Dragut rais, corsaro barbaresco

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1722-1729 – La storia di Gio Francesco Sussone schiavo a Tunisi

Il 2 novembre 1722 tre capraiesi Gio Francesco Sussone di Girolamo, Francesco Maria Costa q. Gio Batta e Lorenzo Olivieri q. Francesco vengono catturati da una piccola squadra barbaresca di Tunisi nelle acque dell’isola di Santa Maria, nell’arcipelago della Maddalena in Sardegna.

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L’arcipelago della Maddalena e l’isola Santa Maria

 I tre capraiesi si sono recati nell’arcipelago con la loro gondola per la pesca delle aragoste, particolarmente proficua nei mesi freddi. I tre capraiesi si sono spinti lontani dalla loro isola in quanto per consuetudine i corsari barbareschi nel periodo invernale non si allontanano dalle loro basi e non frequentano il tempestoso Tirreno.

Mentre sono intenti alla pesca, con loro grande sorpresa, scorgono la squadra barbaresca, formata da una galeotta e una feluca, che si dirige verso di loro. I corsari hanno appena catturato un bastimento di Bonifacio ma non sono soddisfatti e contano di catturare i pescatori capraiesi per aumentare il loro bottino di schiavi. I capraiesi si danno alla fuga e vogano disperatamente verso l’isola di Santa Maria dove sperano di trovare rifugio. Riescono a far spiaggiare la loro gondola ma i corsari sono alle loro spalle, li catturano e incendiano la loro imbarcazione.

La notizia della loro cattura e di quella del bastimento di Bonifacio si propaga rapidamente per tutta la Corsica. Il Commissario di Calvi ne informa il Padrone capraiese Giuseppe Cuneo q. Andrea che si trova nelle acque di Calvi per la pesca delle aragoste ed è sceso a terra per fare rifornimento di viveri. Il quattordici novembre il Cuneo rientra a Capraia e riferisce al Commissario e Capitano dell’isola, Gio Nicolò de Franchi, la disgrazia capitata ai tre capraiesi.[1]

 Chi sono i tre capraiesi:

 Gio Francesco Sussone è nato nel 1696 ed è sposato con Chiara Olivieri dalla quale ha avuto il figlio Girolamo, nato nel settembre del 1721. Suo padre Gerolamo possiede una gondola con la quale fa frequenti viaggi tra Bastia e Genova per tutto il 1722, tanto che nonostante la cattura del figlio il sette dicembre è registrato nel porto di Genova.

Lorenzo Olivieri è sposato con Maria Morgana dalla quale, nel gennaio del 1722, ha avuto la figlia Maria Maddalena. Per partecipare alla pesca sfortunata ha abbandonato il suo posto di stipendiato della guarnigione del forte lasciando al suo posto Angelo Tarascone.

Di Francesco Maria Costa, al momento non abbiamo altre notizie.[2]

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Mercato degli schiavi in Barberia

 

 I tre capraiesi catturati in Sardegna vengono portati a Tunisi per essere venduti nel locale mercato di schiavi. Questo mercato è uno dei più grandi della Barberia. Gli schiavi prima vengono ripartiti, secondo le regole previste per la spartizione del bottino, tra il pascia, il dey, il proprietario dell’imbarcazione, il rais e l’equipaggio. Poi vengono sia utilizzati direttamente dai loro proprietari sulle imbarcazioni o nei campi, sia messi in vendita sul mercato, sia ne viene trattato il riscatto mediante i mercanti locali o gli ordini religiosi addetti a questo scopo. A Tunisi i redenzionisti genovesi, svolgono un importante ruolo nel riscatto degli schiavi liguri usando il governatore genovese di Tabarca come intermediario[3]. I redenzionisti si rivolgono quindi al Magistrato per il riscatto degli schiavi a Genova per chiedere un aiuto finanziario per riscattare gli schiavi.[4]

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Padri Redenzionisti in Barberia

Il Magistrato per il riscatto degli schiavi è stato istituito dalla Repubblica di Genova il 29 ottobre 1597 per venire incontro alle sollecitazioni delle popolazioni del suo territorio, particolarmente esposte alle razzie a terra e in mare dei corsari barbareschi. Lo scopo precipuo del Magistrato, come afferma l’articolo 3°dell’atto istitutivo:

 «Sarà particolar cura et ufficio di esso [Magistrato] haver pensiero di in vigilare, e procurare per tutti quelli mezzi che li parranno espedienti di far riscatare giornalmente quel maggior numero de schiavi che si potrà del nostro Dominio comprese l’Isole di Corsica, et di Capraia, et de loro beni in tutto, o, in parte se ne haveranno».

 Per quanto riguarda i fondi necessari ai riscatti, tre articoli dell’atto costitutivo specificano che essi possono provenire dai fondi depositati presso le opere pie, dagli introiti derivanti dalle indulgenze per Genova e il Dominio, dalla distribuzione di bussole, o cassette, nella città e nelle chiese, dai testamenti.[5]

 Il 7 giugno 1724 il Magistrato apre il Libro questuario di Gio Francesco Sussone con la seguente premessa:

 «Gio Francesco Sussone di Geronimo di Capraia d’anni vent’otto si trova schiavo appresso d’Infedeli in Tunesi, e per essere molto povero non si può riscattare senza l’agiuto de pij benefattori. Perciò il Magistrato Illustrissimo del Riscatto de’ schiavi lo raccomanda alle Signorie Vostre ad effetto siano contente firmarsi a’ piè del presente di quanto gli suggerirà la propria carità, per poter in appresso (cumulata somma sufficiente) spedir l’ordine per la sua liberazione, che da Dio Nostro Signore ne saranno largamente premiati».

Solo nove benefattori sottoscrivono per un importo totale di Lire 25 con l’impegno a pagare a riscatto avvenuto.  Ma come il Magistrato osserva il 31luglio:

«Suddette firme unitamente con altre assignationi non bastano per la Liberatione del sudetto Gio Francesco Sussone. Perciò il Magistrato Illustrissimo per il Riscatto degli Schiavi sopra istanza fattali li ha concesso il presente secondo libro questuario, esortando i pij benefattori a firmarsi di quello li suggerirà la propria carità, per potere in appresso (cumulata la somma sufficiente) rinovar l’ordine per la sua liberatione».

 Altri tre benefattori si aggiungono ai precedenti con una promessa di versare in totale Lire 14.

Non sappiamo se in seguito sia stata raccolta una somma sufficiente per pagare il riscatto del Sussone. Sappiamo però che verrà liberato nel 1729 poiché il Magistrato in una postilla al secondo Libro questuario, datata 18 agosto 1729, afferma:

 «Oggi il Prefato Illustrissimo Magistrato ha deliberato il mandato al Redentore di detto Gio Francesco Sussone stato riscattato sino del mese di Giugno come dagli atti di detto 17 agosto comparso in Cancelleria».[6]

 Non sappiamo se e quando sia avvenuto il riscatto degli altri due capraiesi.

 Gio Francesco Sussone rientrato a Capraia tra il 1736 e il 1738 è Padrone di una gondola e fa frequenti viaggi tra porto Cardo (Bastia) e il continente – Genova, Livorno, Riviera di Ponente – trasportando merci varie (grano, orzo, olio ecc.) per terzi e per conto proprio.[7]

 

 

Roberto Moresco                                                      30 maggio 2014

 

[1]Archivio di Stato di Genova (ASGe), Corsica, n. 640, lettere del Commissario Gio Nicolò de Franchi al Magistrato di Corsica del 14 nov. e 11 dic. 1722. Vedi anche R. Moresco, Pirati e Corsari nei mari di Capraia, Cronache dal XV al XVIII secolo, Livorno 2007, p. 112.

[2]Ibidem; Archivio Diocesi di Livorno, Parrocchia di Capraia, Battesimi, n. 4.1.1; ASGe, Corsica, n. 1342 e 1347, registri doganali di Porto Cardo (Bastia),

[3]Tabarca, piccola isola di fronte alle coste della Tunisia era proprietà della famiglia Lomellini di Genova , che la utilizzavano come base per la pesca del corallo. Divenne un importate centro per il Riscatto degli schiavi v. A. Riggio, Tabarca e il riscatto degli schiavi in Tunisia da Kara-Othman Dey a Kara-Moustafa Dey (1593-1702), in Atti della Società Ligure di Storia Patria, v.s. LXVIII, 1938, pp. 257-346.

[4]L’ordine dei Trinitari o Redenzionisti venne fondato dal francese Giovanni de Matha (1154-1213), con una propria Regola, e approvato da papa Innocenzo III nel 1198 con la bolla Operante divine dispositionis. Giovanni di Matha intendeva fondare un nuovo e originale progetto di vita religiosa, con aspetti profondamente evangelici unendo il culto della Trinità all’opera di liberazione dalla schiavitù, in particolare il riscatto dei cristiani caduti prigionieri dei mori. Infatti, il nome dell’ordine per intero è Ordine della Santissima Trinità e redenzione degli schiavi.  I Trinitari avevano la loro sede a Genova nella piccola chiesa di San Benedetto al Porto che fu loro affidata da Zenobia del Carretto moglie di Giovanni Andrea Doria.

[5]E. Lucchini, L’istituzione del Magistrato per il Riscatto degli Schiavi nella Repubblica di Genova, in Critica Storica, n.s. 23, 1986, pp. 375-386.

[6]ASGe, Riscatto degli schiavi, n. 16, due fogli relativi ai Libri questuari di Gio Francesco Sussone. Questi documenti sono stati ritrovati dall’amico Robert Schivre che ringrazio per avermi concesso di pubblicarli.

[7] Ibidem, Corsica, n.1345 e 1349, registri doganali di Porto Cardo (Bastia).

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1754 – Il “Crocifisso nella bara” della Confraternita di S. Croce

SimboloS. CroceLa Confraternita di Santa Croce di Capraia era nata nel Cinquecento e si rifaceva alle regole delle confraternite dei disciplinati che erano sorte in Italia nel XV secolo.

La Confraternita possedeva un proprio oratorio nel Forte. Una testimonianza di quest’immobile ci viene data da una pianta del Forte di Francesco Maria Accinelli nella quale è chiaramente indicato un oratorio posto perpendicolarmente alla chiesa di S. Nicola.[1]

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F.M. Accinelli, Fortezza di Capraia, 1774

Nel 1754 Benedetto Chiama, priore della Confraternita di Santa Croce, propose ai suoi confratelli l’acquisto di un “Crocifisso nella bara con baldacchino, et altro per portarlo nella processione di penitenza il Giovedì Santo, e di collocarlo nell’altare di detta Confraternita”.

Purtroppo non conosciamo la provenienza della statua, ma con tutta probabilità essa fu acquistata a Genova ove vi erano diverse botteghe che realizzavano gruppi scultorei processionali per le confraternite genovesi e liguri.

Quando il Crocifisso nella bara giunse a Capraia incominciarono delle dispute su dove collocare la statua. Il Priore della Confraternita Benedetto Chiama, Giuseppe Maria Bargone, e l’Arciprete Paolo Carnevali pensarono di collocarlo nell’altare maggiore della Parrocchia di S. Nicola nel Forte e ne fecero proposta ai membri della Confraternita riuniti in assemblea. Quando il Priore terminò la presentazione della sua proposta un mormorio si levò tra i confratelli e quando la proposta fu messa ai voti venne respinta ma, il priore chiese una verifica dei voti e “con arte” fece apparire che la proposta era stata approvata. Ma tutti i confratelli gli si sollevarono contro e allora il Priore rinunciò alla sua carica e si cancellò dalla lista dei membri della Confraternita dichiarando “mai più sarebbe entrato in detta Chiesa”. Con le dimissioni del Priore anche gli altri membri del consiglio della confraternita, diedero le dimissioni anche se erano stati contrari alla proposta di Benedetto Chiama. Allora i confratelli si rivolsero all’arciprete affinchè presenziasse alla nuova elezione del Priorato ma egli rispose che voleva che la nomina la facesse il Padrone Benedetto Chiama. A questa proposta gli animi dei confratelli si riempirono di rabbia ma alla fine cedettero e chiesero a Benedetto Chiama di nominare il suo successore. Egli, per iscritto, fece il nome del Padrone Gio Lorenzo Lamberti, bombardiere del Forte, che venne eletto e mantenne la decisione di tenere la statua nell’oratorio della Confraternita. Ma questa elezione venne annullata dall’arciprete  e per un certo periodo la Confraternita rimase senza priore e consiglio perché nessuno voleva accettare le cariche.[2]

Non sappiamo che seguito abbia avuto la disputa ma ormai altre ragioni impellenti costrinsero l’arciprete e la Confraternita ad abbandonare rispettivamente l’antica chiesa di S. Nicola e l’oratorio di S. Croce nel Forte. Infatti nel settembre del 1756 la Repubblica di Genova ordinò che il parroco dovesse trasferire le funzioni nella chiesa di S. Antonio dei frati minori conventuali e che la chiesa dovesse cessare di servire come parrocchia, in quanto  doveva essere utilizzata come caserma per cinquanta soldati inviati da Genova per timore di uno sbarco dei ribelli corsi.

La confraternita di S. Croce fu costretta a lasciare il suo oratorio e a trasferire le sue funzioni e i suoi apparati, compreso il Crocifisso nella bara, nella chiesa di S. Antonio.

Quando la nuova chiesa di S. Nicola in paese fu inaugurata il 13 giugno 1760, alla Confraternita, che aveva contribuito con le sue offerte alle spese per la costruzione, fu assegnato come oratorio la navata laterale destra della chiesa. Il Crocifisso nella bara fu collocato in una nicchia ricavata sotto l’altare in fondo alla navata.

Nel 1811, quando Napoleone ordinò la soppressione delle confraternite il Crocifisso nella bara, o Cristo nella Bara, come veniva a quei tempi chiamato, fu trasferito nel convento dei frati, probabilmente per evitarne la confisca e la vendita.

Nel 1812 fu tentato un maldestro restauro della statua che aveva perso i suoi colori originali a causa dell’umidità della nicchia sotto l’altare dove veniva conservata.

Nel 1824 si riunì l’assemblea della Confraternita che prese la seguente decisione come risulta dal verbale:

“L’anno del Signore 1824 Giorno di martedì ventisei del mese di ottobre in Capraja

Invio del Gesù Morto a Genova onde ristorarlo dal’ informità del colore.

Angelo Colombani Priore della Venerabile Confraternita, consiglieri, ed ufficiali infrascritti riuniti nella camera adetta al capitolo della medesima esistente nel Convento di S. Antonio sotto l’assistenza del sig. Angelo Danove facente funzione di Cancelliere sulla proposizione fatta dal Rev. Sig. Priore predetto di rinviare l’immagine del Gesù Morto, detta in volgare il Cristo nella Bara, alla detta venerabile Confraternita appartenente, a Genova onde essere rinfrescato e ristorato dal colore datoli dodici anni sono, che lo ha reso di aspetto informe, tanto più che la tinta è così caricata, che insensibilmente va a consumarlo, e sul riflesso che detta immagine è cosa rara e distintamente venerata in questa isola, appoggiando alla proposizione del prefato Sig. Priore, e conoscendo la circostanza quale è rappresentata in pura necessità di procedere al cennato rinvio, onde conservare un pezzo di tanto pregio. Date le proposizioni ancora concernente l’Interesse della spesa, e considerando che l’amore e la divozione dei fedeli fratelli non ambisce altro che di corrispondere detti Consiglieri dichiarano come in appresso. Il rev. Padre Guardiano e Capellano inteso.

1° Art. Il Sig Priore è autorizzato spedire il Gesù Morto a Genova per essere ristorato colla occasione più propria. La spesa occorente rilleverà dalle elemosine de fedeli, e sarà tenuto in seguito dar conto di quelle come della spesa occorsa.

2° Art. La presente determinazione sarà dal medesimo assogettata all’approvazione dell’Ill.mo  e Rev. Sig. Vicario Foraneo attuale dell’Isola.

Fatto, deliberato il giorno che indietro questo …

Domenico Sarzana Consigliere Cassiere, Gio Lorenzo Olivieri Consigliere, Stefano Cuneo Consigliere, Angelo Danove Cancelliere, Fra Antonio Guardiano e Capellano della Santa Confraternita, Angelo Colombani Priore

Visto approviamo la deliberazione della presente … 29 ottobre 1824 Gio Batta …”.[3]

Presa la decisione la statua venne inviata a Genova e nel febbraio dell’anno successivo era già rientrata a Capraia, come risulta dal seguente verbale:

“L’anno del Signore 1825 questo 24 Febbraio

Angelo Colombani Priore dichiariamo che vista la facoltà di cui siamo stati investiti nall’addietro, e qui sopra descritta deliberazione, col mezzo del Regio Bovo Corriere di S. M. legno comodissimo a tutti noto abbiamo spedito la Sacra immagine del N. Signore Defunto a Genova, raccomandata al Sig. Domenico Maragliano negoziante in detta città, il quale avendola confidata al celebre pittore Sig. Tagliafico, e poscia ristorata nel punto di sublimità, e perfezione che si desiderava, ci è stata rimandata col sciabecco S. Antonio Capitano Giuseppe Maria Sabbatini di Capraja. Che la spesa per simile ristoro in Genova è andata a lire centoquaranta, le quali abbiamo corrisposte con altre spese mediante l’avanzi risultati dalle annate ed elemosine de fratelli nominati e descritti nella nota che si è unita al presente libro nella quale figurano tutte le spese seguite ed occorse in questo nostro tempo, appoggiate a ricevute.

Tanto certifichiamo ad perpetuam reis memoriam ed in senso di pura verità firmiamo di nostro pugno unitamente al Cancelliere di nostra venerabile Confraternita.

Data a Capraja nella camera del Consiglio detto giorno, mese ed anno che sopra o di contro/ Angelo Colombano”.[4]

L’otto ottobre 1826, domenica, la Confraternita lasciò il convento dei frati e ritornò nel suo oratorio nella parocchia di S.Nicola con “pubblica Processione popolare, dovendosi trasportare ancora la Bara di Gesù Morto, devotissima immagine da tutti adorata con specialissima Devozione”.

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Il Cristo nella bara

Anche se la Confraternita di S. Croce si sciolse nel 1911, la devozione dei Capraiesi per il Cristo morto non è mai venuta meno e tuttora il venerdì santo la statua viene portata in processione per le strade del paese.

Santo Tagliafico (Genova 1756-1829), che restaurò la statua nel 1825, era un pittore di soggetti sacri. Sue opere in diverse chiese liguri quali S. Maria delle Vigne a Genova e S. Ambrogio a Varazze.

Pochi anni orsono, in occasione di un restauro della chiesa parocchiale anche la statua del Cristo morto è stata restaurata dalla restauratrice Nawal Menad ma non è stata riposta nella sua nicchia sotto l’altare per preservarla dall’umidità.

[1] R. Moresco, L’isola di Capraia, carte e vedute tra cronaca e storia, Secoli XVI-XIX, Livorno 2008, p. 122.

[2] ASGe, Archivio Segreto, n. 2076, lettera di Gio Lorenzo Lamberti al Governatore di Corsica del 27 feb. 1755.

[3] Archivio Parrocchiale di Capraia Isola (APCI), Libro dei verbali della Confraternita di S. Croce.

[4]Ibidem.

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1979 – L’erbario di Lydia



LogoNel 1978 la Pro Loco di Capraia Isola, che da poco tempo aveva ottenuto in concessione la Torre del Porto come sede dell’associazione, decise di inaugurare la nuova sede con una mostra sulla flora medicinale e aromatica da tenersi nell’anno successivo.

L’organizzazione della mostra fu affidata ai tre soci Lydia Giusti, Carlo (Gigetto) Moresco e Giorgio Perotti.  L’iniziativa ottenne il patrocinio del Museo di Storia Naturale di Livorno, nella persona del direttore Gianfranco Barsotti, e il supporto economico della Provincia di Livorno che stampò per l’occasione un piccolo catalogo della mostra.

MostraGigetto Moresco e Giogio Perotti si occuparono della preparazione del catalogo (Clicca qui Catalogo Mostra) e dell’allestimento della mostra.

Lydia Giusti, valente disegnatrice, si dedicò alla preparazione di quaranta disegni di piante medicinali e aromatiche dell’isola. I disegni furono realizzati tra il 1978 e il 1979 su carta da disegno a matita e a colori pastello. I modelli dei disegno furono le piante  e i fiori dell’isola ripresi nel corso delle stagioni. I disegni furono corredati con la loro nomenclatura latina da Gigetto Moresco.

Le tavole di Lydia Giusti furono esposte alla mostra ma poi se ne perse traccia, finchè la figlia Cinzia Giusti li ritrovò per caso alcuni anni or sono.

Mi è sembrato doveroso riproporli qui a testimonianza dell’opera di Lydia Giusti e dell’amore che i tre organizzatori, nessuno di loro era originario di Capraia, avevano per l’isola e per la sua incontaminata natura.

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Tav. 1 – Urtica atrovirens (Ortica)

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Tav. 2 – Tribulus terrestris (Tribolo)

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Tav. 3 – Teucrium marum (Erba gatta)

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Tav. 4 – Ruscus aculeatus (Pungitopo)

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Tav. 5 – Tarascacum officinalis (Dente di leone)

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Tav. 6 – Polypodium vulgare (Felce dolce)

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Tav. 7 – Plantago lanceolata (Piantaggine)

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Tav. 8 – Parietaria officinalis (Erba vetriola)

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Tav. 9 – Malva sylvestris (Malva)

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Tav. 10 – Anagallis arvensis (Centonchio rosso o Centonchio dei campi)

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Tav. 11 – Asparagus acutifolius (Asparago selvatico)

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Tav. 12 – Helichrysum angustifolium (Elicriso)

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Tav. 13 – Opuntia ficus-indica (Fico d’India)

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Tav. 14 – Rubus fruticosus ( Mare)

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Tav. 15 – Agropyron repens o Elytrigia repens (Granaccio)

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Tav. 16 – Rosa canina (Rosa di macchia)

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Tav. 17 – Linaria capraria (Linajola della Capraia)

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Tav. 18 – Eucalyptus (Eucalipto)

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Tav. 19 – Borago officinalis (Borragine in fiore)

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Tav. 20 – Borago officinalis (Borragine)

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Tav. 21 – Crataegus oxyacantha (Biancospino)

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Tav. 22 – Iris germanica (Giaggiolo)

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Tav. 23 – Ruta graveolens (Ruta)

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Tav. 24 – Pistacia lentiscus (Lentisco o sundaro)

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Tav. 25 – Nerium oleander (Oleandro in fiore)

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Tav. 26 – Nerium oleander (Oleandro)

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Tav. 27 – Viola hirta (Viola)

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Tav. 28 – Allium triquetrum (Sammola)

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Tav. 29 – Crithmum maritimum (Finocchio di mare)

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Tav. 30 – Lavandula spica o angustifolia (Lavanda)

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Tav. 31 – Senecio cineraria o jacobaea maritima (Cineraria)

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Tav. 32 – Asphodelus (Asfodelo)

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Tav. 33 – Rosmarinus officinalis (Rosmarino)

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Tav. 34 – Arbustus Unedo (Corbezzolo)

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Tav. 35 – Narcissus Jonquilla (Giunchiglia)

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Tav. 36 – Lonicera implexa (Caprifoglio)

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Tav. 37 – Lonicera implexa (Caprifoglio in fiore)

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Tav. 38 – Lupinus angustifolius (Lupino)

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Tav. 39 – Mentha pulegium (Mentuccia)

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Tav. 40 – Hedera helix (Edera)

Roberto Moresco                                                                Dicembre 2013

Lidia Albertina Giusti, è nata a Livorno l’otto agosto 1918, da Giuseppe Matteelli, uno spedizioniere di origini fiorentine, e da Edilia Bartoli, gentildonna livornese. Morto presto il padre a seguito di ferite riportate al fronte della prima guerra mondiale, fin da piccola si è distinta negli studi, riuscendo a ben qualificarsi in tutte le materie, in particolare, in disegno. Cresciuta all’ombra delle associazioni fasciste per gli orfani di guerra, risultò vincitrice di un premio nazionale di pittura, venendo ricevuta a Roma dal Duce in persona. Dedicatasi subito all’insegnamento, per provvedere alle esigenze di ciò che restava della sua famiglia (la madre e la più giovane sorella Anna), non ha mai trascurato la sua passione per le arti figurative, aderendo alla tradizione degli artisti livornesi di scuola post-macchiaiola. Sposata nel 1942, con Giuseppe Giusti di Massa, allora tenente dei Reali Carabinieri, dopo una sola settimana dal matrimonio rimase sola, per il trasferimento al fronte africano del marito.

Subita la perdita della casa paterna, a seguito dei bombardamenti alleati di Livorno, dovette rifugiarsi nella campagna pisana dove, il primo di Aprile del 1943, partorì il suo primo figlio Folco. Terminata la guerra e riunita al marito, nel frattempo rientrato ferito dall’Egitto, ha avuto ventura, assieme a lui, di scoprire e di innamorarsi dell’isola di Capraia, dove per alcuni ha vissuto stabilmente, partorendovi la figlia Cinzia. Durante gli anni trascorsi a Capraia, ha messo a frutto le sue qualità di insegnante, prestandosi a supplire all’assenza sul posto di scuole medie e superiori, preparando agli esami di diploma alcuni dei giovani locali più dotati e volenterosi. Finalmente, con la definitiva normalizzazione postbellica, ha seguito il marito nei suoi vari comandi, facendo alfine ritorno a Livorno, dove ha ripreso la sua attività di insegnante fino all’età del pensionamento. Avida lettrice, negli anni non ha mai cessato di applicarsi allo studio, frequentando l’università della terza età e apprendendo l’esperanto. Altresì ha continuato a dedicarsi amatorialmente al disegno e alla pittura. Deceduta a Livorno l’11 ottobre 2010, ora riposa, accanto al marito, nel piccolo cimitero di Capraia. (C. e F. Giusti)

Carlo Moresco (Gigetto) (Bargagli 1911-Genova 1990) nel 1937 sposa Iole Silvestrini di antiche origini capraiesi e fin dalla sua prima vacanza si innamora dell’isola. Dopo la guerra, nel 1948, torna a Capraia con la moglie e i figli e da quell’anno l’isola diviene per tutta la famiglia il punto di ritrovo estivo. Giunto all’età della pensione si dedia con passione allo studio delle erbe e piante dell’isola, frequentando a Genova il corso in farmacia dell’Università della terza età. Molti ancora lo ricordano quando portava gli amici a scoprire piante e palmenti nella campagna di Capraia. (R.M.)

Giorgio Perotti, famoso botanico, agronomo e biochimico impegnato nell’opera di inserimento di nuovi principi attivi vegetali nella pratica terapeutica, studioso della tradizione popolare alla quale va il merito di aver tramandato impieghi e virtù delle piante che la medicina attuale sta rivalutando. Fondatore dei laboratori Vegetal-Progress. A metà degli anni ’50 visitò con il padre l’isola di Capraia per poi frequentarla stabilmente a partire dai primi anni ’70. Tramite il suo maestro il prof Arturo Ceruti (a lungo direttore dell’Ortobotanico di Torino) ebbe accesso alla Florula Caprariae di Moris et De Notaris ed all’aggiunta di Sommier delle quali fece una ricognizione completa.(M. Perotti)

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