Monachesimo a Capraia nell’Alto Medioevo

Il monachesimo cristiano si sviluppò tra il III e il IV secolo d.C. in Egitto e poi si diffuse in pala-7tutto il Medio Oriente. Le sue prime esperienze sono di tipo anacoretico (uomini che vivevano in completa solitudine nei deserti come Sant’Antonio la cui vita fu narrata da Atanasio) ma, quasi contemporaneamente si sviluppò anche l’esperienza cenobitica che ebbe il suo capostipite in Pacomio. Questi nel 320 fondò a Tabennesi nell’Alto Egitto, il primo cenobio, cioè una comunità alloggiata in uno spazio recintato, assoggettata a un regime di preghiera e di lavoro, sottoposta ad un superiore. Requisiti irrinunciabili per l’appartenenza alla comunità pacomiana erano la povertà del singolo, e dunque la rinunzia ad ogni bene personale, e l’obbedienza al superiore. I cenobiti vivevano solitari ciascuno nella propria abitazione, e si riunivano solo per i pasti e per la preghiera in comune. Notizie di queste esperienze furono portate in occidente da Atanasio nel 340 durante il suo esilio in Italia e dai pellegrini che visitavano la Terra Santa. Nella seconda metà del IV secolo sorsero, in Italia e in Francia ( nell’isola di Gallinara, lungo la costa ligure e in Aquitania ) diversi cenobi che probabilmente seguivano la regola di Pacomio.[1]

Le isole dell’Arcipelago Toscano – Elba, Capraia, Gorgona, Montecristo, che a quel tempo erano poco abitate e quindi ideali per assicurare ai monaci l’esercizio delle loro pratiche religiose, divennero sede di cenobi.

La prima testimonianza sulla presenza di monaci nelle isole dell’Arcipelago Toscano riguarda i monaci della Capraia dei quali parla Orosio quando racconta le vicende di Gildone e Mascezel nel 398 d.C.. In quell’anno il generale Gildone, al quale nel 393 l’imperatore Teodosio aveva concesso enormi poteri in Africa, avendo saputo della morte dell’imperatore, si ribellò al suo successore Onorio, imperatore d’occidente. Mascezel, fratello di Gildone e buon cristiano, spaventato dalle trame del fratello scappò in Italia presso la corte imperiale, lasciando in Africa i suoi due figli che furono uccisi da Gildone.  Nella primavera del 398 a Mascezel fu affidato un esercito per combattere il fratello Gildone. Partito da Pisa e giunto nei pressi di Capraia scese a terra e prese con se alcuni monaci che lo seguirono commossi dalle sue preghiere. Per diversi giorni e notti, Mascezel e i monaci, pregarono e salmodiarono senza cibarsi. Arrivato in Africa presso il fiume Ardalione, Mascezel, dopo una notte trascorsa a vegliare tra preghiere ed inni, anche se in inferiorità numerica, sconfisse il fratello Gildone, che si diede alla fuga ma, fu poi catturato e strangolato.

Dobbiamo assumere che i dettagli di questo episodio siano veritieri in quanto Orosio ebbe modo di raccogliere notizie di prima mano durante il suo soggiorno in Africa, dove tra il 415 e il 417 d.C., per incarico di Sant’Agostino, scrisse la sua opera più famosa Le storie contro i pagani. [2]

Sempre intorno allo stesso anno, Sant’Agostino ricevette, nella sua sede vescovile di Ippona, la visita dei monaci Eustazio ed Andrea che venivano da Capraia e gli portavano notizie di Eudossio, abate dei monaci dell’isola. A lui Sant’Agostino scrisse una lettera per esortarlo a usare della quiete per fomentare la pietà, non la pigrizia e a non rifiutare l’opera richiesta dalla Chiesa, cercando sempre la gloria di Dio. La lettera si chiude con questa frase:

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Botticelli – Sant’Agostino

Poiché già la precedente fama ed ora i fratelli Eustazio e Andrea, giunti da parte vostra, hanno recato fino a noi il buon profumo di Cristo che emana dalla vostra santa condotta. Di essi Eustazio ci ha preceduto in quella pace, che non è battuta da nessun’onda, come lo è la vostra isola, e non sente più desiderio della Capraia, poiché non ha più ormai bisogno di cingere il cilizio”.[3]

Questa lettera e la visita dei due monaci al Santo ci portano a ritenere che i monaci di Capraia avessero abbracciato la “Regola ad servos Dei” che Agostino aveva probabilmente scritto nel 391 quando giunto ad Ippona come coadiutore del vecchio vescovo, fondò il suo primo monastero.[4]

Una ventina di anni dopo un’ulteriore testimonianza della presenza dei monaci a Capraia ci viene fornita da un pagano, Rutilio Namaziano, nell’opera De reddito suo.

Nel 416, Rutilio Namaziano, nato forse in Gallia, ma cresciuto Roma dove perseguì una brillante carriera di funzionario, decise di ritornare in Gallia dove aveva dei possedimenti. Costeggiò la costa italiana e quella provenzale con delle piccole imbarcazioni, scrivendo un diario di viaggio. Quando scorse da lontano le isole di Capraia  e  di Gorgona non poté fare a meno, lui pagano, di mostrare la sua avversione verso il cristianesimo che si era ormai imposto come religione di stato. Con questi versi parla dei monaci di Capraia:

“Avanzando nel mare già si vede innalzarsi la Capraia

isola in squallore per la piena di uomini che fuggono la luce.

Da sé con un nome greco si definiscono “monaci”,

per voler vivere soli, senza testimoni.

Della fortuna, se temono i colpi, paventano i doni.

Si fa qualcuno da sé infelice per non esserlo?

Che pazza furia di un cervello sconvolto è mai questa:

temendo i mali, non sopportare i beni?

O dei misfatti esigono da sé la pena, a se stessi galera,

o nero fiele ne gonfia i tristi visceri,

così assegnò diagnosi di eccesso di bile Omero

alle bellerofontiche ansie ipocondriche.

Colpito infatti dai dardi di un crudele dolore, il giovane

si dice abbia preso in disprezzo il genere umano”.[5]

Queste tre testimonianze indicano che la comunità di monaci a Capraia doveva essere piuttosto numerosa e che essa doveva godere di un certo prestigio, anche se sviluppatasi da pochi decenni.

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Santa Giulia e la storia del suo martirio

I monaci di Capraia compaiono anche nella Passio[6] di Santa Giulia, riportata dagli Acta Sanctorum dei Padri Bollandisti alla data del 22 maggio, che racconta il martirio della Santa e la traslazione del suo corpo. La Passio, che si fa risalire al VII secolo, narra che Giulia fosse una nobile ragazza cartaginese di fede cristiana del V sec. d. C. che, caduta in schiavitù, fu acquistata da un commerciante, un certo Eusebio, e condotta in Siria. Giulia era una ragazza molto devota e dedita alle pratiche del digiuno, che Eusebio, sebbene pagano, rispettava perché adempiva ai suoi compiti di umile serva. Durante un viaggio verso la Gallia Eusebio, che aveva portato con se la schiava Giulia, giunse al Capo Corso ( forse a Nonza dove esiste una chiesa a lei dedicata ) e attratto dai sacrifici che i locali pagani stavano compiendo in onore degli dei scese a terra per unirsi a loro. Alcuni locali, avendo scoperto che Giulia non era scesa a terra informarono della sua presenza a bordo il loro capo, un certo Felice Saxo. Questi chiese ad Eusebio di vendergli la schiava ma Eusebio rifiutò dicendo che per alcun prezzo voleva rinunciare ai servigi di Giulia. Allora Felice Saxo fece imbandire un lauto banchetto al quale invitò Eusebio che, per le abbondanti libagioni, cadde in un profondo sonno. Quindi Felice Saxo fece prelevare Giulia dalla nave e la sottopose a torture sempre più crudeli chiedendogli di abiurare alla sua fede. Ma Giulia era ormai pronta al martirio e non cedette alla tentazione. Alla fine fu crocifissa. Gli angeli portarono la notizia della sua morte ai monaci di Gorgona che subito si imbarcarono e con il favore del vento si diressero al Capo Corso. Trovato il crocifisso ne fecero scendere il corpo di Giulia che caricarono sulla loro imbarcazione e sempre con il favore del vento fecero ritorno verso la loro isola. Durante la navigazione venne loro incontro un’imbarcazione dei monaci di Capraia che erano meravigliati della velocità dell’imbarcazione dei monaci di Gorgona. Si accostarono e chiesero per quale grazia del Signore la loro imbarcazione si muovesse così veloce. I monaci di Gorgona raccontarono loro quanto era successo ed allora quelli di Capraia chiesero di essere benedetti con le reliquie della Santa e se ne tornarono lieti a Capraia. Il corpo della Santa giunto a Gorgona fu imbalsamato e il 22 maggio fu calato in un degno sepolcro. Nel 762, la moglie di Desiderio, l’ultimo re dei Longobardi, volle che le reliquie della santa fossero portate da Gorgona nella città di Brixia, oggi Brescia. Le reliquie furono dapprima portate a Livorno e poi traslate a Brescia. Santa Giulia è la patrona della Corsica e di Livorno.[7] Questa pia leggenda, nella quale è impossibile discernere i dati storici, testimonia ancora una volta la presenza dei monaci nelle isole di Capraia e di Gorgona.

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San Gregorio Magno

Verso la fine del VI secolo la vita religiosa nei cenobi delle isole dell’Arcipelago Toscano subì un rilassamento tanto che Papa Gregorio I, conosciuto anche come San Gregorio Magno, lui stesso un monaco, fu costretto ad intervenire inviando dei suoi rappresentanti a ristabilirvi la disciplina. Nel 591 mandò l’abate Orosio a  Montecristo, dove era sorto un altro cenobio dedicato a San Massimiliano, a ristabilirvi la regola monastica e sempre nello stesso anno inviò Orosio e il difensore Simmaco prima in Corsica per fondarvi un monastero, e poi in Gorgona a punire i monaci, che non rispettavano la regola, e a ristabilirvi la disciplina monastica.[8] Nel 594 il Papa chiese a Venanzio, vescovo di Luni, di inviare l’ex presbitero Saturnino (o Saturo) in Gorgona e Capraia per prendersi cura dei due monasteri affinché “biasimi come può, con la sua predicazione, le azioni cattive”.[9]

Un’ultima testimonianza sulla presenza di monaci a Capraia, ancora una volta, ci viene dagli Acta Sanctorum che riportano la Passio di Sant’Aigulfo alla data del 3 settembre, tratta da due antichi manoscritti, uno anonimo e l’altro scritto due secoli dopo la morte del santo dal monaco benedettino Adrevaldo. Anche in questo caso è difficile discernere il dato storico dalla leggenda, e lo stesso commentatore della Passio, il padre bollandista Giovanni Pinio, esprime molti dubbi su quanto viene riportato dalle due versioni della Passio.

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Lerins, il monastero

Aigulfo nacque a Blois, un paesino lungo la Loira, da poveri genitori forse nel 630 e in giovane età entrò nel monastero benedettino di Fleury-sur-Loire. Intorno al 670 venne nominato abate del monastero benedettino di Lerins (isola di Saint Honorat), e qui trovò un notevole rilassamento dei costumi e fu costretto a imporre una severa disciplina.

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Provins – La chiesa di san Ayoul (Aigulfo)

Due monaci, Arcadio e Colombo, non potendo tollerare la severità dell’abate, insorsero contro di lui e, con l’aiuto di alcuni soldati forniti loro dal vescovo di Uzès, lo catturarono insieme ad alcuni monaci fedeli. I prigionieri furono caricati su una nave e fu loro tagliata la lingua e strappati gli occhi. La nave li condusse a Capraia dove, secondo la versione  di Adrevaldo, furono accolti dai numerosi monaci dell’isola. Qui Aigulfo e i suoi compagni furono poi uccisi e i loro corpi vennero trasportati a Lerins dal successore di Aigulfo. In epoca successiva le reliquie furono trasferite nel monastero benedettino di Provins. Non si conosce la data esatta del martirio di Aigulfo e dei suoi compagni, ma si può collocare tra il 675 e il 681.[10]

Le Passio dei due santi, Giulia e Aigulfo, spogliate dei loro aspetti agiografici, testimoniano che la tradizione della presenza di monaci a Capraia si è tramandata fino ai tardi secoli dell’Alto Medioevo.

Quanto sopra riportato sono le sole testimonianze della presenza di monaci o eremiti nell’isola di Capraia. Probabilmente essi seguivano la regola di Pacomio e vivevano in grotte o in umili casupole fatte di pietra e si recavano a mangiare e a pregare in una costruzione più ampia (l’oratorio della regola agostiniana) dove tutti i monaci si congregavano. Secondo S. P. P Scalfati, che ha dedicato ampi studi al fenomeno monastico in Corsica e nelle isole dell’Arcipelago Toscano:

“sarebbe oggi difficile, se non impossibile, senza neppure il conforto di vaste e accurate ricerche archeologiche, stabilire se a partire dal IV secolo negli isolotti popolati da monaci vi fossero oltre le grotte, anche eremi o “coenobia” in senso lato, e se o come ( e dove e in che misura, e in quali epoche ) la vita solitaria dei singoli membri di quei nuclei si conciliasse con un eventuale e parziale regime comunitario”.[11]

La lettera di Sant’Agostino a Eudossio è il solo documento che afferma che a Capraia vi fosse una comunità cenobitica guidata da un abate.

Non sappiamo se e dove i monaci di Capraia avessero eretto le loro abitazioni, sia perché andate distrutte durante le invasioni saracene, sia perché la loro scarsa consistenza ne determinò il crollo quando furono abbandonate. La zona del loro insediamento che meglio si prestava ad una eventuale vita comunitaria è certamente quella del Piano e la costruzione della chiesa di S. Stefano nel XII-XIII secolo potrebbe attestare che in quel luogo probabilmente vi erano resti di un manufatto sacro ( forse l’oratorio?) costruito dai monaci dell’Alto Medioevo. Un altro sito dove probabilmente si sono insediati dei monaci è il promontorio dello Zenobito, che in alcune lettere del Cinquecento veniva identificato con il toponimo “Cenopito o Senopito”. Qui, nel 1545, il Commissario Lorenzo de Negro, inviato da Genova per la costruzione della torre, trovò, mentre veniva scavato un pozzo, una sepoltura, piena di ossa umane ricavata in una  grotta: una sepoltura dei monaci? [12]

Purtroppo l’isola di Capraia non è mai stata oggetto di serie campagne di scavo e d’indagine archeologica e quindi non sappiamo con certezza dove i monaci avessero posto il loro insediamento.

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La chiesa di Santo Stefano al Piano

Tra il IV e il VI secolo mentre nell’isola di Capraia fiorisce il monachesimo, la vicina Corsica subisce l’attacco dei barbari, i Vandali prima, poi i Goti e gli Ostrogoti che in fasi successive vi si insediano: Capraia non sembra di alcun interesse per i barbari per  l’esiguo numero di abitanti e le scarse risorse che poteva offrire.

Passano due secoli in cui mancano notizie certe su quanto successe in Corsica e nelle isole dell’Arcipelago Toscano, finché tra l’VIII e il IX secolo dei nuovi protagonisti si presentarono nel teatro nel Tirreno settentrionale: sono i Mori o Saraceni che saccheggiarono le isole e si insediarono in Corsica. Gli attacchi dei Saraceni si protrassero fino all’XI secolo.

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La torre e il promontorio dello Zenobito

La scomparsa dei monaci di Capraia e la distruzione del loro insediamento si devono quindi far risalire al periodo dell’apparizione dei Saraceni che oltre al desiderio di conquista di nuove terre erano anche mossi dall’odio religioso verso le comunità cristiane.

Roberto Moresco                                                                                          16 febbraio 2011

Appendice

Sant’Agostino, Lettera 48

Scritta forse nel 398.

AGOSTINO E I SUOI CONFRATELLI SALUTANO IN CRISTO IL DILETTO E CARISSIMO EUDOSSIO, FRATELLO E COLLEGA DI SACERDOZIO, E I SUOI CONFRATELLI

Circolazione di beni tra i membri del Corpo di Cristo.

  1. Quando noi pensiamo alla pace che voi godete in Cristo, la gustiamo anche noi nella vostra carità, benché viviamo in mezzo a varie e dure fatiche. Noi infatti formiamo un solo corpo sotto un solo Capo, per modo che voi siete attivi in noi e noi siamo in voi contemplativi; poiché se soffre un membro, soffrono con esso tutte le altre membra; e se un membro è glorificato, ne godono con esso tutte le altre membra. Vi esortiamo dunque, vi preghiamo e vi scongiuriamo per la profondissima umiltà e la eccelsa misericordia di Cristo, di ricordarci nelle vostre sante preghiere, che crediamo siano da voi elevate con maggior vigilanza e attenzione, mentre le nostre vengono strapazzate e offuscate dalla confusione e dal tumulto degli atti processuali secolari che riguardano non già noi, ma coloro i quali se ci costringono a fare con loro un miglio, se ci si comanda di andare con essi per altri due; siamo assillati da tante questioni che a stento possiamo respirare. Siamo però pienamente convinti che Colui, al cui cospetto arrivano i gemiti dei prigionieri, se saremo perseveranti nel ministero in cui si è degnato collocarci con la promessa del premio, ci libererà da ogni angustia con l’aiuto delle vostre preghiere.

La giusta via tra azione contemplazione.

  1. Vi esortiamo quindi nel Signore, o fratelli, che pratichiate l’ideale religioso abbracciato e perseveriate fino alla fine; se la Chiesa richiederà i vostri servigi, non assumeteli per brama di salire in alto né rifiutateli spinti dal dolce far nulla, ma ubbidite con mitezza di cuore a Dio sottomettendovi con mansuetudine a Colui che vi dirige, che guida i miti nella giustizia e ammaestra i docili nelle sue vie. Non vogliate neppure anteporre la vostra pace alle necessità della Chiesa; se nessuno tra i buoni volesse prestarle l’opera nel generare nuovi figli, nemmeno voi avreste trovato il modo di nascere alla vita spirituale. Orbene, come si deve camminare tra il fuoco e l’acqua senza bruciare né annegare, così dobbiamo regolare la nostra condotta tra il vertice della superbia e la voragine della pigrizia, senza deviare – come dice la Scrittura – né a destra né a sinistra. Vi sono infatti di quelli che, mentre temono eccessivamente d’essere per così dire trascinati a destra e d’insuperbirsi, vanno a cadere nella sinistra affondandovi. Ci sono d’altronde di quelli che, mentre si allontanano eccessivamente dalla sinistra per non lasciarsi inghiottire dallo snervante torpore dell’ozio, dall’altra parte si lasciano corrompere e divorare dall’orgoglio e dalla vanità fino a dileguarsi in fumo e faville. Amate dunque, carissimi, la vostra pace, in modo da reprimere ogni piacere terreno e ricordatevi che non v’è luogo ove non possa tendere i suoi lacci colui il quale teme che riprendiamo lo slancio verso Dio, e che noi, dopo essere stati suoi schiavi, giudichiamo il nemico di tutti i buoni: pensiamo inoltre che non ci sarà per noi riposo perfetto fino a quando non passerà l’iniquità e la giustizia non si muterà in giudizio.

Gloria di Dio e retta intenzione.

  1. Similmente, quando agite animosamente e alacremente e operate con entusiasmo, sia digiunando, sia facendo elemosina, sia dando aiuto agl’indigenti; quando perdonate le offese, come anche Dio ci ha perdonato in Cristo, e reprimete le dannose abitudini; quando castigate il corpo, rendendolo schiavo e sopportate la tribolazione e innanzitutto voi stessi nell’amore (cosa potrebbe infatti sopportare chi non sopporta il fratello?), quando state in guardia dall’astuzia e dalle insidie del tentatore, respingendo ed estinguendo i suoi dardi infocati collo scudo della fede, oppure cantando e salmeggiando al Signore con tutto il cuore o con voci non discordanti dal cuore, fate tutto a gloria di Dio, che opera tutto in voi; siate inoltre ferventi di spirito, affinché la vostra anima si vanti nel Signore. Questa è l’attività di chi cammina sulla retta strada, che ha gli occhi sempre rivolti al Signore, poiché egli estrarrà dal laccio i piedi. Tale attività non è riarsa dalla febbre dell’azione né raffreddata dall’inazione, non è né turbolenta né snervata, non è né audace né ritrosa, né precipitosa, né languida. Mettete in pratica queste massime e il Dio della pace sarà con voi.

Non rimproveri ma solo esortazioni.

  1. La vostra carità non voglia giudicarmi importuno, se ho voluto parlare con voi almeno per mezzo d’una lettera. Non ho inteso infatti farvi un richiamo perché adempiate doveri che io pensi voi non adempiate, ma ho solo pensato che sarei stato un poco raccomandato a Dio da voi se, nel compiere per grazia di Dio i vostri doveri, vi ricorderete di me che vi ho rivolto quest’esortazione. Poiché già la precedente fama ed ora i fratelli Eustazio e Andrea, giunti da parte vostra, hanno recato fino a noi il buon profumo di Cristo che emana dalla vostra santa condotta. Di essi Eustazio ci ha preceduto in quella pace, che non è battuta da nessun’onda, come lo è la vostra isola, e non sente più desiderio della Capraia, poiché non ha più ormai bisogno di cingere il cilizio.

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LA REGOLA (Regula ad servos Dei)

Scopo e fondamento della vita comune.

  1. 1.Questi sono i precetti che prescriviamo a voi stabiliti nel monastero.
  2. 2.Il motivo essenziale per cui vi siete insieme riuniti è che viviate unanimi nella casa e abbiate unità di mente e di cuore protesi verso Dio.
  3. 3.Non dite di nulla: È mio, ma tutto sia comune fra voi. Il superiore distribuisca a ciascuno di voi il vitto e il vestiario; non però a tutti ugualmente, perché non avete tutti la medesima salute, ma ad ognuno secondo le sue necessità. Infatti così leggete negli Atti degli Apostoli: Essi avevano tutto in comune e si distribuiva a ciascuno secondo le sue necessità.
  4. 4.Chi, da secolare, possedeva dei beni, entrato che sia nel monastero, li metta volentieri in comune.
  5. 5.Chi poi non ne possedeva, non ricerchi nel monastero ciò che nemmeno fuori poteva avere. Tuttavia si vada incontro ai bisogni della sua insufficienza, anche se, quando egli si trovava fuori, la sua povertà non era neppure in grado di procurargli l’indispensabile. Solo che non si ritenga felice per aver conseguito quel vitto e quelle vesti che fuori non si poteva permettere.

L’umiltà.

  1. 6.Né si monti la testa per il fatto di essere associato a chi, nel mondo, nemmeno osava avvicinare, ma tenga il cuore in alto e non ricerchi le vanità della terra, affinché i monasteri, se ivi i ricchi si umiliano e i poveri si vantano, non comincino ad essere utili ai ricchi e non ai poveri.
  2. 7.D’altra parte, quelli che credevano di valere qualcosa nel mondo, non disdegnino i loro fratelli che sono pervenuti a quella santa convivenza da uno stato di povertà. Vogliano anzi gloriarsi non della dignità di ricchi genitori ma della convivenza con i fratelli poveri. Né si vantino per aver trasferito alla Comunità qualche parte dei loro beni; né il fatto di distribuire al monastero le loro ricchezze, anziché averle godute nel mondo, costituisca per essi motivo di maggiore orgoglio. Se infatti ogni altro vizio spinge a compiere azioni cattive, la superbia tende insidie anche alle buone per guastarle; e che giova spogliarsi dei propri beni dandoli ai poveri e diventare povero, se la misera anima nel disprezzare le ricchezze diviene più superba che non quando le possedeva?.
  3. 8.Tutti dunque vivete unanimi e concordi e, in voi, onorate reciprocamente Dio di cui siete fatti tempio.

La preghiera.

  1. 1.Attendete con alacrità alle preghiere nelle ore e nei tempi stabiliti.
  2. 2.L’oratorio sia adibito esclusivamente allo scopo per cui è stato fatto e che gli ha dato il nome. Se perciò qualcuno, avendo tempo, volesse pregare anche fuori delle ore stabilite, non ne sia ostacolato da chi abbia ritenuto conveniente adibire l’oratorio a scopi diversi.
  3. 3.Quando pregate Dio con salmi ed inni, meditate nel cuore ciò che proferite con la voce.
  4. 4.E non vogliate cantare se non quanto è previsto per il canto. Evitate quindi ciò che al canto non è destinato.

Frugalità e mortificazione.

  1. 1.Domate la vostra carne con digiuni ed astinenze dal cibo e dalle bevande, per quanto la salute lo permette. Ma se qualcuno non può digiunare, non prenda cibi fuori dell’ora del pasto se non quando è malato.
  2. 2.Sedendo a mensa e finché non vi alzate, ascoltate senza rumore e discussioni ciò che secondo l’uso vi si legge, affinché non si sfami soltanto la gola, ma anche le orecchie appetiscano la parola di Dio.

Deboli e robusti; sani e ammalati.

  1. 3.Se alcuni vengono trattati con qualche riguardo nel vitto perché più delicati per il precedente tenore di vita, ciò non deve recare fastidio né sembrare ingiusto a quegli altri che un differente tenore ha reso più forti. Né devono crederli più fortunati perché mangiano quel che non mangiano essi; debbono anzi rallegrarsi con se stessi per essere capaci di maggiore frugalità.
  2. 4.Così, pure, se a quanti venuti in monastero da abitudini più raffinate si concedono abiti, letti e coperte che non si danno agli altri che sono più robusti e perciò veramente più fortunati, quest’ultimi devono considerare quanto i loro compagni siano scesi di livello passando dalla loro vita mondana a questa, benché non abbiano potuto eguagliare la frugalità di coloro che sono di più forte costituzione fisica. E poi, non debbono tutti pretendere quelle cose che sono concesse in più ad alcuni non per onore ma per tolleranza, onde evitare quel disordine detestabile per cui in monastero i ricchi si mortificano quanto più possono, mentre i poveri si fanno schizzinosi.
  3. 5.D’altra parte, siccome gli ammalati devono mangiare meno per non aggravarsi, durante la loro convalescenza dovranno essere trattati in modo da potersi ristabilire al più presto, anche se provenissero da una povertà estrema; infatti la recente malattia ha loro procurato quello stato di debolezza che il precedente tenore di vita aveva lasciato nei ricchi. Ma appena si siano ristabiliti, tornino alla loro vita normale, che è certamente più felice, poiché è tanto più consona ai servi di Dio quanto meno è esigente. Ormai guariti, il piacere non li trattenga in quella vita comoda a cui li avevano sollevati le esigenze della malattia. Si considerino anzi più ricchi se saranno più forti nel sopportare la frugalità, perché è meglio aver meno bisogni che possedere più cose.

Tenere un contegno irreprensibile.

  1. 1.Il vostro abito non sia appariscente; non cercate di piacere per le vesti ma per il contegno.
  2. 2.Quando uscite, andate insieme ed insieme rimanete quando sarete giunti a destinazione.
  3. 3.Nel modo di procedere o di stare, in ogni vostro atteggiamento, non vi sia nulla che offenda lo sguardo altrui ma tutto sia consono al vostro stato di consacrazione.
  4. 4.Gli occhi, anche se cadono su qualche donna, non si fissino su alcuna. Certo, quando uscite, non vi è proibito vedere donne, ma sarebbe grave desiderarle o voler essere da loro desiderati, perché non soltanto con il tatto e l’affetto ma anche con lo sguardo la concupiscenza di una donna ci provoca ed è a sua volta provocata. E perciò non dite di avere il cuore pudico se avete l’occhio impudico, perché l’occhio impudico è rivelatore di un cuore impudico. Quando poi due cuori si rivelano impuri col mutuo sguardo, anche senza scambiarsi una parola, e si compiacciono con reciproco ardore del desiderio carnale, la castità fugge ugualmente dai costumi, anche se i corpi rimangono intatti dall’immonda violazione.
  5. 5.Ed inoltre chi fissa gli occhi su una donna e si diletta di esser da lei fissato, non si faccia illusione che altri non notino questo suo comportamento: è notato certamente e persino da chi non immaginava. Ma supposto che rimanga nascosto e nessuno lo veda, che conto farà di Colui che scruta dall’alto e al quale non si può nascondere nulla? Dovrà forse credere che non veda, perché nel vedere è tanto più paziente quanto più sapiente? L’uomo consacrato tema dunque di spiacere a Dio per non piacere impuramente ad una donna; pensi che Dio vede tutto, per non desiderare di vedere impuramente una donna, ricordando che anche in questo caso si raccomanda il Suo santo timore dov’è scritto: È detestato dal Signore chi fissa lo sguardo.
  6. 6.Quando dunque vi trovate insieme in chiesa e dovunque si trovino pure donne, proteggete a vicenda la vostra pudicizia. Infatti quel Dio che abita in voi, vi proteggerà pure in questo modo, per mezzo cioè di voi stessi.

Correzione fraterna.

  1. 7.E se avvertirete in qualcuno di voi questa petulanza degli occhi di cui vi parlo, ammonitelo subito, affinché il male non progredisca ma sia stroncato fin dall’inizio.
  2. 8.Se poi, anche dopo l’ammonizione, lo vedrete ripetere la stessa mancanza in quel giorno o in qualsiasi altro, chiunque se ne accorga lo riveli come se si trattasse di un ferito da risanare. Prima però lo indichi ad un secondo o a un terzo, dalla cui testimonianza potrà essere convinto e quindi, con adeguata severità, indotto ad emendarsi. Non giudicatevi malevoli quando segnalate un caso del genere; al contrario non sareste affatto più benevoli se tacendo permetteste che i vostri fratelli perissero, mentre potreste salvarli parlando. Se infatti tuo fratello avesse una ferita e volesse nasconderla per paura della cura, non saresti crudele a tacerlo e pietoso a palesarlo? Quanto più dunque devi denunziarlo perché non imputridisca più rovinosamente nel cuore?
  3. 9.Tuttavia, qualora dopo l’ammonizione abbia trascurato di correggersi, prima di indicarlo agli altri che dovrebbero convincerlo se nega, si deve parlarne preventivamente al superiore: si potrebbe forse evitare così, con un rimprovero più segreto, che lo sappiano altri. Se negherà, allora al preteso innocente si opporranno gli altri testimoni: alla presenza di tutti dovrà essere incolpato non più da uno solo ma da due o tre persone e, convinto, sostenere, a giudizio del superiore o anche del presbitero competenti, la punizione riparatrice. Se ricuserà di subirla, anche se non se ne andrà via spontaneamente, sia espulso dalla vostra comunità. Neppure questo è atto di crudeltà ma di pietà, per evitare che rovini molti altri col suo contagio pestifero.
  4. 10.Quanto ho detto sull’immodestia degli occhi, si osservi con diligenza e fedeltà anche nello scoprire, proibire, giudicare, convincere e punire le altre colpe, usando amore per le persone e odio per i vizi.
  5. 11.Chiunque poi fosse andato tanto oltre nel male da ricevere di nascosto da una donna lettere o qualsiasi dono anche piccolo, se lo confesserà spontaneamente gli si perdoni pregando per lui; se invece sarà colto sul fatto e convinto, lo si punisca molto severamente, a giudizio del presbitero o del superiore.

Oggetti d’uso quotidiano e loro distribuzione.

  1. 1.Conservate i vostri abiti in un luogo unico, sotto uno o due custodi o quanti basteranno a ravviarli per preservarli dalle tarme; e, come siete nutriti da un sola dispensa, così vestitevi da un solo guardaroba. Se possibile, non curatevi di quali indumenti vi vengano dati secondo le esigenze della stagione, se cioè riprendete quello smesso in passato o uno diverso già indossato da un altro; purché non si neghi a nessuno l’occorrente. Se invece da ciò sorgono tra voi discussioni e mormorazioni, se cioè qualcuno si lamenta di aver ricevuto una veste peggiore della precedente e della sconvenienza per lui di vestire come si vestiva un altro suo confratello, ricavatene voi stessi una prova di quanto vi manchi del santo abito interiore del cuore, dato che litigate per gli abiti del corpo. Comunque, qualora questa vostra debolezza venga tollerata e vi si consenta di riprendere quello che avevate deposto, lasciate nel guardaroba comune e sotto comuni custodi quello che deponete.
  2. 2.Allo stesso modo nessuno mai lavori per se stesso ma tutti i vostri lavori tendano al bene comune e con maggiore impegno e più fervida alacrità che se ciascuno li facesse per sé. Infatti la carità di cui è scritto che non cerca il proprio tornaconto, va intesa nel senso che antepone le cose comuni alle proprie, non le proprie alle comuni. Per cui vi accorgerete di aver tanto più progredito nella perfezione quanto più avrete curato il bene comune anteponendolo al vostro. E così su tutte le cose di cui si serve la passeggera necessità, si eleverà l’unica che permane: la carità.
  3. 3.Ne consegue pure che, se qualcuno porterà ai propri figli o ad altri congiunti stabiliti in monastero un oggetto, come un capo di vestiario o qualunque altra cosa, non venga ricevuto di nascosto, anche se ritenuto necessario; sia invece messo a disposizione del superiore perché, posto fra le cose comuni, venga distribuito a chi ne avrà bisogno.

Cura del corpo e delle vesti, e altre necessità.

  1. 4.I vostri indumenti siano lavati secondo le disposizioni del superiore da voi o dai lavandai: eviterete così che un eccessivo desiderio di vesti troppo pulite contagi l’anima di macchie interiori.
  2. 5.Anche la lozione del corpo, quand’è necessaria per ragioni di malattia, non si deve mai negare, ma si faccia su prescrizione medica e senza critiche; per cui, anche contro la propria volontà, al comando del superiore il malato faccia quanto si deve fare per la salute. Se invece lui lo vuole e può risultargli dannoso, non accondiscenda al suo desiderio: talvolta ciò che piace è ritenuto utile anche se nuoce.
  3. 6.Infine, trattandosi di sofferenze fisiche nascoste, si dovrà credere senza esitazioni al servo di Dio che manifesta la propria indisposizione. Si consulti però il medico, se non si è certi che per guarirlo giova ciò che gli piace.
  4. 7.Ai bagni o dovunque sarà necessario andare, non si vada in meno di due o tre. E chi ha necessità di portarsi in qualche luogo, dovrà andarvi non con chi vuole ma con chi gli sarà indicato dal superiore.
  5. 8.La cura degli ammalati, dei convalescenti e degli altri che anche senza febbre soffrono qualche indisposizione, sia affidata ad uno solo, che ritiri personalmente dalla dispensa quel che avrà giudicato necessario a ciascuno.
  6. 9.I custodi della dispensa, del guardaroba e della biblioteca servano con animo sereno i loro fratelli.
  7. 10.I libri si chiedano giorno per giorno alle ore stabilite; e non si diano a che li chiederà fuori orario.
  8. 11.Ma vesti e calzature, quando sono necessarie a chi ne è privo, senza indugio da chi le ha in custodia vengano date a chi le chiede.

Il condono delle offese.

  1. 1.Liti non abbiatene mai, o troncatele al più presto; altrimenti l’ira diventa odio e trasforma una paglia in trave e rende l’anima omicida. Così infatti leggete: Chi odia il proprio fratello è un omicida.
  2. 2.Chiunque avrà offeso un altro con insolenze o maldicenze o anche rinfacciando una colpa, si ricordi di riparare al più presto il suo atto. E a sua volta l’offeso perdoni anche lui senza dispute. In caso di offesa reciproca, anche il perdono dovrà essere reciproco, grazie alle vostre preghiere che quanto più frequenti tanto più dovranno essere sincere. Tuttavia chi, pur tentato spesso dall’ira, è però sollecito a impetrare perdono da chi riconosce d’aver offeso, è certamente migliore di chi si adira più raramente ma più difficilmente si piega a chiedere perdono. Chi poi si rifiuta sempre di chiederlo o non lo chiede di cuore, sta nel monastero senza ragione alcuna, benché non ne sia espulso. Astenetevi pertanto dalle parole offensive; ma se vi fossero uscite di bocca, non vi rincresca di trarre rimedi da quella stessa bocca che diede origine alle ferite.
  3. 3.Quando però per esigenze di disciplina siete indotti a usare parole dure nel correggere gli inferiori, non si esige da voi che ne chiediate perdono, anche se avvertite di aver ecceduto: per salvare un’umiltà sovrabbondante non si può spezzare il prestigio dell’autorità presso chi deve starvi soggetto. Bisogna però chiederne perdono al Signore di tutti, che sa con quanta benevolenza amiate anche coloro che forse rimproverate più del giusto. L’amore tra voi, però, non sia carnale, ma spirituale.

Spirito dell’autorità e dell’obbedienza.

 1.Si obbedisca al superiore come ad un padre, col dovuto onore per non offendere più si obbedisca al presbitero che ha cura di tutti voi.

  1. 2.Dio nella persona di lui. Ancor Sarà compito speciale del superiore far osservare tutte queste norme; non trascuri per negligenza le eventuali inosservanze ma vi ponga rimedio con la correzione. Rimetta invece al presbitero, più autorevole su di voi, ciò che supera la sua competenza o le sue forze.
  2. 3.Colui che vi presiede non si stimi felice perché domina col potere ma perché serve con la carità. Davanti a voi sia tenuto in alto per l’onore; davanti a Dio si prostri per timore ai vostri piedi. Si offra a tutti come esempio di buone opere, moderi i turbolenti, incoraggi i timidi, sostenga i deboli, sia paziente con tutti. Mantenga con amore la disciplina, la imponga con rispetto; e, sebbene siano cose necessarie entrambe, tuttavia preferisca piuttosto essere amato che temuto, riflettendo continuamente che dovrà rendere conto di voi a Dio.
  3. 4.Perciò, obbedendo maggiormente, mostrerete pietà non solo di voi stessi ma anche di lui, che si trova in un pericolo tanto più grave quanto più alta è la sua posizione tra voi.

Osservanza della regola.

  1. 1.Il Signore vi conceda di osservare con amore queste norme, quali innamorati della bellezza spirituale ed esalanti dalla vostra santa convivenza il buon profumo di Cristo, non come servi sotto la legge, ma come uomini liberi sotto la grazia.
  2. 2.Perché poi possiate rimirarvi in questo libretto come in uno specchio onde non trascurare nulla per dimenticanza, vi sia letto una volta la settimana. Se vi troverete ad adempiere tutte le cose che vi sono scritte, ringraziatene il Signore, donatore di ogni bene. Quando invece qualcuno si avvedrà di essere manchevole in qualcosa, si dolga del passato, si premunisca per il futuro, pregando che gli sia rimesso il debito e non sia ancora indotto in tentazione.

[1]S. Pricoco, Il monachesimo, Bari 2003, pp. 7-14.

[2]Orosio, Le storie contro i pagani, vol. II, Milano 2001, pp. 366-371: “Igitur Mascezel, iam inde a Theodosio sciens, quantum in rebus desperatissimis oratio hominis per fidem Christi a clementia Dei impetraret, Caprariam insula adiit, unde secum sanctos servos Dei aliquot permuto precibus suiss sumpsit: cum his orationibus ieiuniis psalmis dies noctesque continuans sine bello victoria meruit ac sine caede vindictam”. Orosio era un presbitero spagnolo che ricevette l’incarico da Sant’Agostino di scrivere un compendio della storia universale dalle origini al 416 d.C..

[3]Sant’Agostino, Lettere, www.sant-agostino.it, Lettera 48, riprodotta in Appendice.

[4] Sant’Agostino, Regola, www.sant-agostino.it, riprodotta in Appendice. Le notizie su Sant’Agostino e le sue opere sono tratte dal sito sopradetto.

[5]R. Namaziano, Il ritorno, a cura di Alessandro Fo, Torino 2004, pp. 32-33.

[6]Il termine Passio indica genericamente l’antico racconto della vita di un santo.

[7] Acta Sanctorum, Anversa 1643. I Padri Bollandisti sono studiosi gesuiti belgi che, continuando l’opera del loro confratello J. Bolland, si applicarono allo studio critico dei documenti coevi dei santi per raccoglierli nella monumentale opera degli Acta sanctorum. Il termine passio indica genericamente l’antico racconto della vita di un santo.

[8] Gregorio Magno, Opere di Gregorio Magno, Lettere, V/2, Roma 1996, pp. 222-225.

[9] Gregorio Magno, Opere di Gregorio Magno, Lettere, V/3, Roma 1996, pp. 136-139: “Sed eum [Saturo] in insula Gorgona atque Capraria sollicitudinem de monasteriis gerere et in eo quo est statu sine cuiusquam adversitate manere permittimus. Fraternitas ergo tua de commissis sibi vigilanti cura custodiat; a malis actibus sua, ut valet, praedicatione corriviate, quatenus et officii sui inveniatur,”

[10]Acta Sanctorum, Anversa 1746 ; J. Mabillon, Acta Sanctorum Ordinis S. Benedicti saeculum II, Parigi 1669, pp. 656-665.

[11]S.P.P. Scalfati, Per la storia dell’eremitismo nelle isole del Tirreno, Bollettino Storico Pisano, LX, 1991, p. 284.

[12] ASG, S. Giorgio, Cancellieri 210, lettera del Podestà di Capraia ai Protettori delle Compere di San Giorgio del 10 mag. 1545: “e il capitello no ha loco da tenirnene [acqua] perche il pozzo postovi è riuscito una sepoltura angulata di tre bocche nel fondo che quasi vanno in cava sotto fin al mare et cui pieno d’osse di morti”.

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1850 – Baleniere capraiesi nell’Atlantico del Sud

Alla fine del Settecento, essendo venute meno le attività di commercio e di trasporto cheBHC1035 avevano determinato il grande successo della marineria capraiese nella prima metà del secolo, e a seguito del susseguirsi delle guerre napoleoniche, i Capraiesi, per sopravvivere furono costretti a migrare in varie parti del mondo[1]. La storia di questa emigrazione non è stata mai scritta e pochissime sono le testimonianze, che allo stato attuale delle ricerche, ci sono rimaste: una debole traccia la possiamo ritrovare nelle dediche dei pochi ex-voto che sono conservati nella chiesa della Madonna al Porto di Capraia ed in qualche lapide funeraria nel cimitero e nelle chiese dell’isola.

Recentemente un documento sull’emigrazione è stato rinvenuto in un registro della parrocchia di Capraia, attualmente in deposito all’Archivio Diocesano di Livorno. Si tratta del certificato di morte di Domenico Gallettini stilato nel Consolato Italiano di Buenos Aires il 3 agosto 1850, che riportiamo integralmente:

«… Avanti Noi Antonio Dunoyer Console Generale di Sua Maestà il Re di Sardegna è stata fatta la seguente dichiarazione di decesso.

Nella notte delli diciasette alli diciotto giugno milleottocentoquarant’otto sulla spiaggia del Rio della Plata distante venti leghe da MonteVideo, è morto naufragato Domenico Gallettini di religione cattolico, d’età d’anni trenta, di professione Marinaro, nato e domiciliato in Capraja ed in suo vivente trafficante in queste acque come Patrone, e proprietario della Balliniera denominata “Clarina”, ammogliato con Santina Sarzana fu Domenico, nata, domiciliata, ed abitante nell’Isola di Capraja, addetta alle faccende domestiche, figlio di Nicola di professione Marinaro, e di Maria Antonia Bargone addetta alle faccende domestiche ambi nati, domiciliati, ed abitanti in detta Isola di Capraja, Suddito Sardo.

Dichiaranti li Signori Giacomo Dussol fu Francesco, d’età d’anni quarantacinque, nato in Capraja, di professione Negoziante, e Giuliano Cuneo fu Gregorio, d’età d’anni quaranta, nato in Capraja, di professione Patrone Marittimo, ambi sudditi Sardi qui domiciliati, ed abitanti.

… Consta a Noi Console Generale che il cadavere del sopradetto Domenico Gallettini fu rinvenuto, e sepolto dal Patrone Marittimo, e Proprietario della Balliniera denominata “Raggio” sulla spiaggia del Rio della Plata al luogo detto San Gregorio. Tale dichiarazione venne fatta, e confermata da Giuliano Cuneo suddetto. …»

Da questo documento possiamo ricavare delle interessanti notizie:

 A metà dell’ottocento si era formata a Buenos-Aires una piccola colonia di Capraiesi in un modo o nell’altro legati alle attività marittime. Alcuni di essi erano proprietari di baleniere, uno negoziante. I capraiesi citati nell’atto di morte e dediti all’attività marittima appartenevano alle principali famiglie dell’isola che nel corso del Settecento erano stati proprietari di gondole. Del defunto, probabilmente l’ultimo arrivato, sappiamo che aveva mantenuto il suo domicilio a Capraia dove ancora risiedeva la moglie, il che conferma quanto riportato dal Cionini, in uno dei suoi articoli[2], che a Capraia nell’Ottocento abitavano prevalentemente donne delle quali molte erano vedove. A parte il Dussol, negoziante, gli altri erano dediti ad un tipo di pesca tra le più pericolose, come prova la tragica morte del Gallettini, che, per loro, abituati ad affrontare le tempeste del Mediterraneo, forse era il solo mezzo di guadagno. Che Domenico Gallettini e Giuliano Cuneo fossero proprietari di baleniere dimostra che i capraiesi emigrati, con il loro lavoro, incominciavano a fare fortuna.

La caccia alle balene normalmente veniva effettuata con baleniere relativamente grandi, dove il pescato veniva trattato e stivato, e con alcune baleniere di minori dimensioni, a vela e a remi, lunghe e sottili, impiegate per l’inseguimento e la cattura delle balene. Queste ultime si avvicinavano al cetaceo e lo colpivano con un arpione al quale era legata una lunga cima che permetteva di seguirlo fino a che l’animale stremato e dissanguato moriva. Dopo la morte, il cetaceo veniva portato alla baleniera più grande dove veniva lavorato. Vi si ricavava principalmente il grasso, che era usato per le lampade ad olio, ma anche i fanoni, lamine che si trovano nella bocca delle balene al posto dei denti, che venivano usati per fare i corsetti e nel caso del capodoglio l’olio fragrante usato per i profumi. Il resto della carne veniva salato o affumicato.[3]

Probabilmente la “Clarina” e la “Raggio” appartenevano al tipo di baleniere più piccole usate per l’inseguimento e la cattura delle balene.

Roberto Moresco                                                      dicembre 2012

baleniera

Baleniere di varie dimensioni da : Recueil de petites marines, Paris, 1817, di J. Baugean.

BHC0946_700C. Rietschoof – Baleniera Olandese – National Maritime Museum, Greenwich

BHC0956

A.van Salm, Baleniere nel ghiaccio, fine XVII secolo – National Martime Museum, Greenwich

BHC1064

J, Askew, Baleniera inglese,(circa 1790) – National Maritime Museum, Greenwich

BHC1035

Brooking, Baleniere inglesi (circa 1750) – National Maritime Museum, Greenwich

[1] R. Moresco, La Marineria Capraiese nel XXVIII secolo, in ASLSP, 2003.

[2] R. Moresco, L’isola di Capraia carte e vedute tra cronaca e storia, Livorno 2008.

[3] Il più bel romanzo sulle baleniere è Moby Dick di H. Melville.

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La terracotta capraiese

P1140250rNegli ultimi decenni del Settecento gli uomini di Capraia vedono venire meno i proventi dei traffici e del commercio che avevano generato un crescente benessere per l’isola ed un rapido incremento della popolazione. Iniziò, quindi, una fase di impoverimento, con conseguente emigrazione della maggior parte degli uomini validi, emigrazione che si protrae per tutto l’Ottocento. Alle donne rimaste sole sull’’isola, vennero molto spesso a mancare i mezzi di sostentamento per loro e i loro figli. Da qui, la spinta a individuare una fonte di guadagno che permettesse loro di acquistare i beni di prima necessità, specialmente nelle annate in cui la produzione agricola fosse scarsa a causa delle avverse condizioni climatiche. Le donne capraiesi, oltre a dedicarsi alle cure domestiche e a lavorare la terra, dedicarono, così, parte del loro tempo alla produzione di vasi di terracotta utilizzando argilla locale. Questi vasi erano destinati sia ad un uso locale, sia alla vendita in Corsica, a Bastia o nei villaggi del Capocorso.

È probabile che la produzione di terracotta con argilla locale risalisse indietro nei secoli, poiché sembra che reperti di terracotta di origine locale siano stati rinvenuti durante i recenti scavi nel Forte San Giorgio.Un primo accenno su questa attività lo troviamo in una Relazione della Capraja nel 1790, pubblicata anonima a Genova. In tale relazione si legge «Quando non sono occupate a lavori campestri le donne più povere fanno di una terra argillosa delle stoviglie grossolane in forma di vasi atti a contenere dell’acqua senza vernice alcuna, e di queste colle loro barchette quantità trasportano in Corsica ove le cambiano con frutta».[1]

Ma la descrizione più dettagliata di questa attività la troviamo in un documento francese che è stato recentemente ritrovato presso la Biblioteca Nazionale di Francia.

Il 9 messidoro anno XIII (28 giugno 1805), Napoleone Bonaparte con un decreto imperiale, unisce l’isola di Capraia al dipartimento del Golo, circoscrizione di Bastia. Nell’estate del 1806 il prefetto del Golo, Antoine Piétry, effettuò una visita sull’isola, trascorrendovi diversi giorni. Al suo ritorno a Bastia, redasse, per il ministro degli interni francese, una relazione dal titolo «Notice Statistique sur l’Ile de Caprara», nella quale effettuò una accurata descrizione delle attività dei Capraiesi. Nel capitolo dedicato all’industria scrisse:

«Si fabbricano anche, a Caprara, delle brocche e altri vasi di terra, ma con delle forme e dei procedimenti che si rifanno alla prima infanzia dell’arte. Si mescola con della sabbia e qualche fuscello di paglia un’argilla estratta da un poggio vicino alla Cittadella [Forte San Giorgio]. Questa terraglia sagomata a mano e seccata indifferentemente al sole o all’ombra è poi esposta a un mite calore in un forno normale, dopo che si è tolto il pane, poi si aumenta un poco la temperatura del fuoco fino a che i vasi diventano rossi, e come infiammabili.

I vasi ritirati dal forno hanno un colore nerastro, non sono ricoperti da alcuna vernice, e si smerciano in Corsica tanto a Bastia che presso Rogliano, dove i Capraiesi ottengono in cambio dell’uva, della frutta e della legna da bruciare.

Si può stimare a circa 400 franchi il valore delle brocche e dei vasi che Capraja esporta annualmente».[2]

Ad oggi non è stato possibile individuare il poggio dove le donne capraiesi estraevano l’argilla, ma probabilmente va ricercato nella zona che si estende dietro il paese in direzione di San Rocco (la Piscina?).

Fino a pochi anni orsono era facile trovare frammenti di questa ceramica nelle piazzole intorno al paese e nei giardini delle case private (Fig. 1).

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Fig. 1 – Frammenti di terracotta capraiese

La bassa temperatura di cottura appare evidente se si osserva una sezione delle pareti delle brocche o frammenti di ceramica: la parte centrale ha un colore bruno tipico dell’argilla che non ha raggiunto una temperatura tale da consentire agli ossidi di ferro di assumere il colore rosso-arancione.

Due esemplari di questi vasi si trovano ancora a Capraia, in collezioni private. Il primo (Fig. 2), in buono stato di conservazione, è una tipica brocca da acqua. Appare evidente come la lavorazione dell’argilla che lo compone sia stata manuale, senza cioè l’uso del tornio, anche se la forma è piuttosto regolare e simmetrica. L’ansa non appare apposta e, probabilmente, è stata plasmata assieme al corpo della brocca.

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Fig. 2 – Brocca per acqua

Alcuni elementi decorativi – festoni forse a forma di fiori – sono stati applicati subito sotto la bocca della brocca (Fig. 3).

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Fig. 3 – Particolare di brocca per acqua

La cottura sembra essere stata regolare, probabilmente ad una temperatura piuttosto alta dato il colore rosso-arancione della superficie. Sotto l’ansa, un’ampia traccia di bruciatura rivela l’esposizione alle fiamme durante la cottura. L’ansa è stata decorata mediante impressione di uno strumento con l’apice triangolare (Fig. 4).

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Fig. 3 – Particolare di brocca per acqua

La seconda brocca (Fig. 5) è molto danneggiata, priva com’è della parte superiore e dell’ansa. Il colore della superficie esterna è grigiastro, indice di una cottura a bassa temperatura.  Un lato si presenta annerito a seguito, probabilmente, di una troppo prossima esposizione alle fiamme di cottura La decorazione è piuttosto semplice e consiste di piccole scaglie di argilla apposte in ordine sparso.

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Fig. 5 – Brocca per acqua

Talvolta, i manufatti presentano decorazioni più complesse, come si può osservare in un frammento di collo, sul quale è stato impresso un disegno che ricorda l’apice della capsula del fiore di papavero (Fig. 6).

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Fig. 6 – Frammento di terracotta inciso con il motivo dell’apice del papavero.

L’industria della terracotta a Capraia sopravisse per buona parte dell’Ottocento. Infatti, in una relazione di Serafino Basso, Capitano del Corpo Reale di Stato Maggiore Sardo, il quale, nel 1842, trascorse tre mesi sull’isola, si afferma che «si fabbricano pure nel paese vasi di terra per l’acqua; quest’Industria, che è riservata alle donne, sta anche scemando».[3]

Anche l’ammiraglio Albini in una sua guida pubblicata nel 1885 dice che «le donne sono laboriosissime, poiché oltre di lavorare nella campagna, lavorano pur anche a far sigari e stoviglie di ordinarissima qualità». L’Albini probabilmente si riferisce a quanto aveva potuto constatare personalmente molti anni prima, durante un soggiorno effettuato a Capraia nel 1815, dopo lo sbarco delle truppe sarde inviate ad occupare l’isola.[4]

Roberto Moresco                                                                              24 Novembre 2011


[1] Anonimo, Relazione della Capraja nel 1790, Genova 1790.

[2] ANF, F20,176, Notice Statistique sur l’Ile de Caprara ( a Bastià le Xbre 1806). Il testo originale in francese è stato trovato da G. Santeusanio.

[3]Tratto dalla relazione dal titolo «Nozioni Generali intorno all’Isola da Capraia rassegnate a S.M. addì 28 giugno 1844» scritta dal.capitano Serafino Basso del Corpo Reale di Stato Maggiore del regno sardo a seguito di un soggiorno nell’isola di tre mesi  per preparare una carta dell’isola in G.Ferrari, La prima operazione delle Regia marina sarda dopo la Restaurazione (1815), Memorie Storiche Militari, Comando del Corpo di Stato Maggiore, Ufficio Storico, Fasc. I, Città di Castello 1914.

[4] G. Albini, Guida del navigante nel littorale della Liguria nal Principato di Monaco, nella Contea di Nizza e nell’Isola di Capraja, pp. 78-79, Genova 1885.

 

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L’isola di Capraia dal dominio dei De Mari a quello del Banco di San Giorgio

Copertina convegno

Tra i primi decenni del XII secolo e la fine del XIV Capraia fece parte del dominio pisano. È un lungo periodo per il quale sono rari i documenti che attestino la vita e gli avvenimenti dell’isola. Solo i trattati di pace e commercio firmati da Pisa con vari stati arabi (il primo con il re di Valenza risale al 1149) e i privilegi concessi dagli imperatori (da Federico I a Carlo IV) alla città di Pisa confermano l’appartenenza dell’isola al dominio pisano.[1] Nel trattato di pace tra Pisa e Genova dopo la battaglia della Meloria (1284), con il quale Pisa cede la Corsica a Genova, non si fa menzione di Capraia, che quindi continuò a rimanere sotto il dominio pisano.[2]

Il 3 ottobre del 1406, nei patti di resa di Pisa ai Fiorentini, Giovanni Gambacorti, Capitano del Popolo, mentre promette di cedere Pisa a Firenze, chiede per se di essere fatto cittadino fiorentino, 50000 fiorini, il vicariato di Santa Maria in Bagno, e le isole di Capraia, Gorgona e Giglio. Dobbiamo presumere che il Gambacorti non prese mai possesso dell’isola: infatti, nel 1407 la Signoria di Firenze ordina a Filippo Salviati, Capitano delle galere fiorentine nel Tirreno, di prendere l’isola di Capraia «con forza ed ingegno».[3] È probabile che Simone De Mari, nel periodo della guerra tra Firenze e Pisa, approfittando della debolezza di quest’ultima, abbia occupato l’isola che però, nel 1413, dovette restituire ai Gambacorti, secondo le clausole del trattato tra Genova e Firenze che sanciva la pace tra le due città, dopo la guerra per il possesso di Portovenere e Sarzana.[4]

Nel febbraio del 1430, Simone De Mari s’impossessa definitivamente di Capraia come attesta lo storico Giovanni Dalla Grossa, che in quel periodo era il suo cancelliere.[5]

I De Mari erano una delle più antiche famiglie genovesi che si era insediata nel nord del Capocorso verso la metà del Duecento: nel 1246 Ansaldo De Mari, ammiraglio di Federico II, acquistò, per 2000 lire genovesi, il castello di San Colombano e altri castelli in Corsica.[6]

Il ramo corso della famiglia De Mari, mantenne i legami con la madrepatria e fu lungamente a capo della fazione genovese in Corsica. Simone De Mari nacque intorno al 1378 e in gioventù esercitò il mestiere di capitano di galea. Nel 1426, successe al fratello Urbano alla testa della signoria di San Colombano.

Quando la Repubblica di Genova cedette la Corsica al Banco di San Giorgio, una prima volta nel 1453 e poi dopo la dominazione milanese nel 1483, i De Mari giurarono, in entrambi i casi, fedeltà al Banco di San Giorgio.[7]

Nel 1483 Giacomo De Mari divenne signore del Capocorso e di Capraia.

Poco sappiamo del dominio dei De Mari su Capraia nel corso del XV secolo: un solo documento del 1498 testimonia che il Governatore di Corsica Nicola Lomellino, chiese a Giacomo De Mari di punire i suoi sudditi capraiesi che avevano aiutato dei pirati livornesi in uno scontro con l’equipaggio di una saettia di Bastia, che trasportava vino a Roma.

Agli albori del XVI secolo inizia un periodo di turbolenza per l’isola di Capraia: nel 1504, i suoi abitanti si ribellano a Giacomo che li assedia e, due anni dopo, essi si affrancano dalla signoria dei De Mari divenendo vassalli delle Compere di San Giorgio.

Nel febbraio 1504 il Governatore di Corsica Domenico Lercaro, che aveva la sua sede a Bastia, invia Paolo Battista Marmo a Capraia per accertarsi della situazione dell’isola. Dal rapporto dell’inviato appare chiaro che i Capraiesi hanno deciso, a seguito delle angherie di Giacomo, di liberarsi della sua signoria e di sottomettersi alle Compere[8]. Tra le ragioni delle lamentele dei Capraiesi vi sono quelle relative al non rispetto dei capitoli e privilegi della comunità, all’incremento del tributo annuale di «biade» da versare a Giacomo[9] ed alle scorrerie di corsari e pirati arruolati dallo stesso per predare e catturare i Capraiesi durante la navigazione. Il Governatore cerca di mettere d’accordo i due contendenti, ma senza successo: nella primavera dello stesso anno Giacomo, aiutato da Jacopo IV Appiani, signore di Piombino, che gli fornisce alcuni pezzi di artiglieria, invade Capraia con cinquecento uomini e ne assedia il paese fortificato.  Il Governatore ancora una volta invia a Capraia due suoi ambasciatori per cercare di pacificare i contendenti, ma essi trovano gli abitanti sempre più decisi a darsi alle Compere sfidando Giacomo con l’innalzare sulla torre del paese la bandiera di San Giorgio. Durante l’assedio Giacomo riscatta cinque capraiesi che, inviati a Genova come ambasciatori della comunità sono stati catturati dal corsaro Corseto nelle acque della Gorgona, e minaccia di farli uccidere per piegare la volontà degli abitanti dell’isola. I due ambasciatori del Governatore riescono a far sottoscrivere una tregua in quel momento vantaggiosa per entrambe le parti: i Capraiesi temono che vengano distrutti i loro vigneti e le loro coltivazioni, e uccisi i loro cinque uomini prigionieri, mentre Giacomo può rinunciare all’assedio, in cui ha già perso diversi uomini e che si è rivelato più arduo del previsto per la resistenza ad oltranza degli assediati. Sottoscritta la tregua nella quale i Capraiesi si impegnano a rispettare i Capitoli di Capocorso con eccezione delle giornate di lavoro dovute al signore, Giacomo lascia Capraia dopo aver ricevuto un’indennità di 350 ducati. Nel patto sottoscritto, però, i Capraiesi si riservano di poter ricorrere alle Compere per far valere il loro desiderio di entrare sotto la loro signoria. La tregua è di breve durata: nell’ottobre del 1505 un certo capitano Domenico, capraiese ma «familiare» di Giacomo, minaccia i Capraiesi di ritorsioni ed essi inviano due loro ambasciatori a Bastia dal Governatore Ambrogio Salvago, successore di Domenico Lercaro, per far presente le continue angherie che subiscono da Giacomo, per dire che non si ritengono vincolati dall’accordo dell’anno precedente e per rinnovare la loro richiesta di sottomettersi alle Compere.[10] Le pressioni dei Capraiesi sul Governatore continuano ed egli nel marzo 1506 invita Giacomo ad andare a Genova per presentarsi ai Protettori delle Compere, ma questi trova diverse scuse per non partire e cerca di togliere di mezzo il pievano di Capraia, Errico, da lui ritenuto il capo dei rivoltosi. Il pievano, a seguito di lagnanze fatte dal capitano Domenico presso il vicario del Vescovo di Massa Marittima[11], viene invitato a presentarsi in curia ma, temendo di essere in pericolo, prima di recarsi a Massa va a Bastia con una barca capraiese per ottenere un salvacondotto dal Governatore. Ottenuto il salvacondotto e lasciata Bastia, la barca capraiese viene inseguita da due leudi arruolati da Giacomo e, durante una sosta a Marciana, nell’isola d’Elba, il pievano e l’equipaggio capraiese vengono catturati e poi portati nel castello di S. Colombano dove il pievano vi giunge gravemente ferito. Il Governatore, non appena informato del fatto, invia il suo vicario con un «barbero» a curare e a prelevare il pievano che viene condotto, nonostante la resistenza di Giacomo, insieme ai capraiesi catturati con lui a Bastia. Il pievano, ormai morente, viene quindi trasportato a Capraia, perchè dice di voler morire a casa sua, rivedere i suoi famigliari e disporre delle sue cose. Come riferisce il vicario dopo la sua visita a S. Colombano le intenzioni di Giacomo erano chiare: portare i prigionieri a Capraia, innalzarvi delle forche minacciando di ucciderli se i capraiesi non gli avessero reso l’isola. Il Governatore, che da tempo si era fatto una pessima idea di Giacomo, suggerisce ai Protettori di imporgli un tutore in modo da non recare danno a sé ed ai suoi sudditi.  A seguito della cattura e del ferimento del pievano, a cui aveva concesso un salvacondotto che formalmente proibiva di nuocergli, e delle le continue minacce rivolte contro i Capraiesi, il Governatore, ancora una volta, sollecita Giacomo a recarsi a Genova. Nel frattempo le pressioni dei Capraiesi per liberarsi dal giogo del loro signore si fanno più pressanti tramite ambascerie inviate sia a Bastia che a Genova. Il Governatore decide allora d’inviare Aloisio di Arquata come suo rappresentante a Capraia per cercare di calmare gli animi degli abitanti. Verso la fine di maggio Giacomo si decide ad andare a Genova dove gli viene concesso un salvacondotto, probabilmente sotto le pressioni dei Fieschi di cui era amico. Ma la situazione politica di Genova proprio in quei mesi subisce un cambiamento: il 18 luglio scoppia a Genova la rivolta dei popolari contro i nobili e Giacomo, forse sospettato di provocare tumulti in Corsica insieme ad altri nobili, viene imprigionato nel castello di Lerici[12] e i suoi beni in Capocorso vengono messi sotto la tutela del Governatore. Gli avvenimenti di Genova hanno un notevole impatto sulle trattative in corso tra le Compere e i Capraiesi che in poco tempo vedono realizzate le loro richieste: il 19 giugno le Compere scrivono ai Capraiesi invitandoli a tenere una assemblea per decidere di giurare fedeltà alle Compere; il 26 giugno essi comunicano di aver deciso all’unanimità di giurare e chiedono l’invio di un notaio. Verso fine giugno, dopo una lunga agonia e nonostante le cure prodigategli dai barbieri inviati dal Governatore, muore il pievano Errico; il suo successore è il pievano Arrio che continua l’opera del suo predecessore. Il 3 luglio a Capraia, davanti al notaio, viene firmata una procura al pievano Arrio, a Manuello e Antonio quali ambasciatori della comunità; il 22 luglio le Compere comunicano di accettare come vassali i Capraiesi e la notizia, giunta a Capraia pochi giorni dopo, viene accolta con gioia dagli abitanti; il 29 luglio, i tre ambasciatori firmano a Genova i patti con le Compere. Nel mese di ottobre viene sottoscritto in Capraia, davanti al notaio, l’atto di vassallaggio e fedeltà da tutti gli uomini di età superiore ai quattordici anni.[13] A fine dicembre il Governatore informa le Compere che i Capraiesi, secondo gli accordi presi, chiedono la nomina del loro primo Podestà.

È evidente che per i Governatori l’isola di Capraia riveste un’importanza strategica per la Corsica e la Repubblica e temono a ragione che essa possa cadere in possesso di altri: prima di tutti gli Appiani, signori di Piombino, che già nel 1504 aiutano Giacomo durante l’assedio inviandovi armi ed alcuni emissari di alto livello; poi sempre nel 1504 della Spagna con il tentativo del marchese di Villamarina che offre ai Capraiesi la protezione del Re di Spagna; e nel 1506 anche dei Sasseta di Pisa che forse volevano farne una loro base corsara; ed infine dei corsari turchi che ormai scorazzano tra la Sardegna, la Corsica e l’Arcipelago Toscano.

Nei primi anni del loro dominio le Compere lasciarono molta autonomia ai Capraiesi. Due problemi rimasero sul tappeto: la nomina dei podestà che non volevano rimanere nell’isola perché poco retribuiti, e l’approvvigionamento del sale che le Compere volevano fosse fatto a Bastia presso il locale Ufficio del Sale mentre i Capraiesi, rivendicando antichi privilegi, volevano continuare ad acquistarlo sul libero mercato e in particolare a Piombino.[14]

Ma sulla popolazione capraiese incombeva un nuovo pericolo: nel Tirreno erano arrivati i corsari turchi e barbareschi.

Già nell’agosto del 1506, il corsaro turco Kemal Rais assalì l’isola con tre galere: gli abitanti sotto la guida del pievano si difesero con bravura e misero in fuga i corsari.

Nella seconda metà di maggio del 1540 il corsaro barbaresco Dragut è in caccia nell’alto Tirreno con una flotta di tredici tra fuste, galeotte e galere: costeggia la costa occidentale della Sardegna dove cattura diversi navi. Attraversate le Bocche di Bonifacio la flotta corsara si dirige verso Capraia e, la domenica 6 giugno, effettua uno sbarco in forze sull’isola. Lo stesso giorno e il lunedì successivo il paese di Capraia viene sottoposto ad un continuo bombardamento. I cannoni dei turchi riescono a creare un varco nel muro di protezione del paese e, dopo aver ucciso trentacinque uomini e cinque donne, i corsari catturano i restanti abitanti che caricano sulle loro imbarcazioni: prima di lasciare l’isola essi danno fuoco al paese e recano danni gravissimi alle vigne.  Da Capraia i corsari fanno rotta verso il Capo Corso, che discendono lungo la costa occidentale, arrecando notevoli danni a diversi villaggi, per poi andare a rifugiarsi nella baia di Girolata.

Intanto una squadra navale di ventuno galee al comando di Gianettino Doria, nipote di Andrea Doria, è alla ricerca di Dragut. La sera del 14 giugno, senza essere scorto dai corsari, Gianettino arriva a cinque miglia dal loro attracco nella baia di Girolata. Il giorno seguente sorprende la flotta corsara e cattura Dragut con undici delle sue imbarcazioni. Gli schiavi capraiesi, 165 di quelli che erano stati catturati, vengono liberati e portati a Bastia.

La presa di Capraia da parte dei corsari provocò grande preoccupazione sia in Corsica che a Genova: ci si rese conto che l’isola svolgeva un ruolo strategico nell’alto Tirreno, sia come posto di avvistamento sia come baluardo alle scorrerie corsare. La reazione delle Compere fu immediata: decisero di rinviare i Capraiesi nella loro isola e di armarli con spade ed archibugi.

Il primo agosto nominarono Genesio da Quarto Commissario e Capitano di Capraia affidandogli il compito di costruire un nuovo forte, dove sorgeva l’antico paese, e una torre a protezione del porto. Il 21 agosto, la spedizione partì da Genova e, il 26, sbarcò a Capraia. Il Commissario, dopo essersi trincerato tra le rovine del paese, diede il via libera al ritorno dei Capraiesi da Bastia.

Delle opere di difesa esistenti prima della distruzione da parte di Dragut sappiamo poco. L’unica descrizione è quella lasciata dal Commissario Genesio da Quarto. Da questa risulta che le case del paese con una chiesa erano arroccate nel rilievo roccioso, che si innalzava sulla costa orientale della maggior baia dell’isola, ed erano protette anteriormente (lato occidentale) da una muraglia, alla quale erano appoggiate molte delle case. Era quindi un paese fortificato la cui costruzione si può fare risalire al periodo della dominazione pisana.

La spedizione, al comando del Commissario e Capitano Genesio da Quarto, era formata da 104 persone e comprendeva muratori, tagliatori di pietre e soldati. Il Commissario, che era partito da Genova con un progetto redatto dall’ingegnere Gian Maria Olgiate, il 27 settembre, posò la prima pietra del forte e diede inizio ai lavori di costruzione a partire dal baluardo di mezzogiorno.

Le risorse locali per una simile opera erano molto scarse: arena, pietre da costruzione tagliate dai rompitori venuti da Genova, e l’acqua. Tutto il resto doveva essere importato da Genova o da Bastia. Anche la manodopera locale, sebbene volonterosa non era certo abbondante: gli uomini, quando liberi dai lavori agricoli, venivano utilizzati come manovalanza mentre le donne erano impiegate nel trasporto di pietre dalle cave alla fortezza. I lavori proseguirono alacremente nonostante le difficoltà legate alla situazione ambientale, al continuo timore dei turchi, alla necessità di provvedere al sostentamento e l’alloggiamento dei capraiesi, e alle sfavorevoli condizioni atmosferiche. I lavori di costruzione del forte proseguirono alacremente per tutto il 1541. Il 21 aprile di quell’anno, iniziarono i lavori di costruzione della torre del Porto che terminarono nel settembre.

1910.il forte san giorgio

Il Forte San Giorgio, inizio XX secolo (Coll. S. Gavazzeni)

Nel 1544, dopo insistenti sollecitazioni dei Corsi e dei Capraiesi, le Compere decisero di costruire una seconda torre sul promontorio dello Zenobito ma l’inizio dei lavori venne rinviato al 1545. Per realizzare la costruzione della torre, posta in luogo isolato e lontano dal forte, le Compere nominarono Commissario straordinario Lorenzo de Negro che con una squadra di soldati e muratori arrivò all’isola ai primi di aprile del 1545. La torre, a pianta circolare e simile a quella del porto, venne completata, in una situazione ambientale non certamente facile, nel dicembre del 1545.

Il forte e le torri vennero dotate di soldati, inviati da Genova, e di pezzi di artiglieria.

Contemporaneamente alla realizzazione delle opere di difesa si diede inizio, anche se più lentamente, alla ricostruzione, all’interno della nuova fortezza, delle trentatre case dei capraiesi e della chiesa che erano state bruciate da Dragut: quanto esisteva del vecchio paese venne abbattuto perché danneggiato o perché interferiva con le nuove opere.

Capraia, con il suo forte e le sue torri, faceva parte del sistema di segnalazione che collegava la Corsica e le isole dell’Arcipelago Toscano con la terraferma e, nei momenti di maggiore pericolo, posti di segnalazione venivano creati anche sulla cima dei monti più alti dell’isola; le segnalazioni venivano fatte durante il giorno con il fumo e di notte con il fuoco, secondo un codice ben definito.

Le opere di difesa realizzate dalle Compere, imponenti per la dimensione dell’isola, testimoniano l’importanza che essa ebbe nel sistema difensivo della Repubblica a fronte del continuo pericolo dei turchi e dei corsari barbareschi.

I corsari barbareschi, nonostante il duro colpo ricevuto con la cattura di Dragut e la parziale distruzione della sua flotta, continuarono a scorazzare tra la Corsica e Capraia, utilizzando l’isola come punto di riparo, specialmente nelle cale a mezzogiorno e a ponente, talvolta sbarcando a terra per piccole razzie e per «l’acquata».

Nel 1545, Dragut, che nell’anno precedente era stato riscattato dal Barbarossa dopo aver passato quattro anni sulle galere genovesi come schiavo, riprese la sua guerra di corsa con l’obiettivo, ancora una volta, di razzie nell’Arcipelago Toscano, Corsica, e Riviera ligure. Durante la navigazione sbarcò per la seconda volta a Capraia, lontano dalla zona fortificata e senza arrecare gravi danni, terrorizzando però i capraiesi che non avevano certamente dimenticato gli avvenimenti del 1540. Negli anni 1546-1552 si ebbe un periodo di relativa calma per l’isola: i corsari silimitarono ad attaccare le barche capraiesi, predarle e prendere prigionieri gli uomini dell’equipaggio. Nel maggio 1553, tre galeotte corsare effettuarono uno sbarco e i corsari dilagarono nell’isola catturando otto fanciulle e due giovani che si trovavano in campagna.

Torre del Porto-rid.Torre del Porto, inizio secolo XX (Coll. S. Gavazzeni)        

Durante la guerra di Corsica (1553-1559), tra Genova e i Francesi, alleati dei turchi, Capraia non venne toccata e diventò un’importante base di informazioni e di appoggio per Genova: la guarnigione fu rinforzata con un aumento di soldati, che raggiunsero il numero di 82 effettivi inviati da Genova e di 15 capraiesi abili alle armi.[15]

Il 30 giugno del 1562, con il contratto tra le Compere e la Repubblica di Genova “l’Isola di Corsica, di Capraia, e tutti i luoghi di Terraferma” passarono sotto il governo diretto

della Repubblica. Il 16 agosto, il Commissario di Capraia, nominato a suo tempo dalle Compere, insieme con tutti i soldati e gli uomini dell’isola giurarono fedeltà alla Repubblica.[16]

 Torre dello Zenobito

Torre dello Zenobito (Foto F. Guidi)

Iniziò così una nuova fase nella vita dell’isola, ma quanto realizzato dalle Compere, sia per l’amministrazione sia per le opere di difesa, rimase essenzialmente immutato fino alla caduta della Repubblica due secoli più tardi.

La comunità di Capraia e l’amministrazione delle Compere

Durante la signoria dei De Mari la comunità o università di Capraia possedeva degli statuti o capitoli che regolavano la vita comunitaria e che probabilmente risalivano al periodo della dominazione pisana: sappiamo che esisteva l’assemblea dei cittadini maschi e che annualmente venivano eletti due Sindaci o Padri del Comune. Il pievano dell’isola aveva un ruolo importante nella gestione della comunità in quanto sempre partecipe delle missioni più importanti che i Padri del Comune dovevano intraprendere. I rapporti con il loro signore erano regolati da una convenzione che prevedeva il pagamento annuo di 60 sacchi di biade e delle corvé. È probabile che per quanto riguarda il civile ed il penale, venissero applicati gli statuti e i capitoli di Capocorso promulgati dai De Mari a partire dal 1348.

I rapporti giuridici tra la comunità e le Compere furono sanciti dagli atti di vassallaggio che la comunità sottoscrisse, riunita in assemblea: il primo, nel 1506, «Instrumento de pacti e translatione» sancì il passaggio dalla signoria dei De Mari a quella delle Compere di S. Giorgio ed il secondo, nel 1540, che venne richiesto dalle Compere prima del ritorno dei Capraiesi nella loro isola, dopo essere stati liberati da Giannettino Doria. Non è chiaro il motivo che spinse le Compere a richiedere un secondo atto di vassallaggio: probabilmente non si fidavano troppo della volontà dei Capraiesi di rispettare le regole imposte da Genova e, prima di dare inizio ai costosi lavori di difesa dell’isola, volevano assicurarsi della piena sottomissione degli abitanti e garantirsi il rimborso dei prestiti a loro concessi. È interessante notare che mentre il primo atto venne sottoscritto da tutti gli uomini di età superiore ai quattordici anni, il secondo fu sottoscritto solo dagli uomini validi, capi dei fuochi, sopravissuti alla razzia di Dragut.

 I capitoli della comunità rimasero invariati nei primi anni della signoria delle Compere; solo dopo il 1540 intervennero dei cambiamenti anche se non sostanziali: diverse donne diventarono capi dei fuochi, il numero dei Padri del Comune salì a tre con carica annuale e contemporaneamente vennero eletti tre ministrali.[17] In rappresentanza dei soldati, che si erano stabiliti nell’isola dopo aver sposato donne capraiesi, uno dei Padri del Comune e un ministrale vennero eletti tra di loro. Gli obblighi dei Capraiesi verso le Compere si ridussero all’acquisto del sale a prezzo stabilito, inizialmente presso l’apposito ufficio a Bastia e successivamente dai Commissari e/o Podestà di Capraia, a partecipare gratuitamente alle guardie all’interno della fortezza e nei posti di avvistamento sulla cima dei monti, a chiedere un permesso per lasciare l’isola e a tenere nell’isola 60 botti di vino locale da vendere al minuto ai soldati e ai marinai di passaggio. La partecipazione degli abitanti alla costruzione delle opere di difesa era retribuita o in denaro o tramite donazioni di cibo. Quando i corsari si aggiravano attorno all’isola o vi sbarcavano, i Capraiesi si armavano e partecipavano con i soldati regolari alla difesa dell’isola. Con il passare degli anni alcuni di essi furono arruolati come soldati ed entrarono a far parte della guarnigione.

A partire dal 1506 le Compere esercitarono la loro autorità nell’isola tramite un Podestà nominato dal Governatore. Tale carica era retribuita direttamente dai Capraiesi e l’indennità doveva essere molto scarna: è per questo che il posto non era considerato appetibile e i Podestà cercavano di stare nell’isola il meno possibile. Anche se è confermata una certa continuità nella carica, almeno fino al 1516, negli anni successivi, fino al 1540, tale presenza deve essere stata saltuaria tanto che non si parla della presenza di un Podestà durante i cruciali momenti della razzia di Dragut. Tra il 1506 e il 1540 la difesa dell’isola fu assicurata soltanto dagli abitanti, non mantenendovi le Compere un presidio stabile.

Dopo il 1540 la presenza delle Compere nell’isola assunse, man mano, una struttura più organica: si iniziò con l’invio di un Commissario e Capitano, nomina di tipo straordinario, per riconquistare l’isola ed iniziare la costruzione delle opere di difesa, a cui fece seguito con continuità la presenza di Commissari e/o Podestà, con una piccola corte amministrativa (il cancelliere che funge anche da notaio, il servitore, e negli ultimi anni anche il munizioniere) e con un presidio militare sia nella fortezza che nelle due torri. Dal 1542 al 1556, quando si ebbe la contemporanea presenza di un Commissario e di un Podestà, la divisione dei compiti tra i due funzionari risultò talvolta ambigua e origine di contrasti: il Commissario aveva la piena responsabilità della gestione dell’isola mentre al Podestà erano affidati gli incarichi amministrativi. I Commissari e Podestà avevano un mandato di tredici mesi e i loro compiti erano definiti da precise istruzioni che venivano consegnate al nuovo Commissario e/o Podestà al momento della nomina. A partire dal 1556 venne soppressa la carica di Podestà e fino al crollo della Repubblica, il Commissario rimase la massima autorità nell’isola.

L’istruzione per il Commissario nominato nel1556 fornisce una chiara indicazione dei suoi compiti e dei suoi doveri nonché delle procedure che egli deve seguire nella gestione dell’isola: mantenere i buoni rapporti con la comunità, sovrintendere alle opere di difesa e alla disciplina dei soldati, amministrare la giustizia sia per il civile che per il penale secondo i Capitoli di Corsica, provvedere agli approvvigionamenti dell’isola, pagare il salario mensile ai funzionari della sua corte e ai soldati della guarnigione, assicurare una corretta gestione della contabilità e riscuotere la tassa di ancoraggio.

Alla partenza da Genova, al nuovo Commissario veniva consegnata una lettera patente con la quale si presentava al suo predecessore per prendere possesso dell’isola e che veniva letta ai Capraiesi e ai soldati della guarnigione riuniti nella piazza della fortezza. Al termine della sua missione il Commissario era sottoposto ad un Sindacato formato dal suo successore e da due cittadini dell’isola. Anche i torrigiani delle due torri venivano nominati dalle Compere con precise istruzioni sui loro compiti.

Mentre fino al 1540 le Compere governarono l’isola tramite il Governatore di Corsica, dopo tale data esse assunsero la gestione diretta dell’isola, lasciando al Governatore solo una responsabilità gerarchica e di controllo.

Durante il loro dominio le Compere non imposero tasse ai Capraiesi che per la loro povertà sovente ricorrevano a Genova per ricevere sussidi in denaro per pagare il riscatto dei congiunti catturati dai corsari, per ottenere esenzioni dalla gabella per la vendita del loro vino a Genova, e per ottenere dilazioni nel pagamento dei rifornimenti, specialmente granaglie, negli anni di carestia.

[1]Per i trattati con gli Arabi: C. Renzi Rizzo – M. Campopiano, Pisa e il Mediterraneo, Antologia di fonti scritte dal secolo VII alla metà del XII, www.tavoladismeraldo.it; Traités de paix et de commerce et documents divers concernano les relations de Chrétiens avec les Arabes de l’Afrique Septentrionales au Moyen Age, Parigi 1866. Per i privilegi: F. Dal Borgo, Raccolta di scelti diplomi pisani, Pisa 1765.

[2]Historiae Patriae Monumenta, Liber Iurium Republicae Genuensis, Tomo II, Torino 1858, pp. 127-172, Trattato di pace tra Pisa e Genova del 15 apr.1288.

[3] Gli accordi tra G. Gambacorti e la Repubblica Fiorentina in P.Tronci, Annali Pisani, Pisa 1828, p. 199; la lettera di F. Salviati in I. Manetti Bencini, Firenze e le isole della Capraia e della Pianosa, Archivio Storico Italiano, XIX (1897), p. 114.

[4]A. Giustiniani, Annali della Repubblica di Genova, Genova 1537, cart. CLXXVv e CLXXVIv-CLVIIr; Historiae Patriae Monumenta, cit., pp. 1410-1438, trattato tra Genova e Firenze del 27 apr. 1413.

[5] G. Della Grossa, Croniche, Bulletin de la Société des Sciences Historiques et Naturelles de la Corse, 1907, p. 288.

[6] M. Vergé-Franceschi, Le Cap Corse, Généalogies et destins, Aiaccio 2006, p.35.

[7]La casa delle compere e dei banchi di San Giorgio era un ente dotato di personalità giuridica che ebbe sede a Genova dal 1407 al 1805. Gestì la maggior parte dei proventi del fisco, svolse attività bancaria e amministrò come ente sovrano estese porzioni del territorio statale. Qui useremo indifferentemente i termini di Compere o Banco di San Giorgio.

[8]Archivio di Stato di Genova (d’ora in poi ASG), S.Giorgio, Primi Cancellieri, n. 81, doc. 241-242, relazione di Paolo Battista Marmo al Governatore sulla sua visita a Capraia del 19 feb. 1504: “(…) essendo capitato qui in questo locho di capraia habio trovato li homini di questo locho in grande travalio como desperati che parendosi boni amici de genoveixi arecomandati alo signore da mare se reputano alo presente malle tratati da ello non como vasalli ma como corsari secondo ditti loro talmenti che de comune concordia deliberavano di dare questa terra ad qualche nacione cum la qualle piu presto ne stariano malle che bene como per esperencia se vederia no essendo de la nra nacione atto che como homini deliberati no volleno piu stare in queste tribulacioni che quando preixi quando malle trattati contra Iusticia de li loro previlegij per ogni modo sono deliberati de trovare novo guberno benche cum lacrime ali ogij se levano de mane nre reputandosi quaxi de la nra nacione. Circa queste cosse mi sono inframisso e dittoli qualche bone parole poi che la fortuna promette queste cosse no volieno cossi presto corere sensa pensare lo loro melio po che niguno li potra melio gubernare in pace e bona Iusticia como haverano da lo M.co Officio.. (…)”.

 [9]Ibidem, doc. 347-348, supplica di Manuello di Piero e di Antonio di Piero, a nome della Università di Capraia, ai Protettori delle Compere [suprema magistratura del Banco di San Giorgio] del 18 mag. 1506: “(…) Davanti a voi M.co Officio de Sancto Georgio compare manuelo de piero e Antonio de piero remesi e mandati da la unniversita e homini de la insola de capraia a nome de li quali dicono che consi sia che per Spano de agni se fusino datti sotto la protecione de li antecepsori de d. Jacobo de mare Signore di capo corso sotto pacti e convencione imperitura che da li sopradetti non potessimo essere gravati comodo cumque a maiore gravesa de sacha sexaginta de biave [biade] per ciaschaduno anno chome pare in la scriptura de essa convencione  Qua no obstante da esso messer Jacobo <> subcesso Signore in detto capo corso siamo stati piu fiate male tractati vogliando esso nobis <> sotto ponirne a maiore gravesa de la giunta. (…)”.

[10] ASG, S.Giorgio, Primi Cancellieri, n. 9, doc. 598-611, lettera del Governatore ai Protettori delle Compere del 14 e 16 ott. 1505: ”(…) In lo prencipio che junsi qua trovai in questo loco quatro mandati per la universitate de Capraia, e me hano narrato no potere stare sotto la forma sono al p.nte e cum timor continuo di menacie li face D. Jac.o de mari di darli li goasti. Li ho confortati stessino di bono animo che V.S. li hano cari, e che in loro bizogni seriano sempre prompte a darli ogni cumveniente favore. E no obstante questo hano scripto ultimamente voleire mandare persone per remedio a V.S.(…) xiiii oct.is 1505. (…)”.

[11] In quel tempo la parrocchia di Capraia dipendeva dalla Diocesi di Massa Marittima.

[12] A. Giustiniani, Annali della Repubblica di Genova, (rist. anast., Bologna, 1981), pag. 261; per un analisi degli avvenimenti a Genova cfr. A. Pacini, La repubblica di Genova nel secolo XVI, in “Storia di Genova – Mediterraneo, Europa, Atlantico”, Genova 2003, pagg. 334-335.

[13]ASG, S. Giorgio, Primi Cancellieri, n. 81, doc. 245-248.

[14]Per le vicende della ribellione dei Capraiesi nel 1504-1506 e il passaggio dell’isola alla signoria delle Compere di San Giorgio vedi R. Moresco, Capraia sotto il governo delle Compere di San Giorgio (1506-1562), Atti della Società Ligure di Storia Patria, XLVII, Fasc. I, 2007, pp. 357-428.

[15]R. Moresco, Pirati e Corsari nei mari di Capraia – Cronache dal XV al XVIII secolo, Livorno 2007.

[16] ASG, S.Giorgio,Cancellieri, n. 310, lettera del Commissario e Podestà di Capraia ai Protettori delle Compere del 29 ago. 1562: “(…) Questa per far intender a V.S. qualmente alli xvi del presente gionsero qui le Gallere della Ill.ma Rep.ca co quelle del S.r Giovanni Andrea Doria et co esse li S.ri Giulliano Sauli e Francesco Lomellino quali comissari mandati da detta Rep.ca Ill.ma per prender il possesso del’isola di Corsica com’ancho di questa, li quali, venero la matina puoi a bon’ hora in questo luogo e per noi li forono fatti tutte quelle carezze che per le forze n.re se li potevano fare poi visto l’ordine de V.S. li fu dato il dominio e possesso del luogo e tutta soa giurisdicione in nome di quelle et in apresso qua fu fatto inventario de tutte queste artegiarie monicioni et altre cose ch’erano apresso di me spettanti a V.S. havendo giurato fedelta co tutti li soldati et huomini di questo luogo di modo che loro S.rie sono restati di tutto sodisfatti. (…)”.

[17]I ministrali avevano il compito di fissare i prezzi (la meta) delle derrate alimentari più importanti.

Estratto da: AA.VV., Un’isola “Superba”, Genova e Capraia alla riscoperta di una storia Comune, Atti della giornata di studi 21 giugno 2011, Erga Edizioni, Genova 2012

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