1620 – Un campanile ed un portico per la chiesa della Madonna del Porto

 I Capraiesi, fin dai tempi più antichi hanno sempre avuto una particolare devozione per la Madonna, che professavano nella chiesa della Madonna del Porto (oggi chiamata anche chiesa dell’Assunta).

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La chiesa era stata gravemente danneggiata nel 1540, quando Dragut sbarcò a Capraia, e per diversi anni fu utilizzata come magazzino per i materiali di costruzione del Forte e della torre del Porto. Fu restaurata solo dopo diversi anni con l’aiuto in denaro ricevuto da Genova.

Nei primi decenni del XVII secolo la popolazione di Capraia, essendo diminuito il pericolo di sbarchi corsari, incominciò a godere di un migliore tenore di vita e poté dedicare un po’ delle sue risorse all’abbellimento della chiesa del porto. Anche la popolazione era aumentata, ormai contava 320 anime più i soldati e i funzionari del presidio. Il pievano, che veniva nominato dal vescovo di Massa e Populonia non era più in grado di sopperire da solo alle necessità spirituali della popolazione, della guarnigione del Forte e del corpo di guardia della torre dello Zenobito lontana dal paese. I Capraiesi a più riprese avevano chiesto a Genova l’invio di un cappellano per le esigenze del presidio e che potesse in caso di emergenza sostituire il pievano.

Da qui la decisione di dotare la chiesa di un campanile che servisse sia per alloggiamento delle campane sia come sacrestia e abitazione per due persone.

Il 2 maggio del 1620, venne convocata presso il corpo di guardia del Forte l’assemblea della Comunità che stilò una lista dei capifamiglia che si impegnavano a versare, nell’arco di cinque anni, un contributo per realizzare una serie di lavori per la chiesa della Madonna del Porto:

 «1620 Adì 2 magio in Capraia

 Lista di tutti quele persone chi al ditto giorno e dinansi da Sua Signoria Molto Illustre [il Commissario], si sono radunati in chorpo di guardia cosi dentro como fuora  e si sono obligati pagare fra cinque ani prozimi o como meglio para al Serenissimo Senato per conto di la fabricha de la Madona Santissima di questo porto di Capraia, e rogato per Me Benedetto Carrigla Cangellero, e testato co li sotto Nominati testimoni presenti … .»

Segue una lista di 52 capifamiglia, uomini e donne, nella  quale ciascuno si impegnò per una somma che andava da un minimo di una ad un massimo di 25 lire. Altri sei capifamiglia invece di denari si impegnarono a versare delle suche di vino con un contributo che andava dalle 5 alle dieci suche. In totale i Capraiesi si impegnarono a versare lire 443 e 35 suche di vino[1]

Dieci giorni dopo, il 12 maggio, venne convocata una seconda assemblea  nella quale Giovanni Sussone venne nominato legittimo procuratore dell’assemblea con l’incarico di presentare al Serenissimo Senato della Repubblica di Genova l’istanza e l’impegno della Comunità.

Venne stilata anche la lettera che Giovanni Sussone doveva consegnare al suo arrivo a Genova e alla quale vennero allegate le due delibere assembleari:

 «Havendo noi huomini di Capraia molta divotione a questa Madona del porto sempre habbiamo procurato qualche ellemosina dalli passagieri e barcarolli, e noi ancora procurato perche detta madona sia ben governata et havendo fabricato adesso uno portico et altre cose che stanno bene per utile di detta chiesa, et adesso conosendo noi che per non havere solo qui un prette et essendo hora mai noi molte persone, habbiamo risoluto tra la maggior parte di noi fare un campanile, o siano stantie perche si possano in quella habitare qualche altro religioso, o frate o Prette, come piu piacera a VV. SS.Ser.me. Per questo Giovanni Susone a nome de tutti questi huomini che sono notati in questa lista, et per quello che appare in la sua procura , supplica e si mette a i piedi di VV. SS.Ser.me che vogliano contentarsi di prestargli tutti quelli denari che sono statti promessi in detta lista, et in particolare da tutti gli huomini nominati in essa, et degnarsi per carita e per l’amor de Dio farle tempo cinque anni a detti obligati perche possino pagare li suddetti denari essendo tutti noi altri puoverissimi huomini et humili vassalli di VV. SS.Ser.me et volerne fare qualche carita perche si possi finire il detto Campanile nella maniera che dal nostro S.r Commisario le viene narratto, il che sperando cosi ottenere io a nome como sopra faccio humilissima reverentia alli piedi di VV. SS.Ser.me.»[2]

 Il Commissario Vincenzo Botto a sua volta il 15 maggio scrisse una lettera al Senato con la quale dava il suo supporto alla richiesta dei Capraiesi soffermandosi in particolare a dare una più dettagliata descrizione dei lavori già intrapresi e del campanile che si intendeva costruire:

 «Resta in quest’Isola una chiesa situata al Porto nominata la Madonna di Capraia molto devota a passageri et naviganti; con denari de quali, ch’ho trovato appresso de Massari si è risoluto fabricare un portico attacato alla facciata di detta chiesa, per maggior commodità dei Signori Governatori, che alla stagione passano per qui; et per il ristoro d’altre persone ancora; e di più al presenti si tira con qualche travaglio una muraglia alta sei , e longa 260 palmi,[3] che la circonda quasi tutta, et fatto fare altre cose in detta chiesa, che la rendono di maggior devozione, et lustro. Et perchè Serenissimi Signori ci manca il perfezionare detta fabrica ; cioè ch’essendo detta chiesa quasi al deserto, et ch’in quest’isola non vi sia altro, che un prete alla custodia di queste 322 anime; oltre ch’essendo in mezzo del mare ne può accadere molte cose per il governo del culto divino; ho stimato però insieme con detti Massari, che vicino al coro di detta chiesa vi sia necessario il fabricarsi un campanile alto sessesanta palmi, compreso il fondamento; di muraglia largo tre, et le stanze per ogni verso longhi ee larghi palmi 18 in netto, e di altezza dodeci. Servirà per una sagrestia; per due stanze una sopra l’altra per dui sacerdoti, et un’altra per un laico, con più lo sito per le campane: darà forma alla chiesa; ma quel ch’importa ne vada succedere il grand’aquisto che farà quet’Isola; oltre che Nostra Signora può mostrare tali e si fatti miracoli; che benedetta l’hora quando VV. SS. Ser.me gli haveranno poste le mani. Tuttavia Serenissimimi Signori che il fabricar campanile o cosa simile, senza l’espressa loro licenza non si convenga le vi faccio però con ogni riverenza parte e ragguaglio. Supplicandole voler essere serviti dare facoltà, che si possa fabricare il detto campanile nella manera di sopra esposta, o come più gustera a  VV. SS. Ser.me; accordando con ogni riverenza che sia in elezione di VV. SS. Ser.me il mettere a questa cura quelli più devoti religiosi che le piacerà; et in detto campanile ci sia un Arma della Serenissima Republica acciochè Monsignor Vescovo di Massa col tempo non pretenda che in questo scalo qualche cosa in ecclesiatico; ed insieme voler essere serviti, e degnarsi con la benigna clemenza esaudire le preghiere del portatore Gio. Sussone procuratore di queste povere persone acciochè col nome del Signor Iddio e di VV. SS.Ser.me si possa quanto prima dare fine a questa fabrica.»[4]

073-Durazzo

 Il porto di Capraia con la chiesa della Madonna in un disegno del 1722.[5]

Ma la missione di Gio Sussone a Genova non ottenne alcun risultato. Dapprima venne imposto al Commissario di far sospendere i lavori e poi con una lettera del 3 luglio 1620 gli fu comunicato «di non consentire la fabrica del portico e campanile qual proponeste che voi serva di risposta per non haver piu di trattarsi di questa causa».[6]

La decisione di Genova fu quindi irrevocabile ma, mentre il campanile non venne mai costruito, il portico sul fronte della chiesa fu portato a termine dai Capraiesi, evidentemente con i loro denari, come testimonia un disegno del 1722.

 Del muro intorno alla chiesa e del portico non è rimasta traccia: entrambi probabilmente furono abbattuti quando fu costruita la strada a riseghe che dal porto risaliva al paese (la cosidetta strada vecchia).

 Roberto Moresco                                                                10 dicembre 2012


[1]La sucha o zucca è un’unità di misura del vino, che deve il suo nome al fatto che, per piccoli usi, il vino veniva tenuto nelle zucche vuote ed essicate.

[2]ASG, Corsica, n. 549, supplica di Giovanni Sussone del 12 mag. 1620 con allegate le due delibere assembleari del 2 e 12 mag. 1620.

[3] Il palmo è pari a metri 0,248.

[4]ASG, Corsica, n. 549, lettera del Commissario Vincenzo Botto del 15 mag. 1620.

[5]R. Moresco, L’isola di Capraia, carte e vedute tra cronaca e storia, Secoli XVI-XIX, Livorno 2008, pp.89 e 180-181.

[6]ASG, Corsica, n. 438, lettere da Genova al Commissario del 27 mag. e 3 lug. 1620.

 

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