La terracotta capraiese

P1140250rNegli ultimi decenni del Settecento gli uomini di Capraia vedono venire meno i proventi dei traffici e del commercio che avevano generato un crescente benessere per l’isola ed un rapido incremento della popolazione. Iniziò, quindi, una fase di impoverimento, con conseguente emigrazione della maggior parte degli uomini validi, emigrazione che si protrae per tutto l’Ottocento. Alle donne rimaste sole sull’’isola, vennero molto spesso a mancare i mezzi di sostentamento per loro e i loro figli. Da qui, la spinta a individuare una fonte di guadagno che permettesse loro di acquistare i beni di prima necessità, specialmente nelle annate in cui la produzione agricola fosse scarsa a causa delle avverse condizioni climatiche. Le donne capraiesi, oltre a dedicarsi alle cure domestiche e a lavorare la terra, dedicarono, così, parte del loro tempo alla produzione di vasi di terracotta utilizzando argilla locale. Questi vasi erano destinati sia ad un uso locale, sia alla vendita in Corsica, a Bastia o nei villaggi del Capocorso.

È probabile che la produzione di terracotta con argilla locale risalisse indietro nei secoli, poiché sembra che reperti di terracotta di origine locale siano stati rinvenuti durante i recenti scavi nel Forte San Giorgio.Un primo accenno su questa attività lo troviamo in una Relazione della Capraja nel 1790, pubblicata anonima a Genova. In tale relazione si legge «Quando non sono occupate a lavori campestri le donne più povere fanno di una terra argillosa delle stoviglie grossolane in forma di vasi atti a contenere dell’acqua senza vernice alcuna, e di queste colle loro barchette quantità trasportano in Corsica ove le cambiano con frutta».[1]

Ma la descrizione più dettagliata di questa attività la troviamo in un documento francese che è stato recentemente ritrovato presso la Biblioteca Nazionale di Francia.

Il 9 messidoro anno XIII (28 giugno 1805), Napoleone Bonaparte con un decreto imperiale, unisce l’isola di Capraia al dipartimento del Golo, circoscrizione di Bastia. Nell’estate del 1806 il prefetto del Golo, Antoine Piétry, effettuò una visita sull’isola, trascorrendovi diversi giorni. Al suo ritorno a Bastia, redasse, per il ministro degli interni francese, una relazione dal titolo «Notice Statistique sur l’Ile de Caprara», nella quale effettuò una accurata descrizione delle attività dei Capraiesi. Nel capitolo dedicato all’industria scrisse:

«Si fabbricano anche, a Caprara, delle brocche e altri vasi di terra, ma con delle forme e dei procedimenti che si rifanno alla prima infanzia dell’arte. Si mescola con della sabbia e qualche fuscello di paglia un’argilla estratta da un poggio vicino alla Cittadella [Forte San Giorgio]. Questa terraglia sagomata a mano e seccata indifferentemente al sole o all’ombra è poi esposta a un mite calore in un forno normale, dopo che si è tolto il pane, poi si aumenta un poco la temperatura del fuoco fino a che i vasi diventano rossi, e come infiammabili.

I vasi ritirati dal forno hanno un colore nerastro, non sono ricoperti da alcuna vernice, e si smerciano in Corsica tanto a Bastia che presso Rogliano, dove i Capraiesi ottengono in cambio dell’uva, della frutta e della legna da bruciare.

Si può stimare a circa 400 franchi il valore delle brocche e dei vasi che Capraja esporta annualmente».[2]

Ad oggi non è stato possibile individuare il poggio dove le donne capraiesi estraevano l’argilla, ma probabilmente va ricercato nella zona che si estende dietro il paese in direzione di San Rocco (la Piscina?).

Fino a pochi anni orsono era facile trovare frammenti di questa ceramica nelle piazzole intorno al paese e nei giardini delle case private (Fig. 1).

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Fig. 1 – Frammenti di terracotta capraiese

La bassa temperatura di cottura appare evidente se si osserva una sezione delle pareti delle brocche o frammenti di ceramica: la parte centrale ha un colore bruno tipico dell’argilla che non ha raggiunto una temperatura tale da consentire agli ossidi di ferro di assumere il colore rosso-arancione.

Due esemplari di questi vasi si trovano ancora a Capraia, in collezioni private. Il primo (Fig. 2), in buono stato di conservazione, è una tipica brocca da acqua. Appare evidente come la lavorazione dell’argilla che lo compone sia stata manuale, senza cioè l’uso del tornio, anche se la forma è piuttosto regolare e simmetrica. L’ansa non appare apposta e, probabilmente, è stata plasmata assieme al corpo della brocca.

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Fig. 2 – Brocca per acqua

Alcuni elementi decorativi – festoni forse a forma di fiori – sono stati applicati subito sotto la bocca della brocca (Fig. 3).

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Fig. 3 – Particolare di brocca per acqua

La cottura sembra essere stata regolare, probabilmente ad una temperatura piuttosto alta dato il colore rosso-arancione della superficie. Sotto l’ansa, un’ampia traccia di bruciatura rivela l’esposizione alle fiamme durante la cottura. L’ansa è stata decorata mediante impressione di uno strumento con l’apice triangolare (Fig. 4).

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Fig. 3 – Particolare di brocca per acqua

La seconda brocca (Fig. 5) è molto danneggiata, priva com’è della parte superiore e dell’ansa. Il colore della superficie esterna è grigiastro, indice di una cottura a bassa temperatura.  Un lato si presenta annerito a seguito, probabilmente, di una troppo prossima esposizione alle fiamme di cottura La decorazione è piuttosto semplice e consiste di piccole scaglie di argilla apposte in ordine sparso.

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Fig. 5 – Brocca per acqua

Talvolta, i manufatti presentano decorazioni più complesse, come si può osservare in un frammento di collo, sul quale è stato impresso un disegno che ricorda l’apice della capsula del fiore di papavero (Fig. 6).

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Fig. 6 – Frammento di terracotta inciso con il motivo dell’apice del papavero.

L’industria della terracotta a Capraia sopravisse per buona parte dell’Ottocento. Infatti, in una relazione di Serafino Basso, Capitano del Corpo Reale di Stato Maggiore Sardo, il quale, nel 1842, trascorse tre mesi sull’isola, si afferma che «si fabbricano pure nel paese vasi di terra per l’acqua; quest’Industria, che è riservata alle donne, sta anche scemando».[3]

Anche l’ammiraglio Albini in una sua guida pubblicata nel 1885 dice che «le donne sono laboriosissime, poiché oltre di lavorare nella campagna, lavorano pur anche a far sigari e stoviglie di ordinarissima qualità». L’Albini probabilmente si riferisce a quanto aveva potuto constatare personalmente molti anni prima, durante un soggiorno effettuato a Capraia nel 1815, dopo lo sbarco delle truppe sarde inviate ad occupare l’isola.[4]

Roberto Moresco                                                                              24 Novembre 2011


[1] Anonimo, Relazione della Capraja nel 1790, Genova 1790.

[2] ANF, F20,176, Notice Statistique sur l’Ile de Caprara ( a Bastià le Xbre 1806). Il testo originale in francese è stato trovato da G. Santeusanio.

[3]Tratto dalla relazione dal titolo «Nozioni Generali intorno all’Isola da Capraia rassegnate a S.M. addì 28 giugno 1844» scritta dal.capitano Serafino Basso del Corpo Reale di Stato Maggiore del regno sardo a seguito di un soggiorno nell’isola di tre mesi  per preparare una carta dell’isola in G.Ferrari, La prima operazione delle Regia marina sarda dopo la Restaurazione (1815), Memorie Storiche Militari, Comando del Corpo di Stato Maggiore, Ufficio Storico, Fasc. I, Città di Castello 1914.

[4] G. Albini, Guida del navigante nel littorale della Liguria nal Principato di Monaco, nella Contea di Nizza e nell’Isola di Capraja, pp. 78-79, Genova 1885.

 

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