IL PONZESE di Folco Giusti

Sono lieto di accogliere come collaboratore l’amico Folco Giusti.Copertina libro

Folco Giusti, nato a Lari (Pisa), il 1 aprile 1943, vive e lavora a Siena, ma appena possibile si ritira nella “sua” Capraia.  È professore ordinario di Zoologia nella Facoltà di Scienze dell’Università di Siena. È specializzato nello studio dei molluschi, ma da sempre si interessa della conservazione e della gestione della natura, di bioetica animale e di storia delle religioni.  Ha al suo attivo numerose pubblicazioni scientifiche, alcune monografie e numerosi capitoli di volumi didattici e di libri naturalistici.  Ha ricoperto incarichi di prestigio in società scientifiche nazionali ed estere ed è cittadino onorario di Kansas City (Missouri, U.S.A.).

Nel 2003 ha pubblicato il libro “Un’isola da amare – Capraia: storie di uomini e animali”, edito da “Le opere e i Giorni” di Roma, che nel 2004 ha vinto il premio letterario “Castiglioncello-Costa degli Etruschi”.

Il libro, che apre uno squarcio sulla vita e la natura nell’isola nella seconda metà dello scorso secolo, è una raccolta di nove racconti nei quali si intrecciano avventure vissute con singolari personaggi, incontrati dal Giusti nella sua giovinezza, con storie di varie specie animali che caratterizzano l’ambiente naturale della Capraia.

Il racconto che qui si presenta si inserisce nella scia dei precedenti. Le figure, già pubblicate nel libro, sono di Rossella Faleni.

Mi piace qui riportare alcuni brani che il famoso etologo Danilo Mainardi ha scritto nella sua prefazione al libro: «L’insularita è, in questo mondo globalizzato, un “fenomeno di minoranze” pur tuttavia ancora diffuso seppur residuo, e questo è il vero peccato. Entro questi confini, credo, possa leggersi il caso di Capraia. Gente e animali e piante cui l’isola ha regalato uno specifico biologico e culturale che fa davvero la differenza rispetto alla cultura delle maggioranze, quella che tende alla globalizzazione. E, come sempre sulle isole, fragili equilibri, vite difficili. È da questa diversità che può nascere un amore. Un amore struggente per i valori veri che ogni isola serba nel suo specifico nascosti. Valori minacciati, valori forse in estinzione».

IL PONZESE

Chissà cosa si credevano di trovare a Capraia.  Certo non la terra promessa: quella stava ben più lontana, oltre il mare oceano, e lo sapevano bene.  Tanti di loro erano partiti per il nuovo mondo, con le grosse valige di cartone, piene all’inverosimile di poveri panni: l’unica ricchezza.  Stivati a mucchi nella terza classe di grosse navi nere, scomode e puzzolenti, erano partiti alla ventura, stringendosi l’uno all’altro come deportati, fiaccati dalla fame, dalla tristezza e dallo sconforto di sentirsi reietti.  Gli occhi fissi alla costa fino allo svanire dell’ultimo lembo di terra, di casa, di patria, per chiuderli, poi, e lasciare la mente libera di sognare l’impossibile: la nave che si ferma, vira, torna indietro.  Miracolo nel miracolo, fino alle Pontine, addirittura fino a Ponza, ai Faraglioni della Madonna e, poi, al suo porticciolo pieno di barche.  Libera, la mente, di immaginarsi lo sbarco, la salita al vicolo di casa rinserrato tra le vecchie mura umide e scrostate, tinte a calce in basso e quindi di rosa.  L’arrivo alla porta, la piccola porta a vetri con le tendine di carta trinata, i vecchi dentro pronti ad aprire e a gridare di gioia nel dare l’abbraccio, sorpresi per il ritorno inatteso.

Poi, più nemmeno il sogno: solo amarezza e mare per giorni.  Non il mare amico dei pescatori, quello solcato tante volte, anche lontano, verso la Sardegna o la Corsica, verso le Eolie o l’Arcipelago Toscano, addirittura verso il Nord-Africa, in cerca di fondali meno sfruttati, più ricchi di pesce.  Solo mare, un mare crudele, una barriera infinita, un abisso profondo che non ammette ritorno.

In tanti, comunque, non avevano avuto altrettanto coraggio o meglio la forza di abbandonare tutto, anche la speranza.  Migrare si doveva: Ponza, la bella Ponza dalle alte scogliere di tufo venate da intrusi multicolori, dai colli indorati a primavera di ginestre in fiore, dai limpidi tramonti arrossati, era piccola, troppo stretta per tutti.  E di figli se ne faceva tanti: tante braccia per salpare le reti, per zappare la terra, per assicurare un riparo alla vecchiaia, ma troppe bocche da sfamare.  Migrare si doveva, ma non così lontano.  La fortuna avrebbe offerto di meno, ma il mare sarebbe stato quello di casa, non così vasto da impedire il ritorno.  E, allora, via verso altre coste, altre isole, quelle conosciute da sempre, visitate ogni tanto per brevi campagne di pesca e subito dopo lasciate.  Quelle meno popolate e più pescose, dove non ci sarebbe stato da spararsi tra fratelli per calare un tramaglio su un fondale buono.  Quelle dove nessuno ti avrebbe imposto un prezzo infame per il tuo pesce, condannandoti altrimenti a mangiartelo tutto o a rigettarlo in mare.  Non ce l’aveva forse fatta un ponzese, Antonio D’Arco, a “conquistare” La Galita e a farci una sorta di piccolo regno per sé e i suoi parenti?  Perché non avrebbe dovuto andar bene anche a loro?[1]

E’ così che arrivarono i ponzesi a Capraia.  La fame alle spalle e tanta speranza, San Silverio permettendo.  Focar 1, delfino comune; 2, tursiope; 3, stenella striata; foca monaca o bue marino    

Capraia non era un posto facile e lo sapevano, ma era e ha continuato ad essere, per molti anni dopo la guerra, semideserta.  Molte le case vuote, molti attracchi in porto per le barche, pochi pescatori e una nave che andava e veniva a turno da Livorno e da Piombino, poco adatta al trasporto passeggeri, ma comoda almeno per spedire il pesce ai mercati del continente.  La gente era scontrosa, ruvida, di poche parole, ma non ostile.  Bastava starsene buoni, non “rompere”, e si veniva tollerati.  Per essere accettati occorreva tempo, ma di tempo ce n’era tanto: indietro non si tornava, almeno nell’immediato.

Sarebbe stata l’evidenza di un fallimento e non si poteva, pena perdere la faccia.

Bisognava resistere fino a mettere insieme quattro soldi per comprarsi un fondo a Ponza, forse anche una barca nuova e, così, una nuova dignità. Una dignità che fosse almeno simile a quella dei pochi che tornavano da oltre oceano, i “Ponzamericani”, quelli con i dollari pesanti, le camice sgargianti e il modo di fare spavaldo, di chi deve far vedere che “ce l’ha fatta”.

         E se la fortuna fosse stata avara e avesse tardato, sarebbe bastato quel po’ di denaro per una scappata a Ponza ogni tanto, almeno, il 20 di giugno, per la festa del patrono, come uccelli migratori che a tempo debito tornano al nido.  Sarebbe bastato fingere di vivere meglio che a casa, portare un ricordo ai parenti, un vino diverso, un barattolo di acciughe, qualche biglietto di banca da attaccare alla statua del santo.

            Se non ricordo male, il primo che arrivò fu Silverio Romano, detto Ferruccio, con moglie e due figli piccoli: Michele e Pompeo.  Trovò casa al porto, lungo la banchina.  Non era una reggia, ma c’entravano tutti e, poi, bastava si affacciasse al terrazzino sul davanti, per vedere la sua barca, ormeggiata proprio lì sotto.  Nell’imprevisto, gli ci sarebbe voluto un attimo per scendere la scalinata e per saltare a bordo.  La barca era il suo pane: finita quella, finito tutto.  Nessuno, a Capraia, gliela avrebbe toccata, ma l’abitudine di non fidarsi era dura a passare.  E, poi, a Capraia c’era il libeccio e quello sì che poteva far danno.  Quando soffiava, era una potenza capace di far involare anche le barche.  Incanalato, compresso nella strettoia del Vado del Porto (oggi ribattezzato “Valle degli Oleandri”), esplodeva a fine gola, proprio sul porto, come una palla di spingarda all’uscita dalla canna e, dilatandosi, liberava un’immane energia.  La sua barca era massiccia, difficile sollevarla.  Ma se l’ormeggio non teneva, c’era da vederla sbatacchiata a banchina, ridotta in pezzi.  E se col vento c’era la pioggia, sarebbe stato un disastro: acqua dappertutto, anche nel serbatoio della nafta e, allora, addio motore.Gechir

1, tarantolino; 2, geco verrucoso; 3, geco comune o tarantola

Ferruccio non si trovò male.  La pesca rendeva e, divenuto “Ferrù”, fece presto ad assumere l’odore di Capraia.  Era schivo, mite e quindi incapace di imporsi, ma questo più che un difetto, si rivelò un pregio capace di spianargli la strada.  E, poi, era bravo a carte e, a suon di passatelle (un’interminabile serie di giocate e di bevute di birra pagate da chi perdeva), venne presto imbrancato.  L’unica cosa che proprio non gli riuscì fu quella di imparare il toscano dei pescatori del porto, quasi tutti, già a quei tempi, di origini elbane o livornesi.  Ne venne fuori con una parlata strana, spesso difficile da capire, campano-livornese-capraiese.  Per lui, ad esempio, ero e sono sempre rimasto “Folghero”: inutile correggerlo.  Ma di pesca ne capiva davvero ed era una gioia, per me, quando, a novembre, faceva uno strappo alla regola d’andar solo e mi imbarcava per una pescata a totani (il totano dei capraiesi è in realtà il calamaro: Loligo vulgaris).  Se io ne prendevo uno, lui ne prendeva dieci.  Ma solo vedere le sue pesche miracolose era una festa.  E, poi, sapevo bene che, al rientro in porto, se a me era andata male, non avrebbe avuto ritegno a incrementare il mio carniere con qualche bel totano dei suoi.

Non si trovò male – dicevo – tanto da rimanere a Capraia, lui e sua moglie, tutta la vita e da lasciarci un figlio che, a sua volta, ci aveva messo famiglia.

Nel tempo, arrivarono anche suo fratello Umberto, Silverio Vitiello, anche loro pescatori di gran classe, e Giuseppe Di Meglio, detto Beppe l’aragostaio.  Quest’ultimo, trovò a Capraia la sua piccola America: l’oro rosso e a dieci zampe, le aragoste appunto.  Era stato a scuola di pesca nella sua Ponza, lì aveva imparato a fare le nasse, con sottili listarelle di canna, giunchi e spago.  Lì aveva imparato a indovinare le secche buone, piene di aragoste e granceole (dette “margherite” in Capraia).  Era diventato bravo, troppo bravo per il mare troppo sfruttato di Ponza.  E, così, anche lui era partito per Capraia con il suo “Santa Lucia”, un barcone covertato, con una parte della stiva traforata sotto, per far circolare l’acqua nel vivaio e mantenere in salute le sue aragoste.  Tra i primi, si era procurato un ecoscandaglio e, così, di secche buone, ancora ricche, ne avrebbe trovate tante, anche in quel mare nuovo, tra Capraia e Corsica.Beccaccer

1, frullino; 2, beccaccino; 3, beccaccia

 Era difficile che la sua stiva vivaio fosse vuota, ma quando accadeva, non si disperava.  Alla prima bonaccia, ripartiva e fra tramagli, filaccioni da fondale e nasse, sapeva che l’avrebbe presto riempita di pesce che, poi, lui stesso portava e collocava a Livorno, spuntando buoni prezzi e risparmiando le spese di spedizione con la nave.

Non l’ho mai visto triste o arrabbiato.  Solo una volta gli andò male e male sul serio.  Una volta che San Silverio si era distratto e che le grosse corna di toro, tinte di rosso, che Beppe aveva inchiodato sul davanti della tuga – anche tra i pescatori più devoti, un di più di protezione non guasta – non bastarono a scacciare la malasorte.  Al rientro in Capraia dopo una lunga notte di lavoro nel mare di Corsica, si addormentò al timone.  Fu così che il Santa Lucia finì sulla secca che sta a pelo d’acqua tra gli scogli delle Formiche e la punta della Teja, all’estremo nord di Capraia, proprio sotto la Torre della Regina.[2]  Il barcone non pescava tanto, ma bastò lo strùscio in piena velocità sugli spunzoni di roccia a mandare in pezzi la stiva traforata, il punto più debole della chiglia.

Alla botta, Beppe si svegliò di colpo e, rimasto indenne, dette tutta manetta e riuscì a finire in secca sulla vicina riva prima di affondare.  Il barcone fu salvo, ma il pescato andò disperso.  La sua sfortuna divenne manna per tutti i sub dell’isola.  Per giorni, setacciando il fondale tra la Mortola e la Teja, fu facile agguantare qualche bella aragosta.  Capitò anche a me e a Alberto.  La prima e ultima aragosta delle nostre pescate, però, non finì in pentola.  Era troppo lusso.  La rivendemmo e con quelle poche migliaia di lire, per noi, a quei tempi, una fortuna, ci consentimmo un po’ di gelati, la sera, o qualche bicchierino di moscato, per rallegrare le nostre partite a briscola al Bar Centrale, prima di andare a letto.

            Anche questi pescatori furono presto raggiunti dalle loro famiglie e, così, la comunità ponzese si accrebbe e si insediò sempre più saldamente sull’isola.  Il segno della avvenuta, definitiva naturalizzazione divenne evidente un giorno, all’improvviso.  Senza che nessuno trovasse da ridire, tra gli ex-voto, nella chiesina dell’Assunta giù al porto, si materializzò l’immagine di San Silverio, piccola, di carta, ma piena di significato.  C’è ancora oggi.

            Fu dopo molti anni, quando ero già “grande” e troppo preso dal mio lavoro per andare in Capraia fuori vacanze, che mi accorsi dell’arrivo di un altro ponzese: Antonio.  Non ricordo, purtroppo, il cognome, e non conosco i dettagli della sua storia pregressa, ma di lui ho in mente un’immagine scolpita.  Lo incrociai durante le feste dei Santi e dei Morti, i primi di novembre di uno degli anni 60, davanti alla casa di Gigetto Moresco.  Aveva un sacchetto in mano pieno di funghi, raccolti la mattina stessa.  Ne stava faceva dono al padrone di casa, anche lui appena arrivato per l’occasione, con i figli e la moglie di origini capraiesi e che aveva i suoi cari al cimitero.  Non si era dimenticato l’affabilità di Gigetto, signore genovese, sempre disponibile e generoso, e l’aiuto che questi gli aveva dato al suo arrivo in Capraia: doveva ricambiarlo.Squalir

1,3,5, squalo grigio; 2, squalo bianco o morte bianca; 4, squalo martello; 6, verdesca

Antonio era un uomo grande e grosso – strano per un isolano: l’insularità rende piccoli non solo gli animali, ma anche gli uomini – aperto e gioviale e, caso ancor più strano, non pescava più.  Con lui scoprii che i ponzesi hanno due anime: una da pescatori, l’altra da contadini.  Nemmeno un minuto deve essere sprecato e quando il tempo non è da mare, allora tocca alla terra, alla promessa dei suoi frutti, in cambio del pesce che viene a mancare.  E lui, il contadino lo aveva sempre fatto volentieri e non per ripiego.  Così a Capraia, dopo poco, aveva riscoperto la sua seconda vocazione. Il mal d’ossa non gli permetteva più di affrontare il freddo, la guazza dell’alba, il fradicio delle reti, ma starsene inerte non era da lui.  Passata l’isola al pettine fitto, individuate le vigne abbandonate del Segalaio, aveva richiesto e ottenuto dal proprietario, Carlo Giannazzi, di prendersene cura.

            Il Segalaio (u Sigalàgghiu, in capraiese) era un posto incantato: vicino al paese, ma abbastanza fuori mano, nascosto dietro San Rocco, nel colmo di una piccola valle riparata dai venti e percorsa d’inverno da un torrentello che, opportunamente deviato, impregnava ben bene le piazzole, prima del secco estivo.  La terra, divisa in piazzole appunto, era sabbiosa, soffice e profonda, e risultava ideale per la vite.  Su un lato, in fondo alla valle, vicino allo strapiombo che domina il vado del Reganigo, c’era una casetta malridotta, di sole due stanze, ma con una grande cisterna davanti, piena al colmo di buona acqua piovana.  Attorno alla casetta cespugli di fichi nerucci, amarasche, melini nani e fichi d’india: cosa volere di più per vivere tranquilli?

            E, poi, lui di vigne se ne intendeva.  A Ponza, fin da bambino, aveva lavorato nelle “catene”, i terrazzamenti avvignati, identici alle piazzole capraiesi, e sapeva come e quando trattar bene le sue piante.  In breve, pulì tutto.  Una fatica improba a tagliare la macchia, a estirpare i ciocchi di erica abbarbicati alle rocce, a strappare i rovi uno ad uno fino all’ultima radice, graffiandosi a sangue come un ecce-homo.  Potò anche i fichi e le poche altre piante da frutto fino a quando, finalmente, tutto fu a posto.  Mancava solo il tocco finale a segnare il successo, un tocco da uomo gentile qual era: piantò tutt’attorno alla casina mucchi di giaggioli, i bei giaggioli di Capraia, viola profondo come il mare al tramonto.

            Poi ritirò su le poche viti rimaste e, in bell’ordine, riempì gli spazi vuoti con barbatelle fatte venire apposta, forse proprio da Ponza.  Una sola variante introdusse, probabilmente ispirata dalle vigne di Beppe: invece che ad alberello, come è più comune tradizione nelle isole, volle sistemare le sue viti sospese in filari.  Ma costava troppo denaro e troppa fatica realizzare l’impresa con i paletti di cemento e con fili di ferro.  “Necessità fà ingegno” e lui, non si perse d’animo.  Per i paletti ricorse a pezzi di vecchi tubi raccattati chissà dove e, per il filo, al naylon da filaccioni.  Non era un bel vedere: il suo impianto sembrava un ibrido innaturale tra pesca e agricoltura, ma … funzionava.Falchir

1, poiana; 2, gheppio; 3, falco pellegrino

Rimase l’attesa.  Giorno dopo giorno era lì, al Segalaio, gli occhi appuntati sulle sue barbatelle, nemmeno facesse una ricerca scientifica sulla loro velocità di crescita.  Il tempo gli avanzava e, così, ne approfittò per farsi un pezzo di orto, ma solo per quattro pomodori e un po’ di odori: l’acqua della cisterna era preziosa, serviva per il rame, per lo zolfo, per bere e per lavarsi e doveva bastare da primavera ad ottobre inoltrato: non poteva concedersi di più.  Anche in autunno, quando, cadute le foglie e ormai ferme le sue viti, avrebbe potuto, finalmente, concedersi qualche distrazione, non andava a pesca e neppure a caccia o a giocare a carte, come gli altri ponzesi.  Ogni mattina era là, al Segalaio.  Un’occhiata all’orto e poi, dopo le prime piogge, si concedeva tutt’al più di andare, lì vicino, a funghi.  E, perbacco, come avevo potuto constatare, riusciva anche in questo.  L’immacchiamento seguito all’abbandono dell’allevamento del bestiame brado e, quindi, della pratica dell’incendio controllato, aveva reso una vera impresa penetrare nell’intrico e individuare i funghi.  Ma lui, nonostante la sua stazza, ci riusciva.  E godeva, chissà quanto godeva, quando mostrava, al ritorno in paese, i suoi grossi porcini (detti “morecci” in Capraia), facendo sbavare tutti d’invidia.

Sempre in movimento com’era, le occasioni per parlargli e conoscerlo meglio non erano molte, ma fu proprio lui che me ne dette l’occasione, invitandomi ad andare a vedere come aveva sistemato le sue piazzole.  Mantenni la promessa, e una mattina lo raggiunsi al Segalaio.  Mi accolse con piacere, orgoglioso del suo impianto e me ne mostrò ogni più piccolo particolare.  A fine visita, tralasciato, ovviamente, il dettaglio degli “strani” filari, feci il possibile per dargli soddisfazione: “Ci voleva proprio lei” – gli dissi – “nessun’altro a Capraia si sarebbe mai imbarcato in un’impresa come questa, senza essere pagato e pagato bene.”

“Vede” – mi rispose – “fino da bambinello ho lavorato la terra, con mio padre e i miei fratelli.  Non era molta, ma proprio per questo non si poteva mai smettere di travagliare.  C’erano le viti da curare.  Poi, tra le viti, in ogni stagione, si seminava tutto quello che si poteva.  E … c’era allora da zappare, concimare, togliere le erbacce, annaffiare, raccogliere, andare in paese a vendere.  Così è stato, per tutta la mia vita.  Lavorare la terra era una abitudine e, ora, che non posso più pescare, almeno questo devo fare.  Non serve per guadagnarmi la giornata, ma per illudermi di non essere troppo vecchio e per non morire dentro.  Per me non c’è soddisfazione più grande di vedere una pianta che sbuca tra le zolle, vedere le viti che buttano le gemme e una pianta, che sembra morta, rifiorire a primavera.  Questa è creazione.  Sì, in questi momenti mi sento come Nostro Signore quando fece il mondo, tutto dal niente.  Il contadino è un mestiere benedetto.  Senza pane e un bicchiere di vino, non si mangia.  Nemmeno un’aragosta è buona.”Topir

1, ratto nero; 2, ratto delle chiaviche; 3, topolino domestico; 4, crocidura minore

Discorsi come questi li avevo già sentiti e non solo dal detenuto di Gorgona.  Avevo, così, sempre pensato che fossero motivati da un tentativo di autogratificazione, per giustificare a se stessi un lavoro tanto duro e tanto poco remunerativo.  Ma il suo tono non lasciava spazio a dubbi: era proprio convinto.  Questo suo nuovo impegno, a Capraia, dove nessuno più sudava sui campi, lo inorgogliva, anche se la terra del Segalaio era poca e non avrebbe mai reso tanto da aggiungere un qualche supplemento significativo alla sua modesta pensione. Sì: davvero un animo gentile, una mitezza vissuta, un grande rispetto per le semplici cose della natura.Muflonir

1, capra di Montecristo; 2, femmina; 3, maschio giovane di muflone

Così sono spesso i contadini.  Non ho mai studiato psicologia, ma sono convinto che anche il mestiere che si apprende fin da bambini abbia un influsso decisivo sul nostro comportamento.  Chi pratica la caccia o la pesca (ovviamente, la pesca non è altro che la caccia ai pesci), impara presto il mestiere del predatore.  Deve uccidere per mangiare, deve far violenza alla natura.  Deve imparare a chiudere gli occhi davanti al dolore che sa di infliggere e deve, quindi, inevitabilmente, indurire il suo cuore.  Il lavoro dei campi porta ad un atteggiamento tutt’affatto diverso: richiede una premura paterna per le proprie “creature”, un’attenzione alla loro fame e alla loro sete, un pronto intervento all’atto di un’aggressione. Richiede condivisione di un dolore che non è evidente, ma che si immagina quando si taglia un ramo e si vede la linfa che cola come sangue da una ferita, o quando si taglia una pianta e la si vede piegarsi e lentamente appassire al sole.  Più “affetto” ci si mette, più la terra risponde con i suoi doni.  Si parla con le proprie piante e agli animali che si allevano si dà persino un nome.  Ucciderli per mangiarli, un dramma che solo la fame giustifica e che si vorrebbe sempre rinviare.  Antonio aveva riscoperto questa verità e di tutto questo aveva voluto – ne sono convinto – divenire l’evidenza.

Ma anche nel suo paradiso, come in quello biblico, “terrestre”, c’era un diavolo.  Prima che me ne andassi, me ne parlò, forse nella speranza che potessi dargli una mano ad esorcizzarlo: i corvi.

“Dottore”, mi disse, “questi corvi sono carogne.  Come mi giro per tornare in paese, arrivano.  Manco un frutto rimane.  Anche le pommarole appena arrossate se le portano via.  Perfino i fichi d’india con le spine si mangiano.  Ma perchè, se fanno danno, non si possono sparare?”

A Capraia, avevo già sentito tante volte anche questa litania e non solo da parte dei pochi contadini, ma anche degli isolani che avevano un orto, un frutteto o un pollaio.  I corvi erano odiati anche più dei topi o dei gechi.  Le loro inarrestabili razzie, fatte con una scaltrezza quasi umana, li avevano resi invisi a tutti.  A questo, poi, si aggiunga che, secondo alcuni, “portavano male”, neri com’erano e con quei loro lugubri berci.  Facile comprendere come fosse opinione comune che sarebbe stato bene farli fuori tutti, senza pietà.Serpir

1, lucertola campestre; 2, lucertola muraiola; 3, vipera; 4, colubro liscio; 5, biacco

Anche con lui, non potei cavarmela bene.  Spiegare il perché anche certi animali potenzialmente nocivi sono protetti non è facile, in particolare a persone semplici e giustamente gelose del frutto delle loro fatiche.  Alle mie argomentazioni, si limitò a replicare, ridendo: “Certo: voi professori siete tutti matti”.

Dopo tre anni, la vigna era bellissima.  Era maggio: le barbatelle divenute piante robuste erano cariche di pampane e il Segalaio brillava al sole come un unico grande smeraldo.  Antonio non stava più nella pelle, sognava già la sua prima, vera vendemmia.  Sognava il vino che avrebbe fatto, un vino buono come quello di Ponza.

Siamo disarmati davanti al male.  La nostra fede, quando c’è e anche quando è robusta, non basta mai a darcene ragione, in particolare quando un innocente o un buono viene colpito.  Per difesa, ricorriamo al destino.  Il misterioso destino che sappiamo che non c’è, ma che serve per scaricargli addosso l’incomprensibile: il mistero di un Dio che sicuramente c’è, che non può essere altro che amorevole, ma che permette il male.  Un Dio buono, che non vuole il male, che non spezza una canna incrinata e non soffia su un lume che fumiga, ma che sembra chiudere gli occhi davanti all’assurda ingiustizia che vede sempre i migliori partire per primi.  Fu forse la prima volta che anch’io feci queste considerazioni, quando seppi che Antonio, improvvisamente, si era sentito male.  Quando seppi che Antonio aveva poco da vivere e … quando morì.

Quella vendemmia non ci fu mai.  Quella soddisfazione ad Antonio il ponzese non venne data.  Fu un dispetto, una punizione assurda, inaccettabile per me e per quanti lo avevano conosciuto e apprezzato.

Ora, al Segalaio, tutto è di nuovo alla macchia.  La casetta: un cumulo di macerie; la cisterna: sfondata, riempita di pietre e di rifiuti.  Ma dal fitto spuntano ancora, a primavera, i giaggioli viola profondo come il mare al tramonto.Chioccioler

1, chiocciola zigrinata; 2 chiocciola naticoide o monacella; 3, chiocciola marinella o vermiculata; 4, chiocciola di Capraia; 5, chiocciola di Giannutri; 6, chiocciola del Giglio; 7,ossichilo di Montecristo; ossichilo di Giannutri; 9, ossichilo di Capraia

Si dice che chi pianta un albero vivrà quanto a lungo vive quell’albero.  Questo – io dico – vale anche per chi pianta un fiore che rinasca nel tempo.  I giaggioli di Antonio, pochi, insteriliti, seminascosti tra l’intreccio dei rovi, tra le loro stesse foglie contorte e seccate, resistono.  Sono ancora lì.

Chi, a primavera, per caso, si avventura nell’intrico della macchia del Segalaio, tra i pini che ormai hanno soppiantato le vigne, se li trova davanti all’improvviso, inattesi, pieni di fiori bellissimi.  Spero che in molti, con queste righe, scoprano che non è un caso, che quei giaggioli sono l’ultimo saluto di Antonio, il segno del breve passaggio in Capraia di un ponzese gentile.

 Folco Giusti                                                                                        maggio 2013


[1] Antonio D’Arco è il primo ponzese che si insediò alla Galita (La Galite).  Vi giunse nel 1872, partendo da La Calle, in Algeria (allora parte dell’impero coloniale francese), dove sussisteva una piccola colonia di pescatori ponzesi.  Sulla sua barca, portò con sé la moglie, Emilia Mazzella, e cinque figli.  Non fu un azzardo: evidentemente sapeva che l’isola era abitabile, grazie alla presenza su di essa di numerose sorgenti d’acqua dolce. Evidentemente sapeva anche che il mare attorno alla Galita era pescoso, ricco di colonie di corallo e poco frequentato da altri pescatori.  Proprio in una grotta naturale situata in prossimità di una di queste sorgenti, Antonio stabilì la sua prima residenza.  Il suo esempio, seguito da altri ponzesi, fece sì che sull’isola si formasse una sorta di piccola comunità che raggiunse, sembra, le 200 unità e che, sotto il suo comando, riuscì ad organizzarsi con efficienza, tanto da arrivare ad erigere una piccola chiesa, ovviamente dedicata a San Silverio, il patrono di Ponza.  Molti di più, però, divennero, via via, i ponzesi “stagionali”, attratti dall’oro rosso.  Partendo da Ponza, portandosi dietro il necessario per sopravvivere, per pescare e per conservare il pescato, questi navigavano a vela e a remi fino a Cagliari e da qui, si portavano alla Galita, per restarvi da settembre a novembre, prima di riprendere la rotta per casa. A seguito del passaggio, nel 1881, della Tunisia sotto il protettorato francese e della conseguente introduzione di leggi tese ad impedire il comando di barca a pescatori non francesi, Antonio fu costretto a presentare istanza per ottenere la cittadinanza francese.  In questo, non fu imitato dalla moglie, la quale, fiera delle usanze matriarcali tipiche della cultura ponzese, non si peritò a contestare il marito e a inviare un proprio documento nel quale si dichiarava intenzionata a restare cittadina italiana.

[2]La Torre della Regina, più propriamente detta Torre della Teja, poi italianizzato in Teglia, in passato detta anche Torre delle Barbici, è una delle tante fortificazioni difensive, edificate nei punti strategici dell’isola, per consentire il pronto avvistamento dei pirati saraceni.  E’ collocata all’estremo nord dell’isola, proprio sullo strapiombo che domina la costa dei Bricchetti.  E’ la meno bella delle torri capraiesi, essendo piuttosto bassa e a pianta quadrata, ma certamente non merita l’abbandono al quale è stata condannata.  Usualmente si dice che sia stata fatta costruire dal Banco di San Giorgio, agli inizi del ‘500, ma non è così.  Tutte le fortificazioni capraiesi sono più tarde: il Forte San Giorgio risale al 1540, la Torre del Porto al 1541, la Torre dello Zenobito al 1545.  La Torre della Teja è ancora più tarda: la sua costruzione, infatti, risale alla fine del ‘600.  Il recente nome di Torre della Regina è entrato in uso a seguito di una leggenda, senza alcun valore storico, che vuole che la torre abbia ospitato, prigioniera, una dama di alto lignaggio, una principessa o una regina, rapita da chissà mai quali pirati (vedi: “Leggende dell’Arcipelago Toscano”, di G. Vanagolli, 1997, pag. 47).

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