Capraiesi a Tunisi nel Seicento: schiavi, rinnegati, giannizzeri e commercianti

 

Nel 1568 resasi vacante la reggenza di Algieri, il sultano Selim II nomina il corsaro Euldj Alì pascià e beylerbey di Algeri. Nel gennaio del 1570 Euldj Alì occupa Tunisi e scaccia dalla città Moulay Ahmed della dinastia degli Hafsidi.[1]

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G. Braun, F. Hogenberg, Civitates Orbis Terrarum, 1575 – La città di Tunisi

Ma, la Spagna di Filippo II mal sopporta l’espansione turca nelle regioni vicine al suo territorio nazionale. Nel maggio del 1571 viene costituita la Sacra Lega, alleanza tra Spagna, Papato, e Venezia, e il 7 ottobre dello stesso anno, Giovanni d’Austria, a capo della flotta alleata, sconfigge a Lepanto la flotta turca.  Verso la fine del 1573 Giovanni d’Austria decide di occupare Tunisi che è in mano ai Turchi. Una potente flotta al suo comando muove dalla Sicilia il 7 ottobre. Il 9 ottobre le sue truppe sbarcano e  l’11 ottobre entrano in Tunisi scacciando le truppe turco-arabe comandate da Ramadàn[2]. Giovanni d’Austria restaura l’autorità hafsida ponendo sul trono Mulay Mohamed. Il possesso di Tunisi da parte degli spagnoli non dura però a lungo: già nel 1574 il sultano turco Selim decide di inviare una potente armata per riconquistare Tunisi al comando di Sinan Pascia, con Euldj Alì al comando della flotta. Le truppe turche sbarcano a La Goletta il 13 luglio e dopo un mese di assedio, il 23 agosto, si impossessano della fortezza. Intanto le truppe turco-arabe che si erano ritirate a Kairouan, dopo essersi riorganizzate hanno posto l’assedio da terra alla città. Queste truppe rinforzate da un contingente inviato da Sinan, il 18 e 19 luglio, saccheggiano la città e assediano il forte che avevano costruito gli spagnoli. Il 13 settembre, dopo ripetuti attacchi, il forte di Tunisi cade in mano dei turchi.[3] Tunisi e la Tunisia diventano una provincia dell’impero turco. Il governo viene esercitato da un pascià, nominato dal sultano, che ha ai suoi ordini un forte distaccamento di giannizzeri turchi, circa 4000 uomini.

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L’armata ottomana marcia contro Tunisi – 1574

I giannizzeri di Tunisi sono inizialmente dei turchi del Levante. Sono organizzati in squadre di una ventina di uomini comandati da un oda-bachi. Al comando del contingente c’è un agha che dipende dall’agha dei giannizzeri di Costantinopoli. Vengono impiegati come presidio nelle fortezze, come squadre per la raccolta delle imposte presso le tribù dell’interno, e per servire sulle galere di stato basate a  Bizerta, dopo è stanziata la flotta. Possono imbarcarsi anche come volontari sui vascelli corsari dei rais e partecipare alla spartizione delle prede. Queste attività, in modo particolare l’imbarco sui vascelli dei rais corsari, permette ai più capaci di accumulare discrete fortune. Poca alla volta oltre ai volontari turchi vengono arruolati anche giovani rinnegati cristiani. Dopo qualche anno dall’arruolamento i giannizzeri vengono promossi prima al grado di oda-bachi, con diritto di entrare a far parte del Divano, e poi boulouk-bachis, ed infine agha. In realtà il Divano era formato da 12 oda-bachis e 24 boulouk-bachis.[4]

Nel 1590-1591 i giannizzeri si rivoltano contro i loro ufficiali, che abusano della loro autorità, e prendono il potere. Da questa rivolta nasce a Tunisi un nuovo regime. I giannizzeri si dividono in fazioni e i loro capi formano il cosidetto Divano che si deve occupare degli affari pubblici. Nel 1594 uno di questi capi, Othman, con l’intrigo e la violenza, prevale sugli altri e prende il titolo di dey, diventando di fatto signore della Tunisia. I suoi successori immediati fino al 1640 ottengono il potere nello stesso modo anche se nominalmente vengono eletti dal Divano.

Con l’avvento dei dey, il pascià nominato da Costantinopoli perde di fatto ogni potere e mantiene soltanto la funzione di rappresentante del sultano.[5]

Nel 1577 la Francia, forte dei trattati di amicizia che ha stabilito con il sultano Solimano fino dai tempi di Francesco I, crea a Tunisi un proprio consolato la cui giurisdizione si estende fino a Tripoli. Il console francese ha il compito di occuparsi di tutti gli affari relativi ai rapporti tra i due stati e di supervisionare gli affari dei commercianti francesi.

I commercianti francesi presenti a Tunisi vivono abbastanza tranquillamente anche se esposti a dover pagare al pascià delle somme di denaro sotto pretesti generalmente ingiusti.

Tunisi, fin dai primi decenni del secolo XVI, quando inizia la guerra di corsa barbaresca, è diventato uno dei più importanti mercati di schiavi e di prede, secondo solo ad Algeri. Una delle attività più fruttuose dal punto di vista economico per i tunisini era il traffico relativo ai riscatti e alla vendita delle prede, fossero essere navigli o  i loro carichi.

Molti di questi scambi venivano sanzionati da accordi e trattati scritti che venivano redatti nella cancelleria del consolato francese.

Dobbiamo al lavoro di Pierre Grandchamp, archivista presso la  Residenza francese di Tunisi al tempo del protettorato dal 1922 al 1933, il ritrovamento dei registri dove venivano riportati i contratti e gli accordi stipulati presso il consolato a partire dal 1582 fino alla fine del Seicento. Il regesto di questi registri è stato pubblicato dal Granchamp ed è una fonte ricca di notizie sulla vita a Tunisi e sul traffico degli schiavi.[6]

 Nei due primi volumi pubblicati dal Grandchamp abbiamo trovato la presenza di diversi capraiesi.

Il primo di essi è Paulo de Bartholomeo, uno schiavo, che, il 10 maggio 1589, rilascia una ricevuta al mercante corso Antonio Lovico per 210 scudi. Lo stesso Paulo, il 23 maggio 1590, dà una procura a suo fratello affinchè si occupi del suo riscatto. Il 21 giugno Paulo vende del vino a Nicollo di Natali di Trapani e a Gioa Anthonio Ziriotto, genovese, al prezzo di 23 scudi d’oro di Spagna la botte.

Il 20 agosto 1590 Paulo riconosce di aver ricevuto da Vergilito e Augustino Imperato, agenti della Confraternita della Redenzione dei Cattivi di Napoli,[7] 80 scudi d’oro di Spagna per il riscatto di Alfonso Morolla di Prayana (Praiana, comune oggi in provincia di Salerno). L’11 settembre Paulo riconosce di dovere a Ragep, turco rinnegato, 100 scudi. Il 3 dicembre riconosce che la somma è aumentata a 105 scudi, evidentemente i 5 scudi di aumento riflettono gli interessi dovuti sul prestito.

Il 29 dicembre 1590 Gioa de Gregorio di Ragusa riconosce di aver ricevuto da Paulo 520 scudi d’oro di Spagna, prezzo di 23 botti di vino, più 60 scudi che rappresentano la sua parte di guadagno, secondo la liquidazione fatta dal console. Dopo questa data di Paulo non abbiamo più notizie. Probabilmente, godendo di una certa libertà, con i suoi traffici, di vino e di prestiti, riesce a raccogliere la somma necessaria per il suo riscatto.

Nel 1595 incomincia a essere registrata l’attività di una singolare figura: si chiama Ramadan o Ramadano di Capraia e viene indicato come giannizzero o oldach. Evidentemente si tratta di un rinnegato, nato a Capraia e catturato fanciullo in una delle scorrerie dei corsari barbareschi. Cresciuto in casa del suo padrone, anche lui probabilmente un giannizzero, si converte e, raggiunta la maggiore età, si arruola tra i giannizzeri. Non sappiamo quando e come fu catturato poichè numerosi sono i giovani capraiesi catturati dai corsari barbareschi a partire dal 1540.[8]

Dal numero dei riscatti che riesce a concludere possiamo dedurre che deve aver partecipato a numerose e fortunate campagne sui vascelli corsari: infatti gli accordi registrati nel consolato francese riguardano essenzialmente la cessione dei suoi schiavi a fronte del pagamento di un riscatto.

Il 4 ottobre Piero di Giovanni Pagliaj si riscatta da Ramadano di Capraia, giannizzero, pagando 310 scudi d’oro di Spagna. Con l’atto Piero di Giovanni si impegna a restituire a Livorno o a Pisa la somma che gli viene prestata dai padroni Raffaele Francesco e Domenico Gogante di Sartene (Corsica) un mese dopo che avrà raggiunto un paese cristiano.

Un mese più tardi, il 7 novembre, Francesco San Felippo di Cefalù, si impegna a restituire entro un mese la somma di scudi 142 e 1/3 d’oro di Spagna al padrone Bastiano Longovardo. La somma gli è servita per pagare il suo riscatto a Ramadan, giannizzero.

Il 5 dicembre Antonella Abate di Reggio, riconosce di dover restituire, entro un mese, a Nardo Dangelo, mandatario di Mahometto Ariano, detto Malti, 83 oncie [d’oro?] e 8 tari di Sicilia, a 30 tari per oncia, ricevute in prestito per il suo riscatto pagato a Ramadan di Capraia, oldach.[9]

Il 7 dicembre Nardo e Juseppe Dangelo, padre e figlio, riscattano da Romadano di Capraia due cristiani e una donna per la somma di 300 scudi d’oro di Spagna. Per il pagamento Nardo e Juseppe cedono a Ramadano il loro credito verso Salla Aga, Ostamorato e Jaffer Mresi. Se Ramadano non riesce a riscuotere la somma dai tre debitori Nardo e Juseppe si impegnano a pagare direttamente la somma a Ramadano entro sei mesi.

Il 17 ottobre 1596 Girolamo di Battista Martino di San Remo riconosce di dover restituire a Dario Tamagni di Livorno la somma di 116 scudi d’oro di Spagna, somma che ha pagato a Ramadano di Capraia, giannizzero, per il suo riscatto.

L’11 novembre Giovanni Angelo di Gugliermo di Fossano riconosce di dovere a Vinoguerro di Pasquale, anche lui di Fossano, 82 scudi d’oro che ha pagato a Romadano di Capraia, giannizzero, per il proprio riscatto.

Il 6 agosto 1598 Salvatore Agliotta di Reggio riconosce di dovere a Jacomo Napolella di Napoli 53 scudi d’oro di Spagna che ha pagato per il proprio riscatto a Romadan di Capraia, giannizzero. Il prestito deve essere rimborsato in otto giorni.

Il 16 giugno 1599 Nicolozo Fregheo riconosce di dovere a Francesco Rio e a Francesco Poggio di Levanto 133 scudi d’oro di Spana che ha pagato a Ramadano di Capraia, giannizzero, per il proprio riscatto. Il prestito deve essere rimborsato entro otto giorni.

Il 5 ottobre Nardo Penega e Tomazi di Cristoforo, greco, entrambi abitanti a Palermo, riconoscono di dovere a Vincenso di Lega, detto il Corsetto, di Palemo 72 scudi d’oro di Spagna pagati a Ramadan di Capraia per il riscatto di Nardo Penega. Il prestito dovrà essere rimborsato a Palermo. Ma la somma pagata non è sufficiente per il riscatto e, il 10 ottobre, il povero Nardo Penega riconosce di dovere a Tomazi di Cristoforo 120 scudi d’oro di Spagna pagati a Romadan di Capraia come saldo del proprio riscatto.

Nel frattempo Ramadano, l’8 ottobre, sottoscrive una procura a Nicol Colombano di Capraia, perchè ricuperi a Palermo dei suoi crediti.

Il 15 aprile 1603 Geronimo Dilentini, chirurgo di Palermo riconosce di aver ricevuto da Salvatore Morello, per conto dei Redentori di Santa Maria la Nova,[10] 183 scudi d’oro di Spagna di 15 tarì per scudo. Di questa somma 100 scudi sono stati pagati a Pietro Vitale di Licata; 60 scudi a Mami Schiavuni, turco; 23 per i diritti della Porta e del Divano, compresi i diritti pagati al Pacha per far entrare il denaro. Pietro Vitale e Mami, che si erano portati garanti per Geronimo, avevano anticipato il prezzo del riscatto pagato a Ramadano la Capraya, turco, rinnegato.

Il 13 agosto 1603 il padrone Gioanni Stiguissa, corso di Bonifacio, riconosce di dover a Gioan Michele Dagostino e al padrone Anton Orso Francesco, corso, 136 e 1/2 scudi d’oro di Spagna ricevuti in prestito per pagare a Ramadano di Capraia il proprio riscatto. La somma deve essere restituita un mese dopo il ritorno in Corsica. Dopo questa data Ramadano di Capraia sembra cessare ogni attività legata ai riscatti dei suoi schiavi.

Ricompare ora il Nicola Colombano al quale Ramadano aveva chiesto di ricuperare dei crediti a Palermo. Il Colombano sembra essere un uomo libero che si muove agevolmente nel Mediterraneo. Probabilmente è socio, insieme ad altri corsi, del padrone Antonio Orso che con il suo battello fa la spola tra Tunisi e Livorno.

Il 18 giugno 1604 Jeronimo di Nicolo Francesco di Bonifacio in Corsica riconosce di dovere a Angelo Santo Marandola, corso abitante a Livorno, e a Nicolo Colombano di Capraia 175 scudi d’oro di Spagna e 28 aspri pagati a Giafer Corso, turco, giannizzero di Tunisi, per il proprio riscatto. La somma sarà rimborsata all’arrivo a Livorno.

Lo stesso giorno il Colombano è partecipe di un affare di maggiore entità: Caytto  Moratto e Caytto Ally, doganieri di Tunisi, riconoscono di dovere al padrone Antonio Orso Francesco, corso, 700 scudi e 1/2 , a Valentino d’Alfonso, corso, 832 scudi e ½, a Michele Pierangelo, corso, 220 scudi, a Angelo Santo Merandola, corso, 611 scudi, a Nicolo Colombano di Capraia 111 scudi, per un totale di 2075 scudi d’oro di Spagna di 12 giuli e ½ per scudo. I doganieri si faranno rimborsare la somma da Marc’Antonio Carantotti a Pisa o a Livorno 45 giorni dopo l’arrivo del vascello Santa Maria di Grazia, padrone Antonio Orso, sul quale hanno caricato 2735 pezze di cuoio.[11]

La famiglia Colombana o Colombani è una delle più antiche dell’isola di Capraia: nel 1554 Domenico Colombana comanda una fregatina, nel 1556 Jeronimo Colombana, uno dei Padri del Comune, possiede un solaio nel forte nel quale abita con una famiglia di sei persone, nel 1558 Deniro Colombana viene catturato mentre trasporta del vino di Capraia in Maremma per poi essere riscattato al Capocorso.[12]

Ai primi di novembre del 1623 arriva a Capraia la seguente lettera di Domenico di Francesco, schiavo a Tunisi:

“ Carissima consorte,

questa per darvi avviso come io sto bene e il simile spero che sia di tutti voi di casa. Ho ricevuto due vostre lettere dalle quali mi sembra di avervi visti tutti e mi hanno fatto molto piacere. Come sapete io speravo di venire da voi quest’anno ma non ho potuto perchè il mio padrone dice che vuole quattrocento scudi per il mio riscatto e io li sto raccogliendo e spero, a Dio piacendo, di poter tornare a casa il prossimo anno. In luglio sono qui arrivate le galere di Biserta e di Algieri e per quanto ho inteso dai turchi e dai cristiani non gli è andata troppo bene. Ho inteso che un rinnegato è venuto sotto la torre e ha parlato con il torriggiano chiedendogli se conosceva un Domenico di Capraia che gestiva una taverna a Tunisi; il torrigiano gli rispose di si chiedendogli come stava. Il rinnegato rispose che stava bene e che vogava agli otto banchi della sua galera. Il torregiano gli diede allora due pani perchè me li portasse, ma io non ero a bordo come possono farne fede i mercanti e il console che in quel tempo si trovavano a Tunisi. Tutti i turchi e i cristiani si sono meravigliati come la torre dello Zenobito si sia così ben difesa tanto che con una cannonata che ha tirato ha ammazzato sopra la galera capitana d’Algieri tre cristiani in catena e due turchi, con un’altra cannonata contro la galera del padrone di Biserta gli ruppe l’albero e gli tagliò le vette all’antenna e con una terza cannonata colpi un altra galera sotto la poppa rompendo una giara di manteca e una di miele. Al che i turchi scapparono da sotto la torre e per poco sfondavano una galera. Essi erano decisi a venir in porto ma la vista di due fregate provenienti dalla Corsica li dissuase dai loro disegni. Voglio avvertirvi che, se possono, la prossima primavera vogliono farvi mille danni perchè hanno visto molti magazzini sulla spiaggia del porto e pensano che vi siano molti abitanti. Qui termino raccomandandomi a voi, a mia figlia e a mio figlio, ai parenti e agli amici e ancora per un anno abbiate pazienza perchè, a Dio piacendo, ho fiducia che ci rivedremo. Mi saluterete mio cognato e mio compare Antone con tutti quelli di casa e salutate Gregorio nostro cugino con tutti i suoi di casa e raccomandatemi a Francesco Maria e Dio vi contenti e feliciti. Da Tunisi, primo ottobre 1623. Domenico di Francesco”.[13]

Evidentemente il povero Domenico, a causa di eventi che non conosciamo, deve rinunciare alla sua aspettativa di un ritorno a casa entro breve tempo. Solamente il 10 settembre 1830 viene stipulato nella cancelleria francese di Tunisi l’atto del suo riscatto. Il suo padrone Morato bey riceve da Vitale Toriglia 229 pezze da 8 reali per il suo riscatto. Il riscatto viene ordinato da Camillo Mercante, governatore di Tabarca, che agisce per conto dei Magistrati dei riscatti della Repubblica di Genova.[14]

Roberto Moresco                                                                              Giugno 2015

[1]Su Euldj Alì (Occhialì nelle fonti italiane, corsaro di origini calabresi, cresciuto nella flotta di Dragut vedi R. Moresco, Dragut rais, corsaro barbaresco, un protagonista nel Mediterraneo del Cinquecento, Livorno 2014.

[2]Ramadàn, rinnegato sardo di Algeri, nel 1570 era stato nominato da Euldj Alì governatore di Tunisi. Dopo la conquista spagnola si era ritirato a Kairuan con le sue truppe. Nell’aprile del 1574 tornò ad Algeri per assumerne il governo.

[3]S. Bono, L’occupazione spagnuola e la riconquista musulmana di Tunisi (1573-1574), Africa, Rivista trimestrale di studi e documentazione dell’Istituto italiano per l’Africa e l’Oriente, Anno 33, No. 3 (Settembre 1978), pp. 351-382; Sulla storia di Tunisi e della Tunisia vedi anche A. Rousseau, Annales Tunisiennes ou aperçu historique sur la Régence de Tunis, Algier, 1864.

 [4]Il Divano è  organismo di comando supremo centralizzato.

[5]J. Pignon, La milice des janissaires de Tunis au temps des Deys, Les Cahiers de Tunisie, Tome IV, 1956, pp. 171-196

[6]P. Grandchamp, La France en Tunisie au XVIIe siècle, 10 volumes, Tunis, 1920-1933.

[7]G. Varriale, Redimere anime:La Santa Casa della Redenzione dei cattivi a Napoli,1548-1599,I Tatti studies in the Italian Renaissance, Vol. 18, No. 1, pp. 233-259:La Casa Santa della Redenzione de cattivi di Napoli è una congregazione, fondata nel 1548, che ha come principale proposito la liberazione dei sudditi del regno di Napoli che sono prigionieri nelle città del Turco e di Barberia.

[8] R. Moresco, Pirati e Corsari cit..

[9]Oldach equivale a giannizzero.

[10]S. Bono, Siciliani nel Maghreb, Liceo Ginnasio Gian Giacomo Adria di Mazara del Vallo, 1989, pp. 13-42: l’Arciconfraternita per la Redenzione dei cattivi di Palermofu istituita nel 1585 sul modello di quella napoletana ed aveva la propria sede presso la Chiesa di Santa Maria la Nova.

[11]Caytto sta per Caid, termine generico per funzionario.

[12]R. Moresco, Pirati e Corsari cit., pp. 48-49, 51; R. Moresco, 1556, Il primo censimento a Capraia, in http://storiaisoladicapraia.com.

[13] ASGe, Corsica, n. 552. Gli avvenimenti a cui fa riferimento Domenico di Francesco sono riportati in R. Moresco, Pirati e Corsari cit., pp. 78-83.

[14]A. Riggio, Tabarca e gli schiavi in Tunisia da Kara-Othman Dey a Kara-Moustafa Dey (1593-1702), in Atti della Regia Depuzazione di Storia Patria per la Liguria, Vol. III, 1938, p. 286. Per il Magistrato dei riscatti della Repubblica di Genova vedi R. Moresco, 1722-1729 – La storia di Gio Francesco Sussone schiavo a Tunisi, in http://storiaisoladicapraia.com e E. Lucchini, La merce umana, Schiavitù e riscatto dei Liguri nel Seicento, Roma 1990.

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