo» quello di «occuparsi del progresso delle anime nella vita e nella dottrina cristiana e della difesa e propagazione della fede», mediante la predicazione della Parola di Dio, gli Esercizi Spirituali, le opere di carità, l’insegnamento della verità cristiana ai fanciulli e ai rozzi e l’ascolto delle confessioni. Ancor prima dell’approvazione della costituzione, diversi gesuiti erano partiti a svolgere la loro missione in terre lontane: «le Indie». Più tardi altri gesuiti furono inviati nelle terre infestate dall’eresia protestante e in quelle regioni, in Italia ed in Europa, dove l’ignoranza del clero aveva portato a forme di superstizione e di cattivo uso dei sacramenti. Erano queste le «altre Indie» e Silvestro Landini fu uno di questi missionari che operò nell’Italia settentrionale.

Silvestro Landini era nato nel 1503 a Malgrate, piccolo castello nella Val di Magra, vicino a Sarzana. Educato dalla madre e da un parroco locale, nell’estate del 1527, fu ordinato sacerdote «di sufficienti lettere». Nel 1540 era a Parma a seguire i corsi di due padri gesuiti, Pietro Fabro e Diego Laínez, sotto la guida dei quali compì i suoi primi «esercizi spirituali».Silvestro Landini                                                         Padre Silvestro Landini

Nella primavera del 1547, dopo un soggiorno di cinque anni a Malgrate, si spostò a Roma presso la chiesa di S. Maria della Strada, dove intraprese il noviziato sotto Ignazio di Loyola. La sua insofferenza caratteriale determinò difficoltà di rapporti con il Loyola e una crisi spirituale, probabilmente accentuata da una grave malattia. Subito dopo la guarigione, il Landini fu inviato nelle sue terre a ritemprarsi, e la sua accettazione nell’ordine fu sospesa: lacerato dal dubbio, nel giugno 1547 lasciò Roma per la Lunigiana. Durante il viaggio, durato circa tre mesi, inviò nove lettere a Loyola, nelle quali lo ragguagliava del suo operato e dichiarava di essersi pentito dell’atteggiamento tenuto. Anche grazie all’intercessione del padre Pietro Codacio, ottenne il perdono e l’ammissione all’ordine. Tra l’autunno del 1547 e la sua partenza per Genova nel 1552, svolse la sua missione visitando varie località, prima nelle diocesi di Luni e Sarzana e, poi, in quella di Lucca.

Il Landini ebbe un rapporto diretto con le popolazioni, alle quali reiterava i suoi sermoni nei luoghi pubblici, convertendo e amministrando di persona i sacramenti, impegnandosi nella promozione di forme caritatevoli e penitenziali, riformando o fondando ex novo monasteri femminili. Fondò nei paesi della Garfagnana numerose Compagnie del SS. Sacramento che lo affiancarono nella sua missione. Controllava la presenza e la buona conservazione dell’eucarestia nelle chiese, la pratica sacramentale tra i fedeli, la diffusione della dottrina cristiana tra i bambini e la conoscenza mnemonica delle orazioni. In breve tempo il Landini divenne il primo grande missionario popolare della Compagnia di Gesù in Europa. Il Landini combatté efficacemente fenomeni spesso radicati anche tra le fila del clero secolare, come la bestemmia, la superstizione, il concubinato, la bigamia e l’usura.[5]

Manuel Gomez de Montemayor, che accompagnò il Landini in Corsica, era un gesuita portoghese del quale si hanno poche notizie.

Le lettere del Landini e del Gomez sulla spedizione in Corsica

Diverse lettere dei due gesuiti sul loro viaggio in Corsica sono state pubblicate dalla Compagnia di Gesù nella raccolta Epistolae mixtae e, tra queste, quelle riguardanti Capraia furono riprese da A. Dionisi in un articolo apparso nel 1994 nel Quaderno della Torre.[6]

Due lettere inedite sulla sosta dei due gesuiti a Capraia sono emerse durante una ricerca nell’Archivio di Stato di Genova (Le lettere sono riportate in Appendice). Esse gettano nuova luce sulla vita nell’isola pochi anni dopo la tragica incursione del corsaro Dragut.[7] La lettera del Landini è indirizzata ai Protettori delle Compere, mentre quella del Gomez, che evidentemente non fu mai recapitata al destinatario, è indirizzata a Messer Michael nello Hospitaleto[8]. La lettera del Landini, è la prima relazione ufficiale sulla missione che era stata affidata ai due gesuiti, mentre quella del Gomez, pur riferendosi agli stessi avvenimenti, è priva di ogni ufficialità e riferisce in modo colorito quanto fino allora era loro accaduto. Dalle due lettere emerge un interessante quadro della vita in un isola che pochi anni prima aveva subito una tragica incursione di un corsaro barbaresco.

Quanto segue, trasposto in italiano corrente, è ciò che emerge dal racconto originale dei due gesuiti.[9]

Il viaggio da Genova a Livorno

Terminati gli impegni che li hanno trattenuti a Genova per due settimane, finalmente, il 16 novembre, i due gesuiti si imbarcano sul brigantino di Anton Francesco da Pino, un importante cittadino di Bastia[10]. Il brigantino, forse per evitare i pericoli di una  navigazione in alto mare nel periodo invernale, segue la rotta litoranea sostando la sera nei porti che man mano incontra: fa sosta a Sestri Levante, Portovenere e La Spezia. Qui le cattive condizioni del mare costringono i due gesuiti a prendere la via di terra per recarsi a Livorno, dove il brigantino li avrebbe raggiunti per condurli in Corsica. Salutato il vescovo di La Spezia, i due gesuiti proseguono il loro cammino per Lerici, Castiglione Vara, Sarzana e sostano a Pisa e in altri villaggi. In ogni località la sera predicano e la mattina successiva  dicono messa dando «regole et ordine a quelli ignoranti preti». La sera del 27 novembre, prima domenica d’Avvento, arrivano finalmente a Livorno.f-zucchi-livorno-inizi-1700                                            F. Zucchi – La città di Livorno, inizio 1700

Il brigantino, a causa del mare in tempesta, non può partire. I due gesuiti non si scoraggiano per la sosta forzata: la considerano una benedizione del Signore, perchè permette di svolgere la loro missione tra una popolazione scristianizzata. Il Landini inizia a predicare in duomo, poi prosegue confessando e comunicando i fedeli, alcuni dei quali non ricevevano la comunione da oltre quattordici anni. Già dopo la seconda predica un turco decide di convertirsi e il suo battesimo viene fissato alla scadenza di sei giorni. Numerosi passeggeri e marinai, costretti a sostare in città per il cattivo tempo, si confessano e si comunicano. Gomez nel frattempo si mette a predicare, confessare e comunicare nella Cittadella abitata dai soldati spagnoli e dalle loro famiglie[11]. È talmente occupato nella sua missione spirituale da «non haver tempo di  vacare al bisogno naturale».messa-molo-livorno(1)                         Baccio del Bianco, Messa nel porto di Livorno (sec. XVII)

Le mogli e i figli dei soldati restano giorno e notte con il Gomez, pregando che il mare non si calmi per poter continuare a godere della sua presenza e così pensare alla salvezza delle loro anime. Anche il castellano, il luogotenente ed i fanti, insieme con gli stranieri che abitano nella cittadella, pregano affinché il mare non si calmi, in modo che i due gesuiti siano costretti a differire la loro partenza. Tutta la comunità livornese chiede con insistenza ai due gesuiti di fermarsi in città, promettendo di provvedere al loro sostentamento.

La traversata da Livorno a Bastia e la tempesta di mare

026-Van Keulen interoG. van Keulen – Costa da Genova a Livorno, sec. XVIII

Calmatosi il mare, la sera del 6 dicembre, giorno di San Nicola, al suono dell’Ave Maria, i due gesuiti si imbarcano sul brigantino che prende la rotta verso Bastia. Le prime ore di navigazione passano tranquille, ma poi, nel pieno della notte, si scatena una tempesta di vento e di mare tanto che tutti a bordo temono per la loro vita. Landini dà a tutti l’assoluzione mentre le onde entrano nel brigantino e bagnano tutti. Il Gomez dapprima si spaventa ma poi, sperando in un miracolo, si calma. Verso mezzanotte, a circa dieci miglia da Capraia, mentre il mare e il vento rinforzano, si ode uno schianto. I marinai si chiedono l’un l’altro che cosa sia successo finché quelli di prua dicono che non è successo nulla. Poco dopo, però, l’albero del brigantino si spezza in due. Il comandante del brigantino si mette ad urlare: «oi me, siamo tutti quanti persi». Landini si mette ad invocare il Signore, mentre Gomez in quel tragico momento non sente alcuna paura, anzi, velocemente si alza, getta il suo mantello, grida ai marinai di farsi coraggio, e con loro raccoglie la vela e poi si mette ai remi, lui da una parte e Landini dall’altra, vogando verso Capraia mentre il mare e il vento per qualche minuto si calmano. Ma quando l’isola è ormai vicina, il moto ondoso e il vento riprendono forza, infradiciando passeggeri ed equipaggio. Finalmente, due o tre ore avanti l’alba, giorno di Sant’Ambrogio, riescono a prendere terra a Capraia. L’imprevista sosta è accolta dai due gesuiti come un segno divino perché darà loro la possibilità esercitare il ministero in una località che necessita della loro presenza.

La sosta a Capraia

Occorre qui ricordare che sono passati solamente dodici anni da quando il corsaro barbaresco Dragut ha distrutto il paese, ha ucciso buona parte degli uomini validi, e ha catturato diverse donne portandole in schiavitù in Barberia. Gli effetti di quella tragedia si fanno ancora sentire anche perché, mentre Genova si è premurata, con molto tempismo, di creare nell’isola un sistema difensivo, costrendo il forte e le due torri (Porto e Zenobito), la ricostruzione delle case e delle chiese è andata a rilento.

Sbarcati a Capraia, i due gesuiti vengono accolti «umanamente» dal podestà Antonio Spinola e dal popolo e subito tutti si confessano e si comunicano, eccetto un soldato tedesco perché non parla l’italiano. Ospitati all’interno della Fortezza, nella casa di un certo Emmanuel (probabilmente Manuello), ogni giorno, all’alba, prima dell’apertura della porta della Fortezza, i due gesuiti confessano, poi il Landini dice messa, predica, comunica e rimane a confessare fino a sera. All’Ave Maria, raccolti gli abitanti al suono della campana, per due o tre ore insegnano la dottrina cristiana e dedicano il loro tempo ai poveri capraiesi che durante il giorno sono impegnati nei loro lavori. Durante la settimana i Capraiesi, prima di andare a lavorare nei loro campi, vanno a messa e poi si recano a portare ai piedi della Fortezza una pietra per la costruzione dell’ampliamento del baluardo di tramontana. Questi lavori si sono resi necessari per permettere una migliore manovrabilità dei cannoni e quindi una migliore difesa della Fortezza e del golfo dagli attacchi dei corsari. Nei giorni festivi tutti gli abitanti stanno in chiesa ad ascoltare la messa e le prediche, a confessarsi, a comunicarsi, e a celebrare il vespro e la compieta.[12] Landini predica alla mattina mentre Gomez prima del vespro. Dopo aver cantato il vespro tutti si recano in processione, cantando le litanie, fuori della fortezza fino alla chiesa di San Giacomo dove si celebra la funzione della benedizione dei terreni coltivati. S.GiacomoTerminata la cerimonia, tutta la popolazione, con in testa Landini seguito dal Gomez, porta una pietra al cantiere del baluardo. Poi tutti rientrano nella fortezza e vanno in chiesa a cantare la compieta. Il fervore religioso dei Capraiesi è tale che i due gesuiti entrano in chiesa due ore prima dell’alba e vi restano fino a tre o quattro ore dopo il tramonto. Tutti ascoltano in gran silenzio la messa, inginocchiati, mentre prima si comportavano come se la chiesa fosse stata una piazza.

                                La chiesa di S. Giacomo, oggi

I Capraiesi

I Capraiesi sono molto poveri e vanno in giro scalzi e con le vesti a brandelli. Ci sono delle persone di 50 e 60 anni che non hanno mai mangiato altro che pane. Hanno molto rispetto per gli anziani. Quasi tutti gli abitanti, uomini e donne, sono stati schiavi. Ai poveri, che sono molti e assai bisognosi, i due padri distribuiscono del denaro che in buona parte viene prelevato dalla cassa della Compagnia del Santissimo Sacramento che ne possiede molto ed è ben fornita per le cose attinenti al culto. A questo scopo vengono distribuiti anche i denari raccolti con le pene pecuniarie che gli stessi padri hanno inflitto. I Capraiesi sono ignorantissimi delle pratiche religiose e un po’ creduloni: ma, mentre sono creduloni per le pratiche religiose, per le cose del mondo sono tutti «de volpina astutia». Sono molto disponibili e pronti ad eseguire gli ordini dei due gesuiti tanto che Landini afferma che bisogna portargli rispetto «perché sono come martiri del Nostro Signor». Dopo l’arrivo dei gesuiti, tutti, padri e madri con i loro figlioli, portano la corona del rosario, e quando sono in casa, al lavoro e anche quando camminano, recitano le preghiere non appena ne hanno la possibilità. Gli uomini, ma anche le donne che sono robustissime, sono piuttosto litigiosi e talvolta minacciano di ammazzarsi tra di loro come «cani»: i due gesuiti riescono a far concludere quattro o cinque pacificazioni prima in chiesa, davanti al Santissimo Sacramento, poi nella piazza, davanti a tutta la popolazione.

Dopo qualche giorno quasi tutti i Capraiesi si sono confessati eccetto quelli che avevano un legittimo impedimento. I Capraiesi affermano di aver avuto la dispensa di poter contrarre matrimonio in 4° grado perché vivono in una piccola isola lontano dal continente, ma non sono in grado di mostrare detta dispensa perché i corsari hanno bruciato tutto[13]. Vista la situazione, Landini decide di unirli in matrimonio, in base al mandato che aveva ricevuto, anche in 3° grado, poichè i capraiesi non hanno i mezzi per ottenere la dispensa da Roma. I Capraiesi sono molto casti tanto che, dopo che un giovane ha fatto promessa di matrimonio a una donna, a parole e con l’approvazione dei parenti, entrambi si conservano vergini fino ai vent’anni. Tre uomini, che hanno ancora le loro mogli schiave in Barbaria, vengono dai due gesuiti separati dalle donne con cui convivono, senza sapere se le loro mogli siano morte o abbiano abiurato. Avendoli separati dalle donne, fatta pubblica penitenza per il delitto di concubinaggio, i tre uomini vengono riammessi ai sacramenti e riuniti alla comunità dei fedeli. Un altro che si era accasato con un’altra donna, essendo rientrata nell’isola da poco tempo la moglie legittima che è riuscita a liberarsi dagli infedeli, vuole ripigliarla perché è «da bene e discreta». Abbandona quindi la casa dove vive con la concubina e si trasferisce a casa di suo padre. Prima di lasciare l’isola i due gesuiti mandano la moglie legittima, accompagnata dal padre e da due uomini da bene, a casa del marito e lui la ripiglia, licenziando la concubina. Il marito infedele e la concubina vengono confessati e comunicati, ma rimangono sempre soggetti alla giusta punizione che meritano.

Gli ufficiali genovesi

Il podestà e il suo cancelliere, Piero Antonio de Ronco, sono molto solleciti e desiderosi di fare il bene della comunità, e si rendono conto che il problema più importante è di avere un buon prete per curato senza il quale sembra loro di essere come «in terra di Turchi». Pertanto, pregano i due gesuiti di farsi portatori presso i Protettori delle Compere della loro richiesta di inviare un prete dabbene, e nel frattempo si impegnano ad insegnare ogni sera la dottrina cristiana. Entrambi danno il buon esempio confessandosi e comunicandosi.  I soldati di stanza nel forte partecipano alle funzioni religiose insieme ai Capraiesi. Anche i soldati di guardia alla torre del Porto e a quella dello Zenobito hanno la possibilità di confessarsi e comunicarsi perchè il podestà li manda a chiamare provvedendo a dare loro il cambio nella guardia delle due torri.

Gli ufficiali genovesi sono ignorantissimi delle pratiche religiose e un po’ creduloni, tanto da chiedere ai due gesuiti licenza di potere mangiare alla sera dei giorni di digiuno e di essere autorizzati a mangiare pane e acqua, poichè pensano che il digiuno non sia valido se si mangia pane ed acqua.

I due gesuiti riescono, con il loro esempio, ad appianare i dissidi, sorti fra la comunità dei Capraiesi e il podestà, legati al trasporto dei sassi al baluardo di tramontana dove sono in corso i lavori di ampliamento. Poichè i due gesuiti ritengono l’opera necessaria a causa della continua minaccia dell’arrivo dei turchi, tutti, anche quelli che ne sono esonerati, ogni mattina portano una pietra al cantiere prima di andare al lavoro.

I preti di Capraia

Il pievano titolare della parrocchia è il prete Paulo Bacigalupo che però all’arrivo dei due gesuiti, non si trova nell’isola in quanto richiamato in curia per discolparsi del suo cattivo comportamento, accertato da un inviato del Vicario della diocesi durante una sua indagine nell’isola sollecitata dai Capraiesi. L’inviato del vicario ha lasciato nell’isola il suo cancelliere «un prete lombardo corsico» per sostituire temporaneamente il prete Bacigalupo.[14] Prima di partire i due, l’inviato e il suo cancelliere, hanno approfittato però della loro autorità per farsi dare da Cecco di Pasqualino, cinque scudi con la scusa di concedergli una dispensa di matrimonio, che il poveretto non ha richiesta perché non è ammogliato e nemmeno si era accordato con alcuna donna del paese. Il Landini osserva che i Capraiesi «sono tanto timidi, et scrupolosi» che, quando un qualsiasi ciarlatano li minaccia, sono pronti a dare tutto quello che hanno.

Il prete «lombardo corsico» non solo non sa leggere, ma non conosce neppure la liturgia dei sacramenti, non sa celebrare la Consacrazione del Santissimo Corpo di Cristo e interrogato, appare evidente che non conosce le esatte parole della Consacrazione. I due gesuiti, forti della loro autorità, gli tolgono sia la facoltà di celebrare la messa sia la cura delle anime. Il Landini gli impartisce delle lezioni spirituali che inducono il prete a rendersi conto dei suoi gravi errori tanto che si mette a piangere e prende a battersi con ogni genere di flagelli e con del lardo arrosto per avere offeso Nostro Signore.

I due gesuiti svolgono un’indagine anche sul comportamento del prete Bacigalupo e, dopo aver raccolto autentiche testimonianze sui suoi gravissimi delitti, inviano una relazione al vicario di Massa Marittima in aggiunta a quanto constatato dal suo inviato.  Landini, forte della sua autorità, impone al Bacigalupo, anche se assente, una pena di cinquanta scudi che dovranno essere utilizzati per riparare le chiese di Santa Maria al porto e quella di San Nicola.

Le raccomandazioni di Silvestro Landini

Il Landini, nella lettera, scritta la vigilia della sua partenza dall’isola, rivolgendosi a Gio Batta Spinola, uno dei quattro ufficiali di Corsica che sovraintendeva agli affari di Capraia, gli fa le seguenti raccomandazioni:[15]

–        innanzitutto di far nominare «un sacerdote che teme Dio»;

–      di far riparare le chiese che stanno andando in rovina, in modo particolare quella di Santa Maria al porto che è priva del tetto;

–        di far riparare gli oggetti e le suppellettili sacre;

–        che disponga che le entrate della chiesa, comprese le pene pecuniarie che i due gesuiti hanno imposto, vengano divise in tre parti, una per le riparazioni delle chiese, un’altra per il sostentamento dei poveri, la terza rimanga al curato.

Qui termina il resoconto della visita dei due gesuiti a Capraia.

Queste due lettere, scritte nel momento di lasciare l’isola, forniscono un quadro esauriente della vita nell’isola nei primi anni dopo la distruzione di Dragut. Solo nel marzo dell’anno successivo Landini riferisce a Ignazio di Loyola sulla sosta a Capraia, ripetendo, quasi con le stesse parole, quanto aveva scritto ai Protettori.[16] Il soggiorno capraiese aveva profondamente marcato l’animo del Landini: lo stato di abbandono della popolazione e forse l’asprezza del suolo gli fanno esclamare «benedetto Iddio, adesso non ni venceno li fratelli et padri nostri nella India», esclamazione che, secondo il Gomez che la riferisce, voleva significare che a Capraia c’era da fare tanto quanto nelle Indie.

In ricordo della missione dei due gesuiti, negli anni successivi, sulla finestra di Manuelo, dove erano stati ospitati viene posta un’iscrizione con il monogramma IHS sormontato da una croce, simbolo dell’ordine religioso e una data, 1551 che, però, non corrisponde all’anno della loro visita (1552).[17]IHS                              Simbolo dei gesuiti sulla casa di Manuelo

I due gesuiti continuano la loro missione

Giunti finalmente a Bastia, il 22 dicembre 1552, il Landini si insedia nel locale convento francescano e inizia a svolgere un’incessante attività di predicazione e somministrazione dei sacramenti che perdurò fino alla sua morte. Il Gomez, invece, è inviato nel Capocorso, dove svolge la sua missione a Rogliano, San Colombano e Brando.

Da Bastia, però, Silvestro Landini continua ad interessarsi delle vicende di Capraia, come risulta dalle sue lettere: è appena arrivato a Bastia e già pensa di ritornare a Capraia «Io saria ritornato le feste di Natale per servirli [i Capraiesi] per amor di Dio, ma il mare non mi lasso navigare»;[18] da Roma gli viene chiesto di dare l’assoluzione al prete di Capraia [il Bacigalupo];[19] segnala a Ignazio di Loyola la cattura fatta dai corsari, durante una razzia a Capraia, di dieci fanciulle, con due guardie ed un fanciullo, per i quali i corsari chiedono il riscatto;[20] si preoccupa che venga ricercata a Roma copia dei documenti relativi alla dispensa papale per i matrimoni in quarto grado i cui originali erano stati distrutti da Dragut;[21] spera di trovare dei preti da mandare a Capraia che siano «persone bone et che sapiano al meno le parole della Consacratione».[22]

Il 16 luglio 1553 riesce finalmente a tornare a Capraia per un brevissimo soggiorno. Viene accolto dal nuovo podestà Domenico Peroxio. Ai Capraiesi porta le indulgenze plenarie del Giubileo, assolvendo quanti avevano contratto matrimonio in grado proibito. Poi insegna la dottrina cristiana, la mattina predica e guida la processione portando successivamente pietre al cantiere del baluardo di tramontana, la sera canta in chiesa il rosario con tutta la popolazione. Prima di partire chiede al podestà di scrivere a Genova affinché venga inviato nell’isola «un bono religioso di bona dottrina lo quale fusse d’amaestramento a li poveri subditi».[23]

In questo periodo la continua e pressante preoccupazione del Landini è di trovare  un buon sacerdote  da inviare a Capraia e in tutte le lettere, mandate a Genova e a Ignazio di Loyola, non si stanca di ripetere la richiesta .

A parte la breve visita a Capraia, il Landini passa la maggior parte del suo tempo a Bastia. Il grande seguito popolare raggiunto in città e nella campagna circostante e il suo atteggiamento zelante gli guadagnano ben presto l’ostilità del clero corso, corrotto e geloso dei suoi privilegi, che, nell’estate 1553, invia a Roma alcuni rappresentanti per accusarlo di eccessivo rigore e di abuso dell’autorità apostolica. Incitato dal cardinale Marcello Cervini e deciso a difendere l’onore della sua Compagnia, Loyola invia allora in Corsica il sacerdote Sebastiano Romeo per osservare e riferire sull’operato del Landini e del Gomez.

L’ampia relazione che ne scaturisce mostra l’infondatezza delle accuse nei confronti del Landini e del Gomez e la grande ammirazione che Landini si era conquistata presso le autorità secolari e gli abitanti dell’isola, che definiva significativamente la «sua India». La capacità di osservazione, unita all’alone mistico-profetico di cui si circonda e all’intervento, ancor più marcato, sulle credenze e sull’immaginario popolare, sembrano caratterizzare la sua figura nell’ultima parte della vita e giustificare il suo straordinario ascendente. Nell’agosto del 1553 il Landini non abbandona i suoi fedeli nemmeno nel momento dell’assedio di Bastia attuato dalle truppe francesi, spalleggiate dai turchi di Dragut e dai corsi ribelli.

Nei primi giorni del febbraio 1554 il Landini si ammala; muore a Bastia il 3 marzo successivo. Le sue reliquie diventano subito oggetto di venerazione e di leggenda; nel 1612 si avvia nella città corsa un processo per la sua canonizzazione, poi sospeso e mai più concluso.[24]

Roberto Moresco                                                                              2 maggio 2013

 

 


[1]I Protettori delle Compere di San Giorgio avevano l’autorità suprema su tutto ciò che spettava alla Compere e alla loro giurisdizione.  Le Compere di San Giorgio o Banco di San Giorgio possedevano la Corsica dal 1453 e l’isola di Capraia dal 1506.

[2]ASG, San Giorgio, Cancelleria, n. 607/2406, lettera dei Protettori delle Compere al cardinal Morone del 3 gen. 1552.

[3]Ibidem, lettera dei Protettori delle Compere al cardinal Cicala del 27 giu. 1552.

[4]Ibidem, lettera dei Protettori delle Compere al cardinal Morone del 27 ott. 1552. Il «negotio» che i due gesuiti dovevano sbrigare a Genova si riferisce alla richiesta dell’arcivescovo di Genova Girolamo Sauli di aiutarlo a riformare la diocesi. Essi non accettarono e decisero di partire al più presto per la Corsica.

[5] Sulla vita e l’attività di Silvestro Landini v. C. Luongo, Silvestro Landini e le “Nostre Indie”, Firenze 2008.

[6]AA.VV, Epistolae Mixtae ex variis Europae locis, Tomo II, Madrid 1889; A. Dionisi, Un gesuita del cinquecento incontra Capraia, Quaderno della Torre, Capraia Isola 1994, pp. 13-14.

[7]Su questo periodo ved. anche R. Moresco, Capraia sotto il governo delle Compere di San Giorgio (1506-1562), Atti della Società Ligure di Storia Patria, n.s., XLVII/1, (2007), pp. 357-428.

[8] E. Taddia, Corpi, Cadaveri, Chirurghi Stranieri e Caroplastiche: L’Ospedale di Pammatone a Genova tra Sei e Settecento, Mediterranea, Ricerche Storiche, n°15, 2009, p. 157: «L’Ospedale svolse un ruolo fondamentale nella città di Genova come ricovero dei malati genovesi e forestieri (ospitava infatti anche le soldatesche di passaggio), ma non per gli incurabili,  categoria confinata nell’adiacente Ospitaletto voluto da Caterina Fieschi Adorno (1447-1510), la futura santa, e dal suo seguace Ettore Vernazza (1470 circa-1524). L’Ospitaletto aveva lo scopo di accogliere i sifilitici ed i malati terminali che per statuto non erano accolti a Pammatone».

[9]La due lettere sono riportate nell’Appendice.

[10]AA.VV, Epistolae Mixtae ex variis Europae locis, Tomo III, Madrid 1900, lettera di Anton Francesco da Pino al cardinale di Santa Croce del 13 mar. 1553 da Bastia dove Anton Francesco firma come: «primo cittadino corso della Bastia»

[12]La chiesa, intitolata a San Nicola di Bari, si trovava all’interno del forte. Distrutta da Dragut nel 1540 era stata ricostruita nello stesso luogo. Il sagrato della chiesa costituiva una piccola piazza.

[13]Nel giugno 1540 il corsaro Dragut aveva distrutto ed incendiato il piccolo ed unico paese dell’isola.

[14]ASG, San Giorgio, Cancellieri, n. 233, lettera del prete Corrado da Gavi ai Protettori delle Compere da Capraia del 11 lug. 1553: il prete lombardo corso è probabilmente Corrado da Gavi che nel luglio del 1553 ebbe una disputa con il podesta Domenico Peroxio.

Il prete Paulo Bacigalupo fu inviato a Capraia attorno agli anni 1541-1542, ma più che sacerdote si rivelò un abile affarista poco interessato ai bisogni spirituali dei suoi parrocchiani. Nel 1545, quando le Compere decisero la costruzione della torre dello Zenobito, fu nominato soprastante dei lavori alle dipendenze del Commissario Lorenzo De Negri. Quando quest’ultimo si ammalò e dovette rientrare a Genova il Bacigalupo assunse la direzione dei lavori che portò a termine nel dicembre del 1545. Non contento della paga che riceveva per questi incarichi acquistò un liuto con il quale effettuava i trasporti, dal porto allo Zenobito, del materiale per la costruzione della torre. A lavori finiti chiese un supplemento di paga, da uno a due scudi al mese, per recarsi alla torre dello Zenobito per celebrarvi la messa domenicale per quel corpo di guardia, affermando che uno scudo «non me basteria per modo de dire per le scarpe» a causa del pessimo sentiero di cinque miglia che deve percorrere. Metteva mano a tutti gli intrighi del paese sempre allo scopo di riceverne un utile. Il suo comportamento suscitò l’ira di molti capraiesi che si lamentarono con la curia di Massa Marittima.

[15]Gli Ufficiali di Corsica, in numero di quattro, costituivano una magistratura delle Compere di San Giorgio che era responsabile degli affari dell’isola; Capraia dopo aver sottoscritto nel 1506 l’atto di vassallagio alle Compere dipendeva dalla stessa magistratura.

[16]AA.VV, Epistolae Mixtae ex variis Europae locis, Tomo III, Madrid 1900, p. 165, lettera di Silvestro Landini a Ignazio di Loyola da Bastia del 16 mar. 1553.

[17]R. Moresco, 1556- Il primo censimento a Capraia, in http://www.storiaisoladicapraia.com.

[18]ASG, San Giorgio, Cancellieri, n. 233, lettera di Silvestro Landini da Bastia del 14 gen. 1553.

[19]AA.VV, Epistolae Mixtae ex variis Europae locis, Tomo III, Madrid 1900, p. 225, lettera di Silvestro Landini a Emmanuele Gomes da Bastia del 5 apr. 1553.

[20]L’episodio della cattura delle fanciulle è descritto in R. Moresco, Pirati e Corsari nei mari di Capraia, Cronache dal XV al XVIII secolo, Livorno 2007, pp. 46-47.

[21]Ibidem, p. 308, lettera di Silvestro Landini a Ignazio di Loyola da Bastia del 26 mag. 1553.

[22]Ibidem, p. 384, lettera di Silvestro Landini a Ignazio di Loyola da Bastia dell’8 lug. 1553.

[23]Ibidem, p. 384, lettera di Silvestro Landini a Ignazio di Loyola da Bastia del 16 lug. 1553 e ASG, San Giorgio, Cancellieri, n. 233, lettera di Domenico Peroxio, podesta di Capraia ai Protettori delle Compere del 18 lug. 1553.

[24]S. Ragagli, Landini Silvestro, in Dizionario Biografico degli Italiani, Vol. 63, 2004 e C. Luongo, Silvestro Landini …, cit..

Appendice

 

“+M.to magnifici Signori nel nostro Signore

La somma gratia et amor eterno di Christo Nostro VV.SS. saluti et visiti colli suoi Santissimi doni et divina gratia. Il giorno di S. Ambrosio giongnissimo in Capraia per gratia di Nostro Signor et molto humanamenti siamo stati ricevuti, et dalli ufficiali, et, dal popolo, et il simile tutti sono stati ricevuti da noi alli Santissimi Sacramenti della confessione, et comunione, eccetto una germanica per no intender la lingua, et ogni mattina all’aurora et ogni sera all’Ave Maria alla parola de Dio, et dottrina christiana pigliavamo quel tempo per accomodarsi a questi molto poveri, accio il giorno potessino andar alli suoi lavori, ma li feste si stava in chiesia fra la messa, confessionj prediche tre volte il giorno, comunionj, il vespro, compita, et poi tutti andavamo di compagnia in processione a portar delle pietre per fare il Bellouardo in difensione contra gl’infideli perche questi poverini, che pochi di loro sono et huomini, et donne che no siano stati schiavi loro in molti tormenti, è, gran compassione in considerare la sua simplicita, et bonta, tutti sariano buoni se gli fosse che gl’insegnasse. Hora tutti portano la sua corona, vingono ogni mattina alla messa, predica et in processione a portar una pietra per uno al Belloardo avanti li suoi lavori. Tutti stanno ingenocchiati insino al fino della messa, stanno con gran silenzo, che prima non sapevano fare, ma facevano piazza della chiesia. Non ce si gran cosa che noi li comandassimo che loro non facesseno, et tal huomo solo ne voleva tenere in casa sua da per se qual si domanda Emmanuel ma bisogna havergli molto rispetto perche sono come martiri del Nostro Signor. So tal persona di 50 et di 60 anni chi mai hebbe a satieta sua piu dil pani, et sono molto timidi di suoi maggiori. Si sono fatte alcune paci, et sono ritornate al suo marito le moglie, et alcuni in grado prohibito sono dispensati. Il Magnifico podista mando a domandar quelli delle Torre della Marina, et Sinopi, et venirno alla confessione et comunione mandando altri gia comunicati in suo luoco, non manca che facia bene, ma si ch’insegna. Bisogna trovare qua uno sacerdote che teme Dio, et fare che Messer Gio. Batta Spinola … facia la residentia alla sua cura, et tengha appresso di se uno sacerdote buono, et faccia curare queste povere peccorelle, ch’e una pieta a vederle, et facia riparare le chiesie chi vanno in rovina et massime per la prima Santa Maria dal porto ch’e tutta senza tetto, quale sta sotto la torre, et riparare alle cose necessarie al culto divino, et fare provisione al curato come noi havemmo ordinato per precetto fatto quivi al suo procuratore, et, uno potra dire che mai non si sia fatto uno augmento ne utilita a questa povera chiesia, ne a poveri segondo intendo dapoi che in man sua, et tanto piu che tutti questi poverini gli sono affettionatissimi et hamano da cuore. Li beni della chiesia si debbeno dispensare in tre parti, una al riparamento della chiesia materiale, l’altra a poveri, la terza al curato perche è patrimonio di poveri di Christo. Havendo noi ritrovato qua uno prete lombardo corsico chi non solo non sa leggere, ma non sa la forma delli sacramenti, ne anco dil consecrar il Santissimo corpo di Christo, ma interrogato risponde che le parole de detta consecratione sono … quam pateret: hora dice Hoc est, hora hoc est preceptum meum. Vedeno le SS. VV. come s’ha da far, noi gl’havemmo levato non solo la missa ma ancora la cura. Tali huomini ha trovato mi dicono fra paulo dell’ordini di Santo Agostino, hora prete, et curato quivi per predecessore di questo suo sustituto, il processo dil quale è appresso di VV. SS. et altre additioni si mandano col processo al Reverendissimo S.or Vicario ma acrio nol lassa procedere in tanti labirinti, et se S.S. nol potra domar bisognara ne sia dato aviso a S. Santità. Costui è stato qui cancelliero d’uno sustituto dil Vicario di Massa di Marema, et hanno levato 5 scudi a uno poverino detto cenco di pasqualino per dispensarlo a torre moglia non havendo moglia ne impedimento alcuno ne mai promesso ne dato consenso a nessuna, ma perche questi poverini sono tanto timidi, et scropolosi, ciascuno ceratano chi li venga a minacciare loro impegniariano quanto hanno per liberarsi dalle loro mani. Prego VV. SS. chi gli siano buoni padri, et gli provedono in qualche modo d’uno buono curato che non siano piu abbarati. Noi bene havemmo lassate alcune ordinationi appresso delli suoi uffiziali, ma loro sono tanti facili che credono ogni cosa et temono ogni cose, ne venivano a domandare licenza di fare collatione alla sera quando diggiunavono, et ancora se noi eravamo contenti di dispensarli in pane et acqua perche loro pensavano che lo diggiuno non fosse valido se non si digiunasse pane, et acqua o guai a quelli chi vivano in dilitie Il Magnifico podesta, et cancelliero di VV. SS. sono molto soliciti et desiderosi della salute di questo comune, et vedendo chel tutto sta in havere uno buono prete per curato, et in queste bande non ce speranza pregano le SS.VV. che vogliono provedere, et loro non mancaranno di fare quanto potranno ogni sera in insegnar la dottrina Christiana c’hanno mandato a noi le SS. VV. et ancora lettere, ma al presente restano senza preti come in terra di Turchi gli pare rimanere se non gli si fa provisioni. Loro invitorno gl’altri col suo essempio alla Santissima confessione, et comunione perche duoi si confessorno et comunicorno. Qua dicono haver dispensa dalla sedia apostolica di contrahere in 4° grado per esser una picola Isola remota dalli altri, ma nol possono mostrar per scrittura, perche gl’infideli gli brucciorno ogni cosa. Se VV.SS. n’havessero noticia alcuna, penso a loro potress’io aggiutarli in terzo grado. Non bisogna cercar dinari da questi buone persone per mandar ne a Roma ne in altre parti per dispensa perche sono poveri, et tanto casti che tale huomo havra promesso a una donna per verba e de parenti et si conservaranno l’uno et l’altro in verginita insino a venti anni tanto sono casti, et in questi tempi qui tutti vanno discalci tutti poveri et stracciati. Io per me elegeria a servirli in mia vita volentieri per amor de dio, et tanta semplicita loro quando l’ubidienza de superiori me lo comandasse. Ne mai di quante terre citta o provincia habbio visitato mi sono tanto affaticato col prete messer Emmanuel di, et notte quanto in questa terra per la loro semplicita, et se loro havrano buono pastor faranno cose grandi per amor di dio perche già è manifesto la gran mutatione loro. Dil viaggio nostro prolongato per havere il contrario mare il Signor s’ha voluto servire delli suoi umilli instromenti in terra insino Livorno come ne scrive il prete messer Emmanuel in presente al Magnifico messer Michel Cepola colli altri amici nel Nostro Signor dove n’era molto bisogno. Il Signor c’ha fatto il tutto, et che vi ha dato buono principio conduca l’opera sua a perfettione nella Corsica, dove ogni di ne sentiamo maggiori reclamationi, et ne faccia sentir la sua Santissima volonta, et quella ad pieno adempirla sempre: col predetto messer Emanuel col Magnifico messer podesta messer Piero Antonio et tutta la comunita mi raccomando alle VV. SS. nel nostro Signore. Penso che saria buono quivi uno prete Lionardo dalla Spezza capellano in Carignano quando VV.SS. facesse col nostro Magnifico Agostino Sauli lo mandasse volentieri perche gia io le ne parlai essendo in Genoa, et lui non mi disdisse. Di Capraia 17 di dicembre 1552./ d. VV.SS. Molto Humilissimo servo nel Nostro Signor Salvestro Landino Sarzanensis ”[1]

“Iesus

Molto Magnifico et nel Signor Nostro mio charissimo

La somma gratia et amor eterno di Christo Nostro Signore salute et visite V. R. S. con i suoi Santissimi doni et gratie spirituali. Partiti dalla Spetia et dalla presentia di quello benedetto pastore et agionti al … cominciassimo in domino il nostro pristino exercitio predicando ivi il padre don Silvestro e dando regole et ordine a quelli ignoranti preti, dove per terra venessimo in sino a Ligorno. In ogni terra che ni fermiamo la notte predicando alla matina, dicendo messa, confessando, primo nella Sarzanella et di mano in mano sino a Pissa. In Ligorno puoi accapitati la prima domenica dello advento alla notte. Si è fermato il nostro bergantino 9 0 10 giorno per il grave tormento del mare. Permetteva il Signor nostro tormento et fortuna nel mare accio si mitigasse la fluttuosa enundatione et tempestate che vi era in quella terra: delli cuori et anime  delli cristiani, nelli quali à operato per assai deboli instrumenti (ut et ipse mirabiliter novit) cose mirabile, quivi adonche nel domo predicava, confessava et comunicava il Padre don Silvestro tutto il giorno per tutto il tempo, facendo (divino numine …) frutto cetessimo in assai sterile terra. Vero è (ut ipsemet audivi) che alcuni vi erano li, di 14 annj privati del salutifero sacramento della confessione. Fu etiam alla 2a predica convertito un Turcho, et al sexto et ultimo giorno, Christo gratia, baptizzato. Molti passagieri et marinari vi erano quivi detenuti per il tempo erano tutti assai consolati et nutriti ogni giorno del pane ex quo omnis vivit homo, et molti loro si sono confessati. In questo mezzo io nella Cittadella, qualle di Spagnoli è fornita et assai bisognosa di lume spirituale agiutato dal supremo aspira mine, predicando, confessando, et comunicando, non havea tempo di vacare al visognio naturale. Si sono adonche quasi tutti li soldati reconsiliati col Signore, et ancho inter se, quelli che haveano odio si sono parimenti confessati e comunicati. Le sue donne, et masnate, peroche quasi tutti sono maritati, tanto sono stati consolati li miseri con la nostra presentia che giorno et notte da noi partire non si potevano, si il Castellano, si il loco tenente, si ogni altro fante, insieme con la comunità di fuora, et tutti quanti unanimiter al Signor Iddio pregavano ch’il mare si acquietasse accio che fosse dettinuta la nostra partita et adoprata la Santa Salute. Et in quanto alla salute de li loro anime importava pare che siano stati exauditi, essendo vili la gratia concessa, vesta etiam introduto il confessarsi et comunicarsi ogni domenica. Si ci fossero … operarij quos in vineam mittere dignetur omnipotens deus Amen. La comunità dimandò con molta instantia che volessimo restare con essi loro che farebbemo competente provisione.

Il benedetto giorno di S. Nicolao alla sera, sonata l’ave maria col Signore ni partissimo alla volta di Corsica, qual’etiam Signore ni volse per la infinita sua … favorire alla prima notte co assai competente tempo et mare, di 3, o, 4 hore puoi di notte inansi ni volse avisare che dobiamo mutare la vita et prepositi, et à cominciato ad aprire la mano alli venti et dar licentia all’onde, in modo ch’ognuno temeva, et io più che tutti quanti. Il Padre don Silvestro che quanto poteva alle fune della ….(ut eius est mos) si attacava  fue commoso alcune fiate di absolvere tutti quanti generaliter. Il mare in questo mezo a nissuno perdonava anzi da …. per ogni parte dentro nel bargantino intrava et ad ogniuno senza descritione bagniava. Io in questo mezo de molte maraviglie dal Nostro Signor fatte mi ricordava et da resigniarme in Sua Santissimama voluntà co la mente mi affaticava tutto per … forsa di V. S. alquanto interius mi acquietava. Alla meza notte puoi et non già piu di 9. o 10. miglia discosti di qui crescendo tutta via et li venti et il mare, un grande rumore si senti. Li marinari presto ch’è, ch’è, respondeno quelli di proa no è niente. Fra poco puoi spacio l’antena del bargantino si fa in duoi pessi per il mezo. Et il mastro grida ad alta voce, oi me che siamo tutti quanti persi et io del altro canto sento il Padre Don  Silvestro (altiori voce) Jesus Jesus. Io per gratia del Nostro Signore al hora nissuna paura hebbe, ansi mi levo presto et buto il mantello via et grido sui fratelli che non è niente il Signore sarà con essi noi nissuno habbia paura, et mi attaco alla vella et adiutola a cachiare dentro et ad armare per una parte li remi, et comincio io con uno remo, et il Padre con la … a vogare alla volta de terra. Et è cosi come tutti dicevano, che naturaliter noi eravamo tutti quanti persi, et molti loro in terra dicevono O padri per amore vro il S.r Iddio n’à liberati questa notte. Ma (et non per noi) la infinita clementia del Nostro Signore ut vult omnes homines salvos fieri, ita non in peccatores ruinam et perditionem gaudet nec certatur. Sed magis ut liberentur et saluentur si è immediate che fue rota l’antena …, et facta est tranquilitas magna ita ut omnes quodam afficerentur admiratione, dicentes, quis est ist, cui et mare et venti parent, cominciando puoi a caminare, comminciò parimente il vento a sufiare et le onde a tutti quantj di nuovo ribagnare. 2, o, 3. hore avanti del giorno con la gratia Nostro Signore arribassimo. Dove adesso quello grande timore passato, dopia ni causa in Domino consolatione vedendo qualmente Nostro Signore per quella via à voluto visitare plebem suam in questa Insola. Per ch’altramente li marinari non afferavano quivi terra et questa restava invisitata. Dove sa Iddio ( chi à proveduto) quanto vi era necessaria la visita, et quanto etiam frutto si è fatto in gloria Sua et salute dell’anime. Sia egli da ogni creatura sempre laudato.

Doppo ch’ siamo accapitati insino adesso non cessiamo notte et giorno da lavorare: avanti il giorno si leviamo sempre a confessare, predicare, et communicare, in tal modo che quando si apri la porta della terra habbiamo confessato quelli che potemo, et deto il Padre messa et predicato et communicato, et puoi tutto il giorno senza levarsi alla confessione insino all’ave maria della sera, et al’hora si sonna alla dottrina Christiana et congragata la turba si lege insino a duoi o, 3. hore di notte, in modo ch’il Padre mi diceva l’altro giorno, benedetto Iddio, adesso non ni venceno li frattelli et padri nostri nella India volendo inferire ch’non mancho è da fare qui ch’li.

Le Domeneche et feste predica il Padre alla matina et io avanti il vespero puoi cantiamo il vespero, quall’finito andiamo in processione fuora della terra a Santo Jacobo, cantando le latanie, et li fatta la beneditione sopra li agri ogniuno, il Padre primo et io 2° et cosi di mano in mano tutti quanti si cargono di sassi per fabricare quello torrione et fortificare la terra. Erano grande dissentione fra la communita et podesta sopra questi sassi. Adesso per gratia di Christo tutti gli vadono, etiam quelli che non sono tenuti, et cosi vedendo noi, la loro devotione, et ancho, la vigente necessita gli andiamo adesso ogni matina.

Adesso per gratia Nostro Signore sono hormai tutti quanti confessati et comunicati, excepto quelli ch’hanno legitimi impedimenti, n’è ch’ generaliter sonno tutti quanti ignorantissimi delle cose alla relligione apertinentj et de ogni politia, quanto puoi al mondo sonno de volpina astutia tutti quanti ripieni. Al presente è da dare gloria à Iddio Signor Nostro vederli tutti quanti in casa, lavorando, caminando, et finalmente sempre con la sua corona et dicendola quando si puo, et credo che non vi era (ut ipse acceperat) piu d’uno che havessi la corona, adesso padri et madri con tutta la masnata; ni da udire il Verbo divino satiare si possono, et cosi tornati in processione le domeneche et feste si tornano a cantare compiete qualle …, si sona per la dottrina Christiana, intratti adoncha duoi hore avanti il giorno nella chesia salimo 3. 4. hore di notte, certa è anchora in loro la perseverantia in bonis operibus usque in finem, si havessemo lume da lassarli, mà non so che sera quando seremo absenti. Il Signore lo proveda tutto a gloria sua amen.

Se non etiam Christi gratia, fatte 4. o 5. pace demandanli perdone et abrassandosi insieme nella chesia inansi il Santissimo sacramento, et ancho in piaza, coram omnibus circumstantibus et tali che ogni giorno volevono ussire fuora et amassarsi … come cane. Il medessimo è anchora fatto fra le done, che sono quivi robustissime.

Al preti di qui ignorantissimo (et ancho piu) à datto il Padre alcune cosideratione spirituale et  benedetto il Signore venuto in tanta cognitione di suoi grandissimi delitti, di qualli pero poco si na corgeva, ni ancho conto faceva; che come puto scelere … magnitudinem, multitudinemque per singulas noctes amare, piangeva, et essendo tanto Illuminato, si è levato in tanta indignatione contra se stesso, per havere offesso cosi bono et grande Signore come è il Nostro quia nimis princeps pacis per futuri seculi, che al pianto per punire a se traditore agiongeva etiam crudelli descipline, come batersi con ogni genero de flageli, et etiam col lardo arosto et altre chel … gli subministrava.

Hieri habbiamo separato 3. ch’hanno le sue done schiave in barbaria, et si haveano quivi ( sotto tutte sorrotitie dispensatione di cativi vicari qui id prestare nequeunt) preso altre senza constare la morte, o vero recessus a fide ( quod deus advertat) delle prime.

A questi volsi etiam bene il Signore perochè restando per noi publice separati, non restano privi delli Santissimi Sacramenti, anzi nella communita de Christiani fidelibus congionti, quamtunche non senza fare publica penitentia, per il publico dilitto del concubinato, et per exemplum in futurum ut et alij sibi caveant.

Un altro che parimenti havea quivi pigliato la 2a donna, scampando la prima per Christi gratiam delli mani delli infidelli, et accapitando quivi li giorni passati, et … modo repigliarla voleva qualle donna come da bene et discretta, si ritiro a casa del suo padre. Hieri la mandassimo a casa del marito col suo padre et altri duoi homini da bene, qualle lui ( forte timore) cum gratiose actione repiglo, dando alla concubina licentia la qualle hieri etiam lui sono confessati et communicati; ma no restarano senza publica punitione, ut eius est meritum.

Destribueremo etiam, suam aperiente domino manu, una buona qualita di dinaro alli poveri di Christo che vi sonno quivi molti e assai bisognosi, qual dinaro una buona parte faremo pigliare della Compagnia del Santissimo Sacramento, che tiene molto, essendo essa etiam molto bene  fornita delle cose al colto divino apertinenti, et ancho le penne pecuniarie in questi delinquenti exibite.

Hoggi 2° sabbato della nostra quivi residentiam si sono confessati molti da me et dal padre, tutto il giorno insino 2 o 3 hore da notte non ni siamo levati delle confessione, o vero reconsiliatione, pero che sentendo questi poveri la veritate la voglino abrassiare, confessandosi ogni settimana, ma oi me che no vi è pastore si non a mangiare il latte et rapire la lana alle povere pecorelle, idcirco ego in domino obsecro obterstorque a tutti quanti li vostri Signoria che gli provedano pero che senza messa et da ogni bene spirituale restano privi et smarite le povere anime havendo noi privato li preti che, ni legere, ni scrivere, nec quid sit, quotcumque sacramanta sint aut consecrationis verba novit, anzi interrogato da me, quae nam sunt consecrationis verba, respondit primo (his verbis) …, 2° hoc est preceptum meum, et sic de ceteris interrogationibus. Non poterebe dire in pocce parole quanta passione et dolore habbi hauto l’anima mia vendendo cosi perso il preciosissimo tesoro del sangue di Christo, essendo cosi pochi agiutatj di esso per salta de pastori delle Signorie vostre adonche sera remediare ut fieri potent in domino. Il Padre de Silvestro et io ni racomandiamo alle devote oracione di V.S. con tutti li amici nel Signore a qualli V.S. fara questa commune, et primo a Monsignor R.mo vicario et al Magnifico Thomas Spinola, al Magnifico Messer Vincentio et Messer Augusto, Messer Antonio, Messer Andrea, Messer Francesco, et al R.mo Padre Messer Francesco con tutti gli altri Magnifici quorum in libro vitae scripta sunt nomina, quorum etiam in omnibus nostris semper fit memoria, non altro se non che al onipotente Iddio pregiamo ni dia sempre sua Santissima voluntate sentire et quella perfettamente adimpire. Di Capraria 17 de dez.bio 1552.

D.V.S Humillimus in domino servus +Emmanuel demontemaiori

Habbiamo etiam fatta provissione sotto pena de 50 scudi al prete ( o vero sfratato) paulo quivi rettore per li suoi gravissimi delitti quivi constano autentica scriptura che non sia acceptato per via alcuna.

Et alla costa del beneficio reparara S. Maria del porto et S. Nicolao et altre che longo sarebbe dire.   Iterum in domino vale deumque pro nobis ora.”[2]

[1]ASG, San Giorgio, Cancellieri, n. 233, lettera da Capraia del gesuita Silvestro Landini da Sarzana all’Ufficio di San Giorgio del 17 dic. 1552.

[2]ASG, San Giorgio, Cancellieri, n. 233, lettera da Capraia del gesuita Emmanuele da Montemaiori inviata a Genova a Messer Michael nello Hospitaleto del 17 dic. 1552.

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Da Capraia al Cono Sud: profilo dell’emigrazione capraiese in America Latina tra Ottocento e Novecento di Martino Contu e Roberto Moresco

Questo articolo è stato pubblicato in Martino Contu, Roberto Moresco, Da Capraia al ConoCopertina Sud …, in L’Emigrazione in America Latina dalle Piccole Isole del Mediterraneo Occidentale,       i casi di Capraia, Formentera, Giglio, La Maddalena, San Pietro, Sant’Antioco, Centro Studi SEA, Villacidro 2012, pp. 19-57.

◊Martino Contu è Presidente del Centro Studi SEA

1. Premessa

 L’isola di Capraia, situata tra la Corsica e la costa della Toscana, dal 1506 ha fatto parte del dominio del Banco di San Giorgio che poi, nel1562, la cedette insieme alla Corsica alla Repubblica di Genova. I legami con Genova si mantennero sempre molto saldi poiché l’isola aveva una posizione strategica per la protezione della principale via di navigazione tra la città e il basso Tirreno.[1]

L’emigrazione dall’isola di Capraia ha origini lontane che precedono i flussi migratori da altre isole del Mediterraneo: le ragioni dell’inizio di tale fenomeno si possono fare risalire al 1767 quando le truppe di Pasquale Paoli si impadronirono dell’isola dopo un assedio di oltre tre mesi nell’ambito della rivolta dei Corsi contro il dominio della Repubblica.

Nei decenni precedenti l’isola di Capraia aveva conosciuto una notevole crescita demografica, iniziata a partire dalla seconda metà del Seicento, che era stata favorita dall’intraprendenza dei suoi abitanti nello sviluppare una locale marineria. Fattore determinante di questo sviluppo fu la rivolta dei Corsi iniziata nel 1729. Genova, non fidandosi dei Corsi ed avendo imposto un blocco totale dell’isola (la stretta serrata) si servì delle imbarcazioni capraiesi – le gondole – per i collegamenti con la Corsica: invio di rifornimenti e truppe dalla madrepatria, trasporti postali, trasporto dei prodotti dell’isola verso Genova. Questa situazione preferenziale permise ai «Padroni» capraiesi di sviluppare come attività collaterale anche il commercio in proprio non solo tra il continente e la Corsica ma anche tra i diversi porti di terraferma (Genova e le sue Riviere, la Toscana con il porto di Livorno e la Maremma, Roma, Napoli, e i porti della Riviera francese). Non meno importante per gli abitanti di Capraia rimase la pesca, in modo particolare quella delle acciughe e delle sardine, e la lavorazione e conservazione del pescato tramite la salatura o la marinatura. Una popolazione maschile, quindi, che si era specializzata nella navigazione, il commercio e la pesca, mentre le donne curavano la scarsa produzione agricola, il bestiame non certo numeroso, e la produzione di manufatti di argilla di scarso valore.[2]

L’occupazione di Capraia da parte dei Corsi e successivamente dei Francesi non durò a lungo. Nel 1771 l’isola venne restituita alla Repubblica di Genova secondo quanto era stato stabilito nel trattato di Versailles del 15 maggio 1768 che sancì la cessione della Corsica alla Francia. I traffici commerciali da e per la Corsica si svolsero su una nuova direttrice che privilegiava la rotta tra Aiaccio, che divenne il capoluogo dell’isola, e Marsiglia. Con la cessione della Corsica alla Francia la ragion d’essere della marineria capraiese viene meno: i Padroni capraiesi sono costretti a cercare nuove rotte e nuovi traffici entrando così in concorrenza con le marinerie della Riviera ligure, dotate di imbarcazioni più grandi e che maggiori capitali. Inizialmente fu un declino lento che come vedremo subì un’accelerazione nei primi decenni dell’Ottocento. È in questo periodo che alcune famiglie capraiesi si trasferirono in Corsica e a Marsiglia, mentre diversi marinai capraiesi si imbarcarono sui postali francesi che collegavano la Corsica con la costa francese.

Incominciò così per l’isola un lento declino e l’emigrazione della sua popolazione. Dopo lo scoppio della rivoluzione francese nel 1789, altri avvenimenti ebbero un impatto sull’economia dell’isola.

Quando, nel 1793, l’Inghilterra entrò in guerra con la Francia e inviò una sua flotta nel Mediterraneo, Capraia nonostante la dichiarazione di neutralità della Repubblica di Genova, divenne un covo di corsari francesi e corsi, che imbarcavano sui loro navigli anche marinai capraiesi. Nel settembre del 1796, il commodoro Horatio Nelson per mettere un freno all’attività corsara occupò per pochi mesi l’isola, bloccando nel porto anche buona parte dei navigli capraiesi. La situazione non migliorò quando nel maggio del 1797 cadde la Repubblica di Genova e venne creata la Repubblica Ligure.

Nel 1802, la Repubblica Ligure cedette l’isola di Capraia alla Francia in cambio di alcuni territori piemontesi. Capraia entrò dapprima a far parte del Dipartimento francese dell’isola d’Elba e, successivamente, nel 1805, fu annessa al Dipartimento del Golo (Corsica) che aveva come capoluogo Bastia.

Un rapporto statistico sull’isola di Capraia, redatto dal Prefetto del Golo, nel 1806, dopo una sua visita nell’isola, fornisce una chiara descrizione delle attività e dei problemi dei suoi abitanti. In particolare egli afferma che:

«La piccola popolazione dell’Isola di Caprara sopravvive e si mantiene da tanti secoli con il solo cabotaggio. In questo punto del globo, si può verificare l’osservazione fatta a proposito di tutti i popoli che si dedicano all’economia del Commercio: un suolo ingrato, un’attività infaticabile, ed una estrema frugalità contrastano con i costumi delle Nazioni dove là sono i fattori. […]. Anticamente una delle più grandi risorse degli abitanti di Caprara era la pesca delle acciughe. Venticinque barche erano allora impiegate per questa pesca e si stimava la produzione in 40000 chili. Questo ramo dell’attività industriale è quasi scomparso, si contano appena 5 battelli che pescano le acciughe i quali durante l’ultima stagione non hanno preso nulla. Per altro la diminuzione dei battelli da pesca, a detta degli abitanti, deriva dall’aumento delle grosse barche per il cabotaggio. Queste sono attualmente 40, cioè:

12 da 38 a 40 tonnellate

6 da 20 a 25 tonnellate

8 da 10 a 15 tonnellate

10 da 3 a 5 tonnellate

Di queste quaranta barche, soltanto dieci navigano, le restanti sono tirate in terra, perché non hanno i mezzi per farle navigare. […]. Caprara, riunita alla Francia è diventata un Cantone del Dipartimento del Golo, deve senza dubbio sperare di vedere migliorare la sua situazione per la più grande protezione che ne può ricevere. Ma considerare questa piccolissima Isola solamente come un posto militare, e soprattutto cercare di crearvi un sistema finanziario pubblico, sarebbe come togliergli la speranza della sua conservazione.

Per queste ragioni, il Consiglio Generale del Dipartimento non l’ha compresa nella ripartizione della Contribuzione fondiaria. L’imposta sulle porte e finestre, né la tassa sulle Patenti, non vi sono state applicate: solamente un Ufficio di registrazione vi è stato creato per garantire la sicurezza degli atti.

Essendo l’Isola considerata attualmente, nelle sue relazioni commerciali, come straniera, il sistema delle Dogane non vi ha introdotto alcun pagamento o proibizione: vi si riscuotono unicamente i diritti di Navigazione e su questo aspetto il Commercio sembra godere di qualche franchigia.

La sola ispezione dei luoghi induce il Prefetto del Golo a pensare che tutta la popolazione dell’Isola risentirebbe dell’effetto inevitabile dell’istituzione del sistema doganale: al contrario lo stato dell’Isola richiede che il sistema di franchigievenga ulteriormente esteso […] ».

Questa situazione porta il Prefetto a fare le seguenti proposte che non sappiamo se siano state implementate:

«1°. Diminuire il diritto di Navigazione: questa misura vi porterebbe a fare scalo forzato un più gran numero di bastimenti stranieri che per evitare dei costi troppo alti, anche nel cattivo tempo, fanno forzatamente vela verso il Porto Franco di Livorno. Da ciò nascerebbe per gli abitanti un motivo di tenere l’Isola approvvigionata per una maggiore probabilità di consumi. La perdita delle entrate per il pubblico Tesoro, non dovesse essere compensata o anche aumentata per il più grande numero di bastimenti, si ridurrebbe a 300 o 400 franchi per anno.

2° Non obbligare i Padroni Capraiesi, come lo sono attualmente, ad approvvigionarsi nei porti stranieri dei beni di prima necessità per il loro consumo. Aprire loro, per questi beni e con le precauzioni opportune, i porti francesi. Questa misura è anche dettata dal punto di vista economico, poiché i benefici, frutto della loro attività, cesseranno di essere trasferiti a Livorno, in Sardegna, a Civitavecchia, ed inoltre i movimenti di cabotaggio, tra Caprara e i Porti Francesi, diventeranno più frequenti.

3° Esentare da tutti i diritti d’entrata i beni di origine capraiese importati in Corsica. Questi beni, così come ho già fatto notare più sopra, si riducono a qualche brocca e a qualche vaso di terra, i quali sono specialmente importati al Capo Corso, e i cui diritti non raggiungerebbero i 200 franchi.

Dall’altronde, e per i Corsi e per i Capraiesi ne risulta una sorta di scoraggiamento poiché questi oggetti di produzione Nazionale sono gravati e tariffati come non appartenenti all’industria dell’Impero, di cui anche i Capraiesi sono figli.

4° Permettere che i Padroni Capraiesi possano esportare dai Porti del Continente francese e dalla Corsica la valuta che abbiano percepito dalla vendita dei beni da loro introdotti assoggettandoli a tutte le dichiarazioni e misure precauzionali riconosciute necessarie per prevenire gli abusi. La facoltà di approvvigionarsi in Francia, diminuirebbe tanto più la quantità di valuta esportata.

Quelle sono le modifiche che sembrano essere dettate dalla situazione fisica ed economica di Capraja, per dare al suo commercio una qualche vita, e alla sua popolazione qualche mezzo di mantenersi, forse anche di aumentare.[3]

Durante il periodo napoleonico, tra la popolazione maschile dell’isola, furono effettuati degli arruolamenti forzati, sia per la «Grande Armée» sia per la marina militare, che devono aver contribuito a un ulteriore decremento della popolazione.[4]

Nel novembre del 1815, quando, dopo la caduta di Napoleone, il trattato di Vienna assegna i territori dell’antica Repubblica di Genova al Regno di Sardegna, Capraia venne occupata dalla Marina Sarda ed inclusa nel Ducato di Genova.

La situazione economica nell’isola era ormai completamente deteriorata come scrissero i Padroni e i Capi famiglia capraiesi in un loro appello a Vittorio Emanuele I, re di Sardegna:

«È colla più profonda venerazione ed umiltà, che Noi sottoscritti padroni di marina, e Capi di famiglia dell’Isola di Caprara, osiamo esporvi il quadro fidele, e doloroso della nostra esistenza. Piazzati in un suolo, che non offre, che un mucchio di sassi, la navigazione,ed il commercio facendo tutta la nostra risorsa, ed industria, nessun popolo quanto noi ha potuto provare gli funesti effetti d’una lunga, e disastrosa guerra. Cinquanta circa dei nostri navigli sono quasi tutti rimasti preda del nemico, li nostri capitali subirono la stessa sorte, la coscrizione marittima tolse la nostra gioventù, metà degli abitanti sono stati costretti di allontanarsi per andar a mendicare la loro sussistenza presso lo straniero; la nostra posizione in somma divenne così infelice, che mosse il cessato Governo ad esentarci dalla coscrizione di terra, e da tutta contribuzione».

La lettera si conclude chiedendo il ripristino di tutti i benefici di cui godevano i Capraiesi sotto la Repubblica di Genova.[5]

La situazione economica di Capraia non migliorò negli anni successivi, tanto che, nel 1837, Carlo Alberto durante una sua visita nell’isola, visto lo stato di estrema povertà degli abitanti, decise di accordare una sovvenzione perpetua al Comune.[6] È a partire da questi anni che si amplificò l’emigrazione degli abitanti dell’isola non solo verso la terraferma italiana ma anche verso altre nazioni. Negli anni successivi, anche se dal Governo, prima piemontese e poi italiano, furono create delle occupazioni retribuite – gli alcaidi e i guardiani delle torri, le milizie urbane, la fabbrica tabacchi – la situazione non smise di deteriorarsi. L’insediamento della Colonia Penale nel 1873 non portò alcun tangibile beneficio tale da risollevare la situazione economica dell’isola.

Alete Cionini, un ufficiale che comandò il distaccamento di fanteria di Capraia nel 1884, così descrisse l’impatto dell’emigrazione sulla vita dell’isola e dei suoi abitanti:

«In ogni modo il rapido decrescendo nella popolazione dell’isola cominciò al nascere di questo secolo, colla venuta in Capraia dell’infausta dominazione francese, la quale vi portò lo sfacelo e promosse su vasta scala l’emigrazione, che d’allora in poi non ebbe mai sosta. Alcune famiglie, venduto quel po’ di ben di Dio che avevano, cominciarono a partire per l’America e là si stabilirono. Altre man mano le seguirono, altre le seguono ancora! Quelle poche che, o per la mancanza dei mezzi pel viaggio, o perché non sono miserabili del tutto, o perché non reggono al pensiero di abbandonare il nativo loco, rimangono ancora nell’isola, contano però in quei lontani lidi qualcuno dei loro, o il padre, o il marito o il fratello, sicché si può dire che la gran maggioranza della popolazione è composta ormai solo di vecchi, di donne e di fanciulli. I giovani per lo più emigrano, lasciando le loro famiglie, prive di mezzi, a vivere in Capraia. Dopo qualche anno ritornano, pagano i debiti fatti dai parenti, riposano dalle fatiche del viaggio e indi via di nuovo, come le rondini. Qualcuno non ritorna più, e allora chiama con sé la famiglia. Di qualcun altro non si sa più nulla. Forse sarà morto in qualche naufragio. A buon conto la famiglia lo piange come perduto, e veste a lutto. Altri ritornano dopo venti, trenta anni col loro gruzzoletto: vedono i figli già fatti grandi, irriconoscibili, la moglie invecchiata, aggrinzita, senza denti; danno un addio al mare, mettono su una botteguccia, comprano un pezzo di terra, e allora, come per spasso, di quando in quando vanno a coltivar la vigna, forse unica coltivazione possibile, proficua e promettente per loro. Dopo una vita avventurosa, di privazioni, di fatiche, di disagi, di pericoli, essi si son fatti uomini d’ordine, serii, tranquilli, desiderosi non d’altro che di quiete; diventano ottimi cittadini, e vedono senza menomamente scomporsi, emigrare, al loro turno, i figli, come se questi dovessero andare solo fino a Genova o a Livorno».[7]

Gli stessi concetti si ritrovano in una lettera, del 1891, che un capraiese scrisse a un suo amico emigrato in Argentina:

«Caro amico riguardo alle condizione del nostro Paese sono cattivissime se andiamo di questo passo fra pochi anni il nostro paese è deserto non ce quasi più nessuno. Quelli che vanno non ne ritorna nessuno, qualche d’uno sempre ne muore e così il nostro Paese pocho per volta si va consumando. … I negozi poi vanno di male in peggio non abbiamo più un Bastimento ne piccolo ne grande, il nostro Porto è sempre polito neppure ci è più un pescatore Caprajese, sono venuti qui dei pescatori gorgonesi che altrimenti si patirebbe anche un pesce che anche i pesci non è più come avanti che ne pescavano in bondanza, adesso sono molto scarsi e li vendano cari della carne poi non vi dico niente massima nel Iverno che bisogna raccomandi a Livorno. L’unica cosa che abbiamo di buono è il vapore due volte la settimana, la Domenica quello da Genova che va in Sardegna e il Mercoledi da Livorno, fino adesso chi dà un poco di vita al Municipio è la Colonia Penale per il Dazio Consumo che paga al Municipio che se il Governo dovesse levare la Colonia il Paese resterebbe deserto. Caro Pasquale se andiamo sempre di questo passo andiamo malamente».[8]

Il grado di decadimento dell’economia dell’isola è dato anche dal numero di natanti dell’isola nel 1885 confrontato con quello del 1806: tre imbarcazione a vela con una stazza di 17 ton in totale contro i cinque battelli da pesca e le 40 grosse barche per il cabotaggio del 1806. La marineria capraiese, che nel Settecento aveva avuto la sua massima espansione, era ormai estinta.[9]

La situazione economica dell’isola rimase stagnante anche nella prima metà del Novecento fino a quando venne chiusa la Colonia Penale e il turismo portò una nuova fonte di guadagno. Ma ormai le antiche famiglie, che nel Settecento con le loro attività avevano sviluppato una economia capace di sostenere oltre 1500 abitanti, si erano estinte. Pertanto il fenomeno dell’emigrazione per Capraia si restringe al solo Ottocento. Nel Novecento si riduce a poche casi sporadici: infatti la popolazione già nel 1907 era ormai ridotta a soli 235 abitanti stabili, e diminuirà ulteriormente negli anni successivi fino agli anni sessanta dello scorso secolo.[10]

I pochi giovani rimasti lasciano lentamente l’isola: i maschi si imbarcano sulle navi della marina mercantile e portano le loro famiglie nei porti di imbarco (Genova, Livorno, Napoli) mentre le femmine sposano i pochi impiegati pubblici (carabinieri, marinai, agenti di custodia) che al termine del loro servizio nell’isola le portano in continente.

Questo breve excursus storico è ben rappresentato dall’andamento demografico dell’isola (Fig. 1) in cui si può osservare il rapido calo del numero degli abitanti dell’isola a partire dalla fine del Settecento.

 Fig. 1 - Abitanti di Caoraia

2. Le fonti

Solo recentemente il fenomeno dell’emigrazione capraiese tra l’Ottocento e il Novecento è uscito dall’oblio in cui era piombato a causa della sparizione dall’isola di tutte le antiche famiglie che avevano partecipato a questo fenomeno.

Il primo studio sull’argomento è stato presentato dai fratelli Contu al Convegno Storico Internazionale “L’Emigrazione delle Popolazioni Insulari del Mediterraneo in Argentina fra il XIX e il XX secolo” tenutosi a Villacidro i giorni 22-23 settembre 2006 e i cui atti sono stati dati alle stampe nel 2009.[11] Questo studio, che è stato successivamente pubblicato anche sul web,[12] ha attirato l’attenzione di diversi discendenti di emigrati, che hanno chiesto notizie sull’origine delle loro famiglie. Si è così attivato un circuito internazionale di scambio di informazioni.

In Italia si sono effettuate delle ricerche archivistiche nelle seguenti sedi conservative:

– nell’Archivio del Comune di Capraia, consultando i Registri di Stato Civile, limitatamente, in questa prima fase, agli Atti di Nascita dal 1866 al 1931, e agli Atti di Morte dal 1866 al 1960[13] e analizzando le informazioni contenute nell’Archivio degli Italiani Residenti all’Estero (AIRE);[14]

– nell’Archivio Diocesano di Livorno per ritrovare atti di nascita e matrimonio tra il 1718 e il 1865 provenienti dall’Archivio della Parrocchia di Capraia Isola;[15]

– nell’Archivio della Pretura di Capraia Isola, contenente documenti utili allo studio del fenomeno migratorio.[16]

Ai documenti provenienti da Archivi pubblici ed ecclesiastici italiani, si sono aggiunte altre fonti documentarie e materiali provenienti dagli archivi familiari dei discendenti degli emigrati capraiesi, tuttora residenti all’estero, quali lettere, ricostruzioni di alberi genealogici, foto d’epoca, nonché fonti orali, costituite prevalentemente dai racconti trasmessi di generazione in generazione dai discendenti degli emigrati della piccola isola del Mar Tirreno. Infine, si è provveduto ad effettuare una ricognizione di alcune fonti bibliografiche italiane e straniere.

La consultazione e l’analisi di differenti tipologie di fonti ci ha permesso di proporre una tabella, Tabella 2 – Emigranti di Capraia Isola in America Latina, contenente un elenco degli emigrati capraiesi in America Latina tra Ottocento e Novecento, che può essere costantemente aggiornata, e che presenta le seguenti voci: “N. (d’ordine)”, “Nome”, “Cognome”, “Sesso”, “Genitori”, “Luogo di Nascita”, “Data di Nascita”, “Stato Civile”, “Professione”, “Luogo di Emigrazione”, “Data Emigrazione”, “Rientri”, “Annotazioni”, “Fonti”. Nelle “Annotazioni” sono inserite brevi notizie sulla vita dell’emigrante degne di nota, mentre nella voce “Fonti” sono state elencate appunto le fonti archivistiche, orali e bibliografiche che hanno permesso di tracciare un primo aggiornato e sintetico quadro del fenomeno migratorio isolano nei secoli XIX e XX e di ricostruire, nel contempo, la vicenda biografica di ogni singolo capraiese espatriato in Ameri

3. Caratteristiche dell’emigrazione capraiese

 Come abbiamo già detto l’emigrazione dall’isola di Capraia iniziò molto presto e si può far risalire agli ultimi decenni del Settecento. Dapprima vi fu uno spostamento di famiglie verso la Corsica (Bastia, Isola Rossa), la terraferma italiana (Genova in particolare) e le città della Riviera francese (Marsiglia).

Successivamente, dopo il 1815, molti capraiesi si imbarcarono nel porto di Genova come membri dell’equipaggio delle navi, dapprima quelle a vela e poi quelle a vapore, della marina commerciale del Regno di Sardegna, ricoprendovi tutti i ruoli, da quello di semplice mozzo a quello di capitano. Questa nuova attività li portò ad ampliare i loro orizzonti e a scoprire nuove terre dove trovare un lavoro e una fonte di guadagno per sostenere le famiglie. Sulle coste del Mediterraneo si sono ritrovati insediamenti di capraiesi in Egitto, Turchia, Algeria. Ma i flussi principali dell’emigrazione si sono diretti principalmente verso l’America Latina e gli Stati Uniti d’America,[17] inserendosi nel flusso migratorio ligure e piemontese.

A questa emigrazione parteciparono tutte le più grosse famiglie che nel Settecento, con le loro imbarcazioni e il commercio, avevano contribuito allo sviluppo economico dell’isola, come meglio evidenziato nella Tabella sottostante[18].

Tab. 1 – Le grandi famiglie capraiesi del Settecento [19]

Famiglie

L’emigrazione verso l’America Latina è iniziata verso il 1830 e ha dato vita a due flussi migratori: il primo e più consistente verso gli stati centrali dell’America del Sud, Argentina e Uruguay, il secondo verso l’America Centrale e in particolare l’isola di Puerto Rico.

L’emigrazione verso l’America del Sud ha avuto come punti di sbarco principali Buenos Aires in Argentina e Montevideo in Uruguay, che erano i principali scali toccati dalle navi della marina mercantile sarda che partivano da Genova. Arrivati in questi due porti, i capraiesi si stabilirono a Gualeguay (provincia argentina di Entre Rios) lungo le rive del Rio Gualeguay, un affluente del Rio Paraná, e a Bella Vista (provincia argentina di Corrientes) sulla riva sinistra del Rio Paraná e lungo le sponde del delta del Rio della Plata (Buenos Aires).

La scelta di insediarsi in queste tre località non è casuale: le due cittadine, fondate da pochi decenni – Gualeguay nel 1783 e Bella Vista nel 1825 – si erano sviluppate grazie ai trasporti fluviali lungo i fiumi sulle cui sponde erano sorte e al commercio, attività tipiche dei capraiesi; Buenos Aires era la capitale federale e con la sua posizione sulle sponde del Rio della Plata era la città ideale per svolgervi l’attività della pesca, commercio e navigazione. Tra quanti continuarono a svolgere attività marinare troviamo, a Bella Vista, Gaspare Cuneo, comandante del vapore postale orientale (uruguayano) «Josè Gibert»;[20] a Gualeguay, Simone (o Simeone) Chiama che nel 1885 era proprietario del piroscafo a ruote «Adelina», di 32 ton., che faceva la rotta Porto Ruiz (Gualeguay) – Colonia (Uruguay) – Buenos Aires;[21] in quest’ultima città troviamo invece Domenico Gallettini, proprietario della baleniera «Clarina»[22] e Giuliano Cuneo proprietario della baleniera «Raggio».[23]

Alcuni si diedero alle attività agricole, come Juan Chiama che nel 1884 fonda a Gualeguay la colonia «Capraia»,[24] e Simone Cuneo che dopo un soggiorno in Argentina si trasferì a Lambayeque in Perù dove divenne amministratore di una tenuta agricola[25].

In queste tre località i capraiesi formarono delle colonie di concittadini che attirarono altri capraiesi: alcuni arrivarono con le loro famiglie, altri si sposarono con figlie di concittadini, altri ancora sposarono donne originarie di altre nazioni.

A Bella Vista troviamo le famiglie Cuneo, Lamberti, Rinesi e Tomei; a Gualeguay le famiglie Chiama, Cuneo e Gallettini; a Buenos Aires (Rio della Plata) le famiglie Cuneo, Dussol, Grimaldi, Pisani, Princivalle, Solari,Tassara.

I capraiesi si integrarono rapidamente nella vita sociale del nuovo paese e insieme ad altri italiani parteciparono alla fondazione delle Società italiane di mutuo soccorso e culturali che sorsero numerose in Argentina nella seconda metà dell’Ottocento. Tra di essi troviamo Pasquale Tomei a Bella Vista, socio fondatore della «Società Italiana»[26] e Francesco Cuneo a Victoria, socio fondatore della «Società Italiana di Mutuo Soccorso».[27]

Le storie che abbiamo potuto raccogliere fino ad oggi ci parlano di personaggi che in un modo o nell’altro hanno avuto successo nella loro attività, si sono sposati e hanno dato origine a una numerosa discendenza.

In tutte queste famiglie il ricordo dell’isola di Capraia non si è mai spento, tanto che in questi ultimi anni diversi discendenti hanno visitato l’isola alla ricerca delle loro radici.

Come osservato dal Cionini, le rimesse degli emigranti alle loro famiglie rimaste nell’isola erano un’importante fonte di sostentamento.[28]

Questa osservazione è confermata da una relazione di Marcello Cerruti, inviato sardo presso il Consolato di Buenos Aires:

«Per altro accanto a questi individui che non amano troppo la nazione abbiamo molti che pensano alla famiglia. Dal 1º marzo 1855 al primo aprile 1856, cioè fino ad oggi questa cancelleria ha fato passare nei R. Stati somme rilevanti in piccole partite frazionate di una fino a dieci once. Lo spoglio che me da il Signor Agostino Cirveiro offre il seguente risultato.

Nei vari paesi da Chiavari a confine Est Once 796

Nei vari paesi da Savona al confine ovest 598

Genova fino a Savona e Chiavari non compresi 122

Piemonte 280

Isola di Capraia 80

Totale 1.876 once d’oro a dobloni

Le quali al cambio medio di L.82 formano la somma de L.153.832. La provincia di Chiavari é quella che riceve maggiormente non tanto per la città quanto per i paesi di Sestri e di Lavagna.

Savona viene in seconda linea e vi contribuisce molto Finale e le ville adiacenti. Altre somme cospicue sono mandate per mezzo dei capitani e dei Negozianti».[29]

È indubbio che le rimesse degli emigranti capraiesi dall’Argentina sono notevoli in confronto a quelle delle altre regioni liguri e del Piemonte, specialmente tenendo conto del numero di emigranti che queste ultime hanno generato. Ciò può essere un indice sia del relativo benessere che gli emigranti avevano raggiunto sia dei legami che essi avevano mantenuto con le loro famiglie rimaste nell’isola.

Il flusso migratorio dei capraiesi verso l’America centrale, sulla base dei dati finora raccolti, sembra essersi diretto essenzialmente verso l’isola di Puerto Rico, che per tutto l’Ottocento rimase un possedimento spagnolo. In quest’isola sbarcarono, già nei primi decenni dell’Ottocento, diversi capraiesi tra i quali Leonardo Solari, Giuseppe e Antonio Filippi, Natale Lucari che si insediarono nel villaggio di Caguabo (oggi quartiere di Anasco) sulla costa occidentale dell’isola, e Giuseppe Sussone residente a Mayaguez. Nell’isola svolsero le attività tipiche dei capraiesi: Leonardo Solaro, commerciante e padrone di un’imbarcazione[30] e Antonio Filippi, commerciante.[31]

Accanto alle numerose storie di successi non bisogna dimenticare le tristi vicende che hanno segnato la vita di molti emigranti capraiesi, anche se la documentazione a questo riguardo è molto scarsa.

Alcuni morirono, soli e abbandonati, nel paese dove avevano deciso di stabilirsi tra questi: Giuseppe Princivalle che viene fatto prigioniero e perde tutti i suoi averi nella «Guerra Grande» tra l’Argentina e l’Uruguay (1840-1852);[32] Domenico Gallettini, che a soli trent’anni, nel 1848 naufraga con la sua baleniera «Clarina» nelle acque del Rio della Plata lontano dalla moglie rimasta a Capraia;[33] Domenico Salese che nel 1865, a trentasette anni, muore solo nel villaggio della Cruz en Misiones, Corrientes (Argentina) e viene sepolto in una fossa comune;[34] Stefano Lamberti che muore di febbre gialla il 14 marzo del 1871 a Bella Vista (Argentina), lontano dalla moglie che era rimasta in Italia.[35] Altri non riuscirono nemmeno ad arrivare nel nuovo paese, e forse non è eccezionale la disgrazia che coinvolse tutta la famiglia di Giovanni Chiama nell’incendio e successivo affondamento del Brick barca «Manin Barabino» in navigazione da Genova a Buenos Aires.[36]

4.   Storie di emigranti capraiesi

 Tra i primi emigranti capraiesi in America Latina troviamo Leonardo Solaro o Solari e Giuseppe Filippi. Il primo arrivò a Puerto Rico il 19 marzo 1820 da Cadice (Spagna) come clandestino. Prese dimora a Caguabo nella periferia di Anasco, lungo la costa occidentale dell’isola, dedicandosi inizialmente all’agricoltura. Nel 1830 ottenne la naturalizzazione come cittadino spagnolo dichiarandosi cittadino genovese. Possedeva un veliero con il quale navigava e commerciava tra le isole caraibiche. Sposò Magdalena Prats Lopez. Ebbe almeno tre figli: Nadal, Luisa e Rosa. Morì di colera a Puerto Rico il 26 settembre1856. Pochi giorni prima era morta anche la moglie del figlio Nadal probabilmente a causa dello stesso morbo.[37]

Il secondo, Giuseppe Filippi, nacque a Capraia l’11 agosto 1788. Arrivò a Puerto Rico il 17 gennaio 1823 dall’isola di St. Thomas (Isole Vergini). Nel 1830 presentò domanda di naturalizzazione spagnola, dichiarando di essere cittadino genovese, di fede cattolica, e commerciante. Sposò Luisa Solaro, figlia di Leonardo Solaro. Morì a Puerto Rico nel 1877 lasciando un figlio di nome Aristide. Probabilmente entrambi si erano imbarcati a Genova come marinai su delle navi dirette in America Centrale e poi avevano deciso di sbarcare clandestinamente, sperando di ricostruirsi una vita nell’isola.

Il terzo, Giuseppe Sussone, nacque a Capraia il 28 gennaio 1792. Arrivò a Puerto Rico intorno al 1821 e si stabilì a Mayaguez dove nel 1826 sposò Bernarda Prats sorella della moglie di Leonardo Solaro. Nel 1828 si trasferisce ad Anasco dove compra casa e apre un negozio di vendita di bevande (pulperia) e merceria.

Anche Natale Lucari, nipote di Leonardo Solari, nato nel 1809 a Capraia, emigrò a Puerto Rico dove giunse il 22 settembre 1828, e si stabilì ad Anasco. Qui sposò Gregoria Carrero che morì di colera nel 1856. Alla stessa data possedeva tre schiavi che morirono di colera.[38]

Verso il 1850, a loro si unì Antonio Filippi, nato a Bastia ma di genitori capraiesi (Stefano Filippi e Maria Cuneo) che si erano trasferiti in Corsica. Antonio Filippi emigrò a Puerto Rico su richiesta dello zio Giuseppe Filippi. Antonio Filippi sposò Rosa Solaro, figlia di Leonardo Solaro. Si formò così nell’isola una colonia di capraiesi che, sposandosi tra di loro, diedero origine a una numerosa discendenza, falciata dal colera che colpì le province occidentali dell’isola nel 1856.[39]

Verso la fine di aprile del 1837, giunse Rio de Janeiro (Brasile) Antonio Chiama, nato a Capraia nel 1811, che era imbarcato come marinaio su il «Felis», un brigantino uruguayano che trasportava carne. Sceso a terra incontrò Luigi Carniglia, nostromo della lancia «Mazzini», che lo persuase ad abbandonare il «Felis» e ad entrare a far parte dell’equipaggio del «Mazzini». Il Carniglia gli disse che mentre ufficialmente la lancia era diretta a Campos, in realtà stava partendo per andare in corso contro l’Impero del Brasile. Il Chiama si lasciò convincere e abbandonò il «Felis», perdendo tutti i suoi averi che il capitano non volle restituirgli, a causa della sua decisione di abbandonare il brigantino. Il comandante del «Mazzini» era Giuseppe Garibaldi, il quale, emigrato in Brasile nel 1835 per sfuggire alla condanna a morte inflittagli dal governo piemontese, aveva ottenuto una patente di corsa dal governo Riograndense.

Fu un lungo viaggio, lungo la costa meridionale del Brasile, pieno di avventure e di scontri armati che si concluse a Gualeguay (Entre Rios), Argentina, dove l’equipaggio fu imprigionato e interrogato. Dopo alcuni mesi di domicilio coatto, i membri dell’equipaggio, eccetto Garibaldi, vennero liberati. Di Antonio si persero le tracce, ma forse rimase in quella cittadina, primo dei diversi Chiama che successivamente vi si stabilirono. Non sappiamo cosa spinse Antonio Chiama a unirsi allo sparuto equipaggio di Garibaldi: la fama del comandante, lo spirito di avventura, la speranza del bottino, o la condivisione degli ideali di libertà. Certo, fu tra i pochi che condivise la sfortunata impresa fino all’ultimo.[40]

Tra il 1837 e 1838, Francesco Cuneo, nato a Capraia nel 1823 sbarcò in Brasile. Dopo qualche anno si trasferì a Gualeguay dove nel 1854 sposò Luisa Antola Badaraco. Successivamente si spostò a Victoria (Entre Rios) dove divenne proprietario di un grande magazzino per lo stoccaggio di merce varia. Nel 1863, fu uno dei fondatori della «Società Nazionale Italiana di Mutuo Soccorso» di Victoria. Morì a Victoria nel 1897 lasciando una numerosa discendenza.[41]

Francesco Cuneo HD

Francesco Cuneo a Gualeguay (Argentina) (Cfr. Tab. 2, n° 13)

Nel 1838, Giuseppe Princivalle, nato a Capraia nel 1817, presa a Genova la patente di Padrone di 1a classe, decise di emigrare nelle Americhe nonostante le preghiere del padre che voleva trattenerlo. Si imbarcò per Montevideo. Nei primi anni scrisse alla famiglia che faceva buoni affari e che sperava di rientrare in Italia con discreti guadagni. Nel 1848 scrisse che nella guerra tra Montevideo e Buenos Aires era stato fatto prigioniero e spogliato di tutta la sua fortuna. Dopo questa data non inviò più notizie.[42]

Il 4 settembre 1841 sbarcò a Buenos Aires Simone Cuneo, nato a Capraia nel 1808, e si stabilì a Gualeguay (Entre Rios) dove sposò Rosa Pérez Bergara. Morì a Gualeguay il 23 giugno 1879 e fu sepolto nel cimitero della parrocchia di Sant’Antonio.

Il 3 febbraio 1844 arrivò a Buenos Aires, con la palandra «Cristina», proveniente da Gualeguay, Simone Cuneo, nato nel 1823 a Capraia, cugino del sopradetto Simone Cuneo. Per tre anni fu guardia del corpo del dittatore argentino Juan Manuel de Rosas. Nel 1837, si trasferì a Callao, porto di Lima, in Perù, insieme a un fratello, forse sperando di far fortuna con lo sfruttamento del guano peruviano. Da qui nel 1849 passò a Lambayeque, nel nord del Perù, mentre il fratello si insediò nel sud, a Tacna. A Lambayeque, Simone Cuneo divenne amministratore di una tenuta agricola e nel 1851 sposò María de los Santos Ureña dalla quale ebbe quattro figli e una numerosa discendenza che si sparse in tutto il Perù.La casa «Cuneo» a Lambayeque è oggi un monumento storico della cittadina.[43]

Simone Cuneo  e Figli

Simone Cuneo con due figli a Lambayeque (Peru) (Cfr. Tab. 2, n° 10)

Casa Cuneo-Lambyeque

La casa Cuneo a Lambyeque (Peru)

Tra il 1840 e il 1850, si erano stabiliti a Buenos Aires Giuliano Cuneo, Domenico Gallettini e Giacomo Dussol, tutti e tre nativi di Capraia. I primi due erano Padroni di baleniere, mentre il terzo era negoziante. Domenico Gallettini morì nel naufragio della sua baleniera «Clarina» nel giugno del 1848 e fu sepolto da Giuliano Cuneo, Padrone della baleniera «Raggio», sulla spiaggia orientale del Rio della Plata, in località San Gregorio. Tutti e tre avevano mantenuto la residenza a Capraia dove avevano lasciato la moglie e i figli. La figlia di Giuliano Cuneo, Maria Caterina nello stesso anno sposò a Capraia, in assenza del padre, il capitano di fregata Costantino Dodero, già comandante di Capraia.[44]

Nel 1861 sbarcò a Buenos Aires, proveniente da Genova, la famiglia di Francesco Chiama. Erano con lui la moglie e il figlio Epaminonda che era nato a Capraia nel 1844 ed era stato battezzato con il nome di Pietro Antonio Benvenuto (probabilmente il nome Epaminonda fu assunto come nome d’arte). Mentre i genitori aprirono un modesto negozio di ferramenta e di colori, Epaminonda, che aveva studiato disegno a Genova, divenne allievo del pittore italiano Luigi Novarese. Epaminonda Chiama -La cucinaEpaminonda divenne un apprezzato pittore di nature morte e di ritratti e insegnò alla «Sociedad Estimulo de Bellas Artes» di Buenos Aires. Le sue opere si trovano in molte collezioni private, chiese e musei argentini. Morì a Buenos Aires nel 1921.[45]

Epaminonda Chiama, La cucina, 1898

In un anno imprecisato della seconda metà dell’Ottocento sbarcò a Gualeguay, come clandestino, Giovanni (Juan) Chiama. Dopo qualche anno lo raggiunse il padre Simone. Juan Chiama sposò Maria Abramor dalla quale ebbe nove figli. Nel 1884 Juan Chiama fondò una colonia (azienda agricola), a poca distanza da Gualeguay, alla quale diede il nome «Capraia». L’azienda aveva una superficie di circa 22 ettari nella quale Juan Chiama realizzò un allevamento modello con una colombaia di 600 nidi, un pollaio con 6000 polli, una conigliera con una capacità di 500 conigli, una tettoia per 400 alveari, e una incubatrice moderna con campanelli elettrici per segnalare l’alta temperatura. Nell’azienda c’erano alberi da frutta e da bosco, e si stava sperimentando la piantagione di tabacco, riso a secco, manioca, girasole e euforbia catapuzia (euphorbia lathyris).[46]

Il padre Simone Chiama fondò una compagnia di navigazione che con il suo postale percorreva la rotta Porto Ruiz (Gualeguay) – Colonia (Uruguay) – Buenos Aires. Nel 1885 Simone Cuneo possedeva il piroscafo a ruote «Adelina» di 32 ton. di stazza lorda immatricolato presso il Compartimento Marittimo di Genova.[47]

Intorno al 1870 emigrarono in Argentina Francesco Leopoldo Cuneo con la moglie Angela Maria Solari. Ebbero nove figli. Si stabilirono dapprima nella città di Dolores (Buenos Aires) e poi si trasferirono in Ayacucho (Buenos Aires), dove Francesco Leopoldo, insieme al figlio Juan, si dedicò alla macellazione e commercio della carne. La moglie lavorò come domestica. Francesco Leopoldo morì nel 1823 in Ayacucho.[48]

Nella seconda metà dell’Ottocento, a Bella Vista (Entre Rios), si formò una fiorente colonia di capraiesi.Tra di essi spicca la figura di Gaspare Cuneo, nato a Capraia nel 1850. Dopo il suo arrivo a Bella Vista, sposò, nel 1875, Felicina Rinesi, nata a Capraia nel 1861, che era emigrata a Bella Vista con i genitori, Giovanni e Filomena Arnaldi, e lo zio Pasquale. Gaspare Cuneo fece rapidamente fortuna dedicandosi alla navigazione fluviale e al commercio. Fornì i mattoni per la costruzione di edifici pubblici per la città di La Plata, nuova capitale della provincia di Buenos Aires, fondata nel 1882. Divenne rappresentante di molte società italiane e francesi. Nel 1893 ritornò a Capraia e qui il figlio Stefano ricevette la prima comunione. Nel 1895 era comandante del vapore postale orientale «José Gibert» di 402 ton. di stazza lorda. Acquistò case a La Plata e a Corrientes e un’azienda agricola a Villa Guillermina (Santa Fe). Nel 1901 la moglie Felicina ritornò a Capraia per motivi di salute e vi morì nel 1904. La coppia ebbe quattro figli: Maria Josefa Fotunata (1877); Luisa (1879), che sposò un italoamericano e con il quale rientrò in Italia; Esteban (1881); Giovanni, che rientrò in Italia con la madre e che vi si stabilì. Esteban rientrò a Capraia con la famiglia nel 1913 e vi rimase fino al 1921.

Gaspare G. Cúneo, Buenos Aires, Argentina

Gasparo Cuneo a Bella Vista (Argentina) (Cfr. Tab. 2, n° 16)

Le due famiglie Cuneo e Rinesi mantennero continui contatti con i loro familiari di Capraia: nella documentazione che si è salvata, traspare il continuo interesse per l’isola e un desiderio di ritorno alle radici familiari che si è trasmesso anche agli odierni discendenti.[49]

Un altro capraiese che si stabilì a Bella Vista fu Pasquale Tomei, nato a Capraia nel 1862. Imbarcatosi su una nave mercantile come cartografo,decise di fermarsi in Argentina. Nel 1889 sposò a Bella Vista Marina Olivieri, figlia di capraiesi anch’essi residenti nella cittadina. Fu uno dei fondatori della «Società Italiana». Morì a Bella Vista il 18 giugno 1942.[50]

Tomei Pasquale 1905-solo

Pasquale Tomei a Bella Vista (Argentina) (Cfr. Tab. 2, n° 44)

Edificio de la Soc. Italiana Bella Vista Ctes

La «Società Italiana» di Bella Vista (Argentina)

Accanto a queste storie di emigrazione che si sono risolte con successo, ne emergono anche alcune, non sappiamo quanto numerose, che si conclusero in modo infelice. La più tragica è la disgrazia che colpì la famiglia Chiama. Il viaggio della speranza di Giovanni Chiama, di sua moglie Maria Angela Lamberti e del figlio undicenne Giovanni si trasformò in tragedia. Imbarcati sul bastimento «brik barca» Manin Barabino di 706 tonnellate di stazza, salpato dal porto di Genova il 2 aprile 1870 e diretto al porto di Buenos Aires, perirono la sera del 26 maggio a causa di un incendio scoppiato a bordo, quando l’imbarcazione «si trovava in latitudine 22°.45’.S e longitudine 39°.54’.O di Parigi». A bordo c’erano 21 uomini d’equipaggio e 129 passeggeri per un totale di 150 persone, delle quali si salvarono solo in 41. La maggior parte degli imbarcati, 119 persone, compresi i componenti della famiglia capraiese, perirono nel corso dell’incendio e per probabile successivo annegamento. Anni dopo, il 24 febbraio 1886 – si apprende dagli Atti di Morte – venne registrato presso gli uffici del Comune di Capraia il decesso di Giovanni Chiama e Maria Angela Lamberti e del loro figlio Giovanni a seguito di sentenza del Tribunale Civile e Correzionale di Genova datata 18 febbraio 1886, emanata sulla base dell’atto di «scomparizione» in mare della Capitaneria del Porto di Genova del 3 febbraio 1886. Atto, quest’ultimo, che venne adottato sulla base della relazione che il capitano marittimo del «brik barca» Manin Barabino, Agostino Minesi, salvatosi dall’incendio, presentò al Regio Console italiano di Montevideo in data 18 giugno 1870.[51]

Come precedentemente detto, l’emigrazione capraiese è un fenomeno che nasce, si sviluppa e si esaurisce quasi completamente nel corso dell’Ottocento. Tuttavia, nel secolo XX, si registrano alcuni casi di espatrio diretti verso il continente latino-americano. Infatti, la consultazione del Registro degli Atti di Nascita, nelle parti relative alle Annotazioni, ci ha permesso di individuare alcuni cittadini nati a Capraia e deceduti all’estero, nei paesi ospiti dove erano emigrati. L’attenzione è ricaduta sui capraiesi che si stabilirono in America Latina, anche se non mancano esempi di isolani emigrati in altre parti del mondo.[52]

I pochi capraiesi che emigrarono in America Latina, abbandonando un paese che agli inizi del Novecento contava, come detto, meno di 250 abitanti, in gran parte anziani, si diressero verso quelle aree geografiche che possiamo considerare le tradizionali mete del flusso migratorio isolano del XIX secolo e, quindi, in Argentina, ma anche in Brasile e in Cile.

Nel Paese del Plata emigrò nel 1928 Eduardo Angelo Placido Grimaldi, nato a Capraia nel 1877 nella casa sita in via Giardini n. 28 dove abitavano i genitori Giovanni e Catterina Sussone. Capitano marittimo, il comm. Grimaldi si trasferì nella Provincia argentina di Entre Rios. Morì nella città di Rosario nel 1943.[53] Qualche anno prima, nel 1925, partito dal porto di Genova, come riporta invece una fonte argentina, sbarcò a Buenos Aires il ventitreenne Giovanni Grimaldi (classe 1902) che si stabilì in Argentina.[54]

Ancora, dalla consultazione del Registro degli Atti di Nascita si apprende che in Brasile emigrò invece Giovanni Antonio Renato Giannazzi. Nato nel 1905 nella casa di via Genova n. 13 da Guglielmo Michele Giuseppe, sottocapo semaforista della Regia Marina, e da Angela Maria Morgana, emigrò a Rio de Janeiro, nella cui omonima città morì nel 1982.[55]

Si registra, inoltre, il caso di un capraiese emigrato in Cile. Si tratta di Giovanni Stefano Piacentini, classe 1911, venuto alla luce nella casa di via Carlo Alberto da Fortunato Piacentini e da Natalina Dore. Morì nella capitale Santiago nel 19975.[56]

Infine, dal Registro degli Atti di Morte, parte relativa all’anno 1956, si ricavano alcune informazioni relative a Luca Pileri emigrato in Brasile e deceduto nel 1944, all’età di 32 anni, nell’8° sottodistretto, Sant’Anna, del municipio e circondario di San Paolo, capitale dell’omonimo Stato della Repubblica degli Stati Uniti del Brasile. Pileri, figlio di Domenico e Domenica Orecchioni, di probabile origine sarda, morì – come da dichiarazione di «Domenico Ricca, funzionario del Consolato Svizzero» a San Paolo, il quale afferma che «nell’ospedale sanatorio del Mandaqui, in questa zona, alle ore 8, è deceduto Lucca Pileri o Pilieri, maschile, bianco, marinaio nato a [Capraia], Italia, residente a questa capitale di anni 32, celibe, figlio legittimo di Pileri Domenico e di Orecchioni Domenica, Italiani, ignorando il dichiarante se sono vivi o morti».[57]


[1] Per la storia di Capraia vedi: CIONINI ALETE, L’Isola di Capraia, Impressioni di viaggio e cenni storici, Giornale Araldico, Pisa 1891; RIPARBELLI ALBERTO, Aegilon, Storia dell’isola di Capraia dalle origini ai gioni nostri, Firenze 1973; MORESCO ROBERTO, Capraia sotto il governo delle Compere di San Giorgio (1506-1562), in «Atti della Società Ligure di Storia Patria», XLVII, I, 2007, pp. 357-428.

[2] Sulla storia della marineria capraiese e dei suoi commerci vedi: MORESCO ROBERTO, La marineria capraiese nel XVIII secolo, in «Atti della Società Ligure di Storia Patria», XLIII, I, 2003, pp. 579-627.

[3] ARCHIVES NATIONALE FRANCE, F 20, 176, Notice Statistique sur L’Ile de Caprara, Bastia, 29 marzo 1806. Traduzione dal francese di un documento inedito trovato dal Geom. G. Santeusanio.

[4] BELHOMME VICTOR, Histoire de l’Infanterie en France, Parigi 1893: dice che tra il 1806 e il 1813 esisteva una compagnia della Grande Armée chiamata «Capraja».

[5] ARCHIVIO DI STATO DI TORINO (d’ora in poi AST), Paesi, Paesi per A e B C, Mazzo 11, Lettera dei Capraiesi a Vittorio Emanuele I del 30 nov. 1815.

[6]RIPARBELLI, Aegilon, cit., p. 302.

[7]CIONINI, L’Isola di Capraia, cit., pp. 15-16

[8] ARCHIVIO CUNEO BUNUEL ELVIRA DEL CARMEN (ARGENTINA), Lettera di Lamberti Lorenzo a Rinesi Pasquale del 12 novembre 1891.

[9] COMANDÙ G., Sulle condizioni della Marina Mercantile Italiana al 31 dicembre 1885, in «Rivista Marittima», anno XIX, terzo trimestre 1886, p. 74.

[10] ARCHIVIO PARROCCHIA DI CAPRAIA, Note del Parroco Don Giacomo Gabella: «Gli abitanti che si trovano attualmente a Capraia e con dimora stabile sono 235 – Le famiglie sono 70 – Gli impiegati governativi 6 – Membri delle loro famiglie 12 – Distaccamento militare 20 – Semaforisti 7 – Membri delle loro famiglie 9 – Guardie di Finanza 4 – Membri delle loro famiglie 1 – Agenti di custodia 35 – Membri delle loro famiglie 22 – Totale 351 – Popolazione detenuta 200».

[11] CONTU TOMASO, CONTU MARTINO, Per una storia dell’emigrazione dall’isola di Capraia al Sud America, in L’Emigrazione dalle Isole del Mediterraneo all’America Latina fra XIX e XX Secolo, a cura di CONTU MARTINO, PINNA GIOVANNINO, Centro Studi SEA, Villacidro 2006, pp. 165-181.

[13] Per ulteriori approfondimenti sull’emigrazione capraiese attraverso i Registri di Stato Civile, cfr. CONTU MARTINO, Capraia: la ricostruzione del fenomeno migratorio all’estero attraverso i Registri di Stato Civile, in GARAU MANUELA (a cura di), Le fonti comunali sull’emigrazione del XIX secolo. I casi di alcuni Comuni del Bacino del Mediterraneo, (Collana “Quaderni di Archivistica”, 1), Centro Studi SEA, Villacidro 2011, pp. 61-70. Il comune di Capraia Isola, a causa di una consistente perdita del proprio materiale archivistico, conserva pochi documenti utili ai fini della ricostruzione del fenomeno dell’emigrazione dei capraiesi all’estero nel corso dell’Ottocento e dei primi decenni del Novecento. Da un preliminare sopralluogo effettuato nel 2010, è emerso che la categoria XIII (“Esteri”) del titolario di classificazione degli Archivi comunali del 1897 abbraccia un arco cronologico limitato. I documenti relativi a questa serie partono dal secondo dopoguerra e non risulta vi siano capraiesi emigrati in America Latina. Infatti, presso l’Ufficio Anagrafe del Comune di Capraia Isola si conserva il Registro Emigrazione dal 1951 [al1970]. Inoltre, le schede nominative appartenenti al vecchio schedario anagrafico, ordinate alfabeticamente, non contengono annotazioni relative ai flussi migratori.

[14] L’Archivio dell’AIRE, definito una fonte frammentaria e poco affidabile per ricostruire le correnti migratorie di fine Ottocento e dei primissimi anni del Novecento, contiene informazioni utili soprattutto per la situazione presente. Tuttavia, nel caso specifico dell’emigrazione capraiese in America Latina, soprattutto in Argentina, e negli Stati Uniti d’America – aree geografiche verso le quali si è diretta la maggior parte del flusso migratorio isolano – esso si è rivelato una fonte preziosa, utile soprattutto per prendere contatti con i discendenti degli emigrati di prima generazione che avevano abbandonato Capraia nel corso del XIX secolo; discendenti rappresentati da nipoti e pronipoti che hanno continuato e che continuano a mantenere vivo il legame con la loro terra di origine attraverso il godimento della cittadinanza italiana. (Alla data del 21 ottobre 2011, i cittadini di Capraia residenti in Argentina e iscritti all’AIRE risultano essere ventidue, mentre di quelli residenti negli Stati Uniti d’America se ne registrano quattro). Un sincero ringraziamento alla Sig.ra Sabrina Raffaelli, responsabile dei Servizi Demografici del Comune di Capraia Isola, per disponibilità e collaborazione

[15] Si ringrazia la dott.ssa Maria Luisa Fogolari, direttrice dell’Archivio Diocesano di Livorno, per la sua preziosa collaborazione.

[16] Tale archivio è stato recentemente riscoperto da Fabrizio Brizi, il quale ci ha messo gentilmente a disposizione la documentazione relativa all’emigrazione. Si segnala che sull’Archivio della Pretura, Brizi ha un lavoro in corso di pubblicazione dal titolo Il ritrovamento dell’archivio della pretura di Capraia Isola: implicazioni e prospettive per la storia sociale ed economica locale.

[17] Tra coloro che emigrarono negli Stati Uniti si segnalano, a titolo di esempio: Giuseppe Giovanni Battista Luigi Angelo Morgana, classe 1868, deceduto a San Francisco, Stato di California, nel 1942 (Archivio del Comune di Capraia Isola (d’ora in poi ACCI), Registro degli Atti di Nascita, anno 1868, n. d’ordine 11, parte relativa a Morgana Giuseppe Giovanni Battista Luigi Angelo, Annotazione a margine; Ivi, Registro degli Atti di Morte, parte II, Serie C, anno 1958, n. d’ordine uno, parte relativa a Morgana Giuseppe. Nato il 24 giugno 1868. Deceduto l’11 maggio1942); e Pietro Sarzana deceduto a Victoria, città dell’omonima Contea, nello Stato del Texas, nell’anno 1900 (ACCI, Registro degli Atti di Morte, anno 1904, parte II, n. d’ordine 1, parte relativa a Sarzana Pietro. Deceduto in data 22 novembre 1900).

[18] Un confronto tra i cognomi della Tab. 1 – Le grandi famiglie capraiesi del Settecento e quelli della Tab. 2 – Emigranti di Capraia Isola in America Latina evidenzia chiaramente questa situazione.

[19] MORESCO, La marineria capraiese, cit., p. 593.

[20] CUNEO BUNUEL ELVIRA DEL CARMEN, Testimonianza scritta rilasciata a Moresco Roberto.

[21]CHIAMA CARLOS, Testimonianza scritta rilasciata a Moresco Roberto.

[22]ARCHIVIO DIOCESANO DI LIVORNO, PARROCCHIA DI CAPRAIA ISOLA (ADL), Certificato di morte di Gallettini Domenico, Buenos Aires, 3 agosto 1850; ora in MORESCO ROBERTO, Baleniere capraiesi nell’Atlantico del Sud, articolo pubblicato sul sito <http://news.isoladicapraia.it/ index.php?option=com content&view=article&id=404:baleniere-capraiesi-nellatlanticodelsud&catid=36:la-marineria&Itemid=85>

[23] Notizie su Giuliano Cuneo si trovano in Ibidem.

[24] Sulla colonia agricola di Capraia, cfr. La Provincia de Entre-Rios. Obra descriptiva. Escrita con motivo de la exposición, bajo la dirección de la Comisión nombrada por el Exmo Gobierno de la Provincia, por decreto de fecha 10 de julio de 1892, Parana, Tipografía Litografía y Incuadernación “La Velocidad”, 1893, p. 415, alla voce Capraia.

[25] OLIVARI FRANK, Testimonianza scritta rilasciata a Moresco Roberto.

[26] TOMEI CARLOS, Testimonianza scritta rilasciata a Moresco Roberto; TOMEI BLANCA,Testimonianza scritta rilasciata a Moresco Roberto, inviata via e-mail.

[27] CUNEO ELINA, Testimonianza scritta rilasciata a Moresco Roberto, inviata via e-mail; CUNEO VERONICA, Testimonianza scritta rilasciata a Moresco Roberto

[28] Vedi Supra, p.

[29] TARRAGÓ GRISELDA BEATRIZ, Dalla riva del mare alla riva del fiume: navegantes y empresarios ligures en Santa Fe (1820-1860), Comunicazione presentata al “Second Latin American Economic History Congress” (CLADHE II), México, ottobre 2009, Simposio: Mercados y mercaderes en los circuitos mercantiles hispanoamericanos, 1780-1860, consultabile in <www.economia.unam.mx/cladhe/registro/

ponencias/188 abstract.doc> L’autrice cita come fonte: AST, Fondo Consolati Nazionali, Buenos Ayres, 1852-1859, Mazzo 2, Montevideo e Buenos Aires, Rapporto di Marcello Cerruti, Buenos Aires, 19 ottobre 1856.

[30] ALTIERY WILFREDO, Testimonianza scritta rilasciata a Moresco Roberto.

[31]Ivi.

[32]MOIOLI GIANNA, Testimonianza orale rilasciata a Moresco Roberto.

[33] Cfr. MORESCO, Baleniere capraiesi nell’Atlantico del Sud, cit.

[34]ACCI, Registro degli Atti di Morte, anno 1872, n. d’ordine 3, parte relativa a Salese Domenico.

[35] ACCI, Registro degli Atti di Morte, anno 1874, n. d’ordine 9, parte relativa a Lamberti Stefano

[36]ACCI, Registro degli Atti di Morte, anno 1886, parte II, nn. d’ordine 2, 3 e 4, parti relative, rispettivamente, a Chiama Giovanni, Lamberti Maria Angela, Chiama Giovanni.

[37]ALTIERY WILFREDO, Testimonianza scritta rilasciata a Moresco Roberto, cit.

[38] CAMUÑAS MADERA RICARDO R., El Progreso material y las epidemias de 1856 en Puerto Rico, in «Anuario de Historia de América Latina», n. 29, 1992, pp. 241-277.

[39] Informazioni ricevute da Wilfredo Altiery, discendente della famiglia Filippi (ALTIERY WILFREDO, Testimonianza scritta rilasciata a Moresco Roberto, cit.).

[40] MORESCO ROBERTO, Antonio Chiama: un capraiese con Garibaldi corsaro riograndense (1837), articolo pubblicato sul sito <http://news.isoladicapraia.it/index.php?option=com_content&task=view &id=761

&Itemid=45> Sulla rivoluzione riograndense e sul ruolo svolto da Garibaldi e dai suoi uomini, compreso il capraiese Antonio Chiama, cfr. CANDIDO SALVATORE, Giuseppe Garibaldi, corsaro riograndense (1837-1838), Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, Roma 1964.

[41] CUNEO ELINA, Testimonianza scritta rilasciata a Moresco Roberto, cit.

[42] MOIOLI GIANNA, Testimonianza scritta rilasciata a Moresco Roberto, cit

[43] Informazioni ricevute da Frank Olivari, discendente di Simone Cuneo, che attualmente vive a Genova e che ha raccolto numerose testimonianze sulla sua famiglia (OLIVARI FRANK, Testimonianza scritta rilasciata a Moresco Roberto, cit.).

[44] MORESCO, Baleniere capraiesi nell’Atlantico del Sud, cit. Le informazioni inserite nel saggio sono state ricevute da Dirk J.M.Lansink, marito di Marietta Dodero, discendente di Maria Caterina Cuneo.

[45] FONDAZIONE CASA AMERICA, Dizionario storico biografico dei Liguri in America Latina, da Colombo a tutto il Novecento, vol. I, Affinità Elettive, Ancona 2006, p. 156, alla voce Chiama Epaminonda. Per un quadro generale sulle principali opere del pittore capraiese cfr. GUTIÉRREZ ZALDÍVAR IGNACIO, Catálogo de la muestra de Epaminonda Chiama en Galería Zurbarán, Buenos Aires, agosto-septiembre de 2000.

[46] La Provincia de Entre-Rios. Obra descriptiva, cit., p. 415, alla voce Capraia

[47] COMANDÙ, Sulle condizioni della Marina Mercantile Italiana, cit., pp. 60-61.

[48] Informazioni ricevute da Javier Cuneo, discendente di Francesco Leopoldo Cuneo.

[49] Informazioni ricevute da Elvira del Carmen Cuneo Bunuel, residente a Buenos Aires,che ha visitato Capraia nel 2010.

[50] TOMEI CARLOS e TOMEI BLANCA, Testimonianze scritte rilasciate a Moresco Roberto, citate.

[51] ACCI, Registro degli Atti di Morte, anno 1886, parte II, nn. d’ordine 2, 3 e 4, parti relative, rispettivamente, a Chiama Giovanni, Lamberti Maria Angela, Chiama Giovanni, cit. Cfr.,inoltre, CONTU, Capraia: la ricostruzione del fenomeno migratorio all’estero attraverso i Registri di Stato Civile, cit., p. 63

[52] Si segnala il caso di Mario Donà, nato a Capraia nel 1923, che mise radici negli StatiUniti d’America, nello Stato della California, e che acquisì la cittadinanza statunitense allafine degli anni sessanta (ACCI, Registro degli Atti di Nascita, anno 1923, parte I, n. d’ordine 2, parte relativa a Donà Mario Antonio Nandino, Annotazione a margine). Nato il 5 giugno 1923 in via Mesugerio n. 2 da Attilio Donà, maresciallo semaforista, e Assunta Allori, casalinga, emigrò negli USA, acquisendo la cittadinanza statunitense l’8 dicembre 1967.

[53]ACCI, Registro degli Atti di Nascita, anno 1877, n. d’ordine 8, parte relativa a Grimaldi Eduardo Angelo Placido, Annotazione a margine. Cfr., inoltre, ACCI, REGIO CONSOLATO GENERALE D’ITALIA ROSARIO, Nota avente a oggetto «GRIMALDI Comm. EDOARDO – […]», inviata al Municipio di Capraia Isola (Livorno), Rosario, 30 novembre 1943. Il capitano marittimo, come riporta una fonte argentina, sbarcò al porto di Buenos Aires il 29 novembre 1928 (ARCHIVIO DEL CENTRO DE ESTUDIOS MIGRATORIOS LATINOAMERICANOS DI BUENOS AIRES – d’ora in poi CEMLA – Certificado de arribo a América, relativo a Grimaldi Eduardo. I dati relativi ai toscani emigrati in Argentina tra il 1906 e il 1952, conservati al CEMLA, sono stati da quest’ultima Istituzione messi a disposizione della Fondazione Paolo Cresci per la Storia dell’Emigrazione Italiana di Lucca e da questa resi consultabili online).

[54] Sbarcò al porto di Buenos Aires il 23 aprile 1925 (CEMLA, Certificado de arribo a América, relativo a Grimaldi Giovanni).

[55] ACCI, Registro degli Atti di Nascita, anno 1905, parte I, n. d’ordine 1, parte relativa a Giannazzi Giovanni Antonio Renato, Annotazione a margine. Nato il 6 gennaio 1905, spirò il 30 novembre 1982.

[56] ACCI, Registro degli Atti di Nascita, anno 1911, n. d’ordine 6, parte relativa a Piacentini Giovanni Stefano, Annotazione a margine. Nato il 26 giugno 1911, venne a mancare il 19 gennaio 1997.

[57] ACCI, Registro degli Atti di Morte, anno 1956, parte II, serie C, n. d’ordine 2, parte relativa a Pileri Luca.

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IL PONZESE di Folco Giusti

Sono lieto di accogliere come collaboratore l’amico Folco Giusti.Copertina libro

Folco Giusti, nato a Lari (Pisa), il 1 aprile 1943, vive e lavora a Siena, ma appena possibile si ritira nella “sua” Capraia.  È professore ordinario di Zoologia nella Facoltà di Scienze dell’Università di Siena. È specializzato nello studio dei molluschi, ma da sempre si interessa della conservazione e della gestione della natura, di bioetica animale e di storia delle religioni.  Ha al suo attivo numerose pubblicazioni scientifiche, alcune monografie e numerosi capitoli di volumi didattici e di libri naturalistici.  Ha ricoperto incarichi di prestigio in società scientifiche nazionali ed estere ed è cittadino onorario di Kansas City (Missouri, U.S.A.).

Nel 2003 ha pubblicato il libro “Un’isola da amare – Capraia: storie di uomini e animali”, edito da “Le opere e i Giorni” di Roma, che nel 2004 ha vinto il premio letterario “Castiglioncello-Costa degli Etruschi”.

Il libro, che apre uno squarcio sulla vita e la natura nell’isola nella seconda metà dello scorso secolo, è una raccolta di nove racconti nei quali si intrecciano avventure vissute con singolari personaggi, incontrati dal Giusti nella sua giovinezza, con storie di varie specie animali che caratterizzano l’ambiente naturale della Capraia.

Il racconto che qui si presenta si inserisce nella scia dei precedenti. Le figure, già pubblicate nel libro, sono di Rossella Faleni.

Mi piace qui riportare alcuni brani che il famoso etologo Danilo Mainardi ha scritto nella sua prefazione al libro: «L’insularita è, in questo mondo globalizzato, un “fenomeno di minoranze” pur tuttavia ancora diffuso seppur residuo, e questo è il vero peccato. Entro questi confini, credo, possa leggersi il caso di Capraia. Gente e animali e piante cui l’isola ha regalato uno specifico biologico e culturale che fa davvero la differenza rispetto alla cultura delle maggioranze, quella che tende alla globalizzazione. E, come sempre sulle isole, fragili equilibri, vite difficili. È da questa diversità che può nascere un amore. Un amore struggente per i valori veri che ogni isola serba nel suo specifico nascosti. Valori minacciati, valori forse in estinzione».

IL PONZESE

Chissà cosa si credevano di trovare a Capraia.  Certo non la terra promessa: quella stava ben più lontana, oltre il mare oceano, e lo sapevano bene.  Tanti di loro erano partiti per il nuovo mondo, con le grosse valige di cartone, piene all’inverosimile di poveri panni: l’unica ricchezza.  Stivati a mucchi nella terza classe di grosse navi nere, scomode e puzzolenti, erano partiti alla ventura, stringendosi l’uno all’altro come deportati, fiaccati dalla fame, dalla tristezza e dallo sconforto di sentirsi reietti.  Gli occhi fissi alla costa fino allo svanire dell’ultimo lembo di terra, di casa, di patria, per chiuderli, poi, e lasciare la mente libera di sognare l’impossibile: la nave che si ferma, vira, torna indietro.  Miracolo nel miracolo, fino alle Pontine, addirittura fino a Ponza, ai Faraglioni della Madonna e, poi, al suo porticciolo pieno di barche.  Libera, la mente, di immaginarsi lo sbarco, la salita al vicolo di casa rinserrato tra le vecchie mura umide e scrostate, tinte a calce in basso e quindi di rosa.  L’arrivo alla porta, la piccola porta a vetri con le tendine di carta trinata, i vecchi dentro pronti ad aprire e a gridare di gioia nel dare l’abbraccio, sorpresi per il ritorno inatteso.

Poi, più nemmeno il sogno: solo amarezza e mare per giorni.  Non il mare amico dei pescatori, quello solcato tante volte, anche lontano, verso la Sardegna o la Corsica, verso le Eolie o l’Arcipelago Toscano, addirittura verso il Nord-Africa, in cerca di fondali meno sfruttati, più ricchi di pesce.  Solo mare, un mare crudele, una barriera infinita, un abisso profondo che non ammette ritorno.

In tanti, comunque, non avevano avuto altrettanto coraggio o meglio la forza di abbandonare tutto, anche la speranza.  Migrare si doveva: Ponza, la bella Ponza dalle alte scogliere di tufo venate da intrusi multicolori, dai colli indorati a primavera di ginestre in fiore, dai limpidi tramonti arrossati, era piccola, troppo stretta per tutti.  E di figli se ne faceva tanti: tante braccia per salpare le reti, per zappare la terra, per assicurare un riparo alla vecchiaia, ma troppe bocche da sfamare.  Migrare si doveva, ma non così lontano.  La fortuna avrebbe offerto di meno, ma il mare sarebbe stato quello di casa, non così vasto da impedire il ritorno.  E, allora, via verso altre coste, altre isole, quelle conosciute da sempre, visitate ogni tanto per brevi campagne di pesca e subito dopo lasciate.  Quelle meno popolate e più pescose, dove non ci sarebbe stato da spararsi tra fratelli per calare un tramaglio su un fondale buono.  Quelle dove nessuno ti avrebbe imposto un prezzo infame per il tuo pesce, condannandoti altrimenti a mangiartelo tutto o a rigettarlo in mare.  Non ce l’aveva forse fatta un ponzese, Antonio D’Arco, a “conquistare” La Galita e a farci una sorta di piccolo regno per sé e i suoi parenti?  Perché non avrebbe dovuto andar bene anche a loro?[1]

E’ così che arrivarono i ponzesi a Capraia.  La fame alle spalle e tanta speranza, San Silverio permettendo.  Focar 1, delfino comune; 2, tursiope; 3, stenella striata; foca monaca o bue marino    

Capraia non era un posto facile e lo sapevano, ma era e ha continuato ad essere, per molti anni dopo la guerra, semideserta.  Molte le case vuote, molti attracchi in porto per le barche, pochi pescatori e una nave che andava e veniva a turno da Livorno e da Piombino, poco adatta al trasporto passeggeri, ma comoda almeno per spedire il pesce ai mercati del continente.  La gente era scontrosa, ruvida, di poche parole, ma non ostile.  Bastava starsene buoni, non “rompere”, e si veniva tollerati.  Per essere accettati occorreva tempo, ma di tempo ce n’era tanto: indietro non si tornava, almeno nell’immediato.

Sarebbe stata l’evidenza di un fallimento e non si poteva, pena perdere la faccia.

Bisognava resistere fino a mettere insieme quattro soldi per comprarsi un fondo a Ponza, forse anche una barca nuova e, così, una nuova dignità. Una dignità che fosse almeno simile a quella dei pochi che tornavano da oltre oceano, i “Ponzamericani”, quelli con i dollari pesanti, le camice sgargianti e il modo di fare spavaldo, di chi deve far vedere che “ce l’ha fatta”.

         E se la fortuna fosse stata avara e avesse tardato, sarebbe bastato quel po’ di denaro per una scappata a Ponza ogni tanto, almeno, il 20 di giugno, per la festa del patrono, come uccelli migratori che a tempo debito tornano al nido.  Sarebbe bastato fingere di vivere meglio che a casa, portare un ricordo ai parenti, un vino diverso, un barattolo di acciughe, qualche biglietto di banca da attaccare alla statua del santo.

            Se non ricordo male, il primo che arrivò fu Silverio Romano, detto Ferruccio, con moglie e due figli piccoli: Michele e Pompeo.  Trovò casa al porto, lungo la banchina.  Non era una reggia, ma c’entravano tutti e, poi, bastava si affacciasse al terrazzino sul davanti, per vedere la sua barca, ormeggiata proprio lì sotto.  Nell’imprevisto, gli ci sarebbe voluto un attimo per scendere la scalinata e per saltare a bordo.  La barca era il suo pane: finita quella, finito tutto.  Nessuno, a Capraia, gliela avrebbe toccata, ma l’abitudine di non fidarsi era dura a passare.  E, poi, a Capraia c’era il libeccio e quello sì che poteva far danno.  Quando soffiava, era una potenza capace di far involare anche le barche.  Incanalato, compresso nella strettoia del Vado del Porto (oggi ribattezzato “Valle degli Oleandri”), esplodeva a fine gola, proprio sul porto, come una palla di spingarda all’uscita dalla canna e, dilatandosi, liberava un’immane energia.  La sua barca era massiccia, difficile sollevarla.  Ma se l’ormeggio non teneva, c’era da vederla sbatacchiata a banchina, ridotta in pezzi.  E se col vento c’era la pioggia, sarebbe stato un disastro: acqua dappertutto, anche nel serbatoio della nafta e, allora, addio motore.Gechir

1, tarantolino; 2, geco verrucoso; 3, geco comune o tarantola

Ferruccio non si trovò male.  La pesca rendeva e, divenuto “Ferrù”, fece presto ad assumere l’odore di Capraia.  Era schivo, mite e quindi incapace di imporsi, ma questo più che un difetto, si rivelò un pregio capace di spianargli la strada.  E, poi, era bravo a carte e, a suon di passatelle (un’interminabile serie di giocate e di bevute di birra pagate da chi perdeva), venne presto imbrancato.  L’unica cosa che proprio non gli riuscì fu quella di imparare il toscano dei pescatori del porto, quasi tutti, già a quei tempi, di origini elbane o livornesi.  Ne venne fuori con una parlata strana, spesso difficile da capire, campano-livornese-capraiese.  Per lui, ad esempio, ero e sono sempre rimasto “Folghero”: inutile correggerlo.  Ma di pesca ne capiva davvero ed era una gioia, per me, quando, a novembre, faceva uno strappo alla regola d’andar solo e mi imbarcava per una pescata a totani (il totano dei capraiesi è in realtà il calamaro: Loligo vulgaris).  Se io ne prendevo uno, lui ne prendeva dieci.  Ma solo vedere le sue pesche miracolose era una festa.  E, poi, sapevo bene che, al rientro in porto, se a me era andata male, non avrebbe avuto ritegno a incrementare il mio carniere con qualche bel totano dei suoi.

Non si trovò male – dicevo – tanto da rimanere a Capraia, lui e sua moglie, tutta la vita e da lasciarci un figlio che, a sua volta, ci aveva messo famiglia.

Nel tempo, arrivarono anche suo fratello Umberto, Silverio Vitiello, anche loro pescatori di gran classe, e Giuseppe Di Meglio, detto Beppe l’aragostaio.  Quest’ultimo, trovò a Capraia la sua piccola America: l’oro rosso e a dieci zampe, le aragoste appunto.  Era stato a scuola di pesca nella sua Ponza, lì aveva imparato a fare le nasse, con sottili listarelle di canna, giunchi e spago.  Lì aveva imparato a indovinare le secche buone, piene di aragoste e granceole (dette “margherite” in Capraia).  Era diventato bravo, troppo bravo per il mare troppo sfruttato di Ponza.  E, così, anche lui era partito per Capraia con il suo “Santa Lucia”, un barcone covertato, con una parte della stiva traforata sotto, per far circolare l’acqua nel vivaio e mantenere in salute le sue aragoste.  Tra i primi, si era procurato un ecoscandaglio e, così, di secche buone, ancora ricche, ne avrebbe trovate tante, anche in quel mare nuovo, tra Capraia e Corsica.Beccaccer

1, frullino; 2, beccaccino; 3, beccaccia

 Era difficile che la sua stiva vivaio fosse vuota, ma quando accadeva, non si disperava.  Alla prima bonaccia, ripartiva e fra tramagli, filaccioni da fondale e nasse, sapeva che l’avrebbe presto riempita di pesce che, poi, lui stesso portava e collocava a Livorno, spuntando buoni prezzi e risparmiando le spese di spedizione con la nave.

Non l’ho mai visto triste o arrabbiato.  Solo una volta gli andò male e male sul serio.  Una volta che San Silverio si era distratto e che le grosse corna di toro, tinte di rosso, che Beppe aveva inchiodato sul davanti della tuga – anche tra i pescatori più devoti, un di più di protezione non guasta – non bastarono a scacciare la malasorte.  Al rientro in Capraia dopo una lunga notte di lavoro nel mare di Corsica, si addormentò al timone.  Fu così che il Santa Lucia finì sulla secca che sta a pelo d’acqua tra gli scogli delle Formiche e la punta della Teja, all’estremo nord di Capraia, proprio sotto la Torre della Regina.[2]  Il barcone non pescava tanto, ma bastò lo strùscio in piena velocità sugli spunzoni di roccia a mandare in pezzi la stiva traforata, il punto più debole della chiglia.

Alla botta, Beppe si svegliò di colpo e, rimasto indenne, dette tutta manetta e riuscì a finire in secca sulla vicina riva prima di affondare.  Il barcone fu salvo, ma il pescato andò disperso.  La sua sfortuna divenne manna per tutti i sub dell’isola.  Per giorni, setacciando il fondale tra la Mortola e la Teja, fu facile agguantare qualche bella aragosta.  Capitò anche a me e a Alberto.  La prima e ultima aragosta delle nostre pescate, però, non finì in pentola.  Era troppo lusso.  La rivendemmo e con quelle poche migliaia di lire, per noi, a quei tempi, una fortuna, ci consentimmo un po’ di gelati, la sera, o qualche bicchierino di moscato, per rallegrare le nostre partite a briscola al Bar Centrale, prima di andare a letto.

            Anche questi pescatori furono presto raggiunti dalle loro famiglie e, così, la comunità ponzese si accrebbe e si insediò sempre più saldamente sull’isola.  Il segno della avvenuta, definitiva naturalizzazione divenne evidente un giorno, all’improvviso.  Senza che nessuno trovasse da ridire, tra gli ex-voto, nella chiesina dell’Assunta giù al porto, si materializzò l’immagine di San Silverio, piccola, di carta, ma piena di significato.  C’è ancora oggi.

            Fu dopo molti anni, quando ero già “grande” e troppo preso dal mio lavoro per andare in Capraia fuori vacanze, che mi accorsi dell’arrivo di un altro ponzese: Antonio.  Non ricordo, purtroppo, il cognome, e non conosco i dettagli della sua storia pregressa, ma di lui ho in mente un’immagine scolpita.  Lo incrociai durante le feste dei Santi e dei Morti, i primi di novembre di uno degli anni 60, davanti alla casa di Gigetto Moresco.  Aveva un sacchetto in mano pieno di funghi, raccolti la mattina stessa.  Ne stava faceva dono al padrone di casa, anche lui appena arrivato per l’occasione, con i figli e la moglie di origini capraiesi e che aveva i suoi cari al cimitero.  Non si era dimenticato l’affabilità di Gigetto, signore genovese, sempre disponibile e generoso, e l’aiuto che questi gli aveva dato al suo arrivo in Capraia: doveva ricambiarlo.Squalir

1,3,5, squalo grigio; 2, squalo bianco o morte bianca; 4, squalo martello; 6, verdesca

Antonio era un uomo grande e grosso – strano per un isolano: l’insularità rende piccoli non solo gli animali, ma anche gli uomini – aperto e gioviale e, caso ancor più strano, non pescava più.  Con lui scoprii che i ponzesi hanno due anime: una da pescatori, l’altra da contadini.  Nemmeno un minuto deve essere sprecato e quando il tempo non è da mare, allora tocca alla terra, alla promessa dei suoi frutti, in cambio del pesce che viene a mancare.  E lui, il contadino lo aveva sempre fatto volentieri e non per ripiego.  Così a Capraia, dopo poco, aveva riscoperto la sua seconda vocazione. Il mal d’ossa non gli permetteva più di affrontare il freddo, la guazza dell’alba, il fradicio delle reti, ma starsene inerte non era da lui.  Passata l’isola al pettine fitto, individuate le vigne abbandonate del Segalaio, aveva richiesto e ottenuto dal proprietario, Carlo Giannazzi, di prendersene cura.

            Il Segalaio (u Sigalàgghiu, in capraiese) era un posto incantato: vicino al paese, ma abbastanza fuori mano, nascosto dietro San Rocco, nel colmo di una piccola valle riparata dai venti e percorsa d’inverno da un torrentello che, opportunamente deviato, impregnava ben bene le piazzole, prima del secco estivo.  La terra, divisa in piazzole appunto, era sabbiosa, soffice e profonda, e risultava ideale per la vite.  Su un lato, in fondo alla valle, vicino allo strapiombo che domina il vado del Reganigo, c’era una casetta malridotta, di sole due stanze, ma con una grande cisterna davanti, piena al colmo di buona acqua piovana.  Attorno alla casetta cespugli di fichi nerucci, amarasche, melini nani e fichi d’india: cosa volere di più per vivere tranquilli?

            E, poi, lui di vigne se ne intendeva.  A Ponza, fin da bambino, aveva lavorato nelle “catene”, i terrazzamenti avvignati, identici alle piazzole capraiesi, e sapeva come e quando trattar bene le sue piante.  In breve, pulì tutto.  Una fatica improba a tagliare la macchia, a estirpare i ciocchi di erica abbarbicati alle rocce, a strappare i rovi uno ad uno fino all’ultima radice, graffiandosi a sangue come un ecce-homo.  Potò anche i fichi e le poche altre piante da frutto fino a quando, finalmente, tutto fu a posto.  Mancava solo il tocco finale a segnare il successo, un tocco da uomo gentile qual era: piantò tutt’attorno alla casina mucchi di giaggioli, i bei giaggioli di Capraia, viola profondo come il mare al tramonto.

            Poi ritirò su le poche viti rimaste e, in bell’ordine, riempì gli spazi vuoti con barbatelle fatte venire apposta, forse proprio da Ponza.  Una sola variante introdusse, probabilmente ispirata dalle vigne di Beppe: invece che ad alberello, come è più comune tradizione nelle isole, volle sistemare le sue viti sospese in filari.  Ma costava troppo denaro e troppa fatica realizzare l’impresa con i paletti di cemento e con fili di ferro.  “Necessità fà ingegno” e lui, non si perse d’animo.  Per i paletti ricorse a pezzi di vecchi tubi raccattati chissà dove e, per il filo, al naylon da filaccioni.  Non era un bel vedere: il suo impianto sembrava un ibrido innaturale tra pesca e agricoltura, ma … funzionava.Falchir

1, poiana; 2, gheppio; 3, falco pellegrino

Rimase l’attesa.  Giorno dopo giorno era lì, al Segalaio, gli occhi appuntati sulle sue barbatelle, nemmeno facesse una ricerca scientifica sulla loro velocità di crescita.  Il tempo gli avanzava e, così, ne approfittò per farsi un pezzo di orto, ma solo per quattro pomodori e un po’ di odori: l’acqua della cisterna era preziosa, serviva per il rame, per lo zolfo, per bere e per lavarsi e doveva bastare da primavera ad ottobre inoltrato: non poteva concedersi di più.  Anche in autunno, quando, cadute le foglie e ormai ferme le sue viti, avrebbe potuto, finalmente, concedersi qualche distrazione, non andava a pesca e neppure a caccia o a giocare a carte, come gli altri ponzesi.  Ogni mattina era là, al Segalaio.  Un’occhiata all’orto e poi, dopo le prime piogge, si concedeva tutt’al più di andare, lì vicino, a funghi.  E, perbacco, come avevo potuto constatare, riusciva anche in questo.  L’immacchiamento seguito all’abbandono dell’allevamento del bestiame brado e, quindi, della pratica dell’incendio controllato, aveva reso una vera impresa penetrare nell’intrico e individuare i funghi.  Ma lui, nonostante la sua stazza, ci riusciva.  E godeva, chissà quanto godeva, quando mostrava, al ritorno in paese, i suoi grossi porcini (detti “morecci” in Capraia), facendo sbavare tutti d’invidia.

Sempre in movimento com’era, le occasioni per parlargli e conoscerlo meglio non erano molte, ma fu proprio lui che me ne dette l’occasione, invitandomi ad andare a vedere come aveva sistemato le sue piazzole.  Mantenni la promessa, e una mattina lo raggiunsi al Segalaio.  Mi accolse con piacere, orgoglioso del suo impianto e me ne mostrò ogni più piccolo particolare.  A fine visita, tralasciato, ovviamente, il dettaglio degli “strani” filari, feci il possibile per dargli soddisfazione: “Ci voleva proprio lei” – gli dissi – “nessun’altro a Capraia si sarebbe mai imbarcato in un’impresa come questa, senza essere pagato e pagato bene.”

“Vede” – mi rispose – “fino da bambinello ho lavorato la terra, con mio padre e i miei fratelli.  Non era molta, ma proprio per questo non si poteva mai smettere di travagliare.  C’erano le viti da curare.  Poi, tra le viti, in ogni stagione, si seminava tutto quello che si poteva.  E … c’era allora da zappare, concimare, togliere le erbacce, annaffiare, raccogliere, andare in paese a vendere.  Così è stato, per tutta la mia vita.  Lavorare la terra era una abitudine e, ora, che non posso più pescare, almeno questo devo fare.  Non serve per guadagnarmi la giornata, ma per illudermi di non essere troppo vecchio e per non morire dentro.  Per me non c’è soddisfazione più grande di vedere una pianta che sbuca tra le zolle, vedere le viti che buttano le gemme e una pianta, che sembra morta, rifiorire a primavera.  Questa è creazione.  Sì, in questi momenti mi sento come Nostro Signore quando fece il mondo, tutto dal niente.  Il contadino è un mestiere benedetto.  Senza pane e un bicchiere di vino, non si mangia.  Nemmeno un’aragosta è buona.”Topir

1, ratto nero; 2, ratto delle chiaviche; 3, topolino domestico; 4, crocidura minore

Discorsi come questi li avevo già sentiti e non solo dal detenuto di Gorgona.  Avevo, così, sempre pensato che fossero motivati da un tentativo di autogratificazione, per giustificare a se stessi un lavoro tanto duro e tanto poco remunerativo.  Ma il suo tono non lasciava spazio a dubbi: era proprio convinto.  Questo suo nuovo impegno, a Capraia, dove nessuno più sudava sui campi, lo inorgogliva, anche se la terra del Segalaio era poca e non avrebbe mai reso tanto da aggiungere un qualche supplemento significativo alla sua modesta pensione. Sì: davvero un animo gentile, una mitezza vissuta, un grande rispetto per le semplici cose della natura.Muflonir

1, capra di Montecristo; 2, femmina; 3, maschio giovane di muflone

Così sono spesso i contadini.  Non ho mai studiato psicologia, ma sono convinto che anche il mestiere che si apprende fin da bambini abbia un influsso decisivo sul nostro comportamento.  Chi pratica la caccia o la pesca (ovviamente, la pesca non è altro che la caccia ai pesci), impara presto il mestiere del predatore.  Deve uccidere per mangiare, deve far violenza alla natura.  Deve imparare a chiudere gli occhi davanti al dolore che sa di infliggere e deve, quindi, inevitabilmente, indurire il suo cuore.  Il lavoro dei campi porta ad un atteggiamento tutt’affatto diverso: richiede una premura paterna per le proprie “creature”, un’attenzione alla loro fame e alla loro sete, un pronto intervento all’atto di un’aggressione. Richiede condivisione di un dolore che non è evidente, ma che si immagina quando si taglia un ramo e si vede la linfa che cola come sangue da una ferita, o quando si taglia una pianta e la si vede piegarsi e lentamente appassire al sole.  Più “affetto” ci si mette, più la terra risponde con i suoi doni.  Si parla con le proprie piante e agli animali che si allevano si dà persino un nome.  Ucciderli per mangiarli, un dramma che solo la fame giustifica e che si vorrebbe sempre rinviare.  Antonio aveva riscoperto questa verità e di tutto questo aveva voluto – ne sono convinto – divenire l’evidenza.

Ma anche nel suo paradiso, come in quello biblico, “terrestre”, c’era un diavolo.  Prima che me ne andassi, me ne parlò, forse nella speranza che potessi dargli una mano ad esorcizzarlo: i corvi.

“Dottore”, mi disse, “questi corvi sono carogne.  Come mi giro per tornare in paese, arrivano.  Manco un frutto rimane.  Anche le pommarole appena arrossate se le portano via.  Perfino i fichi d’india con le spine si mangiano.  Ma perchè, se fanno danno, non si possono sparare?”

A Capraia, avevo già sentito tante volte anche questa litania e non solo da parte dei pochi contadini, ma anche degli isolani che avevano un orto, un frutteto o un pollaio.  I corvi erano odiati anche più dei topi o dei gechi.  Le loro inarrestabili razzie, fatte con una scaltrezza quasi umana, li avevano resi invisi a tutti.  A questo, poi, si aggiunga che, secondo alcuni, “portavano male”, neri com’erano e con quei loro lugubri berci.  Facile comprendere come fosse opinione comune che sarebbe stato bene farli fuori tutti, senza pietà.Serpir

1, lucertola campestre; 2, lucertola muraiola; 3, vipera; 4, colubro liscio; 5, biacco

Anche con lui, non potei cavarmela bene.  Spiegare il perché anche certi animali potenzialmente nocivi sono protetti non è facile, in particolare a persone semplici e giustamente gelose del frutto delle loro fatiche.  Alle mie argomentazioni, si limitò a replicare, ridendo: “Certo: voi professori siete tutti matti”.

Dopo tre anni, la vigna era bellissima.  Era maggio: le barbatelle divenute piante robuste erano cariche di pampane e il Segalaio brillava al sole come un unico grande smeraldo.  Antonio non stava più nella pelle, sognava già la sua prima, vera vendemmia.  Sognava il vino che avrebbe fatto, un vino buono come quello di Ponza.

Siamo disarmati davanti al male.  La nostra fede, quando c’è e anche quando è robusta, non basta mai a darcene ragione, in particolare quando un innocente o un buono viene colpito.  Per difesa, ricorriamo al destino.  Il misterioso destino che sappiamo che non c’è, ma che serve per scaricargli addosso l’incomprensibile: il mistero di un Dio che sicuramente c’è, che non può essere altro che amorevole, ma che permette il male.  Un Dio buono, che non vuole il male, che non spezza una canna incrinata e non soffia su un lume che fumiga, ma che sembra chiudere gli occhi davanti all’assurda ingiustizia che vede sempre i migliori partire per primi.  Fu forse la prima volta che anch’io feci queste considerazioni, quando seppi che Antonio, improvvisamente, si era sentito male.  Quando seppi che Antonio aveva poco da vivere e … quando morì.

Quella vendemmia non ci fu mai.  Quella soddisfazione ad Antonio il ponzese non venne data.  Fu un dispetto, una punizione assurda, inaccettabile per me e per quanti lo avevano conosciuto e apprezzato.

Ora, al Segalaio, tutto è di nuovo alla macchia.  La casetta: un cumulo di macerie; la cisterna: sfondata, riempita di pietre e di rifiuti.  Ma dal fitto spuntano ancora, a primavera, i giaggioli viola profondo come il mare al tramonto.Chioccioler

1, chiocciola zigrinata; 2 chiocciola naticoide o monacella; 3, chiocciola marinella o vermiculata; 4, chiocciola di Capraia; 5, chiocciola di Giannutri; 6, chiocciola del Giglio; 7,ossichilo di Montecristo; ossichilo di Giannutri; 9, ossichilo di Capraia

Si dice che chi pianta un albero vivrà quanto a lungo vive quell’albero.  Questo – io dico – vale anche per chi pianta un fiore che rinasca nel tempo.  I giaggioli di Antonio, pochi, insteriliti, seminascosti tra l’intreccio dei rovi, tra le loro stesse foglie contorte e seccate, resistono.  Sono ancora lì.

Chi, a primavera, per caso, si avventura nell’intrico della macchia del Segalaio, tra i pini che ormai hanno soppiantato le vigne, se li trova davanti all’improvviso, inattesi, pieni di fiori bellissimi.  Spero che in molti, con queste righe, scoprano che non è un caso, che quei giaggioli sono l’ultimo saluto di Antonio, il segno del breve passaggio in Capraia di un ponzese gentile.

 Folco Giusti                                                                                        maggio 2013


[1] Antonio D’Arco è il primo ponzese che si insediò alla Galita (La Galite).  Vi giunse nel 1872, partendo da La Calle, in Algeria (allora parte dell’impero coloniale francese), dove sussisteva una piccola colonia di pescatori ponzesi.  Sulla sua barca, portò con sé la moglie, Emilia Mazzella, e cinque figli.  Non fu un azzardo: evidentemente sapeva che l’isola era abitabile, grazie alla presenza su di essa di numerose sorgenti d’acqua dolce. Evidentemente sapeva anche che il mare attorno alla Galita era pescoso, ricco di colonie di corallo e poco frequentato da altri pescatori.  Proprio in una grotta naturale situata in prossimità di una di queste sorgenti, Antonio stabilì la sua prima residenza.  Il suo esempio, seguito da altri ponzesi, fece sì che sull’isola si formasse una sorta di piccola comunità che raggiunse, sembra, le 200 unità e che, sotto il suo comando, riuscì ad organizzarsi con efficienza, tanto da arrivare ad erigere una piccola chiesa, ovviamente dedicata a San Silverio, il patrono di Ponza.  Molti di più, però, divennero, via via, i ponzesi “stagionali”, attratti dall’oro rosso.  Partendo da Ponza, portandosi dietro il necessario per sopravvivere, per pescare e per conservare il pescato, questi navigavano a vela e a remi fino a Cagliari e da qui, si portavano alla Galita, per restarvi da settembre a novembre, prima di riprendere la rotta per casa. A seguito del passaggio, nel 1881, della Tunisia sotto il protettorato francese e della conseguente introduzione di leggi tese ad impedire il comando di barca a pescatori non francesi, Antonio fu costretto a presentare istanza per ottenere la cittadinanza francese.  In questo, non fu imitato dalla moglie, la quale, fiera delle usanze matriarcali tipiche della cultura ponzese, non si peritò a contestare il marito e a inviare un proprio documento nel quale si dichiarava intenzionata a restare cittadina italiana.

[2]La Torre della Regina, più propriamente detta Torre della Teja, poi italianizzato in Teglia, in passato detta anche Torre delle Barbici, è una delle tante fortificazioni difensive, edificate nei punti strategici dell’isola, per consentire il pronto avvistamento dei pirati saraceni.  E’ collocata all’estremo nord dell’isola, proprio sullo strapiombo che domina la costa dei Bricchetti.  E’ la meno bella delle torri capraiesi, essendo piuttosto bassa e a pianta quadrata, ma certamente non merita l’abbandono al quale è stata condannata.  Usualmente si dice che sia stata fatta costruire dal Banco di San Giorgio, agli inizi del ‘500, ma non è così.  Tutte le fortificazioni capraiesi sono più tarde: il Forte San Giorgio risale al 1540, la Torre del Porto al 1541, la Torre dello Zenobito al 1545.  La Torre della Teja è ancora più tarda: la sua costruzione, infatti, risale alla fine del ‘600.  Il recente nome di Torre della Regina è entrato in uso a seguito di una leggenda, senza alcun valore storico, che vuole che la torre abbia ospitato, prigioniera, una dama di alto lignaggio, una principessa o una regina, rapita da chissà mai quali pirati (vedi: “Leggende dell’Arcipelago Toscano”, di G. Vanagolli, 1997, pag. 47).

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1556 – Il primo censimento a Capraia

Saettone-forte

Nell’agosto del 1553 le flotte alleate franco-turche attaccano Bastia. È l’inizio della guerra di Corsica che con alterne vicende si concluderà soltanto nell’aprile del 1559, quando verrà firmato a Câteau-Cambrésis il trattato di pace tra la Francia e la Spagna. È una dei tanti fronti in cui, in quegli anni si scontrano le due grandi potenze europee, la Francia di Enrico II e la Spagna di Carlo V e Filippo II. Dopo la conquista di Bastia, anche Bonifacio viene bombardata e costretta alla resa da Dragut che comanda la flotta turca e nel giro di un mese e mezzo tutte le piazzeforti genovesi nell’isola, eccetto Calvi, sono in mano dei Francesi. La Repubblica di Genova reagisce ed affida il compito di riconquistare la Corsica ad Andrea Doria che riceve l’appoggio della Spagna e del duca di Firenze. La guerra in Corsica continua negli anni successivi, con alterne vicende, fatta di guerriglia nelle campagne e di assedi e contro assedi alle città fortificate. Nel 1555 interviene ancora una volta la flotta turca a sostegno dei Francesi, questa volta guidata da Pyali pascià, che ha come consigliere Dragut.  Un intervento che si conclude in breve tempo dopo la mancata conquista di Calvi e di Bastia in mano dei Genovesi. Il 5 febbraio 1556 a Vaucelles viene firmata una tregua tra Enrico II e Carlo V. La tregua è instabile, specialmente in Corsica. A Genova si teme un ritorno della flotta turca e degli attacchi da parte dei corsari barbareschi.

 Il 14 febbraio del 1556 le Compere di San Giorgio nominano Gio Batta Viganego commissario e podestà di Capraia.[1] Il nuovo commissario giunge nell’isola il 27 febbraio e riceve le consegne dal suo predecessore. Dopo un primo sopraluogo si rende conto che le provviste sono scarse e che le difese del Forte non sono nelle migliori condizioni. La grande cisterna nel bastione di tramontana, la cui costruzione era iniziata l’anno precedente, non è ancora completata e mancano ancora molti materiali tra i quali calcina e mattoni.[2]

I corsari barbareschi sono sempre presenti: il 14 maggio all’alba oltre quattordici vascelli vengono scorti in vicinanza dell’isola. Il commissario fa tirare diversi tiri di cannone e fa fare delle fumate di segnalazione che spingono i vascelli corsari ad allontanarsi e prendere la rotta verso la terraferma. Durante il tragitto i corsari catturano dei liuti e la fregata di un certo Giarollo sui quale erano imbarcati i capitani Jacharia, Antonio Pompeo e Romulo, con più di trenta soldati che poi verranno riscattati a Bastia.[3]

Il 3 luglio i Protettori delle Compere, avendo avuto notizia che quarantanove vascelli turchi erano arrivati ad Algeri provenienti dal Levante, comunicano al commissario di aver deciso di inviare a Capraia un contingente di «soldati venticinque computato il capo loro nominato Francesco Curlotto accio possiate con più diligenza et commodo attendere alla custodia e conservatione di codesta terra… Gionti adonque che seranno li provederete di allogiamenti al solito essercitandoli poi alle dette guardie insieme con li altri che costì sono con quella più vigillanza che potrete perchè come ben potete considerare in fare di dette guardie non si puo essere troppo sollecito …».[4]

L’invio dei rinforzi si era reso necessario anche perchè la guarnigione dell’isola nell’autunno dell’anno precedente era stata fortemente ridotta a seguito della partenza dalla Corsica della flotta turca. I soldati rimasti, a stento riuscivano a sopperire ai turni di guardia nel Forte e di questo sia il Viganego che il suo predecessore si erano lamentati con i Protettori, facendo presente il pericolo a cui andava incontro l’isola in caso di un attacco di sorpresa.

All’arrivo dei venticinque soldati, il commissario cerca di sistemarli nelle case dei Capraiesi che in quel momento non ospitano i soldati della normale guarnigione e gli altri stipendiati dalle Compere.

Ma a questo punto molti Capraiesi si lamentano e si rivolgono alle Compere per fare presente le precarie condizioni in cui sono costretti a vivere con le loro famiglie.

Qui bisogna fare un passo indietro. Dopo la distruzione del paese seguita allo sbarco dei corsari di Dragut nel giugno del 1540, le Compere oltre a far costruire le mura del nuovo Forte e le torri, aveva anche dato inizio alla ricostruzione delle case dei Capraiesi, con l’obiettivo che ogni «fuoco» disponesse di un solaio. Però, come vedremo i solai avevano una superficie molto piccola. Con il passare degli anni, alcuni capraiesi hanno avuto la possibilità di costruire delle case con più solai.

Ma ritorniamo al nostro racconto.

Le lamentele dei Capraiesi inducono le Compere a inviare, il primo agosto, nuove istruzioni al commissario: «Molti di cotesti abitanti tutto il giorno si dolgono che loro sono piu aggravati che li altri delle loro case cioè che gli restano occupate da soldati vettovaglie  e munizioni e perchè l’intentione nostra non è che l’uno resti più travagliato dell’altro, vi si dice che facciate in sacchetare tutte le case  che costi si ritrovano cioè li patroni di quelle … , quante se ne bisogna per detti soldati e vettovaglie e poi tante tirarne a sorte e in quelle che veniranno sopra porli detti soldati e vettovaglie fra quel tempo che vi parira in modo che a tutti habbi a toccar la loro vicenda e che l’uno non resti più travagliato dell’altro rissalvate però al presente quelle case che restano occupate le quali vogliamo che non habbino,alcuno che prima tutte le altre che al presente restano vuote non sia finito il tempo loro. E questo osserverete in compagnia delli Padri del Comune li quali vogliamo che intravenghino in questo negozio».[5]

È chiaro che le Compere vogliono sapere quante sono le case del Forte e da quante persone sono occupate, lasciando poi al commissario e ai Padri del Comune il compito di distribuire i soldati nelle varie case e di organizzare una rotazione tra quelli che sono costretti ad ospitarli in modo che l’onere venga equamente distribuito.

Il 15 agosto, il commissario con i Padri del Comune, Manuelo di Giovanni, Michelangelo di Gio, Berton Turlo, e il cancelliere Nicola di Crovaria, danno inizio al censimento misurando ciascun solaio e i suoi annessi, rilevando il nome del proprietario e il numero degli abitanti. (Appendice 2). Il 23 agosto il cancelliere completa la redazione del censimento.

Il 29 agosto, i Padri del Comune scrivono alle Compere in risposta alla lettera del primo agosto e allegano alla loro missiva anche i risultati del censimento. La lettera e i risultati del censimento vengono portati a Genova da Gio de Oliviero e Jeronimo di Colombana, nominati dai Padri del Comune e da tutti i «cappi di caza» ambasciatori della Comunità con «bailia amplia e larga come se li fossero ognuno di loro presenti». L’atto di procura viene stilato dal cancelliere in pubblico parlamento.

Nella loro lettera i Padri del Comune fanno presente che se si adottasse la soluzione indicata dalle Compere ne deriverebbe una grande confusione per molti motivi, ma in particolare per due ragioni. La prima è che la maggior parte delle famiglie non hanno a disposizione che un solo solaio con, al massimo, delle dimensioni di 17 palmi [4,2 m] di lunghezza e 12 di larghezza [3 m] con un’altezza di 8 palmi [2 m], dove vi sono anche i letti, il mulino per macinare le granaglie, la tavola per mangiare, una madia per fare il pane e altre cose necessarie. La seconda è che quelli con un solo solaio sarebbero costretti a costruirsi una capanna fuori del Forte per le loro famiglie, mancando quindi di ogni protezione dagli attacchi dei nemici. Pertanto i Padri del Comune comunicano di haver deciso di alloggiare i soldati in quelle case del Forte da dove, al primo grido di allarme, possano raggiungere velocemente le loro postazioni e presso quelle famiglie che possiedono più di un solaio. I Padri del Comune approfittano dell’occasione per fare presente che mentre le famiglie crescono di numero e talvolta anche i soldati, le case non aumentano, anzi mancano perché a volte il vento le getta a terra.

Un accurato esame del censimento ci fornisce un quadro piuttosto accurato sulla  Capraia del 1556. A questo scopo abbiamo riportato in tre tabelle i dati del censimento: nella Tabella 1 è riportato l’elenco dei capraiesi che abitano stabilmente nell’isola, mentre nella Tabella 2 è riportato l’elenco degli stipendiati dalla Compere che vivono a Capraia con famiglia e nella Tabella 3 gli stipendiati senza famiglia che sono alloggiati nel Forte.[6]

  • Abitanti nell’isola nel mese di agosto del 1556

Gli abitanti stabili (Tab.1) risultano essere 237 appartenenti a 56 famiglie o fuochi con una media di 4,3 persone per fuoco. Alcuni capifamiglia sono donne, probabilmente vedove che hanno perso i mariti durante l’attacco di Dragut nel 1540. Alcuni capifamiglia – Francesco di Matteo, Theramo di Princivalle, Lonardo di Pasqualino, Francesco di Pasqualino, Michelangelo di Gio – compaiono tra i Capraiesi che il 25 agosto 1540 hanno sottoscritto l’«Atto di vassallaggio e fedeltà dei Capraiesi alle Compere di San Giorgio».[7]

Solo due professioni vengono indicate, quella del fornaro (Agostino Torreggia, forse Torriglia) e quella del pastore (Lione Corso), i cui nomi tradiscono l’origine e quindi possiamo ritenere che siano arrivati nell’isola dopo il 1540. Sappiamo però che alcuni capraiesi sono proprietari di imbarcazioni che noleggiano per il trasporto di persone o cose: Iacopo di Lodixio, famigliare di Pietro, ha appena acquistato un liuto, da ottanta a novanta mine di portata (7-8 ton), con il quale trasporta soldati e merci da Genova a Capraia; Michelangelo di Gio, Gregorio Vinciguerra, Jasso di Luise, Gio de Olivero  possiedono una gondola che noleggiano per il trasporto di materiali edili (arena che raccolgono nella spiaggia del porto o alla cala della Mortola e portano allo scalo della Grotta) per la costruzione della cisterna per l’acqua nel bastione di tramontana del Forte; Thome di Gioaneto che possiede una gondola o liuto con il quale trasporta soldati e merci da Genova, o arena dalla spiaggia del porto allo scalo della Grotta. Pietro de Lodixio possiede un somaro con il quale trasporta materiali edili dallo scalo della Grotta al Forte.[8] Non sappiamo con precisione cosa fanno gli altri abitanti: sicuramente coltivano la poca terra disponibile producendo grano, orzo, e vino, che in parte barattano con grano in Maremma; pochi si dedicano alla pesca e all’allevamento del bestiame. Durante la costruzione della cisterna molti uomini e donne vengono impiegati come manovali e partecipano al trasporto dei materiali dallo scalo della Grotta al Forte.

Alcuni nomi che appaiono nella lista diventeranno più tardi cognomi di famiglie che sono presenti a Capraia fino al XIX secolo, quali: Tarascone, Princivalle, Sussone, Morgana e Oliveri.

Gli stipendiati dalle Compere si dividono in due categorie: quelli con famiglia (Tab. 2) e i soldati scapoli (Tab. 3) tra i quali sono inclusi gli ultimi arrivati inviati dalle Compere a rinforzare la guarnigione. Nella prima categoria abbiamo 12 nuclei famigliari con un totale di 128 persone (mediamente 4,9 persone per famiglia). Nella seconda categoria sono riportate 70 persone. I matrimoni degli stipendiati delle Compere con le donne capraiesi, assai numerose, sono iniziati subito dopo l’arrivo della spedizione di Genesio da Quarto nel 1540. Il commissario e podestà Agostino Spinola Torre segnala, nel 1543, che «la magior parte delli nostri stipendiati si sono maritati quali sono maritati a n° 17, e dicti capraeixi non li pono vedere». Una difficile convivenza con i locali che mal sopportano di vedersi portare via le donne.[9]

Tra gli stipendiati con famiglia, tre meritano una particolare attenzione: Bernardo Danove, Raphelino del Solaro, e Batta Bargone in quanto sono i capostipiti di grandi famiglie capraiesi che partecipano nel secolo XVIII allo sviluppo della marineria locale e i cui discendenti vivono nell’isola fino agli ultimi anni del XIX secolo.

Il tamburino Bernardo Danove è a Capraia dal 1541. Nel mese di gennaio del 1542 ritorna a Genova.[10] Probabilmente si è innamorato di una donna di Capraia, ritorna nell’isola e la sposa.

Il soldato Rafaelino del Solaro risulta presente nell’isola già nel 1544, quando cattura un turco sbarcato nell’isola e per il suo valore viene premiato con una ricompensa di Lire 12 e gli viene affidata la custodia della porta della Fortezza.[11] Nel 1544-1545 è uno dei tre Padri del Comune. Probabilmente sposa una donna di Capraia.

Il bottaro Batta Bargone è da diversi anni a Capraia dove era giunto con la famiglia.[12] È un falegname esperto anche nella riparazione degli affusti dei cannoni.

Il bombardero Andriano d’Olanda si è sposato a Genova nel giugno del 1556 con una «una figlia di Capraia la quale stava in casa del M.co Messer Gio Francesco Crevaro collega nostro».[13]Alcuni di loro, oltre ai compiti che devono svolgere per il loro ruolo nella guarnigione, trovano il modo di arrotondare il magro stipendio partecipando alla costruzione della cisterna: Gio Ghio e Berton Turlo lavorano come rompitori, Batta Bargone, bottaro, con due suoi muli trasporta materiali edili dallo scalo della Grotta al Forte. Altri fanno lavorare le loro donne come manovali nei lavori del Forte.

Nelle famiglie stabili e in quelle degli stipendiati vi sono anche dieci «fantine» (fanciulle) e quattro «figiole da marito». Precisazione questa per indicare che nei loro solai non possono certamente essere ospitati dei soldati.

Negli elenchi suddetti manca il commissario che risulta senza famiglia e che usufruisce di una propria abitazione.

Pertanto il numero delle persone che vivono all’interno del Forte sono:

Abitanti stabili 237
Stipendiati con famiglia 63
Stipendiati senza famiglia 70
Commissario 1
Totale 371

 Per avere il quadro completo delle persone che risiedono a Capraia nell’agosto del 1556 dobbiamo aggiungere 10 persone: il castellano della torre del porto (Nicola Drago), il castellano della torre dello Zenobito (Lucha Sucha) , 3 bombardieri e 5 soldati ripartiti tra le due torri.

In totale quindi nell’agosto del 1556 a Capraia vi sono 381 persone.

 

  • Le abitazioni

 Il censimento parla di solai e caneve[14], ma non dice su quanti piani fossero distribuiti. Sulla base di numerosi altri documenti, possiamo assumere che le case, dopo la distruzione del 1540, siano state ricostruite secondo la tipologia che avevano in precedenza. Il capitano e commissario Genesio da Quarto, che per primo descrisse le rovine del Forte, afferma di aver visto i ruderi di trentatre case di due o tre piani.[15]

Dal censimento risulta che gli abitanti del forte vivevano in 81 solai più due mezzi solai. Assumendo una media di 2,5 solai per casa risulterebbe che nel 1556 siano state praticamente ricostruite tutte le trentatre case originarie.

L’altezza delle stanze varia da un minimo di metri 1,7 a metri 2,5. Ciascun solaio, normalmente rettangolare, ha una lunghezza che varia da quattro a cinque metri e una larghezza di tre metri circa.

Lo spazio per abitante è veramente esiguo visto che nei solai oltre agli abitanti vi sono mobili e attrezzature quali «letti molino tanla da mangiare mastra da fare pane, e altre cose necessarie per uzo di detta famigia»[16]. Però bisogna considerare che i solai venivano utilizzati da tutta la famiglia solamente durante le ore notturne. Gli uomini e le donne, quando il tempo lo permetteva, passavano la giornata in campagna o in mare.

Il cancelliere, prima carica amministrativa dell’isola, ha a sua disposizione un solaio con una superfice di 14 metri quadri, perché nella sua stanza venivano tenuti i libri contabili, l’archivio, e vi venivano stesi gli atti ufficiali.

Un solaio viene utilizzato come magazzino della corte dove si trovano «armamenti ferramenti olio et altre munitioni».

Unica eccezione è la casa del commissario che risulta così composta:

  • Un solaio lungo metri 4,5, largo metri 3,7 (mq 16,6), alto metri 2,2
  • Una cucina lunga metri 4,2, larga metri 3,7(mq 15,7), alta metri 2
  • Un solaio per la vendita delle vettovaglie lungo metri 5,7, largo metri 3,7 (mq 21,2), alto metri 2
  • Un fondaco per immagazzinare 4 giare di olio, formaggio, carne salata e una madia per fare il pane lungo metri 5, largo metri 3,7, alto metri 2

Non deve meravigliare che la casa del commissario fosse anche uno spaccio di vettovaglie: tra i suoi compiti, egli aveva anche quello di assicurare il rifornimento di quelle vettovaglie che non venivano prodotte o non prodotte a sufficienza nell’isola. Queste vettovaglie gli venivano inviate da Genova o le acquistava in Corsica o da barche di passaggio, e poi le rivendeva al pubblico, tenendo il conto delle entrate e delle uscite registrate dal Cancelliere in appositi rolli, che mensilmente doveva inviare alle Compere.

Una conferma della tipologia delle case di Capraia ricostruite dopo la razzia di Dragut ci è fornita dal rinvenimento dei resti due case, scavate recentemente dagli archeologi, nel bastione di scirocco del Forte.

Edifici bastione di scirocco

 

Edifici nel bastione di scirocco del Forte di Capraia

 

Essi scrivono che l’edificio occidentale misurante circa 5,80 per 3,80 metri, è articolato su due piani. Un piano inferiore che probabilmente era diviso in due ambienti da una parete in legno. In questo piano vi è una sola finestra sul cui davanzale e riportata incisa a fresco la sigla IHS sormontata da una croce e la datazione 1551. Il piano superiore, della cui possibile articolazione interna non è rimasta traccia, è illuminato da numerose finestre. Il solaio del primo piano è in legno e poggia su travetti a sezione quadrata. In appoggio alla parete orientale viene costruito un muro lungo 2,20 m circa e alto circa 1,5 m interamente intonacato sul quale è visibile un’iscrizione in epigrafica  che dice:

«<†> (154)7 Aug(usti)/ TE(m)PORE D(omini) Quilici Mer(uae)/ POT(estatis)/ D(ic)T(i) LOCI».

Merua

 

Dedica al podestà Quilico Merua – 1547

 

L’iscrizione probabilmente testimonia la data in cui la costruzione della casa è stata terminata. Il governo del podestà Quilico Merua, che è stato in Capraia dal 13 aprile 1547 al 29 gennaio 1549, è stato molto apprezzato dalla popolazione la quale, alla scadenza del mandato, ha chiesto alle Compere che gli sia rinnovato l’incarico per un altro biennio.

IHS

Dedica in ricordo della visita di due gesuiti – 1551

 

La scritta, posta sul davanzale della finestra, il monogramma IHS sormontato da una croce, è il tipico simbolo dei gesuiti e quasi sicuramente testimonia la presenza a Capraia, nel dicembre del 1551, dei due gesuiti Silvestro Landini ed Emanuele Gomez da Montemayor, che a causa di una tempesta sono stati costretti a sostare a Capraia per due settimane circa, attirandosi, con la loro predicazione, la benevolenza dei Capraiesi e della guarnigione del Forte. La scritta è stata realizzata probabilmente in anni successivi riportando l’errata data del 1551. Sappiamo che i due gesuiti, durante il loro soggiorno sono stati ospitati nella casa di Manuello di Gio, una casa con due solai con dimensioni interne di 5 per 3 metri, dimensioni che sembrano corrispondere a quanto rilevato dagli archeologi.[17]

La seconda casa, misurante circa 5,20 per 4 metri, sembra costituita da un solo piano. L’ambiente è servito da una porta con soglia monolitica e da una finestra.[18]

 

Il censimento ci fornisce dunque il quadro di un paese del XVI secolo, tipico delle piccole isole del Mediterraneo, dove la vita degli abitanti è legata alla produzione di pochi prodotti della terra e della pesca. Nel caso di Capraia si deve aggiungere che la distruzione del paese, ad opera di Dragut nel 1540, ha sconvolto le secolari abitudini di vita e rotto l’isolamento dal mondo esterno. L’arrivo e l’insediamento di uno stabile presidio genovese, determina un ricambio della popolazione e l’inizio di nuove vie di collegamento e di contatto con Genova e la Terraferma (le due Riviere Liguri, la Corsica e la Toscana). È il lento inizio dello sviluppo della marineria capraiese che tra la fine del XVII e il XVIII secolo raggiungerà il suo apice tanto da diventare una delle più sviluppate nei trasporti di cabotaggio nell’alto Tirreno.

 

 

 

 

Tabella 1

Tabella 2

Tabella 3

Appendice

 

  1. Lettera dei Padri del Comune di Capraia alle Compere del 29 agosto 1556[23]

 

«Dal Commissario dell’isola ne è statto fatto noticia de uno ordine per le V.S. mandatoli, che si debbi insachetare tutte le caze di questo locho acciochè ogniuno habbi la sua parte del carricho in a logiar soldati e reponere le munitione di quelle acciochè non restino agravati per sempre alquanti che se sono querelati. Il che inteso invero siamo restati molto admirati perchè quando si vegnisse a talle executione si cauzeria la magiore comfuxione del mondo per piu respeti maxime per doi tra li altri. La prima sie che la magior parte de noi altri non hano piu che uno solaro dove habitano com loro famigie, in lo qualle solaro chi non sarà piu di Capasata de xvij sino in vinti parmi longo e xii largo e otto alto, li sono letti molino tanla da mangiare mastra da fare pane, e altre cose necessarie per uzo di detta famigia e quando la sorte li tocasse saria de necessita dovendo expedire tal solaro che quel talle com sua famigia si facesse una cabana fora della terra. Il che non credemo ansi siamo certi che la mente delle S.V. non debia essere talle, che li vostri suditi e chi sempre vi sono stati e sarano fidati debiano com loro famigie essere privati della terra, per dare locho a soldati e reponere munitione in similli solari. Noi como Padri di Comune havemo provisto, al mancho dano de tutti noi altri e megliore comodo de soldati e munitione e con mancho comfuxione sia possibile, e per comodo del Comservatione di questo locho si sono asegnati li solari dove habitano li soldati in locho che   li soldati stano restreti de maniera che ogni pocho strepito chi fusse il sentiriano e subito poteriano essere a fare le loro fationi, ne niuno puo dire che da il Comissario e da noi altri sia agravato, perche havemo considerato primo il locho il modo e le famigie de colloro a chi sie prezo li solari a chi avia doe ne havemo preso uno e il minore e cosi de grado in grado sie fatto. E de quelli che si sono lamentati ne han in loro parte cinque e non sie li è fattose non doi, e perche in tutto vogliamo che le S.V. cognoschino il procedere del vro Comissario e nro si e fatta una diligentia qualle com doi nri ambasatori se vi manda per la qualle vederano denotate e descritte tutti li solari e habitacione com il numero delle famigie che in ognuno de quelli vi sono com tutte quelle comodità di sopra narrate  cioè mollino tanle letto e mastre e altre loro necessita com le mesure delle largesse logesse e altesse de quelli per il che le S.V. cognoscerano largissimamenti in che grado se ritroviamo le famigie chresiano alle volte li soldati chresano ma la habitacione ne le caze sino a qui non multiplicano anzi manchano perche alle volte li venti che sono in questo locho cupiosi ne vano gettando qualcheduna per terra e per la poverta che in noi e non si puo cosi facilmenti ne si presto redrisare. Si che preghemo humilmenti le S.V. si como per alcuno tempo, quelle non ne hano mai habandonato ansi sempre com bono hamore provisto e agiutati si como sano li boni padri verso de soi figioli e li boni patroni verso li soi suditi fidelli come noi siamo sempre statti e saremo in questo de non abandonarne ansi prevederne alla nra necessita considerato quel tanto che autentichamente se vi manda in scritto, che sie fatto con intervento del vro Comissario, e scrivano e noi padre de Comune com diversi altri homini della terra e questo sia per darne bona satisfatione alle S.V. si ancora per tronchare tutte le mormoratione che per alcuno tempo potessino essere fatte contra di noi».

  1. Censimento delle case di Capraia a cura del Cancelliere Nicola di Crovaria del 23 agosto 1556

“…Si fa fedde per me notaro e Cancelero infrascritto qualmenti il S. Commissario com li padri del Comune e de me notaro canzelero infrascritto alli xv del presente andorno a mezurare tutte le caze et canene  che in esso locho di Capraija sono como qui appresso appare, et primo

  • Antonio di Rosa com persone cinque in uno solaro di longessa parmi xx di largessa parmi xvii e di atessa parmi otto e più uno pezio di caneva ove sono trei vasseti da vino
  • Taraschone di Gio com persone doe in uno solaro di longessa parmi xv di largessa parmi xx e di atessa parmi otto
  • Domenico di Gio cum persone quatro compreso una fantina in uno solaro di longessa parmi xviii di largessa altretanto e di atessa parmi dece
  • Manuelo di Gio com persone sei compreso una fantina in doi solari di longessa per ognuno di loro parmi xx di largessa parmi xii e di atessa parmi otto
  • Princival de Georgio com persone doe in uno solaro di longessa parmi xviii di largessa parmi x et di atessa parmi otto, e più una caneva di longessa parmi xi di largessa parmi nove et di atessa parmi sei
  • La famigia del S. Agostino Torrigia fornaro in uno solaro de Domenico de Pasqualino com persone cinque compreso una fantina di longessa parmi xvii di largessa parmi xii e di atessa parmi otto, e più una caneva di longessa parmi x di longessa parmi otto e di atessa parmi sette
  • Pietro Ganarra com persone quattro in uno solaro di longessa parmi xviiii di largessa parmi xiii et di atessa parmi otto, e in più uno solaro dove sta Stefano de Andora soldato com compagni quatro di longessa parmi xvii di largessa parmi xiii e di atessa parmi otto, e più una caneva di longessa parmi xii di largessa altretanto e di atessa parmi otto
  • Francesco di Matteo com persone cinque in uno solaro di longessa parmi xviiii di largessa parmi xv et di atessa parmi otto, e più una caneva di longessa parmi dece di largessa altretanto et di atessa parmi sei
  • Bernardo Danove tamborino com persone sei compreso una fantina in uno solaro di longessa parmi xviiii di largessa parmi xiii et di atessa parmi otto, e più uno solaro dove sta il Canzelero di longessa parmi xviiii di largessa parmi xii et di atessa parmi otto
  • Pietro di Lodixio com persone cinque in uno solaro di longessa parmi xxiiii di largessa parmi xiii et di atessa parmi otto
  • Jeronimo Collombana com persone sei in uno solaro di longessa parmi trentacinque di largessa parmi x e di atessa parmi otto, e più una caneva di longessa parmi otto di atessa altre tanto e di largessa parmi dece
  • Mariano de Nicolao com sua famigia persone cinque e più la famigia di Filippo di Petro persone quatro in uno solaro di longessa parmi xxx di largessa parmi xiiii e di atessa parmi dece, e più una caneva di esso Mariano della medesima longessa largessa et atessa, e più uno solaro dove sta Jeronimo da Gavi soldato com compagni dece di longessa parmi xx di largessa parmi xii et di atessa parmi otto, chi è di Filippo di Petro e più una caneva di esso Filippo di longessa parmi dece di largessa parmi otto et di atessa parmi sette
  • Anton Susone com persone cinque in uno solaro di longessa parmi xxv di largessa parmi dece e di atessa parmi otto
  • Theramo de Princivale com persone cinque in uno solaro di longessa parmi xxiiii di largessa parmi xi e di atessa parmi otto, e più una caneva di longessa parmi xx di largessa parmi xi et di atessa parmi dece
  • Gio de Mecho com persone tre in uno solaro di longessa parmi xxi di largessa parmi xi et di atessa parmi otto
  • Angela del Comoro in uno solaro com doe figiole da marito di longessa parmi xv di largessa parmi xi e di atessa parmi otto, e più una caneva di longessa parmi xii di largessa altre tanto e di atessa parmi otto
  • Maria de Michelino con sua figiola in uno solaro di longessa parmi xv di largessa parmi dece et di atessa parmi otto
  • Lonardo de Pasqualino com persone quatro in uno solaro di longessa parmi xxxv di largessa parmi quatordexe e di atessa parmi otto, e più una caneva di esso Lonardo e di Martino di Pasqualino suo fratello e di Lucretia di Jeronimo sua sorella di longessa parmi xiiii di largessa parmi xi et di atessa parmi sette
  • La mogie del fu Martino de Pasqualino com persone tre in uno solaro di longessa parmi xvii di largessa parmi xv et di atessa parmi sette
  • Lucretia di Jeronimo com persone tre in uno solaro di longessa parmi xviii di largessa parmi nove e di atessa parmi otto
  • Bartolomeo di Pasqualino in uno mezo solaro com persone tre di longessa parmi xx di largessa parmi dece et di atessa parmi otto, e più uno solaro dove sta Jazo da Gavi soldato com compagni quatro di longessa parmi xx di largessa parmi x et di altessa parmi sei, e più uno altro solaro dove sta Vinozo da Crema soldato com compagni nove di longessa parmi xxv di largessa parmi xv et di atessa parmi otto
  • Francesco de Pasqualino com persone doe in uno mezo solaro di longezza parmi xx di largessa parmi dece e di altessa aprmi otto
  • Martinaso com persone cinque compreso una fantina in uno solaro di largessa parmi xxxi di largessa parmi xiii et di atessa parmi nove, e più una caneva di longessa parmi dece di largessa parmi otto et di atessa parmi sette
  • Anton Pollone com persone tre in uno solaro di longessa parmi trentacinque di largessa parmi xiii et de atessa parmi nove, e più una caneva di longessa parmi xii di largessa parmi xi e di atessa parmi sette
  • Peschuchia de Guliermo con persona una in uno solaro di longessa parmi xviii largessa parmi xii et di atessa parmi otto
  • Batta Bargone bottaro com persone sei in uno solaro di longessa parmi xvi di largessa parmi xv et di atessa parmi otto, e più un altro solaro dove sta il Caporale Curleto com compagni quatro di longessa parmi xx di largessa parmi xi et di atessa parmi otto, e più una caneva longa parmi xv larga parmi xi et di atessa parmi otto
  • Colla da muzeta com persone doe in uno solaro di longessa parmi xx di largessa parmi xii et di atessa parmi sette
  • Gio de Carlotino com persone quatro compreso una fantina da marito in uno solaro di longessa parmi xxviii di largessa parmi xv et di atessa parmi otto, e più uno altro solaro dove sta Domenico Fernano soldato com compagni quatro soldati longo parmi xv di largessa parmi dece et di atessa parmi sette
  • Thome di Gioanneto com persone sette in uno solaro di longessa parmi xvii di largessa parmi parmi otto et di atessa parmi otto, e più una caneva di longessa parmi xviii di largessa parmi xiiii et di atessa parmi otto
  • Petro di Alegrina com persone doe in uno solaro di longessa parmi xxx di largessa parmi xi et di atessa parmi otto, e più una caneva longa parmi xiiii di largessa parmi dece et di atessa parmi sette
  • Il Cio Moro com persone doe in uno solaro di longessa parmi xvii di largessa parmi xv e di atessa parmi sette, compreso una fantina da marito
  • Lucretia Fravega com persone tre in uno solaro di longessa parmi xvi di largessa parmi otto e di atessa parmi sette
  • Michelangelo di Gio com persone quatro in doi solari di longessa per ognuno di loro parmi xvii di largessa altre tanto et di atessa parmi otto, e più una caneva di longessa parmi xx di largessa parmi dece et di atessa parmi otto
  • Anton Gio de Martino com persone quatro compreso una fantina in uno solaro di longessa parmi xvi di largessa altretanto et di atessa parmi otto
  • Manuelo di Buschaino com persone quatro in uno solaro di longessa parmi xviii largessa parmi xii et di atessa parmi sette, e più uno altro solaro della medexima longessa largessa et atessa, e più una caneva in compagnia di Antonio de Martino et di Colla de Manuchio longa parmi xii di largessa altretanto et di atessa parmi otto
  • Colla de Manuchio in uno solaro com persone tre longa parmi xx di largessa parmi nove et di atessa parmi otto, e più in uno altro solaro dove sta Francesco di Guliermo com persone quatro longo parmi xviiii di largessa parmi nove et di atessa parmi sette
  • Fiorana del bancalaro com persone cinque in uno solaro di longessa parmi xx di largessa parmi xv e di atessa parmi otto, e più una caneva di longessa parmi xv di largessa parmi nove et di atessa altretanto
  • Morgana di Pasqualino in uno solaro di longessa parmi xx di largessa parmi otto et di atessa parmi sette
  • Princival de Martino com persone tre in uno solaro di longessa parmi xvii di largessa parmi xiii et di atessa parmi otto, e più una caneva longa parmi xii di largessa parmi altretanto et di atessa parmi sette, e più un altra caneva di longessa parmi x di largessa altretanto et di atessa parmi sette, e più uno solaro dove sta il Caporale Petro Vareze com uno compagno di largessa parmi xviii di largessa parmi xiii et di atessa parmi otto
  • Jasso di Luise com persone cinque compreso una fantina in uno solaro di longessa parmi xiiii di largessa altretanto et di atessa parmi otto, e più una caneva longa parmi xvii di largessa parmi dece et di atessa parmi sette
  • Gregorio de Juliano com persone tre comprezo una fantina in uno solaro di longessa parmi xiiii di largessa altretanto et di atessa parmi otto, e più una caneva di longessa di largessa et di atessa come il solaro, e più una altra caneva di longessa parmi xv di largessa parmi sette e di altessa altre tanto
  • Francesco di Luchino com sua mogie in uno solaro di longessa parmi xvii di largessa parmi xiii et di atessa parmi sette, e più una caneva dove sta il mastro dassia com persone tre di longessa parmi dixisette di largessa parmi quatordece e di atessa parmi sette
  • Francesco di Lago ferraro com persone quatro in doi solari di longessa per ognuno di loro parmi xviiii di largessa parmi xiii et di atessa parmi sette, e più una volta picola dove tene la faxina longa parmi dixinove di largessa parmi x e di atessa parmi otto
  • Frenchola di Francho in uno solaro di longessa parmi xvii di largessa parmi xv et di atessa parmi otto, e più una caneva di longessa parmi xv di largessa parmi nove et di atessa parmi sette, e più uno solaro dove sta Andrea Suaressa com compagni doi soldati di longessa parmi xx di largessa parmi x et di atessa parmi otto
  • La mogie del fu Coio Maria da Nervi com persone quatro in uno solaro di longessa parmi nove di largessa altretanto et di atessa parmi otto, e più uno solaro dove sta Batta Fozo soldato com compagni cinque di longessa
  • Pasqualino Capurro in una caneva longa parmi xxv di largessa parmi xi et di atessa parmi sette, e più uno solaro in lo quale sono armamenti ferramenti olio et altre munitioni per la Corte di longessa parmi xx di largessa parmi xxi et di atessa parmi otto
  • Lione Corso pastore com persone quatro in uno solaro di longessa parmi xvi largessa parmi nove et di atessa parmi sei, e più uno altro solaro dove sta mastro Cornelio di Olanda bombardero com sua mogie di longessa parmi xviii di largessa parmi dece et di atessa parmi otto
  • Laurentio di Batta con sua consorte in uno solaro di longessa parmi xiii di largessa parmi dece et di atessa parmi sette
  • Petro de Nicolao com persone quatro et Stefano de Reconero con sua mogie in uno solaro di longessa parmi xxvi di largessa parmi xviii et di atessa parmi otto
  • Gregorio di Vinciguerra con sua mogie et Agustinchia di Vinciguerra com persone doe compreso una fantina in uno solaro di longessa parmi xxvii di largessa parmi xv e di atessa parmi sette, e più una caneva di longessa parmi xv di largessa parmi sette et di atessa parmi sei, e più uno solaro di esso Gregorio dove sta il Caporale Batta Bonvicino com compagni quatro di longessa parmi xx di largessa parmi xv et di atessa parmi otto
  • Gio Ghio com persone sei compreso una fantina in doi solari di longessa per ognuno di loro parmi xviii di largessa parmi nove et di atessa parmi otto, e più una caneva in la quale è posto il salle da mine trentasei in circa in uno solaro di longessa parmi xv di largessa parmi sette e di atessa altretanto
  • Agustina di Francesco di Lodixio com persone tre in uno solaro di longessa parmi xx e di largessa parmi dece et di atessa parmi sei, e più una caneva di longessa parmi xvii di largessa parmi xi et di atessa parmi sei
  • Argenta di Agostino in uno solaro com persone tre di longessa parmi xvii di largessa altretanto e di atessa parmi otto, e più una caneva di longessa parmi dece di largessa parmi otto et di atessa parmi sette
  • Ambroxino Antorigia com persone doe compreso una fantina in uno solaro di longessa parmi xx di largessa parmi xiiii et di atessa parmi otto com una andame per la intrata di detto solaro longa parmi x di largessa parmi cinque et di atessa parmi otto
  • Francesco Palermo soldato com compagni sei in uno solaro di Elisabetta di Cipriano di longessa parmi xxii di largessa parmi xi et di atessa parmi otto
  • Francesco Barbero com sua figliola in una caneva di longessa parmi xii di largessa altretanto et di atessa parmi sette, e più uno solaro dove sta mastro Francesco da Novi, barbero com persone sei di longessa parmi xiii et di atessa parmi otto
  • Mastro Antonio Frixia Cappo d’opera in uno solaro com compagni quatro di longessa parmi xviii di largessa parmi xiiii et di atessa parmi otto chi è di Gioanne di Bozone, e più una caneva dove è posto la calcina di largessa parmi xvii di atessa parmi otto e di largessa parmi dece d’esso Bozone
  • Mastro Andriano de Olanda bombardero con sua mogie in uno solaro di longessa parmi xviii di largessa parmi xiii et di atessa parmi sette, et più una caneva di longessa parmi xv di largessa parmi xiiii et di atessa parmi sei
  • Carnasale com persone tre in uno solaro di longessa parmi xxviiii di largessa parmi xiii et di atessa parmi otto
  • Gio de Olivero com persone sette compreso una fantina in uno solaro di longessa parmi xxviiii de largessa parmi xiii et di atessa parmi otto
  • Bertom Turlo com persone tre in uno solaro di longessa parmi xxx di largessa parmi dece et di atessa parmi otto
  • Raphelino dal Solaro com persone tre in uno solaro di longessa parmi xxx di largessa parmi x et di atessa parmi otto, e più una caneva di longessa como il solaro e di largessa parmi sette et altretanto di atessa
  • Marcho Biassa com persone doe in doi solari per ognuno di loro di longessa parmi…. di largessa parmi x et di atessa parmi otto
  • Stefano Canarello con sua mogie in uno solaro di largessa parmi trenta di longessa parmi dece et di atessa parmi otto, e più una caneva indi..za di longessa parmi xxviii di largessa parmi xv et di atessa parmi otto
  • Il Sig. Comissario in uno solaro di longessa parmi xviii di largessa parmi xv et di atessa parmi nove , e più una coxina longa parmi xvii di largessa parmi xv et di atessa parmi otto, e più uno altro solaro dove si vendeno le vettovaglie di longessa parmi xxiii di largessa parmi xv et di atessa parmi otto, e più uno fondicho dove sono giarre quatro di olio formagio carne sallate e com la madia da fare il pane longa parmi xx di largessa parmi xv et di atessa parmi otto

Nicolaus de Crovaria notaro et Capraije Canzelero “[24]

[1]ASG, San Giorgio, Cancellieri n. 242, Istruzioni per il podestà e commissario di Capraia del 14 feb. 1556. Sulla storia di Capraia in questo periodo vedi R. Moresco, Pirati e Corsari nei mari Capraia, Cronache dal XV al XVIII secolo, Livorno 2007.

[2] ASG, San Giorgio, Cancellieri n. 243, lettere del commissario Gio Batta Viganego alle Compere del 28 feb., del 4-5 marz., e del 17 marz. 1556.

[3] Ibidem, lettera del commissario Gio Batta Viganego alle Compere del 15 mag. 1556.

[4]AGS, San Giorgio, Cancelleria n. 607-2414, lettera dei Protettori al commissario di Capraia del 3 lug. 1556.

[5]Ibidem, lettera dei Protettori al commissario di Capraia del 1 ago. 1556. In sacchettare, fare il censimento.

[6] Ibidem, n. 1891, Rollo degli stipendiati al 1 ago. e al 1 set. Il due rolli hanno permesse di meglio definere le tre categorie di abitanti. Il rollo è un eleco di pagamenti o di spese.

[7] R. Moresco, Capraia sotto il governo delle Compere di San Giorgio (1506-1562), Atti della Società Ligure di Storia Patria, Fasc. I, 2007, pp. 411-413.

[8] ASG, San Giorgio, Cancellieri, n. 243, lettera del Commissario di Capraia alle Compere del 25 mag. 1556; n. 1891, Rollo delle spese per la costruzione della cisterna dal 1 mar. al 31 dic. 1556.

[9] ASG, San Giorgio, Cancellieri, n. 204, lettera del commissario e podestà di Capraia alle Compere del 28 mag. 1544

[10]ASG, San Giorgio, Cancellieri, n. 199, lista delli huomini venuti di Capraia del 23 gen. 1542.

[11]R. Moresco, Pirati e Corsari nei mari di Capraia, Cronache dal XV al XIX secoli, Livorno 2007,  p. 39.

[12]ASG, S. Giorgio, Cancellieri 232 – Lettera del podestà di Capraia ai Protettori delle Compere di San Giorgio del 3 giu. 1552.

[13]ASG, San Giorgio, Cancelleria n. 607-2414, lettera dei Protettori al commissario di Capraia del 11 giu. 1556.

[14]Caneva: ripostiglio, cantina, magazzino.

[15]ASG, San Giorgio, Cancellieri, n.197, lettera del Comissario di Capraia ai Protettori di S.Giorgio del 5 ott. 1540: «et haveijre io anumerato xxxiii caze bruxade rattificande et  eserghe spacio de farne vii incircha de novo trovo che quando serano ratificate dicte caze xxxiii et facte dicte vii che in caprahija a luzansa di epso locho porrano stanciare de le persone mille e perchè non sono salvo 175 avanti che multiplichino insino in mille sera lo Iudicio universale». Un anno dopo, quando la ricostruzione è in corso il Cancelliere Iacopo de Albara così scrive  ai Protettori, il  2 dic. 1541: «In caprahija al presente sono caze undexe facte quale sono de quatro de trei et de doi solari l’una dimodo chè fra tute fanno solari trenta e tre e piu».

[16] Tanla: tavolo; mastra: madia.

[17]Il monogramma IHS sormontato dalla croce è stato scelto da Ignazio di Loyola come proprio sigillo (1541) e successivamente la Compagnia di Gesù lo ha adottato come proprio emblema. ASG, San Giorgio, Cancellieri, n. 233, lettera da Capraia del gesuita Silvestro Landini da Sarzana all’Ufficio di San Giorgio del 17 dic. 1552.

[18]M. Milanese, M. Febbraro,  A. Meo, Lo scavo archeologico del Forte San Giorgio a Capraia, in Un’isola “superba”, Genova e Capraia alla riscoperta di una storia comune, Genova 2012, pp. 34-46.

[19] Caneva: ripostiglio, cantina.

[20] Andame: corridoio di accesso al solaio.

[21]Abbiamo segnato con * i solai che erano stati assegnati, in precedenza, dai Commissari  a quei soldati che risiedevano nell’isola da diversi anni.

[22]Volta: magazzino.

[23]ASG, San Giorgio, Cancelleria n. 1891.

[24]ASG, San Giorgio, Cancellieri, n. 1891, Elenco case ed abitanti di Capraia del 23 ago. 1556

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