La parabola del “Figliol prodigo” in dialetto capraiese

A Capraia non si parla più il dialetto locale, essendo ormai scomparsi gli abitanti che,LukeEv anche se saltuariamente, lo parlavano. Solo pochissimi anziani hanno un ricordo di parole e frasi del dialetto capraiese che si parlava ancora nell’isola tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento.

Studi approfonditi sul dialetto capraiese sono stati condotti negli ultimi decenni del secolo scorso da Annalisa Nesi, professore ordinario di Linguistica italiana presso l’Università di Siena, che però afferma che “il corpus a disposizione per lo studio del capraiese è poco consistente per la disgregazione della componente autoctona dovuta a emigrazione verso il continente e all’immigrazione fino dall’Ottocento di personale e famiglie, perlopiù meridionali, legate alle esigenze della colonia penale, e nel Novecento di pescatori ponzesi e di toscani costieri, perlopiù livornesi”.[1]

Ad oggi, abbiamo soltanto una testimonianza scritta di dialetto capraiese: è la traduzione della parabola del “Figliol prodigo” scritta nel 1838 dall’arciprete di Capraia Domenico Morgana.[2]

Questo scritto di Domenico Morgana ha una storia interessante.

Nel luglio del 1938 il naturalista piemontese Giuseppe Genè[3] di ritorno da uno dei suoi viaggi in Sardegna e Corsica sostò per quasi due settimane a Capraia. Qui ebbe modo di incontrare l’arciprete Domenico Morgana del quale ci da un curioso ritratto:

“Codesto arciprete, giovane di 30 a 35 anni; è di più che mediocre erudizione, ma sgraziatamente, e invitissima Minerva, vuol farla da Poeta e Prosatore. Per quanto io so, ha già fatto due piaghe alla Letteratura italiana, con la pubblicazione di un discorso apologetico della real casa di Savoja e con una traduzione dei Treni di Geremia. Le mando un esemplare di questi ultimi: legga e inorridisca!”[4]

Nonostante la scarsa considerazione delle capacità letterarie del Morgana, il Genè, che peraltro lo definisce degnissimo arciprete dell’isola, si fa fare da lui una traduzione della parabola del “Figliol prodigo” in dialetto capraiese.

Al suo ritorno a Torino il Genè si affretta a inviare la traduzione all’amico Vegezzi-Ruscalla con il seguente commento alla traduzione:

“Codesto dialetto è un gergaccio maledetto che ha le radici nel Toscano, ma il tronco e i rami sufficientemente discordi dalle radici per costituire una specie particolare e ben distinta nel novero dei dialetti italiani.”[5]

Il testo del Morgana, riscritto dal Gené, fu poi ritrovato da Carlo Salvioni, nella Biblioteca Ambrosiana di Milano e pubblicato insieme ad altre traduzioni sarde e corse della stessa parabola nel 1913.[6]

Recentemente Annalisa Nesi ha condotto un’esegesi linguistica della parabola che così termina:

“Il capraiese è un dialetto corso sfaldato che ha le radici nel corso, rese difficilmente distinguibili anche per i contatti costanti e continui, diversi da quelli che il corso ha avuto nella sua storia dell’ultimo secolo. … La sensazione, più che una vera interpretazione sociolinguistica, è che il capraiese sia stato nell’ultima sua fase, prima della definitiva scomparsa, la lingua di una memoria tenuta viva nonostante la diaspora, la lingua che si riaccendeva per pochi mesi estivi quando si ricomponeva una comunità numericamente esigua e artificiale, i cui componenti si riconoscevano nonostante él’idioletto di ciascuno, e dunque, in certo modo, rafforzata per quei fenomeni individuati e intesi come tipici.”[7]

Diamo qui di seguito la traduzione nella parabola come trascritta dal Genè e il testo italiano, tratto dalla Sacra Bibbia, Vangelo di Luca, pubblicato dalla Conferenza Episcopale Italiana.[8]

tabella-completa

Note al testo capraiese, parte di Giuseppe Genè e parte di Carlo Salvioni:

[9] piccolo; [10] dopo; [11] là; [12] gozzovigliando; [13] grande; [14] nissuno; [15] io;

[16] qui; [17] si; [18] misero; [19] giú; [20] offeso; [21] morbido per adipe;

[22] gozzoviglia; [23] ingrassato; [24] si corrucciò; [25] brontolando;

[26] contrariato; [27] ingozzò; [28] avanzo di

Roberto Moresco                                                                25 settembre 2015

[1]A. Nesi, Il dialetto capraiese: qualche riflessione in margine ad un documento ottocentesco, in AA.VV., La Leçon des dialectes, Hommages aà Jean-Philippe Dalbera, Alessandria 2012 , p.227.

Sul dialetto capraiese, v. anche T. Santini Lolli, Capraia d’altri tempi, Aspetti di vita locale, Parlata locale, Livorno 1982, che, in un suo studio di impostazione non scientifica, presenta un glossario e testi orali in ortografia italiana.

[2]Domenico Morgana è nato a Capraia il 10 gennaio 1801 da Giovanni e Maria Giuseppa Rinesi. È stato arciprete di Capraia dal 1824 al 1839. A Capraia ha scritto i suoi primi lavori letterari: La reale Casa di Savoja Benefattrice D’Italia, Genova 1827 e I Treni di Geremia Profeta, Genova 1838. Per una biografia di Domenico Morgana cfr. A. Riparbelli, Domenico Morgana (1801-1883), sacerdote, patriota, letterato. capraiese illustre, Il Quaderno della Torre, pp. 5-7, Capraia Isola 1994, ora in http://www.storiaisoladicapraia.com.

[3]Genè, Giuseppe – Zoologo italiano, nato a Turbigo il 9 dicembre 1780, morto a Torino il 14 luglio 1847. Studiò nell’università di Pavia dove si laureò in filosofia nel 1801. Fu poi assistente alla cattedra di storia naturale in quell’università, tenuta allora dallo Zendrini. Nel 1831 ebbe la cattedra di zoologia all’Università e la direzione del Museo di Torino, succedendo a F. A. Bonelli. Negli anni 1833-1838 visitò in diverse missioni scientifiche la Sardegna per incarico di Carlo Alberto di Savoia, che era interessato alla conoscenza della Sardegna, che costituiva ancora un area poco esplorata del Regno. Si occupò dapprima di Insetti e particolarmente di quelli nocivi all’agricoltura, pubblicando molte e importanti memorie. Si dedicò in seguito più particolarmente allo studio dei vertebrati, di cui era particolarmente ricco il Museo di Torino, e scrisse alcuni notevoli lavori sui rettili. (da http://www.treccani.it).

[4] C.Salvioni, Versioni sarde, corse e caprajese della Parabola del Figliol Prodigo, Archivio Storico Sardo, 9, p. 38.

[5] Ibidem.

[6]Ibidem, pp. 44-80. Salvioni, Carlo – Linguista (Bellinzona 1858 – Milano 1920), docente di glottologia nelle università di Torino (1884), di Pavia (1890) e all’Accademia scientifica di Milano (1902); socio nazionale dei Lincei (1916). Competente in ogni campo della linguistica italiana, si occupò di critica, recensione e commento a testi antichi dialettali. (da http://www.treccani.it)

[7] A. Nesi, Il dialetto capraiese cit. , p.231-232.

[8] http://www.maranatha.it/Bibbia/5-VangeliAtti/49-LucaPage.htm

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