L’isola di Capraia dal dominio dei De Mari a quello del Banco di San Giorgio

Copertina convegno

Tra i primi decenni del XII secolo e la fine del XIV Capraia fece parte del dominio pisano. È un lungo periodo per il quale sono rari i documenti che attestino la vita e gli avvenimenti dell’isola. Solo i trattati di pace e commercio firmati da Pisa con vari stati arabi (il primo con il re di Valenza risale al 1149) e i privilegi concessi dagli imperatori (da Federico I a Carlo IV) alla città di Pisa confermano l’appartenenza dell’isola al dominio pisano.[1] Nel trattato di pace tra Pisa e Genova dopo la battaglia della Meloria (1284), con il quale Pisa cede la Corsica a Genova, non si fa menzione di Capraia, che quindi continuò a rimanere sotto il dominio pisano.[2]

Il 3 ottobre del 1406, nei patti di resa di Pisa ai Fiorentini, Giovanni Gambacorti, Capitano del Popolo, mentre promette di cedere Pisa a Firenze, chiede per se di essere fatto cittadino fiorentino, 50000 fiorini, il vicariato di Santa Maria in Bagno, e le isole di Capraia, Gorgona e Giglio. Dobbiamo presumere che il Gambacorti non prese mai possesso dell’isola: infatti, nel 1407 la Signoria di Firenze ordina a Filippo Salviati, Capitano delle galere fiorentine nel Tirreno, di prendere l’isola di Capraia «con forza ed ingegno».[3] È probabile che Simone De Mari, nel periodo della guerra tra Firenze e Pisa, approfittando della debolezza di quest’ultima, abbia occupato l’isola che però, nel 1413, dovette restituire ai Gambacorti, secondo le clausole del trattato tra Genova e Firenze che sanciva la pace tra le due città, dopo la guerra per il possesso di Portovenere e Sarzana.[4]

Nel febbraio del 1430, Simone De Mari s’impossessa definitivamente di Capraia come attesta lo storico Giovanni Dalla Grossa, che in quel periodo era il suo cancelliere.[5]

I De Mari erano una delle più antiche famiglie genovesi che si era insediata nel nord del Capocorso verso la metà del Duecento: nel 1246 Ansaldo De Mari, ammiraglio di Federico II, acquistò, per 2000 lire genovesi, il castello di San Colombano e altri castelli in Corsica.[6]

Il ramo corso della famiglia De Mari, mantenne i legami con la madrepatria e fu lungamente a capo della fazione genovese in Corsica. Simone De Mari nacque intorno al 1378 e in gioventù esercitò il mestiere di capitano di galea. Nel 1426, successe al fratello Urbano alla testa della signoria di San Colombano.

Quando la Repubblica di Genova cedette la Corsica al Banco di San Giorgio, una prima volta nel 1453 e poi dopo la dominazione milanese nel 1483, i De Mari giurarono, in entrambi i casi, fedeltà al Banco di San Giorgio.[7]

Nel 1483 Giacomo De Mari divenne signore del Capocorso e di Capraia.

Poco sappiamo del dominio dei De Mari su Capraia nel corso del XV secolo: un solo documento del 1498 testimonia che il Governatore di Corsica Nicola Lomellino, chiese a Giacomo De Mari di punire i suoi sudditi capraiesi che avevano aiutato dei pirati livornesi in uno scontro con l’equipaggio di una saettia di Bastia, che trasportava vino a Roma.

Agli albori del XVI secolo inizia un periodo di turbolenza per l’isola di Capraia: nel 1504, i suoi abitanti si ribellano a Giacomo che li assedia e, due anni dopo, essi si affrancano dalla signoria dei De Mari divenendo vassalli delle Compere di San Giorgio.

Nel febbraio 1504 il Governatore di Corsica Domenico Lercaro, che aveva la sua sede a Bastia, invia Paolo Battista Marmo a Capraia per accertarsi della situazione dell’isola. Dal rapporto dell’inviato appare chiaro che i Capraiesi hanno deciso, a seguito delle angherie di Giacomo, di liberarsi della sua signoria e di sottomettersi alle Compere[8]. Tra le ragioni delle lamentele dei Capraiesi vi sono quelle relative al non rispetto dei capitoli e privilegi della comunità, all’incremento del tributo annuale di «biade» da versare a Giacomo[9] ed alle scorrerie di corsari e pirati arruolati dallo stesso per predare e catturare i Capraiesi durante la navigazione. Il Governatore cerca di mettere d’accordo i due contendenti, ma senza successo: nella primavera dello stesso anno Giacomo, aiutato da Jacopo IV Appiani, signore di Piombino, che gli fornisce alcuni pezzi di artiglieria, invade Capraia con cinquecento uomini e ne assedia il paese fortificato.  Il Governatore ancora una volta invia a Capraia due suoi ambasciatori per cercare di pacificare i contendenti, ma essi trovano gli abitanti sempre più decisi a darsi alle Compere sfidando Giacomo con l’innalzare sulla torre del paese la bandiera di San Giorgio. Durante l’assedio Giacomo riscatta cinque capraiesi che, inviati a Genova come ambasciatori della comunità sono stati catturati dal corsaro Corseto nelle acque della Gorgona, e minaccia di farli uccidere per piegare la volontà degli abitanti dell’isola. I due ambasciatori del Governatore riescono a far sottoscrivere una tregua in quel momento vantaggiosa per entrambe le parti: i Capraiesi temono che vengano distrutti i loro vigneti e le loro coltivazioni, e uccisi i loro cinque uomini prigionieri, mentre Giacomo può rinunciare all’assedio, in cui ha già perso diversi uomini e che si è rivelato più arduo del previsto per la resistenza ad oltranza degli assediati. Sottoscritta la tregua nella quale i Capraiesi si impegnano a rispettare i Capitoli di Capocorso con eccezione delle giornate di lavoro dovute al signore, Giacomo lascia Capraia dopo aver ricevuto un’indennità di 350 ducati. Nel patto sottoscritto, però, i Capraiesi si riservano di poter ricorrere alle Compere per far valere il loro desiderio di entrare sotto la loro signoria. La tregua è di breve durata: nell’ottobre del 1505 un certo capitano Domenico, capraiese ma «familiare» di Giacomo, minaccia i Capraiesi di ritorsioni ed essi inviano due loro ambasciatori a Bastia dal Governatore Ambrogio Salvago, successore di Domenico Lercaro, per far presente le continue angherie che subiscono da Giacomo, per dire che non si ritengono vincolati dall’accordo dell’anno precedente e per rinnovare la loro richiesta di sottomettersi alle Compere.[10] Le pressioni dei Capraiesi sul Governatore continuano ed egli nel marzo 1506 invita Giacomo ad andare a Genova per presentarsi ai Protettori delle Compere, ma questi trova diverse scuse per non partire e cerca di togliere di mezzo il pievano di Capraia, Errico, da lui ritenuto il capo dei rivoltosi. Il pievano, a seguito di lagnanze fatte dal capitano Domenico presso il vicario del Vescovo di Massa Marittima[11], viene invitato a presentarsi in curia ma, temendo di essere in pericolo, prima di recarsi a Massa va a Bastia con una barca capraiese per ottenere un salvacondotto dal Governatore. Ottenuto il salvacondotto e lasciata Bastia, la barca capraiese viene inseguita da due leudi arruolati da Giacomo e, durante una sosta a Marciana, nell’isola d’Elba, il pievano e l’equipaggio capraiese vengono catturati e poi portati nel castello di S. Colombano dove il pievano vi giunge gravemente ferito. Il Governatore, non appena informato del fatto, invia il suo vicario con un «barbero» a curare e a prelevare il pievano che viene condotto, nonostante la resistenza di Giacomo, insieme ai capraiesi catturati con lui a Bastia. Il pievano, ormai morente, viene quindi trasportato a Capraia, perchè dice di voler morire a casa sua, rivedere i suoi famigliari e disporre delle sue cose. Come riferisce il vicario dopo la sua visita a S. Colombano le intenzioni di Giacomo erano chiare: portare i prigionieri a Capraia, innalzarvi delle forche minacciando di ucciderli se i capraiesi non gli avessero reso l’isola. Il Governatore, che da tempo si era fatto una pessima idea di Giacomo, suggerisce ai Protettori di imporgli un tutore in modo da non recare danno a sé ed ai suoi sudditi.  A seguito della cattura e del ferimento del pievano, a cui aveva concesso un salvacondotto che formalmente proibiva di nuocergli, e delle le continue minacce rivolte contro i Capraiesi, il Governatore, ancora una volta, sollecita Giacomo a recarsi a Genova. Nel frattempo le pressioni dei Capraiesi per liberarsi dal giogo del loro signore si fanno più pressanti tramite ambascerie inviate sia a Bastia che a Genova. Il Governatore decide allora d’inviare Aloisio di Arquata come suo rappresentante a Capraia per cercare di calmare gli animi degli abitanti. Verso la fine di maggio Giacomo si decide ad andare a Genova dove gli viene concesso un salvacondotto, probabilmente sotto le pressioni dei Fieschi di cui era amico. Ma la situazione politica di Genova proprio in quei mesi subisce un cambiamento: il 18 luglio scoppia a Genova la rivolta dei popolari contro i nobili e Giacomo, forse sospettato di provocare tumulti in Corsica insieme ad altri nobili, viene imprigionato nel castello di Lerici[12] e i suoi beni in Capocorso vengono messi sotto la tutela del Governatore. Gli avvenimenti di Genova hanno un notevole impatto sulle trattative in corso tra le Compere e i Capraiesi che in poco tempo vedono realizzate le loro richieste: il 19 giugno le Compere scrivono ai Capraiesi invitandoli a tenere una assemblea per decidere di giurare fedeltà alle Compere; il 26 giugno essi comunicano di aver deciso all’unanimità di giurare e chiedono l’invio di un notaio. Verso fine giugno, dopo una lunga agonia e nonostante le cure prodigategli dai barbieri inviati dal Governatore, muore il pievano Errico; il suo successore è il pievano Arrio che continua l’opera del suo predecessore. Il 3 luglio a Capraia, davanti al notaio, viene firmata una procura al pievano Arrio, a Manuello e Antonio quali ambasciatori della comunità; il 22 luglio le Compere comunicano di accettare come vassali i Capraiesi e la notizia, giunta a Capraia pochi giorni dopo, viene accolta con gioia dagli abitanti; il 29 luglio, i tre ambasciatori firmano a Genova i patti con le Compere. Nel mese di ottobre viene sottoscritto in Capraia, davanti al notaio, l’atto di vassallaggio e fedeltà da tutti gli uomini di età superiore ai quattordici anni.[13] A fine dicembre il Governatore informa le Compere che i Capraiesi, secondo gli accordi presi, chiedono la nomina del loro primo Podestà.

È evidente che per i Governatori l’isola di Capraia riveste un’importanza strategica per la Corsica e la Repubblica e temono a ragione che essa possa cadere in possesso di altri: prima di tutti gli Appiani, signori di Piombino, che già nel 1504 aiutano Giacomo durante l’assedio inviandovi armi ed alcuni emissari di alto livello; poi sempre nel 1504 della Spagna con il tentativo del marchese di Villamarina che offre ai Capraiesi la protezione del Re di Spagna; e nel 1506 anche dei Sasseta di Pisa che forse volevano farne una loro base corsara; ed infine dei corsari turchi che ormai scorazzano tra la Sardegna, la Corsica e l’Arcipelago Toscano.

Nei primi anni del loro dominio le Compere lasciarono molta autonomia ai Capraiesi. Due problemi rimasero sul tappeto: la nomina dei podestà che non volevano rimanere nell’isola perché poco retribuiti, e l’approvvigionamento del sale che le Compere volevano fosse fatto a Bastia presso il locale Ufficio del Sale mentre i Capraiesi, rivendicando antichi privilegi, volevano continuare ad acquistarlo sul libero mercato e in particolare a Piombino.[14]

Ma sulla popolazione capraiese incombeva un nuovo pericolo: nel Tirreno erano arrivati i corsari turchi e barbareschi.

Già nell’agosto del 1506, il corsaro turco Kemal Rais assalì l’isola con tre galere: gli abitanti sotto la guida del pievano si difesero con bravura e misero in fuga i corsari.

Nella seconda metà di maggio del 1540 il corsaro barbaresco Dragut è in caccia nell’alto Tirreno con una flotta di tredici tra fuste, galeotte e galere: costeggia la costa occidentale della Sardegna dove cattura diversi navi. Attraversate le Bocche di Bonifacio la flotta corsara si dirige verso Capraia e, la domenica 6 giugno, effettua uno sbarco in forze sull’isola. Lo stesso giorno e il lunedì successivo il paese di Capraia viene sottoposto ad un continuo bombardamento. I cannoni dei turchi riescono a creare un varco nel muro di protezione del paese e, dopo aver ucciso trentacinque uomini e cinque donne, i corsari catturano i restanti abitanti che caricano sulle loro imbarcazioni: prima di lasciare l’isola essi danno fuoco al paese e recano danni gravissimi alle vigne.  Da Capraia i corsari fanno rotta verso il Capo Corso, che discendono lungo la costa occidentale, arrecando notevoli danni a diversi villaggi, per poi andare a rifugiarsi nella baia di Girolata.

Intanto una squadra navale di ventuno galee al comando di Gianettino Doria, nipote di Andrea Doria, è alla ricerca di Dragut. La sera del 14 giugno, senza essere scorto dai corsari, Gianettino arriva a cinque miglia dal loro attracco nella baia di Girolata. Il giorno seguente sorprende la flotta corsara e cattura Dragut con undici delle sue imbarcazioni. Gli schiavi capraiesi, 165 di quelli che erano stati catturati, vengono liberati e portati a Bastia.

La presa di Capraia da parte dei corsari provocò grande preoccupazione sia in Corsica che a Genova: ci si rese conto che l’isola svolgeva un ruolo strategico nell’alto Tirreno, sia come posto di avvistamento sia come baluardo alle scorrerie corsare. La reazione delle Compere fu immediata: decisero di rinviare i Capraiesi nella loro isola e di armarli con spade ed archibugi.

Il primo agosto nominarono Genesio da Quarto Commissario e Capitano di Capraia affidandogli il compito di costruire un nuovo forte, dove sorgeva l’antico paese, e una torre a protezione del porto. Il 21 agosto, la spedizione partì da Genova e, il 26, sbarcò a Capraia. Il Commissario, dopo essersi trincerato tra le rovine del paese, diede il via libera al ritorno dei Capraiesi da Bastia.

Delle opere di difesa esistenti prima della distruzione da parte di Dragut sappiamo poco. L’unica descrizione è quella lasciata dal Commissario Genesio da Quarto. Da questa risulta che le case del paese con una chiesa erano arroccate nel rilievo roccioso, che si innalzava sulla costa orientale della maggior baia dell’isola, ed erano protette anteriormente (lato occidentale) da una muraglia, alla quale erano appoggiate molte delle case. Era quindi un paese fortificato la cui costruzione si può fare risalire al periodo della dominazione pisana.

La spedizione, al comando del Commissario e Capitano Genesio da Quarto, era formata da 104 persone e comprendeva muratori, tagliatori di pietre e soldati. Il Commissario, che era partito da Genova con un progetto redatto dall’ingegnere Gian Maria Olgiate, il 27 settembre, posò la prima pietra del forte e diede inizio ai lavori di costruzione a partire dal baluardo di mezzogiorno.

Le risorse locali per una simile opera erano molto scarse: arena, pietre da costruzione tagliate dai rompitori venuti da Genova, e l’acqua. Tutto il resto doveva essere importato da Genova o da Bastia. Anche la manodopera locale, sebbene volonterosa non era certo abbondante: gli uomini, quando liberi dai lavori agricoli, venivano utilizzati come manovalanza mentre le donne erano impiegate nel trasporto di pietre dalle cave alla fortezza. I lavori proseguirono alacremente nonostante le difficoltà legate alla situazione ambientale, al continuo timore dei turchi, alla necessità di provvedere al sostentamento e l’alloggiamento dei capraiesi, e alle sfavorevoli condizioni atmosferiche. I lavori di costruzione del forte proseguirono alacremente per tutto il 1541. Il 21 aprile di quell’anno, iniziarono i lavori di costruzione della torre del Porto che terminarono nel settembre.

1910.il forte san giorgio

Il Forte San Giorgio, inizio XX secolo (Coll. S. Gavazzeni)

Nel 1544, dopo insistenti sollecitazioni dei Corsi e dei Capraiesi, le Compere decisero di costruire una seconda torre sul promontorio dello Zenobito ma l’inizio dei lavori venne rinviato al 1545. Per realizzare la costruzione della torre, posta in luogo isolato e lontano dal forte, le Compere nominarono Commissario straordinario Lorenzo de Negro che con una squadra di soldati e muratori arrivò all’isola ai primi di aprile del 1545. La torre, a pianta circolare e simile a quella del porto, venne completata, in una situazione ambientale non certamente facile, nel dicembre del 1545.

Il forte e le torri vennero dotate di soldati, inviati da Genova, e di pezzi di artiglieria.

Contemporaneamente alla realizzazione delle opere di difesa si diede inizio, anche se più lentamente, alla ricostruzione, all’interno della nuova fortezza, delle trentatre case dei capraiesi e della chiesa che erano state bruciate da Dragut: quanto esisteva del vecchio paese venne abbattuto perché danneggiato o perché interferiva con le nuove opere.

Capraia, con il suo forte e le sue torri, faceva parte del sistema di segnalazione che collegava la Corsica e le isole dell’Arcipelago Toscano con la terraferma e, nei momenti di maggiore pericolo, posti di segnalazione venivano creati anche sulla cima dei monti più alti dell’isola; le segnalazioni venivano fatte durante il giorno con il fumo e di notte con il fuoco, secondo un codice ben definito.

Le opere di difesa realizzate dalle Compere, imponenti per la dimensione dell’isola, testimoniano l’importanza che essa ebbe nel sistema difensivo della Repubblica a fronte del continuo pericolo dei turchi e dei corsari barbareschi.

I corsari barbareschi, nonostante il duro colpo ricevuto con la cattura di Dragut e la parziale distruzione della sua flotta, continuarono a scorazzare tra la Corsica e Capraia, utilizzando l’isola come punto di riparo, specialmente nelle cale a mezzogiorno e a ponente, talvolta sbarcando a terra per piccole razzie e per «l’acquata».

Nel 1545, Dragut, che nell’anno precedente era stato riscattato dal Barbarossa dopo aver passato quattro anni sulle galere genovesi come schiavo, riprese la sua guerra di corsa con l’obiettivo, ancora una volta, di razzie nell’Arcipelago Toscano, Corsica, e Riviera ligure. Durante la navigazione sbarcò per la seconda volta a Capraia, lontano dalla zona fortificata e senza arrecare gravi danni, terrorizzando però i capraiesi che non avevano certamente dimenticato gli avvenimenti del 1540. Negli anni 1546-1552 si ebbe un periodo di relativa calma per l’isola: i corsari silimitarono ad attaccare le barche capraiesi, predarle e prendere prigionieri gli uomini dell’equipaggio. Nel maggio 1553, tre galeotte corsare effettuarono uno sbarco e i corsari dilagarono nell’isola catturando otto fanciulle e due giovani che si trovavano in campagna.

Torre del Porto-rid.Torre del Porto, inizio secolo XX (Coll. S. Gavazzeni)        

Durante la guerra di Corsica (1553-1559), tra Genova e i Francesi, alleati dei turchi, Capraia non venne toccata e diventò un’importante base di informazioni e di appoggio per Genova: la guarnigione fu rinforzata con un aumento di soldati, che raggiunsero il numero di 82 effettivi inviati da Genova e di 15 capraiesi abili alle armi.[15]

Il 30 giugno del 1562, con il contratto tra le Compere e la Repubblica di Genova “l’Isola di Corsica, di Capraia, e tutti i luoghi di Terraferma” passarono sotto il governo diretto

della Repubblica. Il 16 agosto, il Commissario di Capraia, nominato a suo tempo dalle Compere, insieme con tutti i soldati e gli uomini dell’isola giurarono fedeltà alla Repubblica.[16]

 Torre dello Zenobito

Torre dello Zenobito (Foto F. Guidi)

Iniziò così una nuova fase nella vita dell’isola, ma quanto realizzato dalle Compere, sia per l’amministrazione sia per le opere di difesa, rimase essenzialmente immutato fino alla caduta della Repubblica due secoli più tardi.

La comunità di Capraia e l’amministrazione delle Compere

Durante la signoria dei De Mari la comunità o università di Capraia possedeva degli statuti o capitoli che regolavano la vita comunitaria e che probabilmente risalivano al periodo della dominazione pisana: sappiamo che esisteva l’assemblea dei cittadini maschi e che annualmente venivano eletti due Sindaci o Padri del Comune. Il pievano dell’isola aveva un ruolo importante nella gestione della comunità in quanto sempre partecipe delle missioni più importanti che i Padri del Comune dovevano intraprendere. I rapporti con il loro signore erano regolati da una convenzione che prevedeva il pagamento annuo di 60 sacchi di biade e delle corvé. È probabile che per quanto riguarda il civile ed il penale, venissero applicati gli statuti e i capitoli di Capocorso promulgati dai De Mari a partire dal 1348.

I rapporti giuridici tra la comunità e le Compere furono sanciti dagli atti di vassallaggio che la comunità sottoscrisse, riunita in assemblea: il primo, nel 1506, «Instrumento de pacti e translatione» sancì il passaggio dalla signoria dei De Mari a quella delle Compere di S. Giorgio ed il secondo, nel 1540, che venne richiesto dalle Compere prima del ritorno dei Capraiesi nella loro isola, dopo essere stati liberati da Giannettino Doria. Non è chiaro il motivo che spinse le Compere a richiedere un secondo atto di vassallaggio: probabilmente non si fidavano troppo della volontà dei Capraiesi di rispettare le regole imposte da Genova e, prima di dare inizio ai costosi lavori di difesa dell’isola, volevano assicurarsi della piena sottomissione degli abitanti e garantirsi il rimborso dei prestiti a loro concessi. È interessante notare che mentre il primo atto venne sottoscritto da tutti gli uomini di età superiore ai quattordici anni, il secondo fu sottoscritto solo dagli uomini validi, capi dei fuochi, sopravissuti alla razzia di Dragut.

 I capitoli della comunità rimasero invariati nei primi anni della signoria delle Compere; solo dopo il 1540 intervennero dei cambiamenti anche se non sostanziali: diverse donne diventarono capi dei fuochi, il numero dei Padri del Comune salì a tre con carica annuale e contemporaneamente vennero eletti tre ministrali.[17] In rappresentanza dei soldati, che si erano stabiliti nell’isola dopo aver sposato donne capraiesi, uno dei Padri del Comune e un ministrale vennero eletti tra di loro. Gli obblighi dei Capraiesi verso le Compere si ridussero all’acquisto del sale a prezzo stabilito, inizialmente presso l’apposito ufficio a Bastia e successivamente dai Commissari e/o Podestà di Capraia, a partecipare gratuitamente alle guardie all’interno della fortezza e nei posti di avvistamento sulla cima dei monti, a chiedere un permesso per lasciare l’isola e a tenere nell’isola 60 botti di vino locale da vendere al minuto ai soldati e ai marinai di passaggio. La partecipazione degli abitanti alla costruzione delle opere di difesa era retribuita o in denaro o tramite donazioni di cibo. Quando i corsari si aggiravano attorno all’isola o vi sbarcavano, i Capraiesi si armavano e partecipavano con i soldati regolari alla difesa dell’isola. Con il passare degli anni alcuni di essi furono arruolati come soldati ed entrarono a far parte della guarnigione.

A partire dal 1506 le Compere esercitarono la loro autorità nell’isola tramite un Podestà nominato dal Governatore. Tale carica era retribuita direttamente dai Capraiesi e l’indennità doveva essere molto scarna: è per questo che il posto non era considerato appetibile e i Podestà cercavano di stare nell’isola il meno possibile. Anche se è confermata una certa continuità nella carica, almeno fino al 1516, negli anni successivi, fino al 1540, tale presenza deve essere stata saltuaria tanto che non si parla della presenza di un Podestà durante i cruciali momenti della razzia di Dragut. Tra il 1506 e il 1540 la difesa dell’isola fu assicurata soltanto dagli abitanti, non mantenendovi le Compere un presidio stabile.

Dopo il 1540 la presenza delle Compere nell’isola assunse, man mano, una struttura più organica: si iniziò con l’invio di un Commissario e Capitano, nomina di tipo straordinario, per riconquistare l’isola ed iniziare la costruzione delle opere di difesa, a cui fece seguito con continuità la presenza di Commissari e/o Podestà, con una piccola corte amministrativa (il cancelliere che funge anche da notaio, il servitore, e negli ultimi anni anche il munizioniere) e con un presidio militare sia nella fortezza che nelle due torri. Dal 1542 al 1556, quando si ebbe la contemporanea presenza di un Commissario e di un Podestà, la divisione dei compiti tra i due funzionari risultò talvolta ambigua e origine di contrasti: il Commissario aveva la piena responsabilità della gestione dell’isola mentre al Podestà erano affidati gli incarichi amministrativi. I Commissari e Podestà avevano un mandato di tredici mesi e i loro compiti erano definiti da precise istruzioni che venivano consegnate al nuovo Commissario e/o Podestà al momento della nomina. A partire dal 1556 venne soppressa la carica di Podestà e fino al crollo della Repubblica, il Commissario rimase la massima autorità nell’isola.

L’istruzione per il Commissario nominato nel1556 fornisce una chiara indicazione dei suoi compiti e dei suoi doveri nonché delle procedure che egli deve seguire nella gestione dell’isola: mantenere i buoni rapporti con la comunità, sovrintendere alle opere di difesa e alla disciplina dei soldati, amministrare la giustizia sia per il civile che per il penale secondo i Capitoli di Corsica, provvedere agli approvvigionamenti dell’isola, pagare il salario mensile ai funzionari della sua corte e ai soldati della guarnigione, assicurare una corretta gestione della contabilità e riscuotere la tassa di ancoraggio.

Alla partenza da Genova, al nuovo Commissario veniva consegnata una lettera patente con la quale si presentava al suo predecessore per prendere possesso dell’isola e che veniva letta ai Capraiesi e ai soldati della guarnigione riuniti nella piazza della fortezza. Al termine della sua missione il Commissario era sottoposto ad un Sindacato formato dal suo successore e da due cittadini dell’isola. Anche i torrigiani delle due torri venivano nominati dalle Compere con precise istruzioni sui loro compiti.

Mentre fino al 1540 le Compere governarono l’isola tramite il Governatore di Corsica, dopo tale data esse assunsero la gestione diretta dell’isola, lasciando al Governatore solo una responsabilità gerarchica e di controllo.

Durante il loro dominio le Compere non imposero tasse ai Capraiesi che per la loro povertà sovente ricorrevano a Genova per ricevere sussidi in denaro per pagare il riscatto dei congiunti catturati dai corsari, per ottenere esenzioni dalla gabella per la vendita del loro vino a Genova, e per ottenere dilazioni nel pagamento dei rifornimenti, specialmente granaglie, negli anni di carestia.

[1]Per i trattati con gli Arabi: C. Renzi Rizzo – M. Campopiano, Pisa e il Mediterraneo, Antologia di fonti scritte dal secolo VII alla metà del XII, www.tavoladismeraldo.it; Traités de paix et de commerce et documents divers concernano les relations de Chrétiens avec les Arabes de l’Afrique Septentrionales au Moyen Age, Parigi 1866. Per i privilegi: F. Dal Borgo, Raccolta di scelti diplomi pisani, Pisa 1765.

[2]Historiae Patriae Monumenta, Liber Iurium Republicae Genuensis, Tomo II, Torino 1858, pp. 127-172, Trattato di pace tra Pisa e Genova del 15 apr.1288.

[3] Gli accordi tra G. Gambacorti e la Repubblica Fiorentina in P.Tronci, Annali Pisani, Pisa 1828, p. 199; la lettera di F. Salviati in I. Manetti Bencini, Firenze e le isole della Capraia e della Pianosa, Archivio Storico Italiano, XIX (1897), p. 114.

[4]A. Giustiniani, Annali della Repubblica di Genova, Genova 1537, cart. CLXXVv e CLXXVIv-CLVIIr; Historiae Patriae Monumenta, cit., pp. 1410-1438, trattato tra Genova e Firenze del 27 apr. 1413.

[5] G. Della Grossa, Croniche, Bulletin de la Société des Sciences Historiques et Naturelles de la Corse, 1907, p. 288.

[6] M. Vergé-Franceschi, Le Cap Corse, Généalogies et destins, Aiaccio 2006, p.35.

[7]La casa delle compere e dei banchi di San Giorgio era un ente dotato di personalità giuridica che ebbe sede a Genova dal 1407 al 1805. Gestì la maggior parte dei proventi del fisco, svolse attività bancaria e amministrò come ente sovrano estese porzioni del territorio statale. Qui useremo indifferentemente i termini di Compere o Banco di San Giorgio.

[8]Archivio di Stato di Genova (d’ora in poi ASG), S.Giorgio, Primi Cancellieri, n. 81, doc. 241-242, relazione di Paolo Battista Marmo al Governatore sulla sua visita a Capraia del 19 feb. 1504: “(…) essendo capitato qui in questo locho di capraia habio trovato li homini di questo locho in grande travalio como desperati che parendosi boni amici de genoveixi arecomandati alo signore da mare se reputano alo presente malle tratati da ello non como vasalli ma como corsari secondo ditti loro talmenti che de comune concordia deliberavano di dare questa terra ad qualche nacione cum la qualle piu presto ne stariano malle che bene como per esperencia se vederia no essendo de la nra nacione atto che como homini deliberati no volleno piu stare in queste tribulacioni che quando preixi quando malle trattati contra Iusticia de li loro previlegij per ogni modo sono deliberati de trovare novo guberno benche cum lacrime ali ogij se levano de mane nre reputandosi quaxi de la nra nacione. Circa queste cosse mi sono inframisso e dittoli qualche bone parole poi che la fortuna promette queste cosse no volieno cossi presto corere sensa pensare lo loro melio po che niguno li potra melio gubernare in pace e bona Iusticia como haverano da lo M.co Officio.. (…)”.

 [9]Ibidem, doc. 347-348, supplica di Manuello di Piero e di Antonio di Piero, a nome della Università di Capraia, ai Protettori delle Compere [suprema magistratura del Banco di San Giorgio] del 18 mag. 1506: “(…) Davanti a voi M.co Officio de Sancto Georgio compare manuelo de piero e Antonio de piero remesi e mandati da la unniversita e homini de la insola de capraia a nome de li quali dicono che consi sia che per Spano de agni se fusino datti sotto la protecione de li antecepsori de d. Jacobo de mare Signore di capo corso sotto pacti e convencione imperitura che da li sopradetti non potessimo essere gravati comodo cumque a maiore gravesa de sacha sexaginta de biave [biade] per ciaschaduno anno chome pare in la scriptura de essa convencione  Qua no obstante da esso messer Jacobo <> subcesso Signore in detto capo corso siamo stati piu fiate male tractati vogliando esso nobis <> sotto ponirne a maiore gravesa de la giunta. (…)”.

[10] ASG, S.Giorgio, Primi Cancellieri, n. 9, doc. 598-611, lettera del Governatore ai Protettori delle Compere del 14 e 16 ott. 1505: ”(…) In lo prencipio che junsi qua trovai in questo loco quatro mandati per la universitate de Capraia, e me hano narrato no potere stare sotto la forma sono al p.nte e cum timor continuo di menacie li face D. Jac.o de mari di darli li goasti. Li ho confortati stessino di bono animo che V.S. li hano cari, e che in loro bizogni seriano sempre prompte a darli ogni cumveniente favore. E no obstante questo hano scripto ultimamente voleire mandare persone per remedio a V.S.(…) xiiii oct.is 1505. (…)”.

[11] In quel tempo la parrocchia di Capraia dipendeva dalla Diocesi di Massa Marittima.

[12] A. Giustiniani, Annali della Repubblica di Genova, (rist. anast., Bologna, 1981), pag. 261; per un analisi degli avvenimenti a Genova cfr. A. Pacini, La repubblica di Genova nel secolo XVI, in “Storia di Genova – Mediterraneo, Europa, Atlantico”, Genova 2003, pagg. 334-335.

[13]ASG, S. Giorgio, Primi Cancellieri, n. 81, doc. 245-248.

[14]Per le vicende della ribellione dei Capraiesi nel 1504-1506 e il passaggio dell’isola alla signoria delle Compere di San Giorgio vedi R. Moresco, Capraia sotto il governo delle Compere di San Giorgio (1506-1562), Atti della Società Ligure di Storia Patria, XLVII, Fasc. I, 2007, pp. 357-428.

[15]R. Moresco, Pirati e Corsari nei mari di Capraia – Cronache dal XV al XVIII secolo, Livorno 2007.

[16] ASG, S.Giorgio,Cancellieri, n. 310, lettera del Commissario e Podestà di Capraia ai Protettori delle Compere del 29 ago. 1562: “(…) Questa per far intender a V.S. qualmente alli xvi del presente gionsero qui le Gallere della Ill.ma Rep.ca co quelle del S.r Giovanni Andrea Doria et co esse li S.ri Giulliano Sauli e Francesco Lomellino quali comissari mandati da detta Rep.ca Ill.ma per prender il possesso del’isola di Corsica com’ancho di questa, li quali, venero la matina puoi a bon’ hora in questo luogo e per noi li forono fatti tutte quelle carezze che per le forze n.re se li potevano fare poi visto l’ordine de V.S. li fu dato il dominio e possesso del luogo e tutta soa giurisdicione in nome di quelle et in apresso qua fu fatto inventario de tutte queste artegiarie monicioni et altre cose ch’erano apresso di me spettanti a V.S. havendo giurato fedelta co tutti li soldati et huomini di questo luogo di modo che loro S.rie sono restati di tutto sodisfatti. (…)”.

[17]I ministrali avevano il compito di fissare i prezzi (la meta) delle derrate alimentari più importanti.

Estratto da: AA.VV., Un’isola “Superba”, Genova e Capraia alla riscoperta di una storia Comune, Atti della giornata di studi 21 giugno 2011, Erga Edizioni, Genova 2012

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